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La storia - Sommario

Una lettera per l'anima

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10 agosto 1902
Dio si presenta a noi nella persona del Verbo incarnato, e non c’è altro mezzo di giungere a lui se non per questa via: Io sono la via… nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Gv 14,6). Ma, nella nostra devozione a Gesù Cristo, non dobbiamo “fermarci” alla sua santa umanità: questa è il velo attraverso cui dobbiamo passare per penetrare nel Santo dei Santi, cioè nella divinità. Questa divinità è il Verbo, che è “uno” con il Padre e con lo Spirito Santo: Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10,30). Ne consegue che ogni omaggio rivolto al Verbo è al tempo stesso rivolto al Padre e allo Spirito Santo. Quindi quando ci si unisce al Verbo tramite la sua santa umanità, si rendono al Padre e allo Spirito Santo “tutti gli onori dovuti”. Ma poiché le Persone sono realmente distinte, è gradito a Dio che la nostra devozione non rifletta soltanto la sua unità, ma anche tale distinzione. In questo dobbiamo lasciarci guidare dall’ispirazione dello Spirito Santo, che distribuisce a ciascuno come vuole (1Cor 12,11), e anche in modo differente nelle varie stagioni della nostra vita. Siccome conosco bene la sua anima, glielo spiegherò in maniera più intima. Lei ha compreso che “tutto” si trova in Gesù, e lei si dona a lui, come credo, senza riserva alcuna; una volta donatasi, sta a lui di associarla alla sua vita intima come “meglio ritiene”. Egli è la sapienza infinita e la conduce verso il Padre in tutto quello che si sforza di fare con lui, che lei ne abbia o no coscienza. Perché, appartenendo egli interamente al Padre per la sua natura di Figlio, è a lui che il Padre rimette ogni cosa.
Per quel che mi concerne, da qualche tempo egli mi conduce ogni giorno di più verso il Padre suo, ma sempre con lui. Mi sembra che Gesù formi con me una cosa sola (perché tutti siano una cosa sola; come tu, Padre, sei in me e io in te; io e il Padre siamo una cosa sola) e che io entri con lui, per quanto annientato, nella medesima disposizione di figlio, compiendo i suoi stessi atti (o, meglio, è lui che li compie in me, o per mio mezzo) al cospetto del Padre. Egli mi conduce soprattutto a adorare con lui, e a consegnarmi a questa volontà infinitamente santa, che non considera se non la bontà infinita dell’essere divino come unico motivo di tutto quanto io compio. Ma questi atti – che più che atti sono sguardi – riguardano al tempo stesso il Verbo in cui e con cui sono compiuti. Egli mi conduce soprattutto a un completo abbandono alla volontà del Padre e a una sottomissione senza limiti all’obbedienza.
La santa umanità di Gesù è stata guidata dalla sapienza infinita (dal Verbo) in modo tale da adempiere perfettamente ogni volere del Padre: non passerà un solo iota o un solo trattino (Mt 5,18), faccio sempre le cose che gli sono gradite (Gv 8,29); ed io, “membro” di Cristo, mi sforzo di abbandonarmi senza riserva alla condotta suggerita da questa sapienza: Per diritti sentieri ella guidò il giusto (Sap 10,10). Talvolta è il Padre che mi spinge a abbandonarmi al Figlio: Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa (Gv 3,35); Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori (Gv 6,37). Talvolta è lo Spirito Santo a portarmi verso il Padre e il Figlio. Ma la mia vita è nascosta in Cristo, perché al di fuori di lui non si può nulla. Lei vede come non le nascondo niente, e avrà compreso: quindi si rassicuri. Si abbandoni per sempre al suo Sposo divino. Se egli vuole che lei riposi sul suo Cuore, dedita solo a lui, resti là: non destate l’amata (Ct 2,7). Se egli vorrà, le ispirerà altri affetti. Altrimenti, si prenderà lui carico di tutto per lei di fronte al Padre, a Maria, a tutti, perché è lui il suo tesoro “infinito” e questo è più che sufficiente, purché lei aderisca a lui con perfetta purezza di intenti.
Sempre suo devotissimo Padre in Gesù Cristo.

(Lettera di D. Columba Marmion a badessa Cécile de Hemptinne)

 

1903
La virtù che la condurrà a possedere tutte le altre, è lo “spirito di sottomissione”. Si mantenga nello spirito di sottomissione a Dio. Si unisca frequentemente ai sentimenti di obbedienza del Cuore di Gesù verso il Padre suo, soprattutto nella preghiera e nella santa Comunione. Si sottometta, non solo agli ordini di Dio e dei suoi superiori, ma a ogni suo volere, agli avvenimenti che permette, a quanto egli dispone per lei. Questa virtù della sottomissione la condurrà al vero abbandono e all’umiltà. Allora lei sarà umile perché l’umiltà nasce da un cuore sottomesso a Dio..

(Lettera di D. Columba Marmion a suor Marie-Cécile Smeets)

 

16 febbraio 1903
La Mia cara figlia,
la sua lettera mi ha procurato una grande gioia, perché vi vedo la prova che nostro Signore esaudisce le preghiere che gli offro per lei tutti i giorni, e che lei è davvero sulla strada che conduce a lui. Il suo desiderio di essere come il grande San Paolo, che dice vivo, però non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me (Gal 2,20), è esattamente quanto mi sarei augurato, perché ogni vera santità consiste nel vivere della vita di Gesù Cristo; ma affinché Gesù “solo” possa vivere in noi, la natura deve morire: e difficilmente la natura muore. Non sia quindi stupita se prova una grande ripugnanza e talvolta delle forti tentazioni: tutto questo è necessario – almeno lo è quasi sempre – per arrivare all’unione perfetta. Noi saremmo portati a dire: «Beato colui che non soffre di tentazioni», invece lo Spirito Santo dice esattamente il contrario: Beato l’uomo che sopporta la tentazione (Gc 1,12). La tentazione ci fa percepire la nostra debolezza, e questa conoscenza della nostra debolezza è la nostra vera forza. Nell’epistola della Messa dell’ultima domenica, San Paolo elenca tutte le cose meravigliose che ha fatto e sofferto per Gesù Cristo e termina dicendo: Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo (2Cor 12,9). Se noi potessimo soltanto capire questo mistero, che la nostra debolezza è la nostra forza! Come dei poveri mendicanti che si gloriano delle loro piaghe ripugnanti, e anziché nasconderle le esibiscono per attirare la compassione dei caritatevoli, così noi dobbiamo rallegrarci al pensiero che non possiamo fare nulla senza Gesù: glielo dica sovente e sia felice quando si presenta l’occasione di sperimentare la profondità della nostra miseria e della nostra debolezza. «Più tu ti confonderai nel sentimento della tua debolezza, più io mi abbasserò verso di te per avvolgerti con la potenza del mio amore» ha detto nostro Signore a Santa Margherita Maria Alacoque.
La povera piccola Ethel era del tutto cosciente quando sono giunto qui di ritorno da Maredret. Mi attendeva con impazienza. Ho ascoltato la sua confessione e l’ho preparata a morire. La sua agonia è iniziata alle 9 e mezza ed è durata fino alle 2, ed è stata terribile! Povera piccola cara, era così bella sul suo giaciglio di fiori. Sembrava che i genitori fossero molto commossi da quanto ho fatto per la loro figlia, e hanno deciso di mandare a Pasqua la loro seconda e ormai unica figlia in pensione nel medesimo convento. Preghi perché il Buon Dio mi aiuti a conquistare anche lei
.

(Lettera di D. Columba Marmion a suor Cæcilia Joyce)

 

9 aprile 1903
Mia carissima figlia in Gesù Cristo,

ho appena fatto la mia Comunione pasquale e, dopo essermi intrattenuto con nostro Signore, dirò qualche parola anche a lei. Buona e santa festa di Pasqua. Lo auguro dal profondo del cuore a lei e a tutte le sue care figlie. Dica a tutte che ho pregato molto per loro in questo giorno di grazia e che non dimentico mai di portarle con me al santo altare, affinché siano sempre più congiunte e unite al loro Sposo divino. Nel silenzio della preghiera vedo sempre più chiaramente, e specialmente in questo giorno, che il grande scopo che aveva nostro Signore donandosi a noi nella santa Eucaristia era di “incorporarci” a lui come corpo mistico, perché con lui e in lui potessimo portare a compimento la grande opera del Padre: la nostra santificazione e la salvezza del mondo (Ho compiuto l’opera che mi hai dato da fare: Gv 17,4). Mi sento sempre più attratto da nostro Signore ad abbandonarmi a lui senza riserve e senza progetti né desideri, salvo quello di compiere la sua volontà, così come mi viene progressivamente manifestata. Grazie a Dio, ho potuto osservare la quaresima senza ricorrere a dispense o eccezioni, e raramente sono stato così bene di salute, né così felice e colmo di pace.
Tuttavia non mi faccio illusioni, so che non è possibile essere intimamente congiunti con nostro Signore senza essere associati alle sue sofferenze: «Partecipare con la pazienza ai patimenti di Cristo» (Prologo alla Regola di san Benedetto, 50). In effetti in questi giorni ho affrontato una forte lotta interiore per il ritorno della mia croce. La realtà, come sempre, è stata meno difficile del previsto. È comunque sempre una croce nel senso che, nonostante il grande desiderio di procurare tutto il bene e tutto il piacere possibili, non si sa mai come fare per far bene: se sono buono, in seguito ne approfitteranno per mettermi i piedi in testa, se sono severo prendono un’attitudine da vittime e io stesso soffro molto di non essere nel più cordiale accordo con tutti, fiat!
Spero, carissima figlia mia, che lei sia stata molto saggia in questi giorni. Ho pregato molto per lei, perché nostro Signore mi dà sempre il desiderio della sua perfezione. Mi sembra che, per lei, la sintesi della perfezione consista nel culto di Gesù nella sua divinità e nella sua umanità: nella sua “divinità”, adorazione, annientamento, fiducia senza limiti nella sua potenza, bontà, fedeltà; nella sua “umanità”, trovare in lui tutto quello che il nostro cuore umano richiede di amore, d’affetto, di simpatia, perché egli è veramente uomo, il “Figlio dell’uomo”, così come è Dio. E, poiché la sua natura umana è realmente distinta dalla sua natura divina e rimane senza confusione nell’unità della Persona divina, anche il suo amore umano è veramente distinto – benché in perfetto accordo – dal suo amore divino, essendo l’espressione in forma umana del suo amore divino. La sua umanità è la porta attraverso cui noi entriamo nel santuario della sua divinità: Io sono la porta (Gv 10,9). È la traduzione in parole umane e intellegibili di quella Parola infinita e incomprensibile: Il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, è lui che lo rivelato (Gv 1,18). L’amore unifica tutto questo in un unico atto. La parola definitiva è dunque “amare Gesù Cristo”: Da questo dipendono tutta la legge e i profeti (Mt 22,40).
Lei mi chiederà, figlia mia, come i discepoli a san Giovanni: «Perché dirmi sempre le stesse cose?». Il fatto è che io non so altro e che questo racchiude tutto: Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso (1Cor 2,2). Ecco perché, pur amandola più che mai, non provo più il bisogno di scriverle molto. Sento che ho cooperato un poco con nostro Signore nel far entrare e nell’incidere nel suo cuore il grande principio che “Gesù è tutto” e vedo che ora il mio ruolo è di far germogliare questa semenza divina con le mie preghiere, e questo lo faccio più che mai e mi pare con maggior fervore e amore. Spero che avrò la felicità di vederla presto – mi dirà lei quando: converseremo di questo e d’altro. Grazie a Dio, sono in pace e in unità con tutti. Il Reverendissimo P. Abate ed io siamo come all’inizio. Io lo capisco meglio e so come comportarmi per evitare ogni occasione di attrito. Del resto è un uomo “santissimo”, che cerca in tutto solo Dio, secondo quel che vede. Aspetto con impazienza qualche sua parola. Mi auguro che il suo buon angelo l’avrà ispirata a mandarmi l’alleluia di Pasqua. Che Dio la benedica, figlia mia, e faccia di lei la santa che sogno nelle mie preghiere.
Suo “devotissimo” in Gesù Cristo

(Lettera di D. Columba Marmion alla badessa Cécile de Hemptinne)

 

9 giugno 1903
Mia cara figlia,

ho tardato molto a rispondere alla sua lettera così gentile. Sono molto impegnato, e so che lei mi perdonerà. Sono davvero felice di sapere che cercherà di seguire i consigli che le ho dato. La sua posizione non è facile: lei non è che una ragazza e le incombe il compito così penoso e così difficile di consolare e sostenere nel loro lutto i suoi cari genitori (un loro figlio era appena morto); è molto difficile per una persona così giovane come lei. Ma non è sola: lei sa che, quando siamo in stato di grazia, il buon Gesù abita “sempre” nel nostro cuore. Il suo principale desiderio è di essere “tutto” per noi.
Sembra un sogno troppo bello per essere vero che Gesù, così buono, così potente, così tenero, voglia essere nostro fratello, e tuttavia è egli stesso a dircelo: Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre (Mt 12,50). Sono le parole esatte di Gesù. Dunque, per avere la fortuna che Gesù sia per noi come un fratello, come l’amico più intimo, bisogna fare la volontà del Padre suo. Qual è allora questa volontà? Prima di tutto, evitare il peccato; e, se ci cadiamo per debolezza, domandarne subito perdono. Poi, compiere tutte le nostre azioni per lui: è “così” buono da gradire le nostre più piccole azioni fatte per lui. Per lei è facile. Ecco fatto il suo ordine del giorno. Lei conosce i suoi doveri, non le resta che santificarli consacrandoli a Dio. Il suo dovere principale è di consolare papà e mamma: sia sempre lieta, un piccolo angelo di pace nella casa, e Gesù la amerà tanto, perché riterrà come fatto a sé tutto ciò che lei farà per consolare i suoi cari genitori (cfr. Mt 25,40). Io prego per lei tutti i giorni e spero che lei preghi per me. Nostro Signore ama le preghiere dei piccoli.
Oggi, festa di san Colombano, ho detto la Messa al Carmelo. Poi ho visto la comunità e, tra le altre cose, abbiamo parlato della piccola Camilla. La sua cara sorella (entrata da poco tra le Carmelitane) sta molto bene e procede con fermezza sulla via della santità. La vecchia Thérèse è ancora più invecchiata dopo la sua partenza, e le vuole molto bene; è veramente un’anima santa questa vecchia donna e vorrei proprio capire il suo fiammingo, ma è impossibile. Capisco molto bene Marie. Saranno felici di rivederla quando tornerà questa estate.
Presenti i miei più sinceri omaggi ai suoi cari genitori e mi creda suo devotissimo padre in Gesù Cristo.

(Lettera di D. Columba Marmion a Camilla van Aerden)

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