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La storia - Sommario

Una lettera per l'anima

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1 giugno 1901   
Reverendissimo e carissimo padre abate,
le auguro una santa e gioiosa festa, con tutto l’affetto di un cuore filiale che tanto ama il proprio padre. Prego per lei tutti i giorni, come ben sa, ma il giorno della sua festa chiederò in modo del tutto particolare a nostro Signore di impossessarsi interamente di lei, e di dirigere tutti i suoi passi secondo i disegni della sua sapienza e del suo amore.
Sono sicuro che la spiegazione da lei data di talune espressioni presenti nella lettera di fr. Jean è quella vera, ma siccome ho saputo da fr. Pie che fr. Jean gli aveva parlato più di una volta in questo senso, ho creduto bene di sottolineare la cosa.
Sono rimasto molto commosso, padre amatissimo, dalla cura che lei si prende per la mia anima. Nostro Signore continua, io credo, la sua opera in me. La mia vita interiore tende progressivamente verso una grande semplicità. Ho compreso che la perla di gran valore del Vangelo è Gesù Cristo il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione (1Cor 1,30). Io vedo che tutta la santità consiste nell’abbandonarsi senza calcoli a nostro Signore e nel lasciarsi poi guidare in ogni cosa dalla sua volontà manifestata nell’obbedienza e dalle sue ispirazioni.
Nella preghiera, nostro Signore mi invita a identificarmi con lui, rimanere in lui ed egli in me (cfr. Gv 15,4) e allora mi incita: 1) a rivolgermi al Padre in unione con lui; 2) per me stesso, ad “abbandonarmi” totalmente a lui; 3) a un amore per il prossimo come il suo. È soprattutto quest’ultimo punto che da qualche tempo mi attrae. Sento una “grande crescita” dell’amore per la Sposa di Cristo, la santa Chiesa. Ho come un sentimento abituale che il prossimo è Gesù Cristo, e mi sento spinto a una grande carità verso tutti. Vedo, in maniera molto chiara, che la pratica della vera carità abbraccia tutte le virtù e impone un’abnegazione continua. A prescindere da tutto questo, mi mortifico poco e le mie passioni, sebbene assai affievolite, mi danno spesso motivo di stare in guardia. Qui noi viviamo in grande pace e unità, e sono molto felice dello spirito che anima i nostri cari chierici.
Voglia benedirmi, Reverendissimo Padre, e credermi con grande rispetto e affetto suo devotissimo figlio in Gesù Cristo.

(Lettera di D. Columba Marmion a dom Hildebrand de Hemptinne)

13 novembre 1901   
Reverendissimo e carissimo padre abate,
mi permetta di presentarle le espressioni delle mie più sincere condoglianze per il trapasso della sua santa e compianta sorella. È stato veramente un colpo terribile per il suo povero fratello e per il suo caro padre, di cui ella è stata una vera figlia. Ho letto il resoconto del suo decesso e tutte le circostanze di questa morte dimostrano che quest’anima era sicuramente assai cara a nostro Signore e che noi possiamo sperare che abbia già ricevuto la ricompensa eterna. In questi giorni ho pregato molto per lei e per la sua cara famiglia.
Qui grazie al buon Dio tutto procede molto bene. Quei pochi chierici che erano stati causa di dispiaceri per sua paternità vanno già molto meglio. Fr. Robert ha ripreso il suo zelo e il suo amore per lo stato monastico, s’è aperto del tutto a me, e trovo in lui molte buone cose. Fr. Eucher ha un grande desiderio di far bene, s’è messo interamente nelle mie mani ed esegue molto fedelmente tutto quanto gli prescrivo. Gli manca quella certa finezza d’animo che bisognerebbe trovare in un monaco e ha una natura molto sensuale, ma è estremamente aperto e sincero e il suo affetto naturale per fr. S. è pressoché finito e non desta più preoccupazione. Gli altri procedono molto bene. Regna un grande spirito di unione e di carità, e lo zelo per lo studio deve essere piuttosto moderato che promosso. Attualmente gli studi sono ben organizzati. Dom Chrysostome è un “eccellente” professore di morale, sa interessare i suoi alunni e il suo metodo di insegnamento mi piace molto.
Ho appena terminato il mio ritiro al “Collegio del Santo Spirito”. Ho assai semplicemente predicato Gesù Cristo il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione (1Cor 1,30), spiegando la divinizzazione della creatura per mezzo di Gesù Cristo secondo i principi del nostro santo padre Benedetto. Nostro Signore ha benedetto le mie parole. Sono stato ascoltato con grande attenzione; parecchi di questi giovani preti ora si indirizzano a me, e io credo che nostro Signore compirà del bene nelle loro anime, perché hanno un gran desiderio di essere interamente di Dio.
C’è una cosa che turba la mia anima, e lei è il solo che può comprendermi. Noto che san Francesco di Sales e tutti i maestri di vita interiore insegnano che, nonostante la facilità che può aversi nell’intrattenersi con Dio, sarebbe una vera mancanza di riverenza il presentarsi davanti a lui per pregare senza aver precedentemente preparato la materia di questa orazione. Ora, io ho “un fondo” di pensieri tratti dalle Sacre Scritture, che mi vengono spontaneamente in mente quando prego, ma non faccio alcun’altra preparazione. Del resto, dato che molto spesso, non avendo altri momenti disponibili, sono obbligato a pregare dopo la celebrazione della santa Messa, preferisco utilizzare i pensieri e i moti del cuore che nostro Signore mi suggerisce. Va bene questo?
Il nostro reverendissimo Padre abate è a Laach e lo attendo per domani. Da tutto quello che sento, l’elezione di Laach è una grande grazia per la comunità.
Leggo sui giornali inglesi che le Benedettine inglesi, da tempo stabilitesi a Roma, sono all’origine di un terribile scandalo! Quanto nostro Signore la ha ben ispirata!
Baciando con grande umiltà il suo anello, mi dichiaro con profondo rispetto e grande affetto il suo povero figlio.

(Lettera di D. Columba Marmion a dom Hildebrand de Hemptinne)

5 marzo 1902
Mia carissima figlia in Gesù Cristo,
vedo una lettera in partenza per il suo monastero e, siccome ho riflettuto a lungo su un particolare che ho notato nella lettera di suor Mag., ritengo che la mia qualità di padre mi obblighi a darle dei chiarimenti. Riflettendo, e ricordando alcune cose dette a me dalla Priora, credo che costei abbia un po’ esagerato circa la passività che occorre mantenere sotto l’azione divina; di qui deriva un certo imbarazzo in alcune anime, per esempio suor Thérèse e suor Mag., e il contrasto tra la sua direzione e quella del Reverendissimo abate. Potrei sbagliarmi, ma le illustrerò brevemente la vera dottrina e, dato che lei mi comprende sempre perfettamente, vedrà se c’è qualcosa da correggere.
L’ideale consiste nel compimento perfetto della volontà sapientissima e santissima di Dio. Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra (Mt 6,10) è la sola richiesta – che ingloba tutte le altre – che nostro Signore ha inserito nel “Padre nostro” per la nostra perfezione. Ora, questa volontà in parte ci è “nota”, ma in parte ci rimane “ignota”.
La volontà divina ci è nota in quanto manifestata dai comandamenti, dai consigli rivelati da Gesù Cristo, dagli ordini dei superiori, dalle ispirazioni che sono approvate o che si accordano con l’obbedienza, e infine dagli eventi permessi dalla Provvidenza. Tale volontà, così nota o manifestata, è chiamata “voluntas signi”.
La volontà ignota consiste nei progetti che Dio ha per noi, ma che non ha ancora manifestato: “voluntas beneplaciti”.
Questa differenza nel modo con cui la volontà divina si rapporta con noi (manifesta o non manifesta), esige un diverso atteggiamento.
Relativamente alla “volontà manifestata” (voluntas signi) noi non dobbiamo “assolutamente” mantenerci passivi, ma, al contrario, dobbiamo aderirvi energicamente e con tutto l’impegno della nostra volontà. Altrimenti, a cosa servirebbero le esortazioni e le minacce di nostro Signore, degli apostoli, dei predicatori? Se noi non dovessimo esercitare la volontà, perché pungolarci con minacce, perché biasimarci se eventualmente manchiamo? In realtà, è verità di fede il fatto che noi dobbiamo cooperare attivamente con la grazia, persuasi che ogni valore soprannaturale dei nostri atti viene dalla grazia, quella grazia che “non ci manca mai”. In pratica, quale che sia il sistema che si segue circa l’efficacia della grazia, è perfettamente giusta la formula di Sant’Ignazio: «pregare come se tutto dipendesse da Dio, e agire come se tutto dipendesse da noi». Bisogna dunque inculcare nelle anime che esse non possono nulla senza Gesù Cristo, ma allo stesso tempo insegnar loro che con lui possono tutto. Senza di me non potete far nulla, (Gv 15,5) ma anche tutto posso in colui che mi dà la forza. (Fil 4,13). In una parola, bisogna insegnare a volere “energicamente” e “fortemente” tutto ciò che Dio chiede, ma appoggiandosi su Gesù Cristo. Occorre che sappiano che il non volere “è colpa loro”, perché hanno ricevuto da Dio la forza naturale per volere, e l’aiuto soprannaturale è sempre a disposizione, almeno di quelle anime che “conducono una vita di preghiera”.
Per quanto concerne la volontà non manifestata, il nostro atteggiamento si riassume nella dolce parola di “abbandono” tra le braccia della sapienza e dell’amore, cioè tra le braccia di Gesù Cristo. L’abbandono è senz’altro una buona cosa per entrambi i tipi di volontà, solo che nel caso della “voluntas signi”, dopo aver trovato le energie in questo abbandono, bisogna sforzarsi di agire con la grazia che proviene sempre da questo abbandono. Senza di che, si correrebbe un certo qual rischio di “quietismo”.
Suo devotissimo.

(Lettera di D. Columba Marmion alla badessa Cécile de Hemptinne)

 

1 aprile 1902
Mia cara figlia in Gesù Cristo,
ho appena ricevuto il piccolo biglietto di “buon compleanno” e le sue poche parole. Sabato le ho rispedito la lettera di suor… e un piccolo appunto in cui le spiego che il nostro venerato Padre abate mi ha informato del fatto che egli intende effettivamente esercitare il suo diritto di leggere la nostra corrispondenza. Mi dà l’impressione che lei non abbia ricevuto la mia lettera. Sarà felice di sapere che nostro Signore mi ha elargito una grandissima grazia, credo la maggiore di tutta la mia vita, perché, nonostante una terribile lotta interiore, mi ha dato la grazia non soltanto di sottomettermi senza “alcuna riserva” al Reverendissimo Padre, ma anche di mantenere tutta la mia fiducia e tutto il mio affetto verso di lui, e di farmi decidere di rimanere qui, se tale è la sua santa volontà, quando sarà il momento di scegliere (se trasferirmi definitivamente).
Durante la preghiera, ho capito che tutto consiste in questo: “accogliere Gesù Cristo” così come egli intende presentarsi a noi: come giardiniere, come pellegrino, con un indole simpatica o meno; non riceverlo però a metà, freddamente, bensì totalmente, lealmente, francamente; e più ci colpisce, più dobbiamo sottometterci. Non saprei esprimere la pace deliziosa di cui godo e la perfetta libertà del mio cuore. La sola cosa che mi pesa è che forse lei non è ancora pervenuta a questo stato d’animo. Io non le do spesso occasione di praticare l’obbedienza; ora le dico che io “desidero” che cerchi di conformarsi perfettamente e generosamente a questo modo di agire e di pensare. Non dobbiamo fare gli sdegnati, ma se qualcuno vuol prenderti la tunica, lasciagli anche il mantello (Mt 5,40). Cerchiamo di essere dei buoni e piccoli figli del Padre. È così che si piace a Gesù: che altro possiamo desiderare?

(Lettera di D. Columba Marmion alla badessa Cécile de Hemptinne)

 

15 giugno 1902
Mio caro amico,
la ringrazio molto sinceramente per la fiducia che mi testimonia consultandomi su una vicenda così importante come la vocazione della sua cara figlia. Dopo aver riflettuto a fondo e pregato nostro Signore di farmi conoscere la sua santa volontà, le dirò in tutta sincerità cosa penso davanti a Dio.
Non si potrebbe offrire a Dio sacrificio maggiore di quello di un figlio teneramente amato. È il motivo per cui Dio, volendo scegliere Abramo come capostipite di tutti i credenti, gli chiese il sacrificio dell’amato figlio Isacco e, poiché egli non esitò a restituire a Dio il figlio che da lui aveva ricevuto, Dio lo benedisse e lo colmò, insieme a tutta la sua discendenza, delle più grandi benedizioni del cielo. Capisco, mio caro amico, che per lei questo sacrificio non sarà mai meno duro. Henriette ha grandi qualità di mente e di cuore e i suoi genitori avrebbero il diritto di aspettarsi da lei, in cambio di tutti i sacrifici fatti per i loro figli, quella consolazione e quel sostegno che sarebbe così bene in grado di dar loro. Riconosco anche che, per la natura, questo sacrificio appaia troppo duro. Ma mi ricordo di aver scritto a un buon cristiano che non avrebbe dovuto rifiutare nulla al suo Dio, purché avesse la certezza che fosse proprio la sua santa volontà.
Ebbene, io sono convinto davanti a Dio che sua figlia ha una vera vocazione religiosa, che nostro Signore la chiama al Carmelo e che desidera che lei le accordi fin da ora il permesso. Nei casi ordinari, si esiterebbe a consentire l’entrata al Carmelo di una persona della sua età. Le stesse religiose mi hanno assicurato che non accettano mai persone così giovani senza aver acquisito la certezza della loro vocazione, e la mia opinione è che, prima di intraprendere una tale via, bisogna essersi ben assicurati che la giovinetta abbia pienamente capito la portata e tutta la gravità del suo atto. Ora, io sono convinto che sua figlia ha il carattere così formato e il giudizio così maturo, che non esiste la minima perplessità nell’ammetterla al Carmelo fin da ora e questa è l’opinione anche delle religiose stesse e del reverendo Padre Provinciale, che approva la sua ammissione immediata. Le dico quindi, mio caro amico, che sono sicuro che Gesù Cristo si attende da lei questo sacrificio e le assicuro che esso sarà la sua più dolce consolazione per tutta la vita e una sorgente di grande fiducia nell’ora della morte. Mi ricordo che il mio caro padre, dopo aver donato a Gesù Cristo due delle sue figlie come religiose, era esitante nell’accordare il permesso anche all’ultima e a lui più cara; infine, non sapendo rifiutare nulla a Gesù Cristo, lo accordò suo malgrado. Ora, poco tempo dopo, trovandosi sul punto di comparire davanti al giudice divino, dichiarò che in quel momento la sua grande consolazione era di aver donato a Gesù Cristo quanto di più caro aveva al mondo.
Le consiglio quindi, caro amico, di fare la santa Comunione e là, nell’intimità di questa unione sacramentale, offrire sua figlia a Gesù Cristo come sua sposa, domandandogli di riceverla dalla sue mani, ed io, in suo nome, le prometto la sua benedizione divina, per lei e per quelli che le sono cari.
Voglia gradire l’espressione della mia sincera devozione in Gesù Cristo.

(Lettera di D. Columba Marmion al signor van Aerden)

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