L'INSEGNAMENTO
DI MARMION
L'insegnamento dell'abate Marmion può aiutarci a vedere le cose chiare sulla santità cui è chiamato il discepolo di Cristo, su ciò che ne costituisce l'essenza, sulla via che pian piano vi conduce. Una presentazione sintetica del suo insegnamento ci è offerta dal seguente testo, tratto da una sua lettera: "Ci sono delle anime che son piene di attività: fanno delle preghiere, praticano le mortificazioni, si danno alle opere di carità; esse fanno certo del cammino, ma lo fanno zoppicando, perché la loro attività è, almeno in parte, umana. Vi sono altre anime invece che Dio stesso ha preso per mano e che progrediscono molto rapidamente, perché è Lui stesso che agisce in loro. Prima però di arrivare a questo secondo grado, occorre molto soffrire, perché bisogna che Dio abbia fatto sentire all'anima che da sé non è nulla e non può nulla… Se lasciamo che Dio agisca in noi, dopo che avrà distrutto tutto ciò che di umano, di naturale c'è in noi, saremo riempiti della sua vita; si compirà allora questa parola: Christus mihi vita". Questo brano compendia in maniera incisiva quanto formerà l'oggetto di questo contributo e ci servirà da guida nel nostro discorso.
I passi di san Paolo sopra citati affermano a chiare lettere il ruolo di Cristo nella realizzazione del piano divino: è l'archetipo che l'uomo ha il destino di riprodurre, il primogenito dei figli di Dio, colui per opera del quale diventiamo anche noi figli di Dio. L'espressione "per opera di Gesù Cristo" non indica solamente l'efficacia redentrice del mistero pasquale, nel senso che sono state la morte e la risurrezione di Gesù a consentire l'adempimento del piano divino. Dom Columba pone piuttosto in evidenza il senso potremo dire "mistico" di tale espressione. Ed è qualcosa di veramente essenziale. Noi partecipiamo alla vita di Dio, diventiamo suoi figli adottivi, nella misura in cui circola in noi la vita di Cristo che è il Figlio unigenito di Dio. Unendoci a sé Gesù ci fa partecipare a ciò che ha di più suo, di più prezioso, il suo rapporto vitale col Padre; la vita e la santità cristiana è tutta qui: rimanere uniti a Cristo e attingere continuamente da lui la vita divina, che ci rende graditi al Padre in qualità di suoi figli. Alla luce di questa idea centrale l'abate di Maredsous rilegge tutte le verità della fede: l'incarnazione, in quanto il Verbo, unendosi ad un'umanità creata, quella di Gesù, la ricolma di ogni pienezza di grazia, affinché ogni uomo, entrando in comunione con essa, partecipi alla vita di Dio; la grazia, colta quale partecipazione, in modo conforme ad una natura creata, alla qualità di Cristo di essere Figlio di Dio; i sacramenti, soprattutto l'Eucaristia, i quali prolungano l'efficacia dell'umanità assunta dal Verbo e ne comunicano la grazia.
Se la santità, in quanto adeguamento al progetto di Dio, consiste nell'essere pienamente figli di Dio, allora tutta la nostra fatica per raggiungere la perfezione deve ridursi a custodire fedelmente e a far sbocciare nella misura più abbondante possibile la nostra partecipazione alla filiazione divina di Gesù. Il compito fondamentale da parte nostra sta nel dare libero campo all'opera divina, nel far sì che la vita di Cristo si espanda sempre più in noi. Non si tratta tanto di compiere grandi imprese, digiuni inumani, spossanti preghiere. Non è un fare, ma un lasciar fare; e un lasciar fare alla grazia di Cristo. Questo è il terzo motivo per cui la santità cristiana è di ordine essenzialmente soprannaturale: non solo perché ci viene rivelata e donata dall'alto, non solo perché consiste nella partecipazione alla vita di Dio, ma anche perché solo Dio può in modo adeguato farla germogliare e crescere.
La
santificazione del cristiano dunque è opera anzitutto di Dio, mentre
la collaborazione umana si delinea come un aprire le porte all'azione divina.
Sembrerebbe poca cosa, ma non lo è. Sebbene subordinata e secondaria
rispetto a quella di Dio, l'attività dell'uomo nella vita spirituale
è necessaria: senza il personale impegno egli non potrà progredire
affatto. Deve agire con la persuasione che tutto dipende da lui, quantunque
sappia anche che tutto, in maniera ancor più radicale, dipende da Dio.
Riguardo a questo tema, cioè il libero impegno umano nel cammino della
santità, Marmion può davvero insegnarci tanto, sia perché
ci consente di collocare teologicamente bene tale impegno, ossia in dialogo
sinergetico con l'azione di Dio, sia perché ci aiuta a recuperare l'importanza
di un serio impegno ascetico, soprattutto oggi in cui, per un motivo o per l'altro,
esso è spesso disatteso.
Il campo di indagine quindi adesso si restringe. Più avanti ritorneremo
sulla vita in Cristo e ne coglieremo tutta la bellezza e la profondità;
per ora ci fermiamo a considerare il seguente quesito: cosa "io" devo
fare affinché la vita di Cristo si espanda sempre più in me? Prima
di un'analisi più approfondita si può dire per sommi capi che
ho un duplice compito: da una parte, togliere gli ostacoli che l'azione della
grazia di Cristo trova in me e dall'altra mettere in opera ciò che mi
consente di stare in intima e continua comunione con Lui. Il primo è
di ordine piuttosto negativo, è un levare, mentre il secondo piuttosto
positivo, è un fare. Il primo disegna un percorso di purificazione, il
secondo di progresso.
Cominciamo dal primo; esso comprende tutto lo sforzo per rimuovere ciò che ostacola l'espansione della grazia. Anzitutto il peccato. Si tratta certamente di quell'esigenza di allontanarsi dai molteplici vizi che uno sente quando, toccato dallo Spirito di Dio, avverte tutta la meschinità della sua vita passata e presente, la detesta e si decide a mutar vita, come avviene nelle conversioni vere e proprie. Ma il caso non è solo quello prospettato. Si può avere complicità con il peccato anche quando si è accettato di convivere con l'abitudine al peccato veniale, con la rinuncia deliberata di dare a Dio qualcosa che sentiamo di dovergli donare, con l'infedeltà negli impegni grandi e piccoli che abbiamo promesso davanti a Lui di adempiere o che sono connessi al nostro stato.
E
poiché la necessità della rottura con il male non è fine
a se stessa, ma, soprattutto nella sensibilità dell'abate Marmion, è
orientata alla dilatazione della vita di Cristo in noi, è colta quindi
in una prospettiva personalista di incontro immediato con Lui, è ben
comprensibile come sia radicale la lotta che l'uomo deve ingaggiare con ciò
che lo potrebbe separare da Cristo o comunque ridurre l'intensità dell'unione
a Lui. "Non dobbiamo - scrive il nostro Autore in Cristo vita dell'anima
- se desideriamo la perfezione di questa unione, lesinare a Cristo la libertà
del nostro cuore, riservare in questo cuore un posto, per quanto piccolo, alla
creatura amata per se stessa". È un distacco che è richiesto
in ogni condizione di vita, ma che diventa più pressante e radicale per
un consacrato o una consacrata, dal momento che per in questo caso ci si è
impegnati a donare tutto al Signore, a vivere se non per Lui e per la salvezza
degli uomini, e il grado della propria riuscita o felicità è misurato
dalla fedeltà a tale impegno. Riportiamo a questo proposito un bellissimo
passo di una lettera scritta da dom Columba a una giovane carmelitana:
"In un regno il sovrano ha i suoi ministri, i suoi generali, i suoi servi
devoti; li ama, li apprezza, ed essi fanno tanto per lui e per il suo popolo.
Ma la sposa, se gli è fedele ed amorosa, gli è più cara
che tutti gli altri, e i più piccoli suoi desideri sono comandi per il
suo cuore. Ma se ella non è fedele, se ha sorrisi per altri, se il sovrano
si accorge che non trova tutto nel suo affetto, se vede che per essere felice
ha bisogno di altri amori, di altri affetti, e non corrisponde così al
suo ruolo di sposa, allora egli non troverà la sua gioia nel cuore di
lei e si compiacerà maggiormente dei suoi ministri e dei suoi fedeli
servitori".
Il distacco più necessario comunque è quello da operare verso
se stessi, nel senso che occorre rintuzzare l'egoismo, per cui si fa ruotare
tutto, cose, persone, anche Dio, attorno a sé e al proprio interesse;
abbattere la vanità; smascherare la suscettibilità che spesso
rivela la poca disponibilità a riconoscere e accettare i propri limiti
e il rifiuto di accogliere l'aiuto altrui. Marmion ci pone a questo riguardo
delle richieste davvero grandi: non solo ci domanda di ammortizzare le potenziali
radici del peccato, come la concupiscenza e l'amor proprio disordinato, ma anche
di lavorare affinché tutto quello che proviene dagli impulsi terra-terra,
"naturali", siano sottoposti al giudizio della ragione illuminata
dalla fede e sacrificati, all'occorrenza, alle esigenze della grazia. Per esempio
egli esorta a governare le prime reazioni che sorgono nell'animo e che spesso,
se non frenate, portano ad agire sconsideratamente. Tutto questo potrebbe sapere
di spietato, ma per interpretarlo correttamente sono richieste almeno tre precisazioni.
La prima concerne la varietà di situazioni a cui le raccomandazioni precedenti
sono da applicare in quanto, da un lato, la sensibilità spirituale di
una persona non sempre coincide con quella di un'altra, per cui ciò che
una sente come un peso da cui alleggerirsi può invece non turbare affatto
un'altra, e d'altronde vi è una certa gradualità nella vita spirituale,
per cui talune esigenze vengono colte solo col progredire verso l'unione con
Dio. In secondo luogo si dà per scontato di aver a che fare con persone
mature; questa presunzione in realtà non può essere mai data per
buona, e la psicologia ce lo ha insegnato. Se infatti un uomo non è veramente
libero e consistente certe richieste esigenti, anziché farlo crescere,
lo possono paralizzare. La terza precisazione poi è determinante: questo
insegnamento acquista tutto il suo senso nell'ottica della spiritualità
marmioniana, in cui ciò che conta è rimanere sotto l'influsso
della grazia: da qui l'importanza di imparare a far prevalere il soffio leggero
dello Spirito sulle voci, talora impetuose, del nostro io.
Una
presentazione così sintetica come la nostra sull'insegnamento del nuovo
beato sul progresso spirituale rischia di essere mal interpretata, quasi che
egli insista troppo sull'aspetto ascetico, di rinuncia e di distacco, a discapito
di altre dimensioni. Questo non corrisponde certamente al vero, dal momento
che per lui restano prioritari l'azione della grazia e, da parte dell'uomo,
l'esercizio delle virtù teologali. Lo vedremo meglio fra poco. Per ora
basti averlo rammentato, mentre continuiamo a prendere in esame il cammino di
purificazione dell'uomo in cerca della perfezione evangelica, cammino - questo
possiamo già dirlo - che va di pari passo con un incremento della carità
e della gioia. Come prova del fatto che egli non assolutizzi mai l'elemento
di rinuncia, introduciamo il tema della penitenza con una citazione altamente
significativa: "Il vero amore di Dio nel cuore di colui che ha gravemente
peccato deve prendere la forma di compunzione". Quanto più ci costa
ma che la santità ci richiede non è edulcorato, però è
colto nella sua dimensione più vera, quale rovescio della medaglia dell'amore,
anzi come sua autentica espressione. Così è appunto della virtù
della penitenza. Il peccato non è un ostacolo all'unione con Dio solo
in quanto attualmente commesso, ma anche in forza delle sue conseguenze: l'abitudine
al peccato, anche se adesso lo si è ripudiato, ha lasciato dentro una
propensione al male, una qual certa malizia che tende a scorgere nei fatti e
nelle persone il lato negativo prima e più di quello positivo, una distanza
affettiva dal bene. E questo quanto più essa è radicata. Comunque
tutto ciò non impedisce l'ascesa alla pienezza della santità,
solo che introduce l'esigenza dell'espiazione, da intendere solo secondariamente
come esercizio di pene afflittive, in prima istanza invece come distacco interiore
dal peccato. Bisogna assecondare la creazione, da parte della grazia divina,
di un cuore nuovo.
"Quel che le manca, quello che lascia alla sua vita spirituale un po' di
leggerezza, di mancanza di equilibrio e di stabilità, è il fatto
che non ha praticato abbastanza la virtù della penitenza. La confessione
rimette tutti i peccati, ma rimangono nell'anima come delle cicatrici del peccato
che un'abitudine contraria, la virtù della compunzione, deve fare scomparire.
Desidero dunque molto che lei per qualche anno si dia alla virtù della
penitenza. Non che debba rammentarsi in dettaglio della sua vita passata, ma
ricordarsi di aver offeso Dio e sentirne continuo dispiacere".
L'abate Marmion dà quindi ulteriori consigli: il sentimento della compunzione,
il rammarico cioè di aver offeso Dio, per un certo tempo deve dominare
l'universo interiore, ma non essere esclusivo così da interdire la lode,
il ringraziamento, la gioia. Solo così si potranno gettare le fondamenta
per un edificio spirituale robusto e duraturo. Come dolersi dei propri peccati?
Mettendosi, come già raccomandava san Benedetto, nelle disposizioni del
pubblicano al tempio il quale, non osando alzare gli occhi al cielo, ripeteva
dentro di sé: "Abbi pietà, o Dio, di me peccatore".
Anche se predominante nell'animo, non si tratta solo di un sentimento interiore;
occorre che esso sia accompagnato e sorretto da un effettivo esercizio di mortificazione,
che rimanga comunque sempre nei limiti imposti dalla discrezione e del buon
senso. A questo riguardo notiamo come lo sforzo dell'ascesi, benché non
trascuri la mortificazione esteriore, deve essere orientato principalmente all'esercizio
delle virtù dell'umiltà e dell'obbedienza.
Come
tutti i grandi maestri di spirito, e anzi con un rilievo tutto particolare data
la sua specifica visione della santità cristiana, Marmion, se ritiene
necessaria l'opera e l'impegno della persona, scorge nell'opera di purificazione
interiore l'azione di Dio che, in modi via via differenti e adeguati a ciascuno,
sottopone l'anima a spogliamenti progressivi, in vista di unirsi più
perfettamente ad essa. Si tratta della così detta purificazione "passiva",
che si produce attraverso aridità, sensi di scoraggiamento, distacco
da persone care, sofferenze e prove di ogni tipo. Ma, domandiamoci, come mai
queste pene, se accettate pazientemente e in adesione amorosa ai patimenti di
Cristo, producono il loro frutto di santificazione? Che dinamismo mettono in
opera? Infatti non si può pensare che il dolore, fisico o morale che
sia, porti tout court giovamento alla vita dello spirito. Per cercare di rispondere
all'interrogativo seguiamo alcune indicazioni proposteci da dom Columba. Capita
spesso che una persona trovi difficoltà ad adempiere i propri impegni,
quali la preghiera, la meditazione, la carità fraterna; ciò che
un tempo gli riusciva facile adesso gli costa enorme fatica, e tante volte deve
constatare il suo insuccesso. L'esperienza ripetuta di tali insuccessi porta
lentamente alla conoscenza e alla persuasione della propria debolezza, della
fragilità della propria volontà. Ora un tale ridimensionamento
delle capacità personali è quanto mai salutare: conduce a rintuzzare
l'orgoglio e l'amor proprio; ad avere compassione verso il nostro prossimo,
che prima forse si giudicava in maniera spietata; a comprendere l'insostituibilità
del sostegno della grazia in ogni opera di bene; a confidare maggiormente in
Dio e ad abbandonarsi più decisamente alla sua volontà, imparando
a rinunciare al segreto tentativo di voler imporre a Dio il proprio modo di
vedere.
Ci si deve lasciare guidare da Dio, non solo nella scelta della via da percorrere
per giungere alla santità, ma anche nella disposizione dei tempi che
egli userà per quest'opera. Se l'uomo asseconda l'azione divina allora
piano piano proverà un senso di apertura interiore, quasi come uno che
fino ad ora è stato chiuso in gabbia, ma che adesso comincia a vedere
fino al lontano orizzonte: ora tante verità attinenti alla vita spirituale
gli appaiono chiare, proverà un senso di liberazione, in quanto avrà
scoperto quali sono i veri grandi ostacoli e solo contro di essi ecciterà
la sua lotta, e specialmente perché si troverà, almeno in radice,
libero dal nemico peggiore, il proprio orgoglio. Ma soprattutto sarà
adesso preparato a sperimentare in pienezza il programma paolino: "Non
sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20). Solo a questo
momento lo Spirito di Dio potrà condurlo docilmente, le motivazioni più
basse dell'agire saranno continuamente sottoposte al Vangelo e Cristo sarà
il suo Signore. Possiamo a questo punto rileggere la prima frase dell'abate
Marmion citata in questo articolo e coglieremo in un attimo il significato di
tutto il percorso fin qui svolto.
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Sarebbe
giunto ora il momento di descrivere più diffusamente lo stato appunto
di coloro che "Dio stesso ha preso per mano e che progrediscono molto rapidamente,
perché è Lui stesso che agisce in loro", ma prima di farlo
terminiamo brevemente il compito che ci eravamo proposti. Volevamo individuare
le direzioni nelle quali incamminarsi per progredire nella sequela di Cristo
e dicevamo che Marmion ne indicava due: il primo compito, togliere gli ostacoli
all'azione della grazia; il secondo, agevolare questa stessa azione. Ci manca
l'esposizione dell'ultimo. Lo faremo in maniera lapidaria. La perfezione cristiana
consiste per il nostro Autore nel vivere abitualmente e totalmente secondo la
grazia, in modo che venga portata a pienezza in noi l'adozione a figli di Dio.
Questo è però legato, come vedevamo in principio, all'unione vitale
con Cristo, via, verità e vita. Pertanto il nostro positivo impegno deve
essere quello di rimanere costantemente uniti a Gesù. E come? Anzitutto
con la fede, poiché è per la fede che Cristo abita nei nostri
cuori (cf Ef 3,17); ma una fede viva, che sia addestrata a cogliere la realtà
con lo sguardo di Dio, una fede che porta all'adorazione continua di Cristo
presente in noi e nei fratelli, una fede operante, che sia capace di produrre
opere proporzionate alla sua percezione soprannaturale. E poi con l'amore, che
è la misura e la sostanza stessa dell'unione con Cristo: "Rimanete
nel mio amore" (Gv 15,9). Ricordiamo poi un altro elemento, sul quale insiste
l'abate di Maredsous, cioè la fedeltà. Nei suoi consigli ed insegnamenti
egli ha come maestra la virtù della discrezione e non vuole che si intraprendano
nella vita spirituale iniziative sproporzionate alle forze della natura umana
o della singola persona; suggerisce pertanto solo pochi impegni, ma vuole che
siano portati avanti con decisione, con coraggio, con fedeltà. La santità
non risiede in questa o in quella pratica, ma essere fedeli è un mezzo
necessario per giungervi.
"L'anima - dunque - tanto progredisce nella perfezione quanto avanza nella
fede; perché la fede aumenta l'amore, e l'amore sempre più abbandona
l'anima all'azione di Dio che opera in noi per mezzo del suo Spirito; cotesta
azione diventa sempre più potente e feconda via via che i vizi si sradicano,
le creature per noi svaniscono e ogni movente umano non ha più forza".
Questo
passo stupendamente riassume quanto abbiamo detto sulle condizioni del progresso
spirituale e ci introduce nel tema che già avevamo annunciato: il vertice
del cammino, raggiunto quando veramente Cristo diventa "vita dell'anima".
Descriviamo questo stato, ideale perseguito dal nuovo beato nel corso di tutta
la sua esistenza, soffermandoci successivamente su vari aspetti che egli ha
colto e illustrato, e che rappresentano come le variazioni di un unico tema.
Cominciamo dal seguente pensiero: la perfezione consiste nel porre come principio
di ogni nostro agire la grazia e come movente la carità; e ciò
suppone che sia purificato ed elevato il dinamismo umano da cui scaturiscono
le azioni e che sia indirizzata a Dio la volontà di colui che agisce.
È un ideale che evidenzia l'insistenza sulla dimensione soprannaturale
con cui l'abate Marmion legge il cristianesimo.
Ma la grazia e la carità, nel suo pensiero, non sono rispettivamente
una qualità e una virtù spirituali avulse da un rapporto vivo
e personale. L'ideale poc'anzi evidenziato dom Columba ama per lo più
esprimerlo ricorrendo a frasi che denotano una relazione con la seconda o la
terza Persona della Santissima Trinità: Cristo, trasformandoci gradualmente
in se stesso, deve diventare il sovrano assoluto del nostro animo, nel senso
che ogni pensiero, ogni desiderio, ogni azione è dettata dall'obbedienza
alla sua Persona e indirizzata a Lui. Bisogna tendere a far sì che, sottomessi
nella carità a Gesù, sia Lui che agisca in noi. E poiché
egli opera in noi attraverso il suo Spirito, Marmion formula il suo anelito
anche dicendo di non voler avere altro movente in ogni attività che l'ispirazione
del Paraclito, di desiderare di vivere in dipendenza continua dallo Spirito
di Cristo.
Coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio, dice san Paolo (cf Rom 8,14); inoltre, come ama ripetere il nostro Autore, noi compiacciamo Dio allorché Egli vede in noi i lineamenti del suo Figlio. Solo allora Egli ci riconosce in pieno come suoi veri figli. Ecco allora che l'aspirazione più profonda dell'abate irlandese è quella di giungere al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito, come afferma in modo suggestivo in un passaggio di una sua lettera: "... malgrado la sua miseria, il Padre la conduce a Sé nel suo Spirito attraverso la via migliore di tutte, cioè Gesù, nella gioia e nell'umile dipendenza da Lui". Più precisamente, data la sua spiritualità cristocentrica, tale aspirazione è quella di essere là dove Cristo si trova. E dove si trova Cristo? Egli, in quanto Figlio di Dio, anche durante i vari misteri della sua esistenza terrena, si trova costantemente "nel seno del Padre", in sinu Patris (Gv 1,18). Così anche Marmion anela a questo approdo, che si può compiere in ogni momento della giornata e anche in maniera continua, ma che ha una particolarissima realizzazione nella comunione eucaristica: "Quando stringo Gesù nel mio cuore dopo la Messa, mi sento unito a Gesù. La fede mi dice che egli è in me ed io in lui. Gesù è nel seno del Padre, ed io povero peccatore, ci sono con Lui".
Quest'ultima frase ci stimola ad un'ulteriore riflessione. Il nuovo beato ha avuto una coscienza molto acuta delle debolezze e delle fragilità proprie e della natura umana in genere; ma ha altresì ben compreso che esse non sono di impedimento ad un'unione anche intensissima con Dio. Persino quelle mancanze, che l'uomo commette non per malizia ma per fragilità e che detesta, possono diventare uno stimolo per crescere nell'amore divino. Il suo argomento è molto interessante: Cristo, facendosi uomo, ci ha donato ciò che è suo, cioè la partecipazione alla filiazione divina e ha preso da noi non solo un'astratta natura umana ma pure tutte le nostre sofferenze ed i nostri dolori; anche, anzi, proprio le mie sofferenze, quelle di adesso. È una rilettura mistica del dogma dell'incarnazione, colto nella prospettiva patristica dello "scambio", in cui si incontrano la misericordia divina e la miseria umana, ma dove quest'ultima diventa, se riconosciuta e accettata in umiltà, un motivo in più per confidare nel Padre, che ci ama tutti nel Figlio.
Una presentazione del cammino spirituale, quella offertaci, dalla quale emerge una straordinaria sintesi degli elementi fondamentali della vita cristiana: l'azione di Dio e quella dell'uomo sono colte in dialogo costante e fecondo, la concentrazione su ciò che è essenziale non cancella ma pone in giusta posizione tutto il resto, l'umiltà più profonda si sposa con la fiducia più piena, l'amore a Dio non è disgiunto da quello del prossimo. Una sintesi caratterizzata da equilibrio e da unzione spirituale. Una sintesi che può essere quanto mai utile, e direi provvidenziale, per l'uomo di oggi.
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