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La storia - Sommario

Una lettera per l'anima

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La grazia divina vince il male dell'ira
L'ira è una pulsione distruttiva molto potente, difficile da sconfiggere anche perché fa parte della natura umana. Ma non dobbiamo disperare, essa può essere sconfitta con la grazia divina così come tutti quei vizi che i comandamenti di Dio ci ordinano di vincere. Non dimentichiamo che la nostra natura è riportata al primitivo stato di integrità dalla grazia del nostro Redentore. E, benché la legge della carne sia in conflitto con quella dello spirito, la nostra mente può vincere le proprie vecchie tenebre, se persevera in quel nuovo intenso slancio, che ha concepito essendo stata trasformata, nella sua disposizione, dalla potenza della grazia celeste.
Ecco un esempio.
Si racconta che un tale uccise un uomo e da quel momento ebbe a subire da parte del figlio dell'ucciso una guerra spietata. Quest'ultimo nella sua furia di vendetta, accecato dall'ira, mirava a fare strage di uomini e spesso ne ricavava rapine e saccheggi.
Infine un giorno si trovarono faccia a faccia. L'omicida aveva con sé solo pochi compagni, mentre il figlio dell'ucciso aveva con sé una squadra di trenta uomini ben armati.
Vedendo ormai di non poter più sfuggire alla vendetta di quelli, l'omicida si rifugiò all'ombra dell'umiltà, si affidò alla protezione della misericordia. Gettate le armi, stese le mani in forma di croce, si prostrò al suolo e attese lì o il perdono dettato da misericordia, o il colpo di morte.
A tal vista il vendicatore frenò la mano per riverenza verso la Croce e trattenne chiunque altro dal colpire. In seguito, in onore della santa Croce rigeneratrice, egli volle fare pace definitiva col suo nemico, non solo risparmiandogli la vita, ma anche perdonandogli l'uccisione del proprio padre.
Il figlio dell'ucciso ottenne così una splendida vittoria, in cui era vincitore più che di altri, di se stesso, più che di un nemico, del proprio cuore; e con la sua rinuncia alla vendetta, avendo onorato Dio, Autore stesso della misericordia, ottenne pace, riconoscimenti, soddisfazione e serenità.

 

 

(lettera di san Pier Damiani ad un vescovo, dopo il 1060)

 

 

 

 

Resistere all'ira
Anche io, che sto scrivendo, per mio carattere sento l'ira divampare. Spesso anche la più piccola offesa mi turba e scuote alle radici il fondamento della mia quiete, tanto che il più delle volte anche una lieve punzecchiatura per me è come il trafiggermi di una lancia; una piccola correzione equivale a una frustata, una percossa ha il peso del piombo.
Ma tutto questo lo vivo interiormente; quanto all'esterno, l'ira, pur con tutte le reazioni interiori che mi provoca, non avrà la mia cooperazione. Dica pure quello che vuole, digrigni i denti, frema, strida, mai le presterò le mie membra come armi per mettere in opera i suoi sforzi.
Non le do la mia mano per aiutarla a percuotere o agguantare; così pure non muovo né lingua né labbra per aiutarla a buttar fuori l'amarezza del proprio fiele.
Perciò, mentre nego all'ira, che mi ribolle dentro, questi aiuti, essa inevitabilmente, come fiamma priva di alimento, finisce per affievolirsi fino a smorzarsi del tutto. E, poiché non le concedendo ostacoli su cui abbattersi o esca su cui sfogarsi, si infrange su se stessa.
Insomma, il furore dell'ira grida ed io lo sento bene; ma a quelle grida non do il mio consenso, né a queste fiamme furiose fornisco altro alimento.
Certo, posso frenare il mio carattere con la ragione, ma non posso estinguerlo del tutto, e nemmeno posso aspettarmi che siano gli altri a non ferirmi, ma debbo essere io a cercare la pazienza dentro me stesso.
Del resto non avrebbe senso sperare di produrre buoni frutti aspettandomeli dalla virtù altrui; infatti dove non ci sono battaglie, che ci mettono in gioco, non c'è conquista; e dove non vengono vibrati colpi di lancia, non c'è da opporre scudi. Così non è per l'altrui mansuetudine che diventerò paziente, ma dovrò piuttosto erigere dentro di me difese turrite che infrangano e respingano i turbini delle saette che mi sento scagliare contro.

 

 

(lettera di san Pier Damiani ad un vescovo, dopo il 1060)

 

 

 

 

 

Davanti alle piaghe provocateci dagli altri
Mi avete scritto, carissimi, che siete tanto molestati dall'ostilità di uomini perversi e violenti, e che, se io non vi soccorrerò prontamente, voi sarete costretti a lasciare quel luogo e a trovarne un altro non soggetto a rapine e molestie. Vi confesso che all'udire un siffatto messaggio sono rimasto sbigottito; ma mi ha rattristato più la vostra pusillanimità che l'atteggiamento ostile di quei perversi. Stupisce il fatto che, pur dedicandovi voi di continuo alla lettura della Parola di Dio, non sappiate ancora che la pazienza è la regina di tutte le virtù. La Scrittura ci insegna a essere pazienti, ci solleva anche, dandoci la speranza della consolazione.
Provate a considerare questo: il medico applica le sanguisughe alle membra gonfie dell'ammalato, le lascia succhiare, affinché esse assorbano insieme con il sangue anche il veleno; tuttavia è diversa l'intenzione del medico da quella della sanguisuga. Questa non mira ad altro che a succhiar sangue, quello a far guarire l'ammalato; questa si sazia di sangue e muore, l'ammalato invece perdendo sangue riacquista la salute.
Che meraviglia, dunque, che Dio onnipotente, il quale è medico delle anime, con la sua misteriosa arte di regolare il mondo disponga nei nostri riguardi le cose dello spirito in modo tale che anche le piaghe provocateci dagli altri diventino per noi medicine, per il fatto che, mentre ci viene inflitta per ostilità una ferita, per questo stesso fatto si procura a noi uno speciale antidoto per riacquistare la salute!
E infine, considerate il nostro stesso Redentore, Egli non entrò nel Regno dei cieli con la sua forma di servo, che aveva ricevuto dalla Vergine intemerata, se non dopo aver patito le irrisioni e i tormenti che ci sono attestati dalle Scritture. Che c'è dunque di strano, se un peccatore deve sostenere la perdita delle cose che sono esteriori, quando Colui che era assolutamente senza peccato sopportò pazientemente la croce sul proprio corpo?
Come dice san Paolo: “in verità voi non avete ancora resistito fino al sangue”.
Ma volesse il cielo che di voi si possa almeno dire quel che egli disse a certuni che erano stati veramente pazienti nel tollerare le prove: “con gioia avete conquistato la ricompensa per le vostre opere buone!
Insomma come dice l'apostolo Giacomo: “Considerate perfetta letizia, fratelli, quando subite ogni sorta di prove!”.

 

 

(lettera di san Pier Damiani a Domenico e agli altri eremiti del monte Suavicino, 1060)

 

 

 

 

 

Santa Trinità, unico Dio
Mentre diciamo che una, semplice e indivisibile è la sostanza di Dio, e distinguiamo la Trinità nei nomi - quindi confessiamo un solo Dio Padre e Figlio e Spirito Santo - dobbiamo tener ben presente che ognuno di loro è Dio e che tutti insieme sono un unico Dio.
Ognuno di loro infatti costituisce una piena, perfetta ed eterna sostanza, e però anche tutti insieme costituiscono una semplice ed unica sostanza.
Quindi il Padre è Dio pieno e perfetto, il Figlio Dio pieno e perfetto, lo Spirito Santo Dio pieno e perfetto, ma non sono tre dei, bensì un unico Dio pieno e perfetto.
E i tre tutti insieme, Padre e Figlio e Spirito Santo, non sono qualcosa di più grande di ciascuno di Essi; cioè in ogni singola Persona vi è la stessa grandezza che in tutto l'insieme della Trinità; altrimenti, se si ritenesse che Dio è più pienamente in tre Persone insieme che non in una sola, sarebbe come affermare che ciascuno di Essi è un dio imperfetto, ma questa assurdità sia ben lungi dalla devozione dei fedeli.
Allo stesso modo non si pensi che Dio è triplice, perché la perfezione, in quanto tale, è sempre uguale a se stessa e quindi come non diminuisce, così nemmeno aumenta.
Pieno, dunque, e perfetto è Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, intesi singolarmente; e pieno e perfetto Dio è la Trinità nel suo insieme. Per questo diciamo che Dio è uno e trino, non triplice.

 

 

(lettera di san Pier Damiani ad Ambrogioo, dopo il 1060)

 

 

 

 

Credo in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo
Chi è vero cattolico crede in Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili.
Crede nel suo Figlio unigenito, vale a dire il Verbo, virtù e sapienza, per mezzo del quale sono state create tutte le cose. Il Verbo non è creato, ma generato prima dei secoli, vero Dio in tutto come il Padre e di una sola sostanza con il Padre.
E crede anche nello Spirito Santo, vero Dio, che procede dal Padre e dal Figlio.
Dunque noi distinguiamo tre Persone, tra loro distinte per la proprietà di ciascuna; infatti, per quanto Dio sia uno, esse non sono confuse una con l'altra e con chiarezza si esprimono ciascuna secondo le sue specifiche proprietà.
Il Padre questo ha di proprio: distinguendosi da tutte le realtà che sono, è il solo che non trae origine da un altro; e per questo si riconosce che è il solo nella Persona della paternità, ma non il solo nell'essenza della divinità.
L'unigenito Figlio di Dio invece questo ha di proprio: è il solo originato dal solo, cioè il solo generato consustanzialmente e coessenzialmente dal Padre, e questa è la proprietà del Figlio.
Poi, proprio dello Spirito Santo è che Egli procede insieme dal Padre e dal Figlio e che è lo
Spirito dell'uno e dell'altro, consustanziale ed eterno, in nulla ad Essi inferiore e della loro stessa immensità e potenza, della stessa volontà e inseparabile natura. Egli rimane in loro in modo tale da procedere sempre dall'uno e dall'altro, e procede da loro in modo tale da rimanere in loro inseparabilmente unito. Questo sommo Amore è quello con cui il Generato è amato da Colui che lo genera e a sua volta ama il Genitore.
Dunque essi sono per loro essenza indivisi, ma distinti per tre diverse proprietà: uno che ama Colui che è da Lui stesso; uno che ama Colui da cui Egli è; e infine l'Amore stesso.
Questa è la somma, ineffabile e incomprensibile Trinità, che non è tre divinità e non è nemmeno una sola divinità che quando vuole si fa padre o si fa figlio.
In conclusione, figliolo caro, credi che Dio onnipotente è uno quanto alla sostanza, trino quanto alle Persone.

 

 

(lettera di san Pier Damiani ad Ambrogioo, dopo il 1060)

 

 

 

In questa Santa Trinità
In questa santa Trinità non c'è gradualità di tempo, né distinzione di grandezza, né differenza di dignità. Tutta quella essenza della Divinità è di natura talmente semplice che, eccetto i nomi che individuano le proprietà delle Persone, tutto ciò che si può dire essenzialmente di una sola Persona, si può anche intendere, indifferentemente, di tutte e tre.
Così il Figlio, vero Dio in tutto come il Padre e di una sola sostanza con il Padre, non è posteriore nel tempo, né inferiore nella dignità, né meno potente nella virtù, ma in tutto è tanto grande Colui che è stato generato, quanto è grande Colui che lo ha generato. E benché si asserisca che il Figlio è generato dal Padre, nessun limite di tempo gli si ascrive, come non lo si ascrive al Padre. Chi infatti professa che il Padre è eterno, deve anche necessariamente affermare che il Figlio è coeterno con lui. Infatti Colui che è sempre esistito come Padre prima dei secoli senza alcun inizio, da sempre non può che avere il Figlio.
E così anche lo Spirito, che procede dal Padre e dal Figlio, è sia all'uno che all'altro sempre uguale per sostanza, potenza, volontà ed eternità.

 

 

(lettera di san Pier Damiani ad Ambrogioo, dopo il 1060)

 

 

 

 

 

Tre Persone un'opera
Le Persone della Santa Trinità sono sì tra loro distinte per la proprietà di ciascuna, ma nelle loro opere non sono assolutamente divise.
Quanto alla distinzione ripensa al battesimo del Signore. Presso le acque del fiume Giordano ci si offre proprio una presentazione della divina Trinità nelle sue Persone. Infatti non appena fu battezzato quell'Agnello, che toglie i peccati del mondo, si aprirono i cieli e lo Spirito Santo scese su di lui in forma di colomba. Poi la potente voce del Padre dichiarò : “questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3,17)
Abbiamo dunque qui chiaramente distinta la Trinità: nella voce il Padre, nell'uomo il Figlio, nella colomba lo Spirito Santo.
Ma, nel contempo, tutto ciò che viene compiuto divinamente, lo opera inseparabilmente tutta la Santa Trinità.
Così fu per le opere potenti e i segni che Cristo manifestò. Egli stesso dice : ““il Padre, che è in me, compie le sue opere” (Gv 14,10); e altrove dice: “Se io scaccio i demoni col dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio”(Lc 11,20).
E così anche lo stesso mistero della divina Incarnazione, della Passione e della Risurrezione lo hanno messo in atto insieme il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. Per esempio per la Risurrezione vediamo che fu il Padre a metterla in atto, come sta scritto: “per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome” (Fil. 2,9). E fu Cristo che resuscitò se stesso, come lui stesso ha più volte affermato: “distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (Gv 2,19); “Ho il potere di offrire la mia anima e il potere di riprenderla” (Gv 10,18). E anche lo Spirito con il Padre e con il Figlio fu autore della Risurrezione, come attesta l'Apostolo: “Se lo Spirito di Colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, Colui che resuscitò Gesù Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rom. 8,11).

 

 

(lettera di san Pier Damiani ad Ambrogioo, dopo il 1060)

 

 

 

“Chi ha visto me, ha visto me il Padre”
Se si crede che il Figlio è di una sola sostanza con il Padre e per natura inseparabile, in che modo il Figlio senza il Padre ha potuto rivestire la forma dell'umanità, in che modo ha sopportato da solo l'ingiuria della passione?
Questo è mistero divino e inaccessibile, ma per avvicinarci cerchiamo esempi tratti dalla realtà avvertibile con i nostri sensi. Dice il beato Agostino: nel sole calore e fulgore sono in un sol raggio, il calore asciuga, il fulgore illumina, e, benché una cosa faccia il calore e un'altra il fulgore, non possono tuttavia essere separati uno dall'altro. Così anche il Figlio ha assunto la carne e non ha lasciato il Padre.
Ancora, nella cetra, benché l'arte la mano e la corda, senza dubbio, cooperino tra di loro, si ode tuttavia un solo suono. L'arte detta, la mano percuote, la corda risuona. Si compiono tre operazioni, ma solo la corda fa echeggiare ciò che si ode. Così il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo hanno tutti cooperato per generare l'umanità di Cristo, ma l'umanità l'ha assunta soltanto il Figlio.
Non come spostandosi da un luogo ad un altro la divinità del Verbo venne nella beata Vergine, ma con l'ineffabile mistero della propria potenza il Figlio di Dio ricolmò l'utero della madre per essere generato, e nondimeno rimase nell'unità della divinità paterna. Sebbene Egli sia venuto a noi, per prendere da noi stessi ciò che in noi ha trovato e per offrire per noi ciò che aveva preso da noi, la divinità del Verbo non fu divisa in parti, né separata dal Padre.
Egli è dovunque tutto, dovunque perfetto. Così non abbandonò il Padre allorché discese nella Vergine, e non lasciò il mondo allorché, vincitore della morte, ascese al cielo.

 

 

(lettera di san Pier Damiani ad Ambrogioo, dopo il 1060)

 

 

Nacque dalla Vergine Maria
Ma come poteva essere vero il corpo di Cristo, che poté uscire dal ventre materno preservandone la verginità?
Apri gli occhi e medita l'immenso mistero a partire dalle cose più piccole e sperimentabili.
Il raggio di sole penetra il vetro della finestra in modo tale da attraversarne la superficie con impercettibile sottigliezza, senza incrinare neppure minimamente la sua solidità, e dentro e fuori lo si vede tale e quale. E così, né quando entra né quando esce, il raggio rompe qualcosa, tant'è che sia nell'entrare che nell'uscire lascia il vetro integro.
Dunque il raggio di sole non infrange il vetro; e allora come puoi pensare che l'onnipotenza del Redentore non abbia potuto conservare l'integrità della Vergine?
Con l'ineffabile mistero della propria potenza il Figlio di Dio ricolmò l'utero della madre, e rivestendo la vera carne dalle carni della Vergine, volle unire in sé l'una e l'altra natura in modo tale da essere vero uomo proprio lui che era vero Dio e da esser per certo Dio lui che era uomo. E sia l'una che l'altra natura fanno ciò che è loro proprio, compiendo il Verbo ciò che è del Verbo, e la carne ciò che è della carne: l'uno splende per i miracoli, l'altra è vittima di violenza.

 

 

(lettera di san Pier Damiani ad Ambrogioo, dopo il 1060)

 

 

Vagiva nella culla e i Magi lo adoravano
Dallo stesso inizio dell'Incarnazione del Signore, Dio passò nell'uomo e l'uomo in Dio; di modo che Colui, che è nato prima di tutti i secoli da Dio Padre, è veramente Figlio dell'uomo e veramente uomo, e Colui, che nel tempo storico è nato dalla Vergine, è veramente Figlio di Dio e senza dubbio vero Dio.
In Cristo quindi c'è unità di persona e vi sono due nature, le cui proprietà sono ben distinte: una natura che trae origine dall'utero verginale, l'altra che, senza inizio alcuno, è coeterna con Dio Padre. Una per cui vagiva nella culla, l'altra per cui veniva adorato dai Magi. Una per cui cresceva in sapienza ed età, l'altra per cui Egli è potenza e sapienza di Dio. Una per cui dormiva nella barca e venne svegliato dai discepoli, l'altra per cui comandava alle tempeste e ai venti. Una per cui piangeva a lacrimoni l'amico morto, l'altra per cui lo risuscitò dal sepolcro, incolume, quando quello era già cadavere da quattro giorni. Una è quella per cui si sente triste fino alla morte, l'altra quella per cui dichiara di avere il potere di offrire la propria vita e riprenderla. Una è quella per cui poté camminare a piedi asciutti sulle onde impetuose del lago, l'altra, quella per cui, fuggendo in Egitto, si sottrasse alla ferocia di Erode. Una quella per cui, trasfigurato sul monte, splendette come il sole, l'altra, quella per cui, cessata la visione, di lui si vide solo l'aspetto proprio della fioca fisicità umana.

 

 

(lettera di san Pier Damiani ad Ambrogioo, dopo il 1060)

 

 

Unità di Cristo
Quantunque una cosa sia la sostanza divina e un'altra la sostanza umana, non si creda in alcun modo che in Cristo vi siano due persone, cioè che uno sia il Figlio dell'uomo e un'altro il Figlio di Dio. Anzi, sia all'una che all'altra natura – ciascuna delle quali rimane nelle sue proprietà - è stata data una tale condizione di comunione l'un l'altra, da essere unite, tanto che ciò che qui è proprio di Dio non è separato dall'uomo, e ciò che qui è proprio dell'uomo non è diviso dalla divinità.
Dunque il Verbo fatto carne è, in due essenze, un Cristo solo; in lui cioè niente è di una qualsivoglia delle due nature, che non sia di entrambe. E' la stessa persona Colui che è soggetto alla nostra fragilità ed è inviolabile nella potenza divina, Colui che rimane incorporeo e che prende un corpo, Colui che non è diviso dal trono della Divina Maestà e che tuttavia viene crocifisso sul legno degli empi. Perciò la beata Vergine è vera genitrice non solo dell'uomo ma anche di Dio: ha generato infatti, naturalmente e materialmente, il Verbo di Dio fatto carne.
Attenzione, questo non significa che la natura divina è stata mutata nella carne, ma piuttosto che l'umanità è stata assunta dal Verbo nell'unità della persona e questo non alterò e non sminuì in nessun modo la Maestà Divina, così come in nessun modo annullò la fragilità della natura umana soggetta alle sofferenze. Né d'altra parte si deve pensare che in Cristo l'uomo sia un involucro di Dio, cioè che la creatura venne assunta nel consorzio del suo Creatore in modo tale che questi fosse abitatore e quella solamente un abitacolo, ma piuttosto che Dio e l'uomo, con il suo corpo e la sua anima, si siano uniti l'un l'altro in uno solo, pur senza confondersi tra loro. Quindi uno e medesimo è Colui che ascese, vincitore della morte, sopra l'altezza del cielo, e che non lascerà mai la Chiesa universale, fino alla consumazione dei secoli.
E noi adoriamo il Verbo nell'uomo Cristo e il Cristo uomo nel Verbo.

 

 

(lettera di san Pier Damiani ad Ambrogioo, dopo il 1060)

 

L'Emmanuele, che significa Dio con noi (Is 7,14) ( Mt 1,23)
Nel Cristo la divinità comunica con l'opera della carne e la carne comunica con le opere della divinità, ma in un unico agire che è dell'uomo e del Verbo insieme, perché una sola è la persona di Dio e uomo. Del resto, si sa che nessuno può vedere o toccare Dio con le mani, ma se Giovanni ha potuto dire: “Ciò che era fin dal principio, ciò che noi abbiamo udito e veduto, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita” (Gv. 1,1), è solo grazie a questo misterioso e sacro vincolo d'unione con l'uomo.
Insomma in Dio fu assunta la piena umanità e all'uomo si unì la piena divinità, così che quando Cristo dice “Il Padre è più grande di me”(Gv 14,28) e allo stesso tempo afferma “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30), è Dio che a partire dalla nostra umana debolezza dice “il Padre è più grande di me”, ed è l'uomo che da parte della potenza divina afferma: “Io e il Padre siamo una cosa sola”.
Noi dunque adoriamo l'Emmanuele, vero Dio e vero uomo, che fu il mediatore adeguato tra Dio e gli uomini, perché in sé conserva l'eccellenza della divinità e l'umiltà della carne; Gesù Cristo che in quanto Dio dice “sono la verità e la vita” e in quanto uomo dice: “sono la via” (Gv 14,6).

 

 

(lettera di san Pier Damiani ad Ambrogioo, dopo il 1060)

 

Credo in Gesù Cristo, Nostro Signore
Nel Noi crediamo che il Figlio di Dio, che Dio Padre generò prima dei secoli dalla propria sostanza, assunse veramente la nostra natura umana e uscì dall'utero materno lasciando intatta la sua verginità. Costui infatti, che è Dio da Dio, onnipotente dall'Onnipotente, non posteriore per tempo, non inferiore per maestà, non dissimile per gloria, non diviso per essenza, proprio Costui, unigenito sempiterno dell'eterno Genitore, nacque dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria.

Egli assunse la condizione di uomo in modo tale da non mutare in nessuna cosa la divinità, pur unendo sostanzialmente a se stesso un vero corpo e una vera anima; e noi riconosciamo che Egli fu in tutto conforme a noi, eccetto la macchia del peccato, che del resto non è naturale nemmeno in quelli per cui Egli ha assunto la nostra condizione.

Vero Dio e vero uomo, Egli è Mediatore tra Dio e gli uomini, e, avendo con il Padre la stessa natura nella divinità e con la madre l'identica sostanza dell'umanità, “Fu crocifisso per la nostra debolezza, ma vive per la sua potenza” (2 Cor 13,4). Infatti soffrì pienamente da uomo la morte, che aveva assunto spontaneamente, ma senza perdere la potenza della sua natura divina, mediante la quale dà vita ad ogni cosa.

Egli, che è ad un tempo Creatore ed opera del Creatore, come sacerdote offrì se stesso in sacrificio e nello stesso tempo come vittima soave pendette dalla croce.

Insomma in una sola Persona fu ricevuta dalla Maestà l'umiltà, dalla Perfezione l'imperfezione, dall'Eternità la mortalità, e, per sciogliere il debito della nostra condizione, fu unita alla natura inviolabile la natura passibile, affinché proprio Lui, l'unico Mediatore tra Dio e gli uomini, potesse morire a causa dell'umanità e non morire a causa alla divinità, cosicché morendo distrusse la morte.

 

 

(lettera di san Pier Damiani ad Ambrogioo, dopo il 1060)

 

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