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La storia - Sommario

Una lettera per l'anima

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Egli riposò in questo sabato come se si trattasse di un santuario


La storia della creazione si conclude così: “Allora Dio nel settimo giorno, portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni sua opera” (Gen 2,2). E in tutto l'Antico Testamento si ripete spesso il comandamento: “Praticate fedelmente il sabato e chiunque in quel giorno non osserverà il sabato, sarà eliminato dal suo popolo” (cfr. Es 20.8).
Il sabato quindi è considerato il giorno del riposo.

 

E allora che cosa si deve intendere per sabato, se non Cristo?
È in questo “sabato” infatti che riposiamo, quando riponiamo solo in Cristo la nostra speranza, quando lui solo amiamo con tutto il cuore, accantonando la bramosia delle cose temporali.
Pace e riposo, due realtà che si trovano opportunamente insieme in Colui che è pace piena. Come dice l'Apostolo: “Egli infatti è la nostra pace, Colui che ha fatto di due una cosa sola” (Ef 2,14).
Quindi giustamente in questo sabato il Creatore soavemente si riposò, perché in Gesù Cristo, purissimo mediatore tra Dio e gli uomini, il Padre onnipotente non trovò assolutamente nulla da cui avrebbe potuto essere offeso.
Egli, comandando che anche noi facessimo altrettanto, riposò in questo sabato, come se si trattasse di un santuario.
Insomma chi è il “sabato”, è anche il “santuario”; Colui nel quale abita corporalmente tutta la pienezza della divinità; e parlando di lui l'Apostolo dice: “Dio era nel Cristo, mentre riconciliava a sé il mondo ” (2Cor 5,19).
Ma è anche l'anima che presta culto a Dio secondo la sua legge, le sue cerimonie e adempie ciò che Egli vuole con tutto l'impegno, trascurando i propri gusti.
L'anima, che non considera la vastità dei suoi possedimenti, le dimostrazioni di eleganza e potere, il possesso di ricchezza e gioielli, ma ha cura che la propria coscienza interiore sia semplice, pura e sincera, ebbene quest'anima è certamente paradiso. E' quel giardino delizioso in cui abita Dio; essa che, mentre gode della contemplazione del suo Creatore, viene riportata a quella dignità in cui era stato creato il primo uomo.
È dunque necessario che noi, che cerchiamo di possedere con Dio la beatitudine del paradiso, offriamo a Lui quaggiù, la nostra stessa persona come sua abitazione, sì che abitando Egli in noi e noi in Lui, ci sforziamo di celebrare il sabato – giorno non d'ignobile pigrizia, ma di laboriosa quiete – tanto da meritare di passare da questo giorno a quel giorno del Signore che non avrà mai fine.

 

 

(Lettera di san Pier Damiana a Ildebrando di Soana, 1057)

 

 

 

Moderazione nel conversare


È bene conservare la quiete interiore col silenzio e la moderazione, digiunando da tutti gli eccessi.
Prendiamo ad esempio le conversazioni con gli altri.
Va bene parlare quando serve, ma per un tempo limitato. E' giusto comunicare ciò che è strettamente necessario, ma non andar oltre.
Il confabulare senza regola è motivo di rovina delle anime. Infatti la nostra naturale debolezza fa sì che dopo le prime comunicazioni necessarie, una volta sciolto il freno alla lingua, si finisca per scivolare subito nel gusto di un sodalizio fondato sulla frenesia di chiacchiere oziose. Ne deriva che ci lasciamo prendere da questioni devianti con una reciproca sollecitazione che ci fa perdere la lucidità del giudizio. Ci ritroviamo a diffondere pettegolezzi e notizie fasulle, che arricchiamo con la nostra fantasia e la nostra emotività del momento, senza curarci di quale sia la verità. Sparliamo di altri al punto da arrivare a mordere con livore coloro che – secondo la carità di Cristo – dovremmo invece amare con sincerità e purezza.
Quante volte, poi, si comincia a conversare e a poco a poco subentrano certe equivoche allusioni che servono solo a snervare in modo spudorato ogni rigore dell'anima e a piegarla verso il riso smodato e gli scherzi volgari, che hanno come risultato di lasciarci vuoti dentro e di dissipare la mente che rimane confusa; si ottunde così l'acume dello spirito e viene meno la luce dell'amore divino.
Insomma la lingua deve esser frenata, perché, se non è tenuta a disciplina, svuota l'anima del vigore della grazia divina e la snerva. Ed avviene così che coloro, che si erano trovati insieme per un reciproco sostegno nel cammino verso il bene, invece di uscirne sollevati ed edificati, dopo essersi contagiati con la lingua, si separano ciascuno più sporco, greve e arido, di prima.

 

 

(da varie lettere di san Pier Damiani)

 

 

 

 

Getta in Dio tutti i turbamenti dei tuoi pensieri


Chiunque tu sia, o figlio, sforzati, con cura più che vigile, di difendere la tua mente dall'assalto di ogni genere di suggestioni importune, e come subito getti nel fuoco gli scarti e le immondizie che cadono a terra quando fai un lavoro manuale, così getta in Dio tutti i turbamenti dei tuoi pensieri.
Dato che Dio è un fuoco che divora, affida a Lui tutto ciò che di superfluo e velenoso c'è nel tuo cuore, ricordando quel detto dell'Apostolo: “...gettando in lui ogni vostra inquietudine, perché egli si prende cura di voi” (Sal 54,23; 1Pt 5,7).
In questa vigorosa battaglia ti potrai trovare in una di queste due situazioni: o dovrai resistere, sempre vigile contro le suggestioni, per non farle entrare; o, se riusciranno ad entrare, ti dovrai sforzare di mandarle via.
Ma è più facile rompere gli assalti dei nemici nel cortile antistante la porta, che doverli cacciar fuori di casa dopo che li si è fatti entrare. È più sicuro allontanarli stando davanti alla porta, che non spingerli all'indietro, una volta che si sono intromessi in casa.
Considera la tentazione al modo di un serpente: se lo si caccia subito via dalla soglia della porta, tutto resta pulito e intatto, niente si corrompe, niente si contamina di quanto c'è in casa; ma se lo si fa entrare, quand'anche dopo, benché con molta fatica, lo si costringa ad uscire, qualcosa del suo veleno o delle sue squame, per poco che sia, necessariamente rimane.
Sii sempre all'erta, dunque! Di modo che, armato e pronto alla battaglia, tu possa affrontare la tentazione sul suo stesso nascere, e infrangere anche i più piccoli, di quei guizzi di pensiero, contro la pietra che è Cristo.

 

 

(lettera di san Pier Damiani a Stefano; 1057)

 

 

 

 

 

Distingui i pensieri e poni sempre tutto sotto la condizione che piaccia a Dio


Quando progetti o intraprendi qualcosa, non fissare con assoluta certezza quello che vuoi, ma piuttosto poni sempre tutto sotto la condizione che piaccia a Dio, e conforma sempre la tua volontà alla sua.
Studiati pertanto di operare all'esterno in modo che non venga mai meno dalla tua mente il pensiero di ciò che Dio dispone nel suo volere imperscrutabile, cosicché, qualora il tuo sforzo si infranga di fronte a una qualsiasi difficoltà, subito la tua mente si rimetta al giudizio della Provvidenza divina.
Tra il fluttuare dei tuoi tempestosi pensieri, fa’ della tua mente una rete che trattenga, come se fossero pesci, le ispirazioni salutari, e invece lascia sgusciare via, come rettili repellenti, tutti i pensieri fasulli.
Distingui quindi i pensieri e bada attentamente non solo di che natura siano quelli che ti vengono, ma anche da dove essi vengano.
Succede, per esempio, che si riaffaccino alla mente ricordi, suggestioni, sentimenti, pensieri, o anche nostre colpe, che ci hanno malamente turbato in passato. Ora questo stesso fatto può aver due radici diverse e di conseguenza due esiti diversi. Se la fonte di un tal riaffiorare è maligna, allora finisci per arrotolarti e crogiolarti di nuovo in quei turbamenti e perdi la pace del Signore. Se invece è lo Spirito divino a riportare a galla certe cose, allora è per suscitare in te il pentimento e un più convinto rivolgerti a Dio.
Dunque attento a quel che dico, perché, come in questo caso, può succedere che una stessa cosa tenda a due scopi diversi e la nostra mente, sprovveduta, per lo più non capisce che cosa sta avvenendo.
Ci sono volte poi, in cui lo Spirito buono introduce nella nostra mente un pensiero buono, per esempio di fare un'opera di bene, ma subito si affaccia l'inganno di un pensiero che ci vuol convincere o che ci sia un fondamento di male in quella cosa che ci apprestavamo a fare, e dunque ce ne fa ritrarre; o che il farla sia merito del nostro valore e allora ce ne riempiamo di cieco e infondato orgoglio, rendendo, così, arida la nostra azione e rimanendo dimentichi di Dio e privati della sua pace.

 

 

(lettera di san Pier Damiani a Stefano; 1057)

 

 

 

 

Contro l'infelicità di passioni e smanie


La rabbia ti mette sottosopra?
Rivolgi subito gli occhi alla tomba; quando la mente, accorta, vedrà dove vanno a finire gli umani furori, subito cadrà ogni mordacità.
Lo spirito di superbia ti gonfia rendendoti antipatico e solo?
Ti torni alla mente il sepolcro. A quel punto automaticamente, quando avrai considerato che nella tomba non saremo altro che cenere e polvere, subito reprimerai tutto il tuo impettito gonfiore.
Le fiamme dell'invidia ti divorano?
Guarda al sepolcro e impara come inutilmente invidiamo i beni altrui, quando così presto partiremo da questo mondo.
La golosità ti stuzzica?
Ricordati della tomba e che mentre ingrassiamo la nostra carne con pasti deliziosi, non facciamo in realtà altro che rimpinzarci di cibo per i vermi e, mentre nutriamo piacevolmente il nostro ventre, prepariamo in realtà grossi bocconi per dei ben sgraditi commensali.
Sei affannato e morso dall'avidità?
Corri subito al sepolcro e qui renditi conto che invano accumuliamo tanti proventi per questa condizione mortale, noi che avanziamo in un viaggio che presto è destinato a finire.
Ti condiziona l'ambizione di vederti sempre onorato e l'orgoglio ti toglie la libertà ?
Guarda la tomba e considera quale sia l'epilogo di tutte le glorie umane.
Sei dominato dal desiderio della bellezza e prestanza del tuo corpo? Ti agita la premura dell'eleganza e della ricchezza di vesti e gioielli? Sei smanioso dei gusti della libidine?
Rivolgiti ancora al sepolcro e considera quanto presto la bellezza e vigoria del corpo comunque si inaridiranno e come invano si stende un voluttuoso giaciglio per una carne che presto puzzerà. Vedi quanto sono sciocchi quelli che si fan prendere dalla smania di rendere attraente questo fango e di ornare questo mucchietto di polvere con oro e abiti eleganti.
Il fatto è che essi non capiscono che ciò che conta, e sfugge alla tomba, è solo l'uomo interiore, e non comprendono quali siano i veri ornamenti di quest'uomo interiore.

 

 

(lettera di san Pier Damiani a Stefano; 1057)

 

 

 

 

Una via che non punge con le spine dell'ansietà, ma richiede perseveranza


La via per tornare a Dio – cosa a cui ci spinge lo Spirito divino, più che non la cognizione umana – tra tutte le vie che portano in vetta è la migliore da intraprendere; essa infatti colloca già nella meta chi la percorre, e già in un certo qual modo ricrea e consola nel riposo chi si trova ancora nella fatica.
E' una via che non punge con le spine dell'ansietà i piedi di coloro che vi camminano, né li infanga con le consuete brighe del mondo.
Potremmo dire che essa è larga e stretta al tempo stesso, infatti vi si cammina accompagnati da alati desideri di Cielo e non vi si vorrebbe mai rinunciare a meno che non venga meno la fede per incostanza o pusillanimità; ma comporta il dovere di portare la croce dietro a Gesù, spesso reprimendo la propria volontà e combattendo contro le tentazioni dei propri pensieri.
Una volta avviati in questa forma di vita, bisogna essere perseveranti in essa, mettendola in atto con costanza.
Non voglio che tu faccia la fine di Icaro, che volando tanto maldestramente, ora penetra nelle nuvole, ora, volgendo al basso le ali, passa radente la terra, e infine, nella sua sfrenata libertà e incostanza di volo, si precipita nella spalancata voragine del mare.
Non accada che la tua oscillante volubilità ti faccia diventare di tutti i colori, ma al contrario la tua serietà ti dimostri sempre uniforme, e il campo della tua anima fiorisca delle messi delle virtù, e non si trasformi per incuria in una selva di spine e di pruni. Sii dunque retto nel procedere senza cedere a vizi, compìto nelle parole, lento all'ira, sollecito a perdonare chi si pente.
Persevera in ciò che hai intrapreso e tieni una linea dritta nella tua vita abituale: non ti rendano sempre nuovo i continui cambiamenti nel modo di vivere, ma una regola fissa ti renda stabile sul fondamento della santa perseveranza.

 

 

(lettera di san Pier Damiani a Stefano; 1057)

 

 

 

Sopporta di buon grado le correzioni !


Insomma, tra le altre virtù esemplari di quella vita santa, che giustamente tu reputi fiorire negli altri e che anche tu, per benigna concessione della clemenza divina, vivi ormai in modo irreprensibile, bada di praticarne una in special modo, cioè: sopporta di buon grado le correzioni, non vergognarti in qualsiasi occasione d'esser ripreso anche da coloro che sono più giovani di te.
Del resto una tal cosa è talmente familiare e naturale in questo luogo, che colui che rifugge dall'esser corretto non può vivere con noi. Per questo l'uomo, lasciato il mondo, si sottomette al magistero della disciplina della regola: per togliere , con la lima dell'aspra correzione, la ruggine contratta dalle lusinghe del mondo. Dice perciò la Sapienza, ovvero Dio, nel libro dei Proverbi: “Convertitevi, volgendovi alle mie correzioni; ecco, io effonderò il mio spirito su di voi.”.
Non dice <volgetevi alle mie lusinghe>, ma <volgetevi alle mie correzioni>.
Perciò di certuni, che disdegnano d'esser corretti, dice: “La mattina si alzeranno, ma non mi troveranno, per il fatto che hanno sentito eccessiva la disciplina, e non hanno abbracciato il timore del Signore, e si sono sottratti a tutte le mie correzioni.”
Essa, quindi, ci ammonisce dicendo: “Figlio mio, non rigettare la disciplina del Signore e non perderti di coraggio, perché il Signore corregge chi ama come un padre il figlio prediletto”.
Ricorda però, che la correzione non è propria dell'uomo, bensì del Signore e un uomo può comportarsi con severità nei confronti del proprio prossimo solo nell'amore e nel rispetto di Cristo.

 

 

(lettera di san Pier Damiani al monaco Ariprando; 1057-1058)

 

 

 

Meglio incontrare un'orsa ...


Nelle Sacre Scritture parlando dell'uomo avveduto si dice:
Chi è paziente è guidato da una grande saggezza; chi si spazientisce, invece, esalta la propria stoltezza”.
L'irascibile esalta la propria stoltezza, perché quanto più spesso a causa della propria intolleranza si sente urtato dagli altri, tanto più violentemente s'infuria con quotidiani litigi con loro. Dice l'Apostolo: “L'ira ha un demonio”.
E' per questo che nelle Scritture si dice:
Meglio incontrare un'orsa cui sono stati tolti i cuccioli, che un balordo che nella sua irragionevolezza si fida di se stesso”.

 

 

(lettera di san Pier Damiani al monaco Ariprando; 1057-1058)

 

 

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