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La storia - Sommario

Una lettera per l'anima

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Che cosa è preferibile quando, come tutti, arriviamo a questo momento della vita?

Quando gli occhi illanguiditi vanno spegnendosi, mentre il petto ansima, la gola prende a rantolare, i denti poco a poco prendono il colore come di ruggine e il volto impallidisce, l'anima, che sta per essere sciolta dai legami del corpo, volgendosi indietro, si rende conto che il corso della propria vita non è stato che una brevissima passeggiata; guardando innanzi, scorge gli spazi infiniti dell'eternità.
Mentre si sviluppano questi processi preparatori della morte, si fa presente alla mente del moribondo tutta la sua vita passata, gli scorrono dinnanzi agli occhi tutte le azioni, le parole, i pensieri che danno testimonianza di lui; se tra questi si vedono i segni dell'amore per Dio, l'anima è consolata dalla dolcezza di un'armoniosa melodia che l'attrae ad uscire dal corpo.
Invece l'anima peccatrice a questo punto piange, perché in un tempo tanto breve avrebbe potuto fare acquisto della gioia di tutti i secoli, mentre, attratta dal gusto di soddisfazioni di così breve durata, ha perso l'indescrivibile dolcezza di una perpetua soavità. Arrossisce perché puntando tutto sulla materia che è destinata ai vermi, ha trascurato lo spirito che avrebbe dovuto entrare tra i cori angelici. Allora volge in alto lo sguardo, e, mentre osserva con stupore lo splendore dei beni immortali, resta sconvolta per averlo perduto a causa dell'arrogante superbia con cui disprezzò l'ascolto della Parola di Dio. E rivolgendo di nuovo gli occhi sotto di sé verso la valle e la tetra caligine di questo mondo, e ammirando sopra di sé la chiarezza dell'eterna luce, comprende lucidamente che erano soltanto notte e tenebre le cose a cui aveva dato valore. Così si duole di aver perso inutilmente il tempo che le era concesso. E cerca in ogni modo di rimanere ancora, ma è costretta a partire. Vorrebbe recuperare ciò che ha perduto, ma è ormai troppo tardi. E allora la persona è scossa da un terrore intollerabile ed è strappata dalla prigione del misero corpo per essere ineluttabilmente trascinata nell'eterna angoscia della morte senza morte, della fine che è senza fine, del venir meno senza poter venir meno.

 

 

(lettera di san Pier Damiani a Bianca; 1066)

 

 

 

 

 

 

Beatitudine
Tu ascolta volentieri le azioni compiute dai buoni; e se le puoi imitare, ti acquistino un abbondante premio eterno, se poi sono impossibili da imitare, ti custodiscano con più frutto nell'umiltà.
Il tuo spirito s’innalzi a quei beni che sono promessi nella patria celeste, e, mentre avanza, non dia importanza a quelle difficoltà che pur possono far paura lungo la via.
Considera quanto sia beato colui che è ammesso a stare sempre al cospetto del Creatore, contempla da vicino la bellezza della Verità e vede Dio stando faccia a faccia.
Lì la natura umana, prima viziata, tripudia, una volta che si è liberata dallo squallore di tutte le passioni, e, divenuta pane azzimo, persevera nel nitore della sua purezza e della sua sincerità, perché lì la carne, divenuta spirituale, è in perfetto accordo con lo spirito e tutto l'uomo non ha più nulla che sia in disarmonia con la volontà del suo Creatore.
Là, mentre l'anima in quiete è tutta presa dal godimento della luce senza limiti, si rallegra in maniera indicibile del premio toccato anche ai suoi concittadini del cielo.
E' proprio dal vivere al cospetto dell'Autore della vita che essi traggono tutta l'intensità della loro beatitudine. Da quella fonte dell'eternità essi ricevono di che vivere eternamente, gioire ineffabilmente, avere vitalità e purezza a somiglianza dello stesso Creatore.
Dice infatti l'Evangelista Giovanni: “Quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.”

 

 

(lettera di san Pier Damiani a Bianca; 1066)

 

 

 

 

 

Meglio ricevere una parola schietta anche se amara, piuttosto che un'adulazione dolce e menzognera.
Chi ogni giorno sorseggia bevande fragranti e dolci di miele, a lungo andare finisce per esserne nauseato e per trovare più gusto magari nel vile vino inacidito. Anche semplici verdure, che fanno da contorno ai cibi con intingoli molto grassi, servono a togliere la nausea e rimettono a posto lo stomaco di chi si sente provocato al vomito.
In verità, eminentissimo signore, si può ben dire che tu assaggi ogni giorno molte cose che hanno il sapore del nettare; tu le ricevi tutte le volte che una persona ti parla per compiacerti, nel qual caso essa si preoccupa di dirti unicamente ciò che è gradito ai tuoi orecchi.
Infatti ogni cosa, che ti si ha da dire, prima viene ordinata con cura, poi, con la stessa attenzione con cui il fabbro maneggia il suo strumento, la si modella prima sull'incudine e poi con la lima: insomma, qualunque sia l'oggetto del discorso, a suggerirlo è piuttosto l'ossequio servile che non la libera responsabilità di chi parla.
Oh poveretti coloro che sono ai vertici delle cariche mondane, sempre così soggetti all'inganno! Perché mai gli uomini, mentre dicono ai loro simili quello che pensano, al contrario sono costretti sempre a diffidare dei ricchi e potenti e a preoccuparsi quindi di elaborare artificiosamente il proprio discorso?
Dunque, al contrario degli uomini di mondo, che per adularti ti dicono sempre solo ciò che ti fa piacere sentire, io qui ti porgo il salutare amaro delle mie parole schiette; questo perché se il medico pone con paura la mano sulla ferita purulenta, finisce per aggravarla.

 

 

(lettera di san Pier Damiani al duca Goffredo, tra il 1059 e il 1063)

 

 

 

 

 

Essere misericordiosi non significa lasciar correre sulle malefatte.
Mi dispiace, e non poco, che nel punire i misfatti e nel reprimere le imprese sconsiderate di uomini senza scrupoli, ti mostri più remissivo di quanto dovresti: infatti con l'indulgere finisci per indurre un aumento dei delitti. Indebolito il rigore della giustizia, si allentano le briglie e si dà libero corso ai delinquenti.
Del resto una pietà mal collocata fomenta il vivere malamente. Infatti dove si lascia perdere del tutto la disciplina, dove si soffoca il giudizio rigoroso dettato dalla legge, inevitabilmente la fragilità umana si abbandona a cose perverse.
Se verso ogni persona non devono mancare i sentimenti di umanità, così come il sacerdote verso il peccatore abbonda in pietà e nel tenere i figli in grembo alla materna misericordia; parimenti non deve mancare il rigore del giudice che sanziona le malefatte e strappa gli innocenti dalle mani dei criminali, conserva il rigore dell'onestà e della giustizia, non si raffredda nello zelo per l'applicazione della legge, non deflette dalla via dell'equità.

 

 

(lettera di san Pier Damiani al duca Goffredo, tra il 1059 e il 1063)

 

 

 

 

Nulla anteporre all'amore di Cristo.
Poiché ora la Chiesa universale sotto il vostro santo pontificato gode di una profonda pace, non si neghi, vi prego, il riposo ai miei capelli ormai bianchi. Perciò rinuncio al vescovato e anche alla gestione di ambedue i monasteri, supplicando che al vecchio soldato venga concesso il ritiro.
Forse mi si obietterà che non è lecito lasciare il governo pastorale una volta che lo si è accettato.
Penso che effettivamente la maggior parte dei vescovi non rinunciano, ma non per questo essi sono necessariamente i migliori. Anzi, tutti quelli che sappiamo aver rinunciato con retta intenzione possiamo esser certi che godono dell'eterna unione con Cristo.
Non dico questo per affermare che sia lecito abbandonare l'episcopato per un nonnulla, ma il fatto è che, invischiato ogni giorno nelle questioni poste dagli affari del mondo, m'accorgo che vengo meno nel fervore dell'amore di Dio e mi sento entrare sempre più nel gelo mortale di un'anima intorpidita.
Ricordo che un tempo spesso ero acceso da un tale fuoco dell'amore divino, che il cuore mi sembrava di cera tanto si scioglieva in lacrime per l'ardore del desiderio di Dio. Mi ripugnava, allora, udire parole – e mi guardavo bene dal pronunciarle io stesso - che non spingevano verso Cristo e fuggivo tutte le chiacchiere e le futilità dei discorsi secolari.
Se sapessi cosa mi era dato allora di contemplare sia della santissima umanità del nostro Redentore, sia di quella visione inenarrabile della gloria celeste!
Ora invece, divenuto duro come una pietra, mentre sono continuamente oppresso dagli impegni all'esterno, non riesco nemmeno più a sciogliermi all'interno in lacrime di compunzione.
Rinuncio volentieri alle prerogative dell'episcopato, affinché il fuggiasco ritorni al suo padrone, il figlio al bacio del padre.

 

 

(lettera di san Pier Damiani al papa Niccolò II, tra il 1059 e il 1061)

 

 

 

“La vostra condotta tra i pagani sia retta”
Caro fratello, ti prego, e ti comando in forza della mia autorità paterna, di non applicarti alle faccende temporali fino al punto da non esser più vigile nella custodia delle anime, che ci sono state affidate.
Da Dio ci sono state affidate, a Dio siamo chiamati a renderne conto.
Cerca dunque, fratello, di condurre una vita pia; è per tuo vantaggio, ma anche per vantaggio di coloro che ci sono affidati. Se infatti succedesse – Dio non voglia ! - che il tuo nome fosse affetto da cattiva fama, il fatto si rifletterebbe anche su chi è con te e, fungendo da esempio, contagerebbe disastrosamente come un cancro quelli che avremmo dovuto formare alla virtù.
Ricorda che Pietro dice : “La vostra condotta tra i pagani sia retta, perché mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere abbiano a glorificare Dio”.

 

 

(lettera di san Pier Damiani al vescovo Alberto, 1060)

 

 

 

 

La pazienza
Mi avete scritto, carissimi, che siete talmente importunati dall'ostilità di certi tali perversi e violenti, che, se io non vi soccorrerò subito, sarete costretti a lasciare quel luogo e trovarne un altro non soggetto a rapine e molestie. Vi confesso che l'udire un simile messaggio mi ha lasciato veramente sbigottito, e che mi ha rattristato di più la vostra pusillanimità della loro malevola aggressività. Stupisce il fatto che, pur dedicandovi voi di continuo alla lettura della Parola di Dio, non sappiate ancora che la pazienza è la regina delle virtù, a cui appunto tutti i libri delle Scritture prestano servizio, nel senso che con precetti ed esempi ci stimolano alla pazienza.
Dice l'Apostolo: “Tutto ciò che è stato scritto, è stato scritto per nostra istruzione affinché mediante la pazienza e la consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza”. La stessa Scrittura infatti, che ci insegna a esser pazienti, ci solleva anche, dandoci la speranza della consolazione. Quando infatti narra quanti supplizi e quante molestie abbiano patito gli eletti di Dio, indica anche quali premi, per mezzo di tutto ciò, essi abbiano conseguito.
Che meraviglia che Dio onnipotente, medico delle anime, con la sua misteriosa arte di governare il mondo, disponga nei nostri riguardi le cose dello spirito in modo che anche le piaghe provocateci dagli altri diventino per noi medicine, tant'è che, mentre ci viene inflitta per ostilità una ferita, proprio da ciò ci viene procurato un importantissimo efficace antidoto !
Dunque, secondo l'esempio degli eletti, tolleriamo con pazienza vessazioni e persecuzioni, e
sopportiamo con grande rassegnazione ogni tipo di molestia che gli strumenti furiosi del diavolo possono arrecarci.
Del resto lo stesso nostro Redentore non entrò nel Regno dei Cieli con la sua forma di servo, che aveva ricevuto dalla Vergine intemerata, se non dopo aver patito le irrisioni e i tormenti che ci sono attestati dalle Scritture. Che c'è dunque di strano se un peccatore deve subire la perdita delle cose che sono fuori di lui, quando Colui che era assolutamente senza peccato tollerò pazientemente la croce sul proprio corpo ?
In conclusione, carissimi, noi sulle orme di Cristo dobbiamo sempre essere contenti sia di sopportare con pazienza le ingiurie arrecateci, sia di offrire dono utile a quanti ci fanno del male.

 

 

(lettera di san Pier Damiani a Domenico e agli altri eremiti del monte Suavicino, 1060)

 

 

 

Sei proprio sicuro che è in questo meccanismo che vuoi restare intrappolato ?
Chi non sa che l'adulatore ad ogni occasione blandisce il potente con parole che suscitano piacere, per accarezzarlo ben bene con le sue piaggerie?
Difatti per accattivare il suo cuore esplora attentamente in che cosa possa maggiormente piacergli. Se ne sta tutt'occhi, accenna a gesti, dà a vedere con l'espressione festosa del volto la disponibilità del cuore. Pende a ogni suo cenno, aspettando i suoi ordini come fossero un oracolo di Febo proferito per bocca della Sibilla. Gli si comanda di andare e lui vola; gli si ordina di restare e lui se ne sta come un sasso. Se il 'padrone' ha caldo, lui suda; se quello soffre per l'arsura, lui brucia. Se il 'padrone' sente appena un po' di fresco, lui per forza deve tremare tutto, intirizzito dal freddo; se quello vuole dormire, lui casca dal sonno; se quello è sazio, lui si mette anche a ruttare. E così non dice altro di suo se non ciò che può recare piacere al potente che egli lascia diventare suo padrone.
Insomma l'adulatore per il desiderio di ottenere riconoscimenti e vantaggi si umilia, vende se stesso, si fa complice delle colpe altrui, resta schiavo.
Ma dal canto suo anche l'adulato si ritrova invischiato nel male, poiché lusinghe e lodi non lo mettono in guardia dagli errori, ma anzi egli viene benedetto anche quando compie cose inique. Così entrambi, sia chi loda sia chi è lodato, restano impigliati nel laccio di un'identica colpa.
Sei sicuro che è proprio in questo meccanismo che vuoi restare intrappolato?
Senti me, da' retta a Salomone che dice: “Figlio mio, se i peccatori ti adescano tu non acconsentire”; e ascolta anche san Paolo che dice : “non farti complice dei peccati altrui”.

 

 

(lettera di san Pier Damiani al vescovo Bonifacio, tra il 1059 e il 1060)

 

 

 

 

Il danno dell'ira
Quando l'ira si abbatte su un animo tranquillo, lo sconquassa, lo scompagina e lo getta nel turbamento fino al punto che esso non si riconosce più e non conserva più nel fondo di se stesso la propria immagine, come non si vede il fondo in un'acqua agitata dalla tempesta; quando poi questa furia mette in subbuglio un cuore già di sua natura ribollente, esso avrà addirittura perso del tutto il suo aspetto originario.
Per l'ira si perde la sapienza, tanto che si finisce per non sapere che cosa si debba fare e in che modo si debba agire. Per questo sta scritto: “L'ira manda in rovina anche gli intelligenti”. Infatti, quando la mente è sconvolta dalla collera, esagera nei suoi giudizi e ritiene giusto non ciò che è ordinato da Dio, ma ciò che le suggerisce il suo furore e per questo chi vi è soggetto non arriva a fare ciò che è giusto.
Insomma a causa dell'ira si perde la luce della verità, l'animo sempre più travolto dal furore chiude la porta allo Spirito Santo, e la mente, perdendo pace e umiltà, resta chiusa come con un chiavistello, impedendo a se stessa di ricevere quella più alta comprensione delle cose che viene da Dio e che sola può restituire lucidità alla mente e pace all'animo. E si sappia che spesso l'ira, assumendo il falso colore della tranquillità, ostenta all'esterno un volto mite, finché non esplode apertamente con scoppi di sdegno furibondo; ma nel frattempo, mentre bolle e ribolle dentro la mente, nell'interiorità della persona grida feroce. Perciò un saggio dice: “I pensieri dell'iracondo sono parti di vipera: divorano la mente che è loro madre”.
Perciò san Paolo consiglia: “deponete anche voi tutte queste cose: ira e passione”; e in un'altra lettera raccomanda: “scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza, con ogni sorta di malvagità.”

 

 

(lettera di san Pier Damiani ad un vescovo, dopo il 1060)

 

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