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La storia - Sommario

Una lettera per l'anima

 

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È vera e sincera carità, da ritenere proveniente in pieno «da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede non falsamente ostentata», (1Tm 1,5) quella che ci fa amare il bene del prossimo come il nostro. Infatti chi ama di più o addirittura soltanto il proprio bene, non ama il bene limpidamente, perché lo ama per la propria utilità, non per la sua natura.

Vi è chi celebra il Signore perché è potente, vi è chi lo celebra perché è buono con lui, e infine chi lo celebra semplicemente perché egli è buono. Il primo è un servo e teme per sé; il secondo è un mercenario e brama per sé; il terzo è un figlio e si affida al Padre. Quindi sia chi teme, sia chi brama, agisce per sé, l'uno e l'altro; solo la carità, che risiede nel figlio, «non cerca ciò che è suo» (1Cor 13,5).

Per questo credo che della carità sia stato detto: «Legge immacolata del Signore che converte le anime» (Sal 19/18,8, secondo la Vulgata), perché è la sola che può allontanare l'anima dall'amore di sé e del mondo e dirigerla verso Dio. La carità è quindi chiamata legge di Dio, sia perché egli vive in essa, sia perché nessuno può possederla se non per dono di lui. Anche Dio vive in questa legge; infatti nella somma e beata Trinità che cosa conserva quella somma e ineffabile unità, se non la carità?


Essa poi è la sostanza stessa divina; Giovanni infatti dice: «Dio è carità» (1Gv 4,8.16). La carità dunque, è giustamente chiamata sia Dio, sia dono di Dio. Infatti la Carità dà la carità, la sostanza di essa ne offre la manifestazione accidentale.

Questa carità è la legge eterna, creatrice e governatrice dell'universo, dato che in peso e misura e numero tutte le cose sono state create per mezzo suo e nulla è lasciato senza legge.

Del resto il servo e il mercenario non hanno una legge che viene dal Signore, ma quella che essi stessi si son fatta, l'uno non amando Dio, l'altro amando di più cose diverse. Hanno, dico, una legge che non è del Signore, ma è la loro, che però è soggetta a quella del Signore.

Infatti ciascuno s'è potuto fare una propria legge, ma non è riuscito a sottrarla all'ordine immutabile della legge eterna che fa sì che chi non vuole esser dolcemente governato da Dio, è governato duramente da se stesso; chi scrolla da sé di propria volontà il giogo soave e il peso leggero della carità, soffre con pena il peso insopportabile della propria volontà.

Signore, Dio mio, «perché non elimini il mio peccato e non rimuovi la mia malvagità» (Gb 7,21), sì che, scrollatomi di dosso il pesante fardello della mia personale volontà, io respiri sotto il peso leggero della carità e non sia legato dal timore del servo e non sia allettato dalla bramosia del mercenario; ma sia spinto dal tuo Spirito, dallo Spirito di libertà da cui son spinti i figli tuoi, sì che io possa esser uno di quei figli, e mi riconosca nella tua stessa legge, e come tu sei, così anch'io sia in questo mondo?

Quelli che fanno come dice l'Apostolo: «Non abbiate obblighi per nessuno, salvo quello di amarvi a vicenda» (Rm 13,8), costoro sono indubbiamente in questo mondo nella stessa maniera di come è Dio, e non sono servi o mercenari, ma figli
.

(San Bernardo di Chiaravalle ai monaci della Certosa e al priore Guigone, 1116)

 

Vi è chi celebra il Signore perché è potente, vi è chi lo celebra perché è buono con lui, e infine chi lo celebra semplicemente perché egli è buono. Il primo è un servo e teme per sé; il secondo è un mercenario e brama per sé; il terzo è un figlio e si affida al Padre. Quindi sia chi teme, sia chi brama, agisce per sé, l'uno e l'altro; solo la carità, che risiede nel figlio, «non cerca ciò che è suo» (1Cor 13,5).


Buona legge e soave è dunque la carità , che non solo è sopportata leggermente e dolcemente, ma rende sopportabili e leggere anche le leggi dei servi e dei mercenari, che d'altronde non distrugge, ma fa in modo che si completino.


Infatti la carità non sarà mai senza timore, ma un timore santo; mai senza bramosia, ma ben regolata. La carità pervade la legge del servo, quando infonde la devozione; pervade anche quella del mercenario, quando regola la bramosia.


Perciò la devozione fusa col timore non lo annulla, ma lo santifica. E' tolta soltanto la paura del castigo, senza la quale il rispetto della legge non poteva sussistere finché era solo di tipo servile; il timore rimane nei secoli dei secoli, ma devoto e filiale.


E così la bramosia è regolata a dovere dalla sopraggiungente carità, in quanto il male viene eliminato in assoluto, e al bene è preferito il meglio, anzi il bene non è desiderato se non in vista del meglio.


Quando per grazia di Dio questa concezione sarà pienamente assimilata, sarà amato il corpo e ogni bene del corpo, ma solo in vista dell'anima, l'anima in vista di Dio, Dio infine per se stesso.

(San Bernardo di Chiaravalle ai monaci della Certosa e al priore Guigone, 1116)

 

Da principio l'uomo ama se stesso per se stesso. Infatti è carne e non è capace di intendere nulla all'infuori di sé. Quando vede che con le sue sole forze non può sussistere, comincia per mezzo della fede a ricercare e amare Dio, in quanto a lui necessario. Quindi in un secondo momento ama Dio, ma in vista di sé, non in vista di lui.

 

Ma quando ha cominciato, sotto la spinta della propria necessità, a coltivarlo e a frequentarlo pensando, leggendo, pregando, obbedendo, ecco che, in seguito a così fatta familiarità, Dio a poco a poco e grado a grado gli si rivela e per naturale conseguenza gli comunica la sua dolcezza; allora, dopo aver gustato quanto è dolce Dio, l'uomo passa al terzo grado, cioè ama Dio non in vista di sé, ma in vista di lui.

 

Per lo più si rimane in questo grado, e non so se da parte di qualche uomo si assimili pienamente durante la vita il quarto grado, cioè che l'uomo ami se stesso solo in vista di Dio. Se qualcuno lo ha sperimentato ce lo dica; a me, lo confesso, ciò sembra impossibile.

 

Accadrà indubbiamente quando il servo buono e fedele sarà introdotto nella beatitudine del suo Signore e inebriato dalla fertile sovrabbondanza della casa di Dio. Allora come ebbro, dimentico di sé in maniera stupefacente e quasi distaccandosi in tutto da sé, sprofonderà tutto in Dio, e poi aderendogli sarà un solo spirito con lui..

(San Bernardo di Chiaravalle ai monaci della Certosa e al priore Guigone, 1116)

 

Con quanto affetto io mi associo al tuo dolore, lo sa Colui che sopportò nel suo corpo i dolori di noi tutti. Io, se sapessi, provvederei volentieri a te, e se potessi, ti soccorrerei nella medesima misura e con altrettanta efficacia di quanto vorrei che Colui, che sa e può tutto, provvedesse a me e mi soccorresse in tutte le necessità.

 

Alla fine ho fatto l'unica cosa che ho potuto, cioè, come sai, ho mandato da poco una lettera che parla di lui all'abate che lo ha ricevuto. E ora su questo che cosa ti posso fare di più, padre?

 

Per quanto poi riguarda te, hai imparato perfettamente insieme a me che gli uomini migliori si esaltano non solo nella speranza ma anche nelle tribolazioni, dato che la Scrittura li consola e parla così: «La fornace mette alla prova le coppe del vasaio, e la tentazione mette alla prova gli uomini giusti» (Sir 27,5), e: «Il Signore è vicino a quelli che hanno il cuore in angustia» (Sal 34/33,19), e: «Bisogna che noi entriamo nel Regno dei Cieli attraverso molte tribolazioni» (At 14,21), e: «Tutti quelli che vogliono vivere devotamente in Cristo soffrono persecuzione» (2Tm 3,12).

 

Eppure non senza ragione mi immedesimo con le sofferenze di questi amici miei che vedo posti in ansietà; per loro infatti, finché non conosco la conclusione del loro travaglio, temo una caduta, perché, come per i santi e gli eletti «la tribolazione genera pazienza, la pazienza genera accettazione, l'accettazione genera speranza, e la speranza non confonde» (Rm 5,3-5), così per gli altri, quelli che non si volgono a Dio, la tribolazione genera all'opposto paura, la paura genera angoscia, l'angoscia genera disperazione, e questa li perde.

 

Voglia il Cielo che un così orrendo «rovescio d'acque non sommerga» (Sal 69/68,16) te, che insomma l'umile saggezza tua si impegni subito a non farsi vincere dal male, ma a vincere invece il male abbracciando il bene. Vincerai comunque, se fisserai incrollabilmente la tua speranza in Dio e aspetterai pazientemente la conclusione della vicenda.

 

Se Drogone si ravvederà, bene; se no è bene che tu ti umili inchinandoti alla potente mano di Dio e rinunci a resistere alla disposizione celeste; perché se la vicenda deriva dalla volontà di Dio, certo non potrà essere soppressa.

 

Piuttosto devi sforzarti di reprimere gli impeti del tuo pur giusto sdegno, seguendo a mo' d'esempio ciò che disse uno dei santi. Costui, quando alcuni fratelli riprendendolo lo incitavano a reclamare nei confronti di uno dei suoi, che si era allontanato e, svalutandolo, aveva scelto un'altra comunità, rispose: «Non importa. Ovunque si trova, se si conserva pio, è dei miei».

(San Bernardo di Chiaravalle all'abate di San Nicasio di Reims, 1124)

 

 

Bernardo, noto come abate di Clairvaux, invia salute e preghiere.

 

Così vi prego, così fate, carissimi. Infatti il discepolo che progredisce costituisce la lode e la gioia del suo maestro. Chi non progredisce alla scuola di Cristo è indegno del suo magistero, specialmente perché ci troviamo in un mondo in cui nulla rimane nel medesimo stato; e non progredire è senza dubbio cadere in difetto.
Nessuno dica: «Basta, voglio rimanere così, mi basta essere come ieri e come l'altro ieri».

 

Chi è di questa pasta rimane per strada; resta fermo sulla scala, sulla quale il Patriarca non vide nessuno se non chi saliva e chi scendeva. Io dico perciò: «Chi vuol star fermo, badi a non cadere» (1Cor 10,12).

 

La via è ardua e stretta (Mt 7,14) e non qui, ma «nella casa del Padre ci sono molte dimore» (Gv 14,2).

 

Pertanto «chi dice di esser rimasto in Cristo, deve camminare come Egli ha camminato» (1Gv 2,6).

 

Infatti, come dice l'evangelista: Gesù cresceva e «progrediva in saggezza, età e grazia presso Dio e presso gli uomini» (Lc 2,52). Egli non si fermò, ma «balzò come gigante nel percorrere la strada» (Sal 19/18,6); dunque anche noi, se non perdiamo il buon senso, corriamo dietro a Lui e lasciamoci attirare dal suo profumo. Altrimenti, se ci capiterà di dilungarci, l'anima impigrita troverà la via più faticosa e più pericolosa, perché non potrà esser ristorata dal profumo di Lui, né potrà riconoscere le orme sicure di Lui che si va allontanando sempre più.

 

Avete fatto bene, carissimi, a distaccarvi sempre più dalle imprese terrene, per abbracciare una religiosità pura ed immacolata. Specialmente noi monaci, la cui vita, lo vogliamo o non lo vogliamo, trascorre nella fatica, certamente saremmo i più disgraziati di tutti gli uomini se per ragioni futili, per consolazioni che svaniscono in un istante, insomma per valori di minor conto, lasciassimo cadere quelli maggiori.

 

Su dunque, carissimi, in ciò che avete cominciato siate solleciti a perseverare e a dare voi stessi con abbondanza sempre maggiore.

(San Bernardo di Chiaravalle ai monaci della chiesa di Saint-Bertin, 1139)


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