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La storia - Sommario

Una lettera per l'anima

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Non lasciar dissipare l'anima tua come polvere che il vento disperde
Nel confronto con la durata senza termine dell'esistenza di Dio, fin da prima che il mondo nascesse e ancora dopo che sarà finito, la quantità di tempo, che va dall'inizio alla fine del mondo, ci appare subito assai minore di una manciatina d'acqua gettata nel mare.
Ed è davvero importante ed utile considerare quanto sia breve il tempo che passa a confronto con quello che non avrà mai fine!
Infatti, esercitando in simili cose l'ingegno della propria mente, esaminandole attentamente nella propria coscienza, dedicandosi quindi ad argomenti tanto seri, si può evitare la stoltezza dei vani pensieri.
Questi procedono dal freddo del cuore; infatti sorgono allorché la mente si raffredda nel suo fervore verso il vero Sposo, ed è come se corresse dietro ad altri amanti, occupata dalle fantasie di altri pensieri.
Del resto, non appena esce fuori, sciogliendosi dall'abbraccio del suo Redentore, la nostra mente, vagabondando inopportunamente vuota, corre qua e là dove l'attraggono pensieri che la stuzzicano. Allora l'anima, poveretta, diventa fredda e dissipata, perché, non essendo ben salda nell'amore verso il Creatore, viene trascinata dalle passioni come da venti impetuosi, sovrastata da impulsi cattivi.
Per questo Davide dice: “non così non così gli empi, ma come polvere che il vento disperde dalla superficie della terra”.
Quindi, venerabile fratello, ti suggerisco vivamente di meditare assiduamente queste cose.

 

 

(lettera di san Pier Damiani ad Adamo, 1062)

 

 

E' sterile e a volte dannoso l'amore umano che si avvinghia sul prossimo in modo tale da non protendersi verso Dio

Benché il fuoco consumi tutto ciò che gli sta intorno, tuttavia, quando si sviluppa, per sua natura punta in su e sempre si spinge con forza verso ciò che è più in alto.
Così anche l'amor fraterno, per esempio quello che provo verso di te, non si limita a te, come venisse tutto soddisfatto da te solo, ma tende, anche attraverso di te, al nostro comune Creatore.
Tra l'altro è un amore dannoso, sterile e insulso quello che si avvinghia sul prossimo in modo tale da non estendersi anche a Dio.
E invece, quantunque la cosa più importante di tutto sia l'amar Dio, noi attraverso l'amore per il prossimo, che vediamo, possiamo giungere ad amar Dio, che non vediamo.
Perciò, mentre ti do amorevolmente la mia attenzione, tengo sempre lo sguardo rivolto a Colui a cui desidero giungere, anche con te.

 

 

(lettera di san Pier Damiani a Desiderio di Montecassino, Quaresima 1061)

 

Raccogliti di quando in quando in te stesso, rivolto a Dio silenziosamente, amorosamente, umilmente...
Caro fratello,
per quanto ti opprima il carico delle tue responsabilità e la necessità di sbrigare le tue molte incombenze, la tua mente, ogni volta che le sia possibile, torni a rifugiarsi nel bacino della quiete interiore. Fai come Mosé che spesso entrava ed usciva dalla 'tenda dell'incontro'.
Egli davanti ad ogni questione, e soprattutto quelle dubbie, sempre tornava nel tabernacolo e davanti all'Arca dell'Alleanza consultava il Signore.
Infatti puoi perseverare infaticabile con buone opere nello svolgimento delle tue responsabilità, solo se conservi limpido lo sguardo del tuo cuore, evitando di lasciarlo sopraffare dalla confusione, dalle lusinghe di chi vorrebbe farti recedere dai tuoi princìpi, dal cercare la stima di te stesso o la riconoscenza degli altri, dall'orgoglio che impedisce di riconoscere i propri errori e di cercarvi rimedio, e dalla fatica di mille altre cose.
E per far questo hai bisogno di ritornare di quando in quando in te stesso, per così dire nella tenda, e consultare il Signore.
Perfino la Verità in persona, che in Cristo ci si mostrò mediante l'assunzione della nostra debolezza umana, se di giorno rifulge nelle città per i miracoli che compie, durante la notte sul monte si dedica all'orazione, lasciandoci l'esempio da seguire sia nel protendersi verso il Cielo mediante la contemplazione delle cose celesti, sia nel partecipare compassionevoli alle necessità dei fratelli più bisognosi.

 

 

(lettera di san Pier Damiani a Desiderio di Montecassino, Quaresima 1061)

 

“Lo stolto muta come la luna”
E' cosa comune tanto alle persone virtuose quanto a quelle che non lo sono di cominciare qualcosa di buono, senza che ci sia tra loro differenza; ma è proprio solo dei primi condurre anche a termine quanto si è iniziato bene. Questi infatti perseverano saldamente nelle cose intraprese, mentre quelli per la loro incostanza mutano spesso parere.
Quindi succede che l'anima fedele, trasportata dal legno della croce, scampa alle spumeggianti onde del mare in tempesta e anela di giungere, utilizzando i remi delle virtù, al porto di una stabile quiete. Invece l'anima debole e ballerina comincia con grande fervore, ma cede alla fatica dei flutti impetuosi o di una qualsiasi contrarietà e viene subito meno, ritornando così al punto in cui aveva cominciato a dispiegare le vele.
Ma chi ha il compito di guida deve prontamente soccorrere questi tali con l'esortazione e sostenerli col valido braccio della predicazione, mentre lottano tra i pericolosi flutti di una furiosa tempesta, per impedire che naufraghino nei gorghi del mare, mentre ci si sta sforzando continuamente di confermarli nella perseveranza.

 

 

(lettera di san Pier Damiani a Desiderio di Montecassino e al senatore Pietro, 1061)

 

“I cieli narrano la gloria di Dio e l'opera delle sue mani annunzia il firmamento”
Fratello carissimo,
mi chiedi di spiegarti che cosa ci sia stato prima della Creazione e che cosa succederà dopo la fine del mondo.
Bella domanda! Chiedi quello che non so. Infatti nessuno può descrivere che cosa ci sia stato prima della creazione dell'universo e che cosa ci sarà dopo la sua fine.
Però è utile interrogarsi, anche se non si possono dare spiegazioni in modo assoluto. La mente umana infatti è di natura tale che non può rimanere senza pensieri, sia che si misuri con quelli seri, sia che si compiaccia di quelli vani; e finché medita cose utili è protetta dall'irruzione di pensieri incalzanti e immaginazioni dannose, né la malvagità ha spazio per insinuarsi, laddove la mente, intenta a cose utili, se ne sta rigorosamente raccolta in sagge riflessioni. Ed è davvero importante e utile considerare la differenza che passa tra la durata senza termine dell'esistenza di Dio prima dell'origine dell'universo e ancora dopo che il mondo sarà finito, con quel poco di tempo che va dall'inizio del mondo al suo termine; insomma considerare quanto sia breve il tempo che passa, rispetto a quello che non avrà mai fine.
Penso che questa riflessione sia di grande utilità perché, meditando sulle cose eterne, il nostro spirito scopre con chiarezza quale peso dare alle realtà temporali. E, mentre pensa a queste cose, esso si rende anche conto di non essere destinato a scomparire con il tempo, ma a vivere senza fine.
Riflettere attentamente su queste cose significa anche esser attento a premunirsi riguardo al giorno del Giudizio; infatti colui, per il quale quel giorno avrà una volta per tutte esito positivo, non andrà mai più in pezzi; mentre colui, per il quale quel giorno avrà esito negativo, non potrà mai più risorgere..

 

 

(lettera di san Pier Damiani ad Adamo, Quaresima 1062)

 

 

Lo Spirito Santo, il sommo Amore con cui il Padre ama il Figlio e ne è amato, è quella stessa forza che usciva da Cristo e sanava tutti.
S. Agostino afferma: “In quella Santa Trinità unico è il Padre, che solo essenzialmente genera da se stesso un unico Figlio, unico è il Figlio, il solo che per sua essenza è nato da un unico Padre, unico lo Spirito Santo, il solo che per sua essenza procede dal Padre e dal Figlio”.
E anche in uno scritto, attribuito a S. Girolamo, si dice : “Lo Spirito che procede dal Padre e dal Figlio, è coeterno con il Padre e con il Figlio e in tutto coeguale. Questa è la Santa Trinità: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo; una è la divinità e la potenza, una è l'essenza; il Padre che genera, il Figlio che è generato, lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio”.
C'è però chi pone in dubbio che lo Spirito Santo proceda anche dal Figlio, ma poiché lo Spirito Santo procede dal Padre, per stretta conseguenza, dobbiamo credere che proceda anche dal Figlio, avendo certamente il Padre e il Figlio medesima sostanza, tant'è che Gesù afferma: “Io e il Padre siamo una cosa sola” .
E poi lo stesso Vangelo ce lo insegna, quando il Signore dice: “Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa”. E altrove dice: “Quando verrà il Paraclito che io vi manderò dal Padre ”. Quindi, visto che il Padre invia il Paraclito nel nome del Figlio e il Figlio invia il Paraclito a noi dal Padre, ed entrambi, Padre e Figlio, sono una cosa sola, se ne deduce evidentemente che lo Spirito procede dall'uno e dall'altro.
Tra l'altro Colui, che nelle Sacre Scritture è spesso detto 'Spirito di Verità', in quanto tale senza dubbio è Spirito del Figlio, dato che Cristo stesso è la Verità.
E poi, lo Spirito stesso è quella forza che, come si legge nel Vangelo, 'usciva da Lui' – Cristo - 'e sanava tutti'. Infatti, riguardo alla donna liberata dal flusso di sangue, Gesù dice: “Ho sentito che una forza è uscita da me”.
E non dimentichiamo quel che l'Apostolo scrive ai Galati “Poiché voi siete figli di Dio, Dio ha mandato nei vostri cuori lo Spirito del suo Figlio che dice: Abbà, Padre”.
Dunque, dal Padre è il Figlio e dal Padre è lo Spirito Santo; ma il Figlio per generazione, lo Spirito Santo per processione. L'uno quindi è Figlio del Padre perché è da lui generato; l'altro invece è Spirito dell'uno e dell'altro, perché procede dall'uno e dall'altro.
Certamente sia quella generazione sia questo procedere sono non soltanto ineffabili, ma anche del tutto incomprensibili. Ma circa tali cose, che non possiamo cogliere con la forza della nostra mente, noi crediamo fermamente a coloro per mezzo dei quali lo stesso Spirito Santo ha parlato. Cioè, per quanto i divini misteri, nella loro arcana profondità, siano a noi inconoscibili, non mettiamo però in dubbio ciò che di essi il Signore ha detto, né mettiamo in discussione ciò che si trova negli oracoli dei profeti nelle Sacre Scritture.

 

 

(lettera di san Pier Damiani a Licoudes, Patriarca di Costantinopoli, Quaresima 10622)

 

Sii terra ….
Carissimo, sii quello che il tuo stesso nome simboleggia. Sei chiamato Adamo, cioè <terra rossa>.
Dice l'Ecclesiaste: “Una generazione va, una viene, ma la terra resta sempre la stessa”.
Terra indica quindi la stabilità della costanza, e il fatto che sia rossa, l'ardore della carità.
Dunque sii tu terra, affinché una volta che tu abbia fissato saldamente il tuo piede, non sia rapito dal vento delle tentazioni che irrompono; e contemporaneamente sii anche terra rossa, affinché il tuo spirito sia sempre ardente d'amore per il suo Redentore.
Sii terra, affinché abbondi in te il raccolto delle messi spirituali; e sii terra rossa, di modo che la vampa del desiderio del Cielo infiammi l'altare del tuo spirito.
Sii terra, affinché tu, mediante la custodia dell'umiltà, come vile fango, ti abbassi sempre alle cose più umili; sii nondimeno terra rossa, affinché, acceso dal desiderio del Cielo, tu possa infiammare quanta più gente potrai dello stesso desiderio.
Sii consapevole di essere solo terra, affinché non abbia a porre in te stesso le fondamenta di una fede vacillante; ma sii terra rossa affinché in te venga innalzato, mediante la carità, l'edificio ben connesso delle virtù: di modo che regni in te “la fede che opera per mezzo della carità”.

 

 

(lettera di san Pier Damiani ad Adamo, 1062)

 

 

“Considerate perfetta letizia, fratelli miei, quando vi imbattete in ogni sorta di prove”
Chi opera il bene ed è percosso dai flagelli della tribolazione, ha in realtà buon motivo per rallegrarsi; infatti di tanto poi vede aumentato il suo credito nella patria celeste, quanto prima, lungo la strada, non aveva trovato nemmeno la paga di un momentaneo benessere. Del resto è nota la regola abituale della giustizia celeste secondo la quale il Giudice invisibile mediante le tribolazioni ammaestra, educa, leviga in questa vita coloro che vuol far pervenire alla certezza della salvezza eterna, cioè coloro ai quali ha stabilito di conferire il diritto di accedere all'eredità eterna, e che, per sua segreta decisione, ha già aggregati a sé, come veri figli.
Per questo si dice per bocca del beato Giacomo: “Considerate perfetta letizia, fratelli miei, quando vi imbattete in ogni sorta di prove”. E per questo anche Salomone dice: “Il Signore corregge chi ama; flagella tutti quelli che accoglie come figli”.
Quindi chi opera il bene ed è percosso da flagelli può esser certo di essere adottato nel novero dei figli di Dio; ma deve fare ben attenzione ad evitare che alle sue buone opere, che sarebbero meritevoli di premio, non se ne frammischino di cattive, anche di piccola entità. Infatti chi brama le cose altrui, o, incapace di sopportare con rassegnazione un'offesa, esce in parole di maledizione verso qualcuno, non merita, per il fatto che a questo punto soffre giustamente, il premio che spetterebbe alla sua sofferenza.
Insomma astenetevi del tutto dal recar danno agli altri e sopportate pazientemente le offese ricevute, cosicché, avendo il Redentore portato pazientemente la croce pur non avendo operato il male, appaia già in voi il pegno dell'unione con il sommo Sposo, dal momento che la vostra vita concorda con la sua.

 

 

(lettera di san Pier Damiani alle sorelle Rodelinda e Sufficia, 1063)

 

 

Nelle tribolazioni pazienza e orazione
Che dire della stessa beatissima Madre di Dio, che non abbondò in beni terreni e insieme dovette soffrire l'amarezza di un dolore sconfinato?
Se infatti Dio onnipotente desse particolarmente valore alle prosperità di questa vita, non avrebbe assolutamente permesso che proprio lei, la particolare e sempre Vergine nella quale si è degnato di incarnarsi, fosse tormentata dalla sofferenza. Quindi, secondo l'espressione del beato Pietro: “anche voi armatevi degli stessi sentimenti” e superate mediante la pazienza i mali di questo mondo, i quali - lo sapete bene - sono stati sopportati dagli eletti fin dall'origine del genere umano. Dice infatti l'Apostolo: “E' necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio”.
Proprio per questo la divina Provvidenza permette che nel mare di questa vita siate sballottati di qua e di là da turbini di tempeste e folate di venti impetuosi, perché il vostro spirito, non potendo trovare soddisfacente riposo tra le cose di quaggiù, si sposti a desiderare con maggior avidità i beni del Cielo. Del resto, quando siete sollevati in alto da un'ondata di abbondante benessere, i vostri cuori, sotto la spinta di un'effimera allegria, sono portati lontano dal lido di un'intima quiete.
Ricordatevi dunque di ringraziare Dio.
E quando dai turbini di questo mondo vi piomberà addosso più furiosa la tempesta e vi abbatterà a terra un'offesa oltraggiosa lanciata dai vostri nemici, rifugiatevi subito nell'angolino nascosto dell'orazione, cosicché il vostro spirito, mentre non trova al di fuori dove riposare al sicuro, raccogliendosi in se stesso vada a quietarsi da ogni perturbazione dello strepito mondano. .

 

 

(lettera di san Pier Damiani alle sorelle Rodelinda e Sufficia, 1063)

 

 

“Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”
“Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”. È per questo che all'anima che cova qualcosa di cattivo si dice per bocca di Geremia: “ purifica il tuo cuore dalla malvagità affinché tu possa essere salvata”.
Ora, se vuoi costruire nella tua anima una dimora degna di Dio, devi sforzati di purgarla da ogni spunto di rancore, di odio, da ogni macchia di malizia.
Perciò, fratello, non pensare soltanto - come fanno i più - a quanto grande sia la virtù che possiedi, tanto da non curare di rimproverarti i tuoi difetti, gettandoteli alle spalle.
Tra l'altro non dimenticare che perfino tra i frutti delle opere buone, alle quali attendi, possono nascere dalla radice della fatica le spine di pensieri pungenti, e che nella sofferenza del sacrificio, come anche nella presunzione di essere al sicuro dal male, si cede più facilmente all'ira, come pure all'inerzia dello spirito, che non sta più in guardia e finisce per soccombere alle tentazioni.
Prendi piuttosto esempio dal pavone, che tiene sempre dinnanzi agli occhi le proprie zampe sgraziate, fatte come quelle delle galline, mentre soltanto dietro di sé porta la magnificenza della sua coda. Quindi vede nelle zampe qualcosa di rozzo da disprezzare, mentre gli resta sconosciuto quel che nella coda lo rende mirabile; tiene presente ciò di cui dovrebbe umiliarsi, porta dietro le spalle ciò per cui potrebbe insuperbirsi.
Ecco, anche a te, in certo modo, resti nascosto quel che hai di virtuoso; mentre, se in te c'è qualcosa di difettoso e meritevole di correzione, questo giudicalo e non perderlo mai di vista.
Ricordi il proverbio che dice “chi nasconde le proprie colpe non troverà dove andare, chi le confessa e cessa di commetterle troverà indulgenza.”?
E quindi non reagire malamente alla correzione di un fratello, anzi accoglila con gratitudine, spalmala come antidoto benefico nell'intimo della tua anima inferma.
E poi non indugiare mai nell'estirpare il germe velenoso dal campicello del tuo cuore, correggiti e afferra subito il sarchiello della Confessione che dà la salvezza.

 

 

(lettera di san Pier Damian alle sorelle Rodelinda e Sufficia e Lettera di san Pier Damiani a Desiderio, 1063)

 

La cattiva abitudine di trovar scuse alle proprie colpe e scaricarne su altri la responsabilità
Nel genere umano non c'è male più dannoso della difesa della malvagità.
Per questo Davide dice: “Non lasciare che il mio cuore si pieghi a parole di malizia per trovar scuse ai peccati”.
Questa brutta abitudine, che continua ogni giorno a cacciar fuori nuovi polloni e germinare incessantemente, c'è fin dai primordi del genere umano. Infatti Adamo, interrogato da Dio sul perché avesse mangiato del frutto proibito, rispose: “La donna che mi hai data per compagna, me ne ha dato dell'albero e io ne ho mangiato”. E anche la donna, quando le fu chiesta la stessa cosa, rispose: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”. Come se entrambi volessero far ricadere indirettamente la responsabilità sul Creatore e se la pigliassero contro colui che li stava rimproverando, col dire: non è colpa nostra, ma tua; sei tu che hai congiunto la donna all'uomo e hai permesso che il serpente convivesse con noi.
Il loro primo discepolo fu colui che al Signore, che gli chiedeva dove fosse Abele, rispose: “Sono forse il custode di mio fratello?”.
Quando l'uomo commette una mala azione è come se cadesse in un pozzo, ma quando trova scuse alla malefatta commessa o ne scarica la responsabilità su altri, chiude su di sé, con le sue stesse mani, la bocca del pozzo, privandosi della possibilità di uscirne.
Infatti colui che si sforza di accampar scuse per difendere la scelta che ha fatto, finisce per costruirsi una falsa teoria che lo trascina e intrappola sempre più lontano dalla verità, dalla giustizia e dalla possibilità di correggersi e rimediare.
Nel confronto con la durata senza termine dell'esistenza di Dio, fin da prima che il mondo nascesse e ancora dopo che sarà finito, la quantità di tempo, che va dall'inizio alla fine del mondo, ci appare subito assai minore di una manciatina d'acqua gettata nel mare.

 

 

(lettera di san Pier Damian al papa Alessandro II, 1063)

 

Chi calunnia il mendico oltraggia il suo Creatore; Lo onora invece chi ha compassione del povero
Molti, chiudendo porta e cuore ai poveri di Cristo, si giustificano con l'accusarli di furto, e, mentre è per avarizia che si ritraggono dal concedere generosamente ospitalità, inventano sospetti di ruberie e timori di subire danni ai beni di famiglia e del proprio Paese.
E una volta contestano loro una faccia troppo paffuta; e un'altra si lamentano del loro colorito; perfino, trovando da ridire sulle loro braccia taurine e sui bicipiti muscolosi adatti alla fatica dei campi, riescono ad accusare chi li aiuta di offendere Dio, perché – dicono - quelli potrebbero ben darsi da fare e con la fatica del proprio lavoro sarebbero addirittura in grado di mantenere altri, oltre a se stessi.
Tutti questi che parlano così devono piuttosto preoccuparsi di quello che nelle Sacre Scritture il Signore dice per bocca di Mosè al popolo di Israele: “Gli Ammoniti e i Moabiti non entreranno nell'assemblea del Signore […] perché non vi vollero venire incontro con il pane e con l'acqua nel vostro cammino quando uscivate dall'Egitto”.
Ora, se quegli antichi popoli pagani, che erano ignari della Legge di Dio e pure tradizionali nemici di Israele, sono esclusi dall'assemblea di Dio, perché colpevoli di essersi rifiutati di soccorrere con umanità gli Ebrei che fuggivano dall'Egitto, quale durissima condanna tocca a quei Cristiani che non hanno misericordia verso il prossimo bisognoso e non usano carità verso i propri fratelli ?

 

 

(lettera di san Pier Damian a Mainardo, 1064)

 

 

 

Non proprietario, ma amministratore

Chi è benestante deve considerarsi un amministratore più che un proprietario.
Infatti non deve considerare l'uso di quanto ha come un proprio esclusivo diritto, perché non per questo ha ricevuto i beni temporali, cioè per sguazzare nell'agiatezza o spenderli a tornaconto personale, ma per adempiere al dovere di amministrare un bene che gli è stato affidato.
Pertanto chi dà un'offerta ai poveri non dà del suo, ma restituisce un bene altrui, al punto che chi non è solerte nel venire incontro ai poveri, nel giorno del Giudizio, non sarà accusato di avarizia, ma di furto di un bene che gli era stato affidato anche per il loro sostentamento.

 

 

(lettera di san Pier Damian a Mainardo, 1064)

 

 

 

 

 

L’imperatore Carlo e il re dei Sassoni
C'è una cosa che alcuni fanno e che mi scandalizza particolarmente: questi signori, quando pranzano, se ne stanno appoggiati ad un'alta elegante e ricca mensa, mentre i poveri, a cui danno qualcosa da mangiare, devono adattarsi a sedere sulla nuda terra insieme al branco dei cani e con il cibo poggiato sulle ginocchia.
A questo proposito ricordo un aneddoto sull'imperatore Carlo, quando, dopo molte battaglie, fece prigioniero il re dei Sassoni, ancora dedito ai falsi culti pagani.
Mentre Carlo, secondo il costume, se ne stava a mensa seduto su un alto trono e alcuni poveri sedevano vilmente a terra, il re sassone, che pranzava ad una tavola distante dall'imperatore, gli fece portare questo messaggio:
“Dal momento che il vostro Cristo afferma di venir lui stesso accolto nei poveri, con quale faccia tosta cercate di convincere noi a convertirci e sottometterci a lui, mentre voi lo disprezzate in questo modo e non solo non lo onorate, ma nemmeno gli portate rispetto ?”.
A queste parole Carlo arrossì nel sentirsi ricordare per bocca di un pagano ciò che dice il Vangelo: “Tutto quello che avete fatto a uno solo dei miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me”.

 

 

(lettera di san Pier Damian a Mainardo, 1064)

 

 

“Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia”
Donare ai poveri, perché?
Innanzitutto perché corrisponde alle richieste che Dio ci fa circa la misericordia e circa la verità e quindi anche la giustizia. E' un'opera di misericordia perché abbiamo compassione di coloro che sono nella necessità. È un’opera di verità e giustizia, perché i beni che abbiamo (sia materiali, sia in termini di abilità che possiamo mettere in campo e di disponibilità all'accoglienza), non sono nostri e destinati a nostro esclusivo vantaggio, ma destinati dal Signore a sostentare chiunque ne abbia bisogno. Dunque dando ai poveri non togliamo a noi, ma restituiamo loro ciò che il Signore aveva destinato loro, e ne abbiamo anche un guadagno.
Infatti, benché sia vero che dando ai poveri ciò che fin dall'inizio non è nostro, ma destinato loro, non abbiamo alcun merito nel dare, tuttavia il Signore - Colui che vede nell'intimo dei cuori - ci chiede di dare con vera aperta amorevole generosità, e con ciò ci dà l'opportunità di presentarci un giorno davanti al Pio Giudice a ricevere il premio destinato alla misericordia; quello di cui Gesù stesso parla, quando dice: “Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia”.
Nessuno può affermare con sincerità e sicurezza di essere puro, perfetto e che non avrà mai bisogno della misericordia del Signore. E il buon Dio, che conosce la debolezza della natura umana, raccomanda in tutte le pagine delle Sacre Scritture la compassione verso i miseri e ha messo le cose in modo che l'uomo, offrendo sostegno al suo simile, riceva a suo proprio sostegno il Creatore, e riceva da Dio ciò che dona al suo prossimo.

 

 

(lettera di san Pier Damian a Mainardo, 1064)

 

Chi ha orecchi per intendere …
Malati di debolezza, secondo la natura umana, soffriamo questo difetto di venir meno con gran facilità al rigore della continenza, e di assurgere con gran difficoltà all'acquisizione stabile delle virtù e della disciplina della vita. Quindi è inevitabile che, quando cerchiamo di conquistare qualcosa per Dio, ci incamminiamo da soli sulla via laboriosa e a stento troviamo qualcuno che ci accompagni. Mentre se ci lasciamo andare anche solo un po' al fiume dei piaceri, troviamo subito molti compagni ben disposti ad imitarci.

Ciò capita a maggior ragione in questo nostro tempo, in cui si inseguono facili, ma false ed effimere felicità e in cui si scambia la felicità con il piacere, quello dei sensi, quello della ricchezza, quello del potere, quello della vanità, quello della facile soddisfazione di ogni voglia.

Sta succedendo come quando, per l'infuriare dei venti, si scatena la tempesta e la bufera correndo sui flutti ne gonfia enormemente le ondate, che ruggiscono alzandosi sempre più man mano che s'avvicinano a precipitarsi sulla costa, tanto da spezzare quelle navi che si trovano là, invece di essersi tenute prudentemente al largo, dove il mare più profondo è meno mosso; proprio così oggi ribolle, come in prossimità della riva, la febbre per le cose del mondo e si solleva in cavalloni di agitazione e di superbia; e ora questo bollore ha preso ad infuriare in modo tale che chi gli si accosta ben difficilmente può evitare il pericolo di naufragarvi.

Tanto sconquasso nasce dal gusto smodato per il piacere egocentrico, una ricerca di godimento che in realtà genera afflizione. Tutti infatti, mentre si affannano per ottenere quelle cose, da cui vogliono ricevere diletto, inevitabilmente sono costretti all'angustia dalla concorrenza di altri, dagli ostacoli, dal gravame che costa raggiungere l'obiettivo. E poi? Poi nessuno mai assapora fino in fondo il gusto che aveva sperato, sia per la caducità e volubilità di quanto si è conquistato, sia per le afflizioni a cui si è sottoposto, sia perché nulla ne resta che non sia inconsistente e vano.

Allora, essendo soggetta a tante disgrazie l'effimera felicità di questo mondo, per il semplice fatto che la soddisfazione terrena dipende dal variare di tante circostanze che mutano di continuo come l'alternarsi delle scene sul palco di un teatro, non sarebbe forse il caso, se si è sani di mente, di distogliere l'animo da cose tanto frivole e fugaci e rivolgerlo invece a Dio?.

 

 

(dalle lettere di san Pier Damiani)

 

L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente
Si sbaglia, padre, si sbaglia proprio chi nutre fiducia di poter essere monaco e insieme prestare servizio nel mondo lasciando il chiostro.

Quando noi, seppur per esser utili agli uomini, li seguiamo nel badare alle cose esteriori, che altro facciamo se non ripudiare il monaco, che aveva posto le radici nel nostro intimo?

Infatti lo stato di vita, in cui tutto era proteso verso il Cielo, viene subito sovvertito e il rigore della disciplina infiacchisce, la custodia del silenzio s'allenta, la bocca si spalanca per proferire tutto ciò che il capriccio suggerisce.

Ma anche per me, che pure ho appositamente lasciato l'incarico episcopale, non è facile dato il mio ruolo qui che comunque comporta compiti non dissimili da quelli di un vescovo.

Quando me ne sto tra le pareti della mia piccola cella, mi ci rifugio come nel riparo di un porto di mare. Ma che giova ? Ben poco. Infatti mentre, sentendomici ormai al sicuro, spero in un momento di pace, ecco che vengono a scuotermi i venti del mondo, che infierisce con i mille impegni cui devo far fronte in un continuo impetuoso accavallarsi di questioni.

Così, assediato da tante preoccupazioni, mi sforzo di raccogliermi in meditazione, ma subito cedo. Tento, ma vengo subito meno. Insomma non riesco a penetrare nelle profondità della contemplazione.

E' proprio vero che lo spirito, ottenebrato dalle faccende terrene, invano si sforza di elevarsi al culmine della contemplazione, mentre invece l'opprimono, come un cumulo di macerie, gli affari di questo mondo. Del resto come il cuoio della scarpa, quando si è passati per luoghi fangosi, non si può impregnare di grasso, così l'animo umano, se prima non si sarà prosciugato dall'umidità delle preoccupazioni terrene, non può assimilare la grazia divina, benché aspiri a riempirsi dell'acqua celeste e a poter dire: “l'anima mia è davanti a te come terra senz'acqua”, e gridare con ardore “L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?”.

 

 

(dalle lettere di san Pier Damiani)

 

Quando il Signore chiama
Gli uomini non sono chiamati a dedicarsi alla milizia spirituale solo in forza del proprio volere, ma è Dio onnipotente che li sprona alla conversione e a una dedizione più piena al suo servizio. Egli non ha bisogno della nostra grammatica per attrarre gli uomini dietro a sé e non conta per Lui né la condizione sociale, né il livello culturale e nemmeno l'età. Tanto è vero che è Lui a stabilire i tempi e le circostanze: cosicché alcuni li attira a sé nella loro vecchiaia avanzata, altri nel pieno vigore della giovinezza, altri poi li prende come uccellini implumi nel nido, ancora fanciulli. Così ad esempio Ezechiele ha trent'anni quando è chiamato all'ufficio di profeta; Davide viene scelto ad esser re e all'ispirazione del salterio quando adolescente sta pascolando il gregge del padre; la costanza di una fede invincibile fino al martirio fu nei teneri figli della beata Felicita e ugualmente avvenne per Elezearo già molto vecchio.

E c'è quell'Anna del Vangelo che, dopo aver vissuto col marito per sette anni, era arrivata all'età di ottantaquattro conservando lo stato vedovile e, pur avendo ricevuto una vita così lunga, non cercava di temperare gli acciacchi dell'età senile abbandonandosi a chiacchiere o vivendo con indolenza, anzi – come dice l'evangelista - “non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere”. Prima ancora di conoscere il Vangelo Anna lo adempì e meritò di riconoscere il Signore per ispirazione profetica e di annunziarne la presenza. Infatti nel Vangelo è detto: “Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”.

Ebbene, ora anche tu, che eri altezzosa regina circondata di ricchezze e adulatori, sei venuta. Sei venuta umile da un umile, povera da un povero: sei venuta ad adorare un fanciullo che vagisce in una mangiatoia.

 

 

(dalle lettere di san Pier Damiani)

 

Ho trovato l'amato del mio cuore, l'ho stretto forte e non lo lascerò

Ecco sei venuta, non circondata da molti, ma con una sola compagna. Sei venuta accesa dal fervore dello Spirito Santo allo stesso modo in cui Maria Maddalena insieme all'altra Maria si recò al sepolcro cercando Gesù.

Dunque ora fissa il tuo piede sul fondamento della perseveranza e infiammati fin nel più profondo dell'anima d'amore per il Signore, al quale ogni giorno consegni tutto ciò che hai attraverso le mani dei poveri, che aiuti.

Non turbarti qualora tu fossi colpita da qualche avversità o offesa; sopporta pazientemente fatica e pena, così che, avendo il Redentore portato pazientemente la croce, pur senza aver fatto niente di male, ora appaia in te il pegno dell'unione con il sommo Sposo, nel concordare della tua vita con la Sua.

Sottomettiti a Gesù Redentore con vera umiltà di cuore, incollati a Lui unita da una fervida carità, così da poter cantare : “Ho trovato l'amato del mio cuore, l'ho stretto forte e non lo lascerò”.

Che tu possa giungere all'intima dolcezza del tuo Sposo, a quella soavissima unità del tuo spirito con il Suo!

 

 

(dalle lettere di san Pier Damiani all’imperatrice Agnese, verso il 1064)

 

 

 

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