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La storia - Sommario

Una lettera per l'anima

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29 aprile 1881   
Nonostante avessi sempre provato un grande desiderio per lo stato religioso, sentivo al tempo stesso una sorta di disagio o di scrupolo circa il fatto di divenire benedettino, visto che Dio mi aveva dato un intenso desiderio di lavorare per la salvezza delle anime; mi commuovevo sempre vivamente quando ascoltavo o leggevo qualcosa a proposito delle migliaia di esseri umani per i quali Gesù ha sparso il suo sangue, e che muoiono senza conoscerlo. E così, quando mi capitò di leggere qualcosa circa la sua missione, mi resi conto che si trattava esattamente di quello a cui ero chiamato, perché potrei soddisfare il mio desiderio di essere religioso, e a allo stesso tempo lavorare per le anime “più abbandonate” e vivere nell’obbedienza.
Reverendissimo Padre, le ho aperto il mio cuore quanto ho potuto e le dirò subito le difficoltà che devo affrontare per seguire la mia vocazione, così che, se lei riterrà opportuno rispondere a questa lettera, possa essere in grado di consigliarmi circa il modo di procedere.

(D. Columba Marmion a dom Rudesindo Salvado

27 novembre 1885   
Ogni Ordine religioso è come un fiore nel giardino di Gesù e, proprio come ogni fiore ha una sua propria bellezza e un suo profumo speciale, così ogni Ordine ha il suo proprio spirito e le sue virtù caratteristiche, che colmano di delizia il Sacro Cuore. Quindi, conta poco l’essere noi stessi buoni o virtuosi, se non possediamo lo spirito particolare e la fisionomia dell’Ordine cui apparteniamo; perché in questo caso saremmo ai margini della comunità e non potremmo mai essere dei buoni religiosi, né piacere realmente al Cuore di Gesù. È perché vedeva tutte le suore del piccolo convento di Avila animate dall’unico autentico spirito del loro Ordine, che nostro Signore diceva a Santa Teresa: «Figlia mia, questo convento è il paradiso delle mie delizie; il mio cuore vi trova un riposo delizioso e un compenso alle offese degli uomini». Forse lei mi chiederà: «Come acquisire questo spirito? Come sapere se lo si possiede realmente?».
Bene, ecco la risposta: questo è precisamente lo scopo del noviziato. La spirito del suo Ordine si trasmette dai santi fondatori attraverso la mediazione dei suoi superiori e tutto quello che lei deve fare è di abbandonarsi “completamente” nelle loro mani come la cera nelle mani di chi la lavora. Alla fine del noviziato, i germi di questo spirito saranno stati seminati nel suo cuore, per sbocciare più tardi in pienezza. È il solo mezzo, insieme alla preghiera, per acquisire lo spirito del suo stato di vita. Spesso è difficile per la natura venire così spezzata e mutilata, ma senza ciò non potremmo mai sperare di piacere al Sacro Cuore.
Se mi facessi religioso domani, lo farei con la decisione di abbandonarmi totalmente nelle mani dei superiori, di lasciare che amputino “senza alcuna pietà” tutti i difetti del mio carattere, in modo da poter essere presentato come oblazione pura all’altare dell’amore divino; e per quanto la natura soffrisse, cercherei di sopportare tutto per amore di Gesù crocifisso. Sono sicuro che, se restassi fedele, acquisirei ben presto il vero spirito del mio Ordine, e così raccoglierei nella gioia quello che avrei seminato nelle lacrime (Sal 126,5). Nostro Signore non ammette eccezioni: Chiunque vuol venire dietro a me “rinneghi” se stesso, prenda la sua croce e mi segua (Mt 16,24). Questo è particolarmente vero per i religiosi, che cercano di “seguire” nostro Signore più da vicino; di conseguenza, se rifiutiamo la croce, se la respingiamo quando pesa su di noi, non seguiamo Gesù, ma noi stessi.
Ecco, mia cara figlia, i pochi pensieri che mi vengono in mente quando prego per lei, conoscendo così bene, io credo, il suo carattere. Una buona novizia è colei: che entra nella vita religiosa con il fine di glorificare nostro Signore rendendo l’anima sua e delle altre quanto più gradita possibile al Sacro Cuore; che, a tal fine, non si risparmia in niente e, di conseguenza, è pronta a subire pene e umiliazioni, e perfino la morte, per piacere a Dio; che non si accontenta di una virtù cristiana ordinaria ma che, per fedeltà al suo Sposo celeste, aspira a fare del proprio cuore una vera fornace di amore divino, e che compie tutto questo sotto la regola dell’obbedienza e in sintonia con lo spirito del proprio Ordine. Oh! quanto si rallegrerebbe il Sacro Cuore se potesse vedere un tale paradiso! Che Dunmore realizzi questo ideale, questa è la mia costante preghiera!.

(D. Columba Marmion a suor Alphonsus Waddock)

11 settembre 1887   
È con grande tristezza che ho letto le due ultime lettere da Beaumont e, se questo può consolarla, ho partecipato a ognuna delle prove e delle difficoltà che lei ha affrontato con la stessa intensità che se fossi stato al suo fianco; il mio unico rimpianto è di essere stato del tutto incapace di aiutarla in qualsiasi maniera, fosse anche solo mandandole una parola di consolazione.
Ciononostante, quando nella preghiera e alla presenza di Dio penso a lei e al suo piccolo gregge, comincio a vedere le cose in un’altra luce e a pormi dal punto di vista d’onde Dio guarda le cose. Comprendo allora che lei non è stata creata da Dio per fondare un noviziato missionario, e neppure per convertire gli abitanti della Nuova Zelanda, ma per amarlo con tutto il suo cuore e con tutto il suo spirito (Mt 22,37). Se farà così tutto concorrerà al bene (Rm 8,28). Mentre, se questo aspetto è trascurato, anche se lei avesse la casa più fiorente d’Irlanda, anche se avesse popolato di ferventi religiose cinquanta conventi della Nuova Zelanda, anche se avesse dato il suo corpo alle fiamme, questo non gioverebbe a nulla (1Cor 13,3). Lei mi dirà che questo è del tutto elementare ma, se ci riflette bene, si tratta di una considerazione che può procurarle la pace.
Mia cara Madre, quando le difficoltà sembrano accumularsi sempre più numerose, deve penetrare sempre più nel Sacro Cuore. Egli ha messo la sua Croce sulle sue spalle ed è solo lui che può donarle la forza di portarla. Prima di tutto sia salda nella fede (1Cor 16,13), veda Dio “nella persona della sua superiora”, non si permetta di dire e nemmeno di pensare delle cose poco amabili, ma accetti la Croce come se venisse direttamente dal suo Sposo. Sono certo che troverà molte persone che la inciteranno (contrariamente a quella che so essere la sua indole) a criticare, a accusare, e a esprimersi con veemenza. Lo si chiama “buon senso”, ma di fatto è la sapienza di questo mondo che è stoltezza agli occhi di Dio (1Cor 3,19). Mi creda, quella della fede è l’unica via vera.
So che accetterà questo piccolo sermone come quando era inginocchiata ai miei piedi a Beaumont. Io prego e ho chiesto a tutta la comunità di pregare per lei. Devo confessare che la maniera in cui si sono messe le cose resta per me un enigma. Per parlare “francamente”, quando lei mi ha annunciato in una delle sue lettere che aveva ingaggiato dei professori laici per le novizie, ho pensato immediatamente che, a mio parere, aveva commesso un grave errore. Se l’avessi saputo, avrei usato tutta la mia influenza per impedirlo. Ma d’altra parte mi sembrava che questo errore avrebbe potuto essere facilmente riparato, a meno che – cosa ben improbabile – lei avesse rifiutato di ubbidire. Non ho avuto il tempo di addolcire quello che dovevo dirle. Credo comunque che ci capiamo molto bene: da parte mia, devo esprimermi con franchezza o tacere; e per lei è lo stesso.

(D. Columba Marmion a madre Gabriel Gill)

 

2 luglio 1896   
Ogni giorno che vivo, mi accorgo sempre più che c’è una sola cosa per la quale valga la pena di vivere, e questa cosa è la gloria di Dio. In tutto quello che fa, egli cerca la sua propria gloria (fare diversamente sarebbe contrario alla sua santità e quindi rappresenterebbe un’imperfezione); per noi cosa potrebbe esserci di più nobile che unire la nostra volontà alla sua, nella ricerca della sua gloria in tutto quanto facciamo? Cercando la sua gloria, egli cerca il nostro bene, perché la gloria di Dio in relazione alle sue creature consiste nel comunicare loro il suo amore, la sua grazia e la sua gioia. Noi possiamo glorificare Dio con le nostre azioni perché, nonostante siano in sé assai piccole e miserabili, unite a quelle di Gesù Cristo procurano alla santa Trinità una gloria infinita. E “se noi siamo uniti” a lui attraverso la grazia divina, tutte le infinite ricchezze del suo Sacro Cuore “sono nostre” con maggior verità di qualsiasi cosa possiamo possedere in questo mondo. Mia cara figlia, come vorrei scolpire a lettere d’oro nel suo cuore questa verità: per grande che sia la nostra miseria, “noi siamo infinitamente ricchi in Gesù Cristo” se siamo uniti a lui, se facciamo assegnamento su di lui, se siamo costantemente convinti, con una fede salda e viva, che tutto il valore della nostra preghiera e di ogni cosa che facciamo deriva dalla presenza in noi dei suoi meriti. Tutto questo si trova in due testi: senza di me non potete far nulla (Gv 15,5); Tutto posso in colui che mi dà la forza (Fil 4,13).
Si sforzi dunque di diventare santa, riconoscendo in lei stessa tutta quanta la consistenza delle sue miserie passate, della sua indegnità attuale, delle sue infedeltà potenziali e future; ma, al tempo stesso, onorando il Padre attraverso Gesù Cristo e basandosi con la fiducia più assoluta sui suoi meriti infiniti: «Per lui, con lui e in lui», come diciamo quotidianamente nella santa Messa, tutta la gloria è data alla Santissima Trinità. Anche le preghiere degli angeli non giungono a Dio che per la mediazione di Gesù Cristo, come cantiamo ogni giorno nel prefazio della Messa: «“per mezzo del quale” gli angeli lodano la tua maestà». Questo perché gli atti di lode, di offerta, di adorazione, di accettazione delle umiliazioni e del disprezzo, compiuti in unione con Gesù, specialmente dopo la santa Comunione, sono infinitamente graditi alla Santissima Trinità.

(D. Columba Marmion a suor Alfhonsus Waddock)

11 settembre 1897   
OMia cara figlia, la sua lettera è stata per me una gioia, perché vedo che, malgrado la sua indegnità, Dio la guida ed è pieno di misericordia e d’amore verso di lei. Il suo grande obiettivo dovrebbe essere quello di diventare molto umile. È la strada più sicura per giungere all’amore di Dio, perché egli è così potente che può mutare perfino la nostra corruzione nell’oro puro del suo amore, se non trova in noi l’ostacolo dell’orgoglio. Mi creda, cara figlia, se lei sarà sinceramente umile, Dio farà il resto. E per diventare umile, io utilizzo un metodo che può esserle di aiuto: fare ogni giorno tre “stazioni”.
Prima stazione. Rifletta su ciò che “era”: se avesse peccato mortalmente anche una sola volta in vita sua, lei avrebbe meritato di essere maledetta per tutta l’eternità da colui che è la verità infinita e l’infinita bontà. E questa maledizione avrebbe comportato la separazione per sempre da Dio, l’odio eterno verso Dio e per tutto quello che è giusto e bello, il vivere schiacciata sotto i talloni dei demoni per l’intera eternità. E un tale castigo, comminato da colui che è la Bontà stessa, sarebbe stato giusto. Oh!, mia cara figlia, forse noi avremmo meritato tutto questo, e se non siamo in quelle condizioni è solo grazie alla misericordia infinita di Dio e alle sofferenze di Gesù Cristo. Considerato questo, potrebbe qualcosa essere per noi sufficientemente cattivo o doloroso? Potrebbe qualcuno recarci ingiuria, se ci disprezza?
Seconda stazione. Quel che “noi siamo”. È “di fede” che noi, senza il soccorso divino, siamo incapaci di un solo buon pensiero: Senza di me, non potete far “nulla” (Gv 15,5). Questo significa che senza di lui non possiamo muovere un solo passo verso Dio. Quindi le nostre infedeltà quotidiane, i nostri peccati, le nostre ingratitudini, le nostre stesse azioni migliori sono davvero ben misera cosa.
Terza stazione. Ciò che “noi possiamo divenire”. Se Dio scostasse da noi la sua mano, saremmo perfettamente capaci di ridiventare ciò che eravamo prima, e perfino peggiori. Dio lo vede; sa di quali abissi siamo capaci. Come possiamo allora essere orgogliosi?
Ma dopo queste stazioni, ce n’è un’altra che non dobbiamo mai dimenticare. Noi siamo “infinitamente” ricchi in Gesù Cristo e, paragonate alle nostre miserie, le misericordie di Dio sono come l’oceano davanti a una goccia d’acqua. Non glorifichiamo mai Dio più di quando, pur avendo davanti agli occhi i nostri peccati e la nostra indegnità, siamo così pieni di fiducia nella sua misericordia e nei meriti infiniti di Gesù Cristo, che ci gettiamo nel suo seno pieni di abbandono e d’amore, “sicuri” che egli non può respingerci: Un cuore contrito e umiliato tu, o Dio, non disprezzi (Sal 51,19).

(Lettera di D. Columba Marmion)

12 aprile 1899   
Principi di vita spirituale:

1) Il vero amore di Dio, nel cuore di chi ha gravemente peccato, deve prendere la forma di compunzione, non perché la compunzione debba essere la forma esclusiva, bensì il fondamento, il punto cui si ritorna sempre: Ogni giorno, nella preghiera, confessare a Dio con lacrime e gemiti le proprie colpe passate (Regola di san Benedetto, IV, 57).

2) L’essenza di ogni vita seriamente religiosa è il compimento fedele della “volontà manifesta” di Dio. Questa volontà si manifesta a) nei comandamenti; b) nei consigli; c) per noi anche nelle nostre regole e negli ordini dei superiori. Tutto il resto è accidentale, e più o meno importante a seconda che ci aiuti a compiere quanto è essenziale.

3) La fedeltà ai doveri religiosi – Ufficio divino, preghiera, lettura spirituale – è la sorgente della forza di cui abbiamo bisogno per compiere questa volontà di Dio. Ecco perché, nonostante queste pratiche non costituiscano l’essenza della santità, la negligenza verso questi doveri conduce inevitabilmente alla violazione più o meno grave degli obblighi fondamentali e alla rovina della vita spirituale.

4) Quando si ha peccato molto, non bisogna stupirsi di trovarsi privi di gusto spirituale o di atti di devozione nella preghiera. Occorre sperare e riscattare questa grazia perduta tramite una lunga fedeltà.

5) La più feconda tra le pratiche di pietà è l’unione della nostra vita e dei nostri sentimenti con quelli di Gesù Cristo: Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù (Fil 2,5); Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me; io sono la via (Gv 14,6). «Per Cristo, con Cristo e in Cristo a Dio Padre onnipotente ogni onore e gloria».

(Lettera di D. Columba Marmion a dom Grégoire Fournier)

 

21 novembre 1900   
Figlia mia in Gesù Cristo,
ho tardato a rispondere alla sua bella lettera. Sono stato molto contento di vedere che mi tratta già con tanta semplicità e franchezza: un’anima che si apre perfettamente con colui che il Signore le dona come guida non deve temere alcuna illusione. Per quel che riguarda la frequenza della comunione eucaristica, si attenga alle indicazioni che le ho dato; per simili questioni non si può essere guidati da più persone contemporaneamente e, poiché nostro Signore la spinge a mettersi nelle mie mani, per l’avvenire segua senza timore questa sola direzione. La regolarità e la fedeltà nell’alzarsi sono di un’importanza “capitale”: si tratta di donare i primi momenti della giornata a nostro Signore o al suo nemico, e l’intera giornata porta il riflesso di questa prima scelta.
Desidero, figlia mia, che lei si applichi con coerenza e attenzione a agire, in tutto quello che fa, “unicamente” per amore di Dio. Ogni azione fatta per puro amore è un atto di puro amore verso Dio e più un tale atto ci è costato, più l’amore è grande e meritorio. Infatti è sulla croce che nostro Signore ha mostrato il massimo dell’amore. «Quello che non costa niente non vale niente». Ma dove trovare questo amore puro? Noi non lo possediamo da noi stessi né in noi stessi. Lei lo troverà nel Sacro Cuore di Gesù, che è una fornace infinita d’amore e, visto che lei riceve così frequentemente il Sacro Cuore nella santa comunione, non ha che da mettere il suo cuore nel centro di questo Cuore divino, per amare del suo stesso amore. Oh si, figlia mia, il Sacro Cuore è un tesoro “infinito” d’amore divino e questo Cuore è nostro, dimora sempre in noi: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io “dimoro in lui” (Gv 6,56). Si unisca dunque molto spesso con questo Sacro Cuore e ami con lui e per mezzo di lui. Questo è un “grande segreto”. Ecco le parole del grande dottore della Chiesa, sant’Ambrogio: «La bocca di Gesù in croce è divenuta la nostra bocca e con essa noi parliamo al Padre per placare la sua collera. Il suo cuore trafitto è divenuto il nostro cuore e con esso noi amiamo il Padre». Sì, Gesù è venuto su questa terra “solo per questo”. Sono venuto – dice – per diffondere il fuoco (dell’amore) e come vorrei che fosse già acceso (Lc 12,49).
Ho conosciuto i suoi buoni genitori e penso che non ci saranno grandi difficoltà. Appena quanto basta perché la sua partenza sia una croce e una lotta. La mamma è già conquistata alla nostra causa e suo padre è un così brav’uomo che non dubito affatto del suo successo. Quindi, mia futura figlia Marie-Joseph, abbia grande coraggio, grande generosità e fiducia, e preghi spesso, preghi per il suo povero padre che le è molto devoto in Gesù Cristo.

(Lettera di D. Columba Marmion a Marie-Joseph van Aerden)

 

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