L'ABBAZIA COME REALTA' MONASTICA
Si corre il rischio di vedere nell’abbazia di Novalesa un monumento morto, un insieme di pietre e di affreschi, traccia interessante di una cultura e di un potere di epoche lontane. Ciò verrebbe a falsificare sostanzialmente la realtà storica, dimenticandone l’aspetto essenziale. La Novalesa è stata, infatti per secoli - e lo è anche oggi e lo sarà domani - un monastero, cioè un luogo dove alcuni uomini vivono insieme per un ideale religioso. Più concretamente, dei cristiani lungo i secoli si sono qui avvicendati perché spinti unicamente dall’amore per Dio, desiderosi di seguire la dottrina e l’esempio di Cristo attraverso la povertà, la castità e l’obbedienza, in un quotidiano fatto di preghiera, di lavoro e di contatto con la Sacra Scrittura. Le altre opere compiute dai monaci - come la trascrizione dei codici, la creazione di opere d’arte, l’evangelizzazione del popolo, le bonifiche agrarie, l’assistenza ai pellegrini - ne sono espressioni occasionali, in ogni modo accessorie. L'abbazia è, quindi, una piccola società di uomini che, con le loro debolezze e doti umane desiderano vivere il Vangelo, “nulla anteponendo all’amore di Cristo”(Regola di S. Benedetto, cap. 4).
Paolo VI aveva annotato che “il mondo ha bisogno dei valori custoditi nel monastero, che vede non a lui rapiti, ma a lui conservati, a lui presentati, a lui offerti”. In questo, anche oggi, i monaci vedono uno dei loro principali compiti: di fronte ad un mondo materialista, edonista, inquieto, qualche volta disperato, vuole offrire nel monastero quasi una piccola oasi dove uomini, che cercano Dio, possano comunicare ad altri la loro esperienza spirituale in un clima di silenzio, di preghiera e di pace: allora l’ospite, anche quello disilluso e sfiduciato, riscoprirà il significato della propria esistenza, la speranza e la gioia di vivere; in una parola, incontrerà quel Dio, forse mai conosciuto, forse dimenticato.