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La storia - Sommario

Una lettera per l'anima

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20 gennaio 1904
Mia carissima figlia in Gesù Cristo,

c’è un limite a ogni cosa umana e pertanto anche al nostro austero silenzio. Abbiamo appena cantato la magnifica antifona di sant’Agnese (questo era il nome di battesimo di madre Cécile) e mi è tornata alla mente la vita della beata Niska di Malta, che qualche anno fa avevo letto con grande edificazione e delizia; allora ho fatto un esame di coscienza per vedere se la mia devozione verso la beata fosse diminuita. Ho constatato nella mia devozione un fenomeno analogo a quello che riscontro nel mio amore di Dio – di cui la mia devozione verso la beata non è che una forma particolare: la mia devozione sensibile è diminuita “di molto”, è praticamente svanita, ma in compenso è diventata più profonda, più spirituale, più santa. Sì, mia cara figlia, sono sempre totalmente suo in Gesù Cristo, ma la natura ha cessato del tutto di turbare la pace deliziosa della santa dilezione per lei di cui nostro Signore mi ha riempito il cuore. La depongo ogni giorno “innumerevoli volte” nel Sacro Cuore di Gesù, specialmente durante la santa Messa, e lo prego di farla tutta sua, di mostrarle le profondità della perfezione di lui e della nullità di lei, affinché niente si frapponga alla sua completa unione con lei, mia carissima figlia. Questa vita è così breve, e non ne abbiamo che una sola: a cosa serve se non per amare il nostro grande Dio e per prepararci un posto ben vicino a lui in cielo?
Nostro Signore mi tiene da qualche tempo molto più stretto a sé, e io vedo ancor più il nulla delle creature. Nella preghiera bisogna porsi di fronte a Dio nel più completo abbandono alla sua santa e amabilissima volontà, e poi lasciarlo agire. È strano: da quando mi abbandono maggiormente a Dio nella preghiera, ho provato una fortissima sensazione di unione con tutti i membri della Chiesa, e specialmente con “alcuni di loro”. Mi sembra di portare nel mio cuore tutta la Chiesa, soprattutto durante la Messa e l’Ufficio e in questo modo non sono più distratto come in passato. Mi sembra che l’Ufficio divino mi predisponga alla preghiera, e la preghiera all’Ufficio divino. Un altro fenomeno: da quando mi preoccupo di più dell’unione con Dio, nostro Signore mi manda delle anime che hanno bisogno di incoraggiamento e di direzione spirituale. Le Dame di Jupille (Canonichesse di sant’Agostino) senza dirmi niente hanno ottenuto dal Reverendissimo padre abate Primate e dal loro vescovo che io vada là di quando in quando per istruirle e confessarle. Ci sono stato la settimana scorsa per due giorni. Ne sono rimasto così consolato! Nonostante siano dedite all’insegnamento, la comunità è molto unita a Dio e molte anime sono privilegiate nella preghiera (che resti tra noi). Questo è dovuto in parte alla Superiora, che è una persona molto santa e intelligente, ma ubbidiente come una bambina; ho incontrato raramente una così grande docilità d’animo unita a un’intelligenza superiore e a una fortissima volontà. È molto sofferente e non vivrà ancora a lungo. Le Dame hanno scritto al nostro Reverendissimo padre abate di incaricarmi dei due ritiri di quest’anno a Jupille e a Lede, ma siccome devo predicare il ritiro alle Benedettine espulse da Douai, in Inghilterra, egli ha risposto che avrebbero dovuto scegliere l’uno o l’altro dei due ritiri, ma non entrambi. Lei vede, mia amatissima figlia, come nostro Signore mi adopera per la sua gloria.
Adempio a tutto ciò assai male, ma gli offro quanto faccio affinché egli lo riceva e lo renda gradito al Padre. La povera Carmelitana d’Uccle, di cui le avevo parlato, soffre atrocemente e da diverse settimane giace su un letto di dolore che strappa le lacrime a chi la vede. È un piccolo fiore come suor Teresa di Gesù, a lui consacrata dalla sua più tenera infanzia, che ama con l’innocenza di una bambina e che è “molto prediletta” dal suo Sposo. Glielo confido perché tutto quello che io amo le sta a cuore, non è vero, mia amatissima figlia? Adoro tanto le lettere che lei mi scrive, usando talvolta il cuore in luogo della testa.
Tutto suo nell’amore di Gesù.

(Lettera di D. Columba Marmion alla badessa Cécile de Hemptinne)

 

3 febbraio 1904
Mia cara figlia,

sono molto contento di vedere dalla sua lettera che lei si sforza di appartenere sempre più al nostro caro Signore. Poiché questo dipende assai più dalla grazia di Dio che dai nostri sforzi, dobbiamo fare del nostro meglio per porre tutto il nostro essere sotto l’influsso di questa grazia, e a tal fine dobbiamo cercare di dedicarci più a nostro Signore e ai suoi interessi che a noi stessi. È soprattutto nel corso dell’Ufficio divino che noi consacriamo tutto il nostro essere a Dio e alle anime ed io sono sempre più convinto che Dio dà le grazie più grandi a coloro che sono più generosi in quel momento.
Si dice di Gesù: Si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori (Is 53,4). Quando noi ci uniamo intimamente a lui durante l’Ufficio divino e nella santa Messa, nelle sue relazioni con il Padre suo, con i santi del cielo e con i fedeli sulla terra, realizziamo la sublime preghiera del suo Sacro Cuore: Prego, Padre, perché tutti siano una sola cosa, come tu sei in me e io in te… perché siano perfetti nell'unità (cfr. Gv 17,21.23). Divenendo, per così dire, una cosa sola con lui, prendiamo su di noi, insieme a lui, tutte le pene, i sospiri, le sofferenze della Santa Chiesa, e intercediamo a nome di tutti, pieni di fiducia nei suoi meriti infiniti. Se facciamo così abitualmente, usciamo da noi stessi, dimentichiamo le nostre piccole pene e affanni e pensiamo molto più a Dio e alle anime. In cambio Dio pensa a noi e ci colma della sua grazia: Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo (Lc 6,38).
Mia cara figlia, scrivo questo perché più osservo religiosi e religiose, più sono convinto che la causa principale di tutte le loro miserie è che la maggior parte di loro pensa troppo a sé, e troppo poco a Gesù e alle anime. Se potessero una buona volta uscire da loro stessi e consacrare tutta la loro vita a Gesù e alle anime, allora i loro cuori diventerebbero grandi come l’oceano ed essi volerebbero sul cammino della perfezione: Corro sulla via dei tuoi comandi, perché hai allargato il mio cuore (Sal 119,32).
È sorprendente con quale precisione, da qualche tempo, tutti i miei figli spirituali si presentino agli occhi della mia anima tutti uniti e al tempo stesso assolutamente distinti; questo capita specialmente quando recito l’Ufficio divino o celebro la santa Messa e, lungi dall’essere una distrazione, mi è di stimolo alla preghiera. Mi sembra di vederli tutti là uniti a me, ognuno che implora e prega secondo i bisogni della sua anima.
Chieda alla comunità di pregare per me, affinché io sia fedele alla grazia.

(Lettera di D. Columba Marmion a suor Cæcilia Joyce)

 

30 ottobre 1904
Caro Monsignore,

dopo la mia ultima lettera, ne ho ricevuta una da mia sorella, in cui parla della tua grande gentilezza verso mio nipote. Ne sono molto riconoscente verso sua Eccellenza e non dimenticherò mai quanto hai fatto per lui… Noi siamo di nuovo al lavoro. Al momento la grande questione è la natura dell’ispirazione biblica. È certo che la vecchia teoria di Franzelin, per quanto esatta in sé, resta lacunosa. Loisy e, a mio parere, anche Lagrange si spingono troppo lontano; ma la mia opinione è che l’intera questione merita d’essere riconsiderata. Quando la Bibbia ci dice che il sole si è fermato per Giosuè ecc. (Gs 10,12-14), noi riteniamo che l’autore ispirato non abbia fatto che utilizzare il linguaggio del suo tempo, “senza aver l’intenzione di insegnare l’astronomia”; e quando (come ce lo assicurano autori seri) i libri sacri raccontano degli eventi che sono storicamente inesatti, si può rispondere che, “senza avere l’intenzione di insegnare la storia”, riportano l’opinione corrente come mezzo per insegnare una verità religiosa e morale. Evidentemente si tratta di un “terreno estremamente scivoloso” e io non mi sono ancora fatto un’opinione definitiva. Uno dei migliori docenti di Sacra Scrittura, membro della Commissione Biblica e professore qui a Lovanio, prete santo e ingegno assai brillante, sta tenendo un corso in cui propone principi simili a quelli che ho appena espresso. Quando avrà esaurito la trattazione, mi procurerò una copia degli appunti di uno degli studenti e, se ti interessasse, te la manderò. Sono “molto conservatore” su queste tematiche, ma “ci sono” delle difficoltà nel testo sacro che è difficilissimo spiegare seguendo i vecchi principi, e sono alla ricerca di una “teoria che funzioni”.

È stato appena pubblicato un nuovo libro da parte di uno dei nostri Padri (dom Pierre Bastien); si tratta della nuova legislazione ecclesiastica per le Congregazioni religiose di voti semplici. È molto completo e ben fatto; però è scritto in francese, essendo destinato a essere non soltanto una guida per i vescovi, ma anche un manuale per i religiosi stessi.

Prego quotidianamente, come sempre, per sua Eccellenza e rimango, con profondo rispetto e affetto,

tuo devotissimo in Gesù Cristo.

(Lettera di D. Columba Marmion a mons. Patrick Vincent Dwyer)

 

30 dicembre 1904
Impieghi “tutto” questo anno per predisporsi al grande evento della sua ordinazione sacerdotale. Non si stupisca se lo Spirito Santo permetterà che durante questo anno lei senta ancor più il peso delle sue miserie e della sua debolezza. Egli vuole che lei si avvicini all’altare con la piena convinzione che: «Senza la tua forza, nulla…» (dalla Sequenza di Pentecoste).
Benché in questo momento non possa scriverle così lungamente come desidererei, prego con tutto il cuore perché il giorno della sua ordinazione sacerdotale lei possa donarsi senza riserve a nostro Signore. Quel giorno, lei diverrà un alter Christus e Cristo sull’altare viene immolato alla gloria del Padre e dato in cibo alle sue creature. Quello è il nostro modello: Viventi per Dio in Cristo Gesù (Rm 6,11); consacrati alle anime con lui.
Faccio affidamento sulle sue preghiere, come lei può farlo sempre sulle mie.

(Lettera di D. Columba Marmion a un seminarista)

 

27 dicembre 1904
Mio caro figlio,
la sua bella lettera mi ha molto consolato e ringrazio dal profondo del cuore nostro Signore di essersi servito di me per farle conoscere la sua santa volontà e per incoraggiarla nelle difficoltà in cui ogni vera vocazione deve imbattersi. Sento sempre più quanto io sia un servo inutile (Lc 17,10) nelle mani di nostro Signore, che tuttavia vuole adoperarmi per il suo servizio; la sua promessa di ricordarsi di me al santo altare è una “grandissima consolazione”. Da parte mia, non la dimenticherò mai, fino a quando saremo uniti per sempre nel bel paradiso del Padre celeste.
Entri nella vita religiosa “senza progetti”, senza piani, tranne il progetto di appartenere “tutto intero” a nostro Signore e di essere il più piccolo, il più sottomesso dei religiosi verso coloro che Dio sceglie per rappresentarlo. Sarà un buon religioso in proporzione del grado della sua sottomissione e della sua obbedienza. Non dimentichi mai che entrando in religione, e soprattutto nel giorno della sua professione, viene steso un contratto implicito tra Dio e lei: Dio si impegna a condurla all’amore perfetto per lui tramite coloro che lo rappresentano ed è abbastanza saggio e abbastanza potente per adempiere da parte sua al contratto, quali che siano coloro che lo rappresentano. Da parte sua, lei si obbliga a una sola cosa: di lasciarsi guidare dai suoi superiori. Talvolta, per mettere alla prova la sua fede e la sua fedeltà, permetterà che i suoi superiori le ordinino quello che potrebbe sembrare contrario alla sua santificazione (per esempio rifiutandole il permesso di fare delle mortificazioni), ma se ha la fede, tutto concorre al bene… (Rm 8,28).
Lei mi chiede se desidero un qualche ricordo. Il suo ricordo al santo altare è per me quanto c’è di più prezioso. Tuttavia un desiderio lo avrei: sto raccogliendo delle sottoscrizioni per acquistare un reliquiario per la bella reliquia di Sant’Alberto di Lovanio – che è nato qui sul Mont-César – appena arrivata tra magnifiche cerimonie. Se volesse permettermi di aggiungere, per una piccola somma, il suo nome nella lista delle sottoscrizioni, mi farebbe un grande piacere.
Pregherò in modo speciale in questi giorni che precedono il suo ingresso, perché so che il diavolo farà tutto il possibile per impedirle di realizzare la sua vocazione o, se non riuscisse in questo, cercherà di dissipare la sua anima così che non sia troppo ben disposta al momento di entrare in noviziato, cosa che è invece della massima importanza.
Sempre suo nel Cuore di Gesù.

(Lettera di D. Columba Marmion a P. François de Sales van Hove)

 

19 gennaio 1905
Mia cara figlia,
lei non ha idea di come il mio tempo sia mangiato. Dico “mangiato” perché tutte le mattine mi metto sulla patena con l’ostia che sta per diventare Gesù Cristo e, come egli è là per essere mangiato da ogni genere di persone («lo mangiano i buoni, lo mangiano i cattivi, ma con un ben diverso esito»: dalla sequenza del Corpus Domini), così anch’io sono mangiato per tutta la giornata da ogni genere di persone. Possa il nostro caro Salvatore essere glorificato dalla mia distruzione, come lo è dalla sua propria immolazione.
Attualmente sto leggendo un bellissimo libro. È una delle opere di Blosius tradotte in inglese: Un libro di istruzione spirituale. È la vera ascesa benedettina, semplice ma profonda. Dice che un’anima consacrata a Dio senza riserve e che gli dà “carta bianca” per operare in lei e tramite lei tutto quello che vuole, fa più per la sua gloria e per la salvezza delle anime in qualche ora che delle altre con l’attività di una lunga vita. E questo è vero. La via benedettina è la realizzazione della perfezione cristiana nel suo “insieme” e di conseguenza è l’espressione più perfetta della vita e della santità di Gesù Cristo, perché il cristiano è un alter Christus.
Ora, l’intera vita di Cristo può essere riassunta in queste parole: Devo occuparmi delle cose del Padre mio (Lc 2,49) e faccio sempre le cose che gli sono gradite (Gv 8,29). Queste cose che piacciono al Padre sono: L’Ufficio divino, che deve avere la precedenza su ogni altra occupazione poiché Gesù è innanzitutto il perfetto adoratore del Padre, essendo ricolmo di Spirito Santo ed essendo la stessa verità: Devono adorarlo in spirito e verità (Gv 4,24). La preghiera e la contemplazione non sono per il benedettino che la condizione indispensabile e il prolungamento dell’Opus Dei (cioè l’Ufficio divino). Ecco perché un benedettino deve essere prima di tutto «sollecito per l’Opus Dei» (Regola di san Benedetto 58,7).
Gesù non è venuto sulla terra per fare la sua volontà, ma quella del Padre, così da rendere la sua vita una continua obbedienza. Ecco perché il principio di tutta l’azione di un benedettino è l’obbedienza. Egli deve amare l’obbedienza: «Desiderano essere sottoposti a un abate» (Regola di san Benedetto 5,12). Deve essere “sollecito” in ciò: alla ricerca delle occasioni “per obbedire”.
E infine «sollecito alle contrarietà» (Regola di san Benedetto 58,7)! Egli deve altresì essere disposto a ricevere umiliazioni; questo è un “dono” di Gesù a coloro che si sforzano di seguirlo da vicino: supera la natura ed è un frutto della sola grazia. Non dobbiamo quindi stupirci se non troviamo ancora questa attitudine nel nostro cuore, ma bisogna disporsi a riceverla. Talvolta nostro Signore ci toglie la grazia sensibile e ci abbandona alla nostra debolezza naturale, come ha fatto alla sua santa umanità nell’Orto degli Ulivi. Allora noi percepiamo tutta la nostra miseria, la nostra pigrizia, il nostro egoismo; ma è solo per farci comprendere quanto dipendiamo da lui in ogni cosa.
A quanti una volta gli chiesero chi egli fosse, Gesù rispose: Io sono il Principio che vi parlo (Gv 8,25). “Principio” significa sorgente prima, fontana. Egli è essenzialmente il principio di ogni bene: «Quando qualcuno vede qualcosa di bene in sé, lo attribuisca a Dio e non a se stesso» (Regola di san Benedetto 4,42). Ora, siccome egli è la verità, desidera che noi siamo convinti (e ne diamo testimonianza) che ogni nostro bene viene da lui solo.
Ora, la ferita più profonda che la nostra anima ha subito a causa del peccato è l’amor proprio, con cui di fatto attribuiamo regolarmente a noi stessi il bene che è in noi; per guarirci da questa piaga, egli permette sovente che noi proviamo quel che siamo senza lui, cioè “niente”: «Senza la tua forza, nulla…» (dalla sequenza di Pentecoste).

(Lettera di D. Columba Marmion a suor Cæcilia Joyce)

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