L'INSEGNAMENTO DI MARMION
Dom Columbia Marmion
1. Introduzione 2. Prospettiva "dall'alto" 3. Gesù Cristo
4. L'opera della grazia 5. L'opera dell'uomo 6. Lotta al peccato
7. Dare tutto 8. La vera penitenza 9. Dio ci purifica
10. Rimanere uniti a Cristo 11. Cristo, vita dell'anima 12. Andare al Padre
13. Debolezza e fiducia 14. Sintesi

 

 

 

 

Introduzione

L'insegnamento dell'abate Marmion può aiutarci a vedere le cose chiare sulla santità cui è chiamato il discepolo di Cristo, su ciò che ne costituisce l'essenza, sulla via che pian piano vi conduce. Una presentazione sintetica del suo insegnamento ci è offerta dal seguente testo, tratto da una sua lettera: "Ci sono delle anime che son piene di attività: fanno delle preghiere, praticano le mortificazioni, si danno alle opere di carità; esse fanno certo del cammino, ma lo fanno zoppicando, perché la loro attività è, almeno in parte, umana. Vi sono altre anime invece che Dio stesso ha preso per mano e che progrediscono molto rapidamente, perché è Lui stesso che agisce in loro. Prima però di arrivare a questo secondo grado, occorre molto soffrire, perché bisogna che Dio abbia fatto sentire all'anima che da sé non è nulla e non può nulla… Se lasciamo che Dio agisca in noi, dopo che avrà distrutto tutto ciò che di umano, di naturale c'è in noi, saremo riempiti della sua vita; si compirà allora questa parola: Christus mihi vita". Questo brano compendia in maniera incisiva quanto formerà l'oggetto di questo contributo e ci servirà da guida nel nostro discorso.

 

 

 

 

Prospettiva 'dall'alto'

Questo brano compendia in maniera incisiva l'insegnamento spirituale del nostro beato e ci servirà da guida nel nostro discorso.
Partiamo dalla seguente considerazione: dom Columba non si lasciava sfuggire occasione per ribadire che la santità cristiana è di ordine essenzialmente soprannaturale. Cosa vuol dire? Almeno tre cose. La prima corrisponde al fatto che lo scopo della vita un cristiano non lo va a cercare chissà dove, ma lo accoglie da Dio: essere santi consiste nel rispondere in pieno al progetto di Dio, non nel fabbricarsi un ideale secondo il proprio modo di vedere. Ma qual è questo disegno divino? Qui tocchiamo il secondo motivo per cui la santità è soprannaturale, quello più importante giacché ci pone sul piano del suo contenuto stesso. A questo punto l'abate Marmion, fedele al suo intento di non costruirsi da solo un programma di vita, ma di conformarsi a quello propostoci da Dio, ferma la sua attenzione su due brani capitali dell'apostolo Paolo: Dio ci "ha predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli" (Rom 8,29); "In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà" (Ef 1,4-6). Dio Padre vuole che gli uomini siano suoi figli. È questo il grande disegno. Non è qualcosa di retorico, non è qualcosa di scontato. Lo capiamo se appena pensiamo che cosa vuol dire essere figli di Dio secondo il Nuovo Testamento: significa aver parte alla natura stessa di Dio, alla sua vita. L'uomo è chiamato a partecipare alla vita divina, realmente; ad entrare in rapporto personale ed intimo con Lui, a conoscerlo e ad amarlo. È qualcosa che va infinitamente al di là delle sue esigenze, delle sue pretese, delle sue forze; per questo diciamo che è una vocazione "soprannaturale". "Non dimentichiamolo dunque mai - scrive Marmion: ogni vita cristiana, come ogni santità si riduce a questo: essere per grazia ciò che Gesù è per natura, il Figlio di Dio. In ciò è il sublime della nostra religione… Il santo più eccelso in cielo è colui che quaggiù è stato figlio di Dio nel modo più perfetto".

 

 

 

 

Gesù Cristo

I passi di san Paolo sopra citati affermano a chiare lettere il ruolo di Cristo nella realizzazione del piano divino: è l'archetipo che l'uomo ha il destino di riprodurre, il primogenito dei figli di Dio, colui per opera del quale diventiamo anche noi figli di Dio. L'espressione "per opera di Gesù Cristo" non indica solamente l'efficacia redentrice del mistero pasquale, nel senso che sono state la morte e la risurrezione di Gesù a consentire l'adempimento del piano divino. Dom Columba pone piuttosto in evidenza il senso potremo dire "mistico" di tale espressione. Ed è qualcosa di veramente essenziale. Noi partecipiamo alla vita di Dio, diventiamo suoi figli adottivi, nella misura in cui circola in noi la vita di Cristo che è il Figlio unigenito di Dio. Unendoci a sé Gesù ci fa partecipare a ciò che ha di più suo, di più prezioso, il suo rapporto vitale col Padre; la vita e la santità cristiana è tutta qui: rimanere uniti a Cristo e attingere continuamente da lui la vita divina, che ci rende graditi al Padre in qualità di suoi figli. Alla luce di questa idea centrale l'abate di Maredsous rilegge tutte le verità della fede: l'incarnazione, in quanto il Verbo, unendosi ad un'umanità creata, quella di Gesù, la ricolma di ogni pienezza di grazia, affinché ogni uomo, entrando in comunione con essa, partecipi alla vita di Dio; la grazia, colta quale partecipazione, in modo conforme ad una natura creata, alla qualità di Cristo di essere Figlio di Dio; i sacramenti, soprattutto l'Eucaristia, i quali prolungano l'efficacia dell'umanità assunta dal Verbo e ne comunicano la grazia.

 

 

 

 

L'opera della grazia

Se la santità, in quanto adeguamento al progetto di Dio, consiste nell'essere pienamente figli di Dio, allora tutta la nostra fatica per raggiungere la perfezione deve ridursi a custodire fedelmente e a far sbocciare nella misura più abbondante possibile la nostra partecipazione alla filiazione divina di Gesù. Il compito fondamentale da parte nostra sta nel dare libero campo all'opera divina, nel far sì che la vita di Cristo si espanda sempre più in noi. Non si tratta tanto di compiere grandi imprese, digiuni inumani, spossanti preghiere. Non è un fare, ma un lasciar fare; e un lasciar fare alla grazia di Cristo. Questo è il terzo motivo per cui la santità cristiana è di ordine essenzialmente soprannaturale: non solo perché ci viene rivelata e donata dall'alto, non solo perché consiste nella partecipazione alla vita di Dio, ma anche perché solo Dio può in modo adeguato farla germogliare e crescere.

 

 

 

 

 

L'opera dell'uomo

La santificazione del cristiano dunque è opera anzitutto di Dio, mentre la collaborazione umana si delinea come un aprire le porte all'azione divina. Sembrerebbe poca cosa, ma non lo è. Sebbene subordinata e secondaria rispetto a quella di Dio, l'attività dell'uomo nella vita spirituale è necessaria: senza il personale impegno egli non potrà progredire affatto. Deve agire con la persuasione che tutto dipende da lui, quantunque sappia anche che tutto, in maniera ancor più radicale, dipende da Dio. Riguardo a questo tema, cioè il libero impegno umano nel cammino della santità, Marmion può davvero insegnarci tanto, sia perché ci consente di collocare teologicamente bene tale impegno, ossia in dialogo sinergetico con l'azione di Dio, sia perché ci aiuta a recuperare l'importanza di un serio impegno ascetico, soprattutto oggi in cui, per un motivo o per l'altro, esso è spesso disatteso.
Il campo di indagine quindi adesso si restringe. Più avanti ritorneremo sulla vita in Cristo e ne coglieremo tutta la bellezza e la profondità; per ora ci fermiamo a considerare il seguente quesito: cosa "io" devo fare affinché la vita di Cristo si espanda sempre più in me? Prima di un'analisi più approfondita si può dire per sommi capi che ho un duplice compito: da una parte, togliere gli ostacoli che l'azione della grazia di Cristo trova in me e dall'altra mettere in opera ciò che mi consente di stare in intima e continua comunione con Lui. Il primo è di ordine piuttosto negativo, è un levare, mentre il secondo piuttosto positivo, è un fare. Il primo disegna un percorso di purificazione, il secondo di progresso.

 

 

 

 

 

 

 

Lotta al peccato

Cominciamo dal primo; esso comprende tutto lo sforzo per rimuovere ciò che ostacola l'espansione della grazia. Anzitutto il peccato. Si tratta certamente di quell'esigenza di allontanarsi dai molteplici vizi che uno sente quando, toccato dallo Spirito di Dio, avverte tutta la meschinità della sua vita passata e presente, la detesta e si decide a mutar vita, come avviene nelle conversioni vere e proprie. Ma il caso non è solo quello prospettato. Si può avere complicità con il peccato anche quando si è accettato di convivere con l'abitudine al peccato veniale, con la rinuncia deliberata di dare a Dio qualcosa che sentiamo di dovergli donare, con l'infedeltà negli impegni grandi e piccoli che abbiamo promesso davanti a Lui di adempiere o che sono connessi al nostro stato.

 

 

 

 

 

 

Dare tutto

E poiché la necessità della rottura con il male non è fine a se stessa, ma, soprattutto nella sensibilità dell'abate Marmion, è orientata alla dilatazione della vita di Cristo in noi, è colta quindi in una prospettiva personalista di incontro immediato con Lui, è ben comprensibile come sia radicale la lotta che l'uomo deve ingaggiare con ciò che lo potrebbe separare da Cristo o comunque ridurre l'intensità dell'unione a Lui. "Non dobbiamo - scrive il nostro Autore in Cristo vita dell'anima - se desideriamo la perfezione di questa unione, lesinare a Cristo la libertà del nostro cuore, riservare in questo cuore un posto, per quanto piccolo, alla creatura amata per se stessa". È un distacco che è richiesto in ogni condizione di vita, ma che diventa più pressante e radicale per un consacrato o una consacrata, dal momento che per in questo caso ci si è impegnati a donare tutto al Signore, a vivere se non per Lui e per la salvezza degli uomini, e il grado della propria riuscita o felicità è misurato dalla fedeltà a tale impegno. Riportiamo a questo proposito un bellissimo passo di una lettera scritta da dom Columba a una giovane carmelitana:
"In un regno il sovrano ha i suoi ministri, i suoi generali, i suoi servi devoti; li ama, li apprezza, ed essi fanno tanto per lui e per il suo popolo. Ma la sposa, se gli è fedele ed amorosa, gli è più cara che tutti gli altri, e i più piccoli suoi desideri sono comandi per il suo cuore. Ma se ella non è fedele, se ha sorrisi per altri, se il sovrano si accorge che non trova tutto nel suo affetto, se vede che per essere felice ha bisogno di altri amori, di altri affetti, e non corrisponde così al suo ruolo di sposa, allora egli non troverà la sua gioia nel cuore di lei e si compiacerà maggiormente dei suoi ministri e dei suoi fedeli servitori".
Il distacco più necessario comunque è quello da operare verso se stessi, nel senso che occorre rintuzzare l'egoismo, per cui si fa ruotare tutto, cose, persone, anche Dio, attorno a sé e al proprio interesse; abbattere la vanità; smascherare la suscettibilità che spesso rivela la poca disponibilità a riconoscere e accettare i propri limiti e il rifiuto di accogliere l'aiuto altrui. Marmion ci pone a questo riguardo delle richieste davvero grandi: non solo ci domanda di ammortizzare le potenziali radici del peccato, come la concupiscenza e l'amor proprio disordinato, ma anche di lavorare affinché tutto quello che proviene dagli impulsi terra-terra, "naturali", siano sottoposti al giudizio della ragione illuminata dalla fede e sacrificati, all'occorrenza, alle esigenze della grazia. Per esempio egli esorta a governare le prime reazioni che sorgono nell'animo e che spesso, se non frenate, portano ad agire sconsideratamente. Tutto questo potrebbe sapere di spietato, ma per interpretarlo correttamente sono richieste almeno tre precisazioni. La prima concerne la varietà di situazioni a cui le raccomandazioni precedenti sono da applicare in quanto, da un lato, la sensibilità spirituale di una persona non sempre coincide con quella di un'altra, per cui ciò che una sente come un peso da cui alleggerirsi può invece non turbare affatto un'altra, e d'altronde vi è una certa gradualità nella vita spirituale, per cui talune esigenze vengono colte solo col progredire verso l'unione con Dio. In secondo luogo si dà per scontato di aver a che fare con persone mature; questa presunzione in realtà non può essere mai data per buona, e la psicologia ce lo ha insegnato. Se infatti un uomo non è veramente libero e consistente certe richieste esigenti, anziché farlo crescere, lo possono paralizzare. La terza precisazione poi è determinante: questo insegnamento acquista tutto il suo senso nell'ottica della spiritualità marmioniana, in cui ciò che conta è rimanere sotto l'influsso della grazia: da qui l'importanza di imparare a far prevalere il soffio leggero dello Spirito sulle voci, talora impetuose, del nostro io.

 

 

 

 

La vera penitenza

Una presentazione così sintetica come la nostra sull'insegnamento del nuovo beato sul progresso spirituale rischia di essere mal interpretata, quasi che egli insista troppo sull'aspetto ascetico, di rinuncia e di distacco, a discapito di altre dimensioni. Questo non corrisponde certamente al vero, dal momento che per lui restano prioritari l'azione della grazia e, da parte dell'uomo, l'esercizio delle virtù teologali. Lo vedremo meglio fra poco. Per ora basti averlo rammentato, mentre continuiamo a prendere in esame il cammino di purificazione dell'uomo in cerca della perfezione evangelica, cammino - questo possiamo già dirlo - che va di pari passo con un incremento della carità e della gioia. Come prova del fatto che egli non assolutizzi mai l'elemento di rinuncia, introduciamo il tema della penitenza con una citazione altamente significativa: "Il vero amore di Dio nel cuore di colui che ha gravemente peccato deve prendere la forma di compunzione". Quanto più ci costa ma che la santità ci richiede non è edulcorato, però è colto nella sua dimensione più vera, quale rovescio della medaglia dell'amore, anzi come sua autentica espressione. Così è appunto della virtù della penitenza. Il peccato non è un ostacolo all'unione con Dio solo in quanto attualmente commesso, ma anche in forza delle sue conseguenze: l'abitudine al peccato, anche se adesso lo si è ripudiato, ha lasciato dentro una propensione al male, una qual certa malizia che tende a scorgere nei fatti e nelle persone il lato negativo prima e più di quello positivo, una distanza affettiva dal bene. E questo quanto più essa è radicata. Comunque tutto ciò non impedisce l'ascesa alla pienezza della santità, solo che introduce l'esigenza dell'espiazione, da intendere solo secondariamente come esercizio di pene afflittive, in prima istanza invece come distacco interiore dal peccato. Bisogna assecondare la creazione, da parte della grazia divina, di un cuore nuovo.
"Quel che le manca, quello che lascia alla sua vita spirituale un po' di leggerezza, di mancanza di equilibrio e di stabilità, è il fatto che non ha praticato abbastanza la virtù della penitenza. La confessione rimette tutti i peccati, ma rimangono nell'anima come delle cicatrici del peccato che un'abitudine contraria, la virtù della compunzione, deve fare scomparire. Desidero dunque molto che lei per qualche anno si dia alla virtù della penitenza. Non che debba rammentarsi in dettaglio della sua vita passata, ma ricordarsi di aver offeso Dio e sentirne continuo dispiacere".
L'abate Marmion dà quindi ulteriori consigli: il sentimento della compunzione, il rammarico cioè di aver offeso Dio, per un certo tempo deve dominare l'universo interiore, ma non essere esclusivo così da interdire la lode, il ringraziamento, la gioia. Solo così si potranno gettare le fondamenta per un edificio spirituale robusto e duraturo. Come dolersi dei propri peccati? Mettendosi, come già raccomandava san Benedetto, nelle disposizioni del pubblicano al tempio il quale, non osando alzare gli occhi al cielo, ripeteva dentro di sé: "Abbi pietà, o Dio, di me peccatore". Anche se predominante nell'animo, non si tratta solo di un sentimento interiore; occorre che esso sia accompagnato e sorretto da un effettivo esercizio di mortificazione, che rimanga comunque sempre nei limiti imposti dalla discrezione e del buon senso. A questo riguardo notiamo come lo sforzo dell'ascesi, benché non trascuri la mortificazione esteriore, deve essere orientato principalmente all'esercizio delle virtù dell'umiltà e dell'obbedienza.

 

 

 

Dio ci purifica

Come tutti i grandi maestri di spirito, e anzi con un rilievo tutto particolare data la sua specifica visione della santità cristiana, Marmion, se ritiene necessaria l'opera e l'impegno della persona, scorge nell'opera di purificazione interiore l'azione di Dio che, in modi via via differenti e adeguati a ciascuno, sottopone l'anima a spogliamenti progressivi, in vista di unirsi più perfettamente ad essa. Si tratta della così detta purificazione "passiva", che si produce attraverso aridità, sensi di scoraggiamento, distacco da persone care, sofferenze e prove di ogni tipo. Ma, domandiamoci, come mai queste pene, se accettate pazientemente e in adesione amorosa ai patimenti di Cristo, producono il loro frutto di santificazione? Che dinamismo mettono in opera? Infatti non si può pensare che il dolore, fisico o morale che sia, porti tout court giovamento alla vita dello spirito. Per cercare di rispondere all'interrogativo seguiamo alcune indicazioni proposteci da dom Columba. Capita spesso che una persona trovi difficoltà ad adempiere i propri impegni, quali la preghiera, la meditazione, la carità fraterna; ciò che un tempo gli riusciva facile adesso gli costa enorme fatica, e tante volte deve constatare il suo insuccesso. L'esperienza ripetuta di tali insuccessi porta lentamente alla conoscenza e alla persuasione della propria debolezza, della fragilità della propria volontà. Ora un tale ridimensionamento delle capacità personali è quanto mai salutare: conduce a rintuzzare l'orgoglio e l'amor proprio; ad avere compassione verso il nostro prossimo, che prima forse si giudicava in maniera spietata; a comprendere l'insostituibilità del sostegno della grazia in ogni opera di bene; a confidare maggiormente in Dio e ad abbandonarsi più decisamente alla sua volontà, imparando a rinunciare al segreto tentativo di voler imporre a Dio il proprio modo di vedere.
Ci si deve lasciare guidare da Dio, non solo nella scelta della via da percorrere per giungere alla santità, ma anche nella disposizione dei tempi che egli userà per quest'opera. Se l'uomo asseconda l'azione divina allora piano piano proverà un senso di apertura interiore, quasi come uno che fino ad ora è stato chiuso in gabbia, ma che adesso comincia a vedere fino al lontano orizzonte: ora tante verità attinenti alla vita spirituale gli appaiono chiare, proverà un senso di liberazione, in quanto avrà scoperto quali sono i veri grandi ostacoli e solo contro di essi ecciterà la sua lotta, e specialmente perché si troverà, almeno in radice, libero dal nemico peggiore, il proprio orgoglio. Ma soprattutto sarà adesso preparato a sperimentare in pienezza il programma paolino: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20). Solo a questo momento lo Spirito di Dio potrà condurlo docilmente, le motivazioni più basse dell'agire saranno continuamente sottoposte al Vangelo e Cristo sarà il suo Signore. Possiamo a questo punto rileggere la prima frase dell'abate Marmion citata in questo articolo e coglieremo in un attimo il significato di tutto il percorso fin qui svolto.

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Rimanere uniti a Cristo

Sarebbe giunto ora il momento di descrivere più diffusamente lo stato appunto di coloro che "Dio stesso ha preso per mano e che progrediscono molto rapidamente, perché è Lui stesso che agisce in loro", ma prima di farlo terminiamo brevemente il compito che ci eravamo proposti. Volevamo individuare le direzioni nelle quali incamminarsi per progredire nella sequela di Cristo e dicevamo che Marmion ne indicava due: il primo compito, togliere gli ostacoli all'azione della grazia; il secondo, agevolare questa stessa azione. Ci manca l'esposizione dell'ultimo. Lo faremo in maniera lapidaria. La perfezione cristiana consiste per il nostro Autore nel vivere abitualmente e totalmente secondo la grazia, in modo che venga portata a pienezza in noi l'adozione a figli di Dio. Questo è però legato, come vedevamo in principio, all'unione vitale con Cristo, via, verità e vita. Pertanto il nostro positivo impegno deve essere quello di rimanere costantemente uniti a Gesù. E come? Anzitutto con la fede, poiché è per la fede che Cristo abita nei nostri cuori (cf Ef 3,17); ma una fede viva, che sia addestrata a cogliere la realtà con lo sguardo di Dio, una fede che porta all'adorazione continua di Cristo presente in noi e nei fratelli, una fede operante, che sia capace di produrre opere proporzionate alla sua percezione soprannaturale. E poi con l'amore, che è la misura e la sostanza stessa dell'unione con Cristo: "Rimanete nel mio amore" (Gv 15,9). Ricordiamo poi un altro elemento, sul quale insiste l'abate di Maredsous, cioè la fedeltà. Nei suoi consigli ed insegnamenti egli ha come maestra la virtù della discrezione e non vuole che si intraprendano nella vita spirituale iniziative sproporzionate alle forze della natura umana o della singola persona; suggerisce pertanto solo pochi impegni, ma vuole che siano portati avanti con decisione, con coraggio, con fedeltà. La santità non risiede in questa o in quella pratica, ma essere fedeli è un mezzo necessario per giungervi.
"L'anima - dunque - tanto progredisce nella perfezione quanto avanza nella fede; perché la fede aumenta l'amore, e l'amore sempre più abbandona l'anima all'azione di Dio che opera in noi per mezzo del suo Spirito; cotesta azione diventa sempre più potente e feconda via via che i vizi si sradicano, le creature per noi svaniscono e ogni movente umano non ha più forza".

 

 

 

Cristo, vita dell'anima

Questo passo stupendamente riassume quanto abbiamo detto sulle condizioni del progresso spirituale e ci introduce nel tema che già avevamo annunciato: il vertice del cammino, raggiunto quando veramente Cristo diventa "vita dell'anima". Descriviamo questo stato, ideale perseguito dal nuovo beato nel corso di tutta la sua esistenza, soffermandoci successivamente su vari aspetti che egli ha colto e illustrato, e che rappresentano come le variazioni di un unico tema. Cominciamo dal seguente pensiero: la perfezione consiste nel porre come principio di ogni nostro agire la grazia e come movente la carità; e ciò suppone che sia purificato ed elevato il dinamismo umano da cui scaturiscono le azioni e che sia indirizzata a Dio la volontà di colui che agisce. È un ideale che evidenzia l'insistenza sulla dimensione soprannaturale con cui l'abate Marmion legge il cristianesimo.
Ma la grazia e la carità, nel suo pensiero, non sono rispettivamente una qualità e una virtù spirituali avulse da un rapporto vivo e personale. L'ideale poc'anzi evidenziato dom Columba ama per lo più esprimerlo ricorrendo a frasi che denotano una relazione con la seconda o la terza Persona della Santissima Trinità: Cristo, trasformandoci gradualmente in se stesso, deve diventare il sovrano assoluto del nostro animo, nel senso che ogni pensiero, ogni desiderio, ogni azione è dettata dall'obbedienza alla sua Persona e indirizzata a Lui. Bisogna tendere a far sì che, sottomessi nella carità a Gesù, sia Lui che agisca in noi. E poiché egli opera in noi attraverso il suo Spirito, Marmion formula il suo anelito anche dicendo di non voler avere altro movente in ogni attività che l'ispirazione del Paraclito, di desiderare di vivere in dipendenza continua dallo Spirito di Cristo.

 

 

Andare al Padre

Coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio, dice san Paolo (cf Rom 8,14); inoltre, come ama ripetere il nostro Autore, noi compiacciamo Dio allorché Egli vede in noi i lineamenti del suo Figlio. Solo allora Egli ci riconosce in pieno come suoi veri figli. Ecco allora che l'aspirazione più profonda dell'abate irlandese è quella di giungere al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito, come afferma in modo suggestivo in un passaggio di una sua lettera: "... malgrado la sua miseria, il Padre la conduce a Sé nel suo Spirito attraverso la via migliore di tutte, cioè Gesù, nella gioia e nell'umile dipendenza da Lui". Più precisamente, data la sua spiritualità cristocentrica, tale aspirazione è quella di essere là dove Cristo si trova. E dove si trova Cristo? Egli, in quanto Figlio di Dio, anche durante i vari misteri della sua esistenza terrena, si trova costantemente "nel seno del Padre", in sinu Patris (Gv 1,18). Così anche Marmion anela a questo approdo, che si può compiere in ogni momento della giornata e anche in maniera continua, ma che ha una particolarissima realizzazione nella comunione eucaristica: "Quando stringo Gesù nel mio cuore dopo la Messa, mi sento unito a Gesù. La fede mi dice che egli è in me ed io in lui. Gesù è nel seno del Padre, ed io povero peccatore, ci sono con Lui".

 

 

 

Debolezza e fiducia

Quest'ultima frase ci stimola ad un'ulteriore riflessione. Il nuovo beato ha avuto una coscienza molto acuta delle debolezze e delle fragilità proprie e della natura umana in genere; ma ha altresì ben compreso che esse non sono di impedimento ad un'unione anche intensissima con Dio. Persino quelle mancanze, che l'uomo commette non per malizia ma per fragilità e che detesta, possono diventare uno stimolo per crescere nell'amore divino. Il suo argomento è molto interessante: Cristo, facendosi uomo, ci ha donato ciò che è suo, cioè la partecipazione alla filiazione divina e ha preso da noi non solo un'astratta natura umana ma pure tutte le nostre sofferenze ed i nostri dolori; anche, anzi, proprio le mie sofferenze, quelle di adesso. È una rilettura mistica del dogma dell'incarnazione, colto nella prospettiva patristica dello "scambio", in cui si incontrano la misericordia divina e la miseria umana, ma dove quest'ultima diventa, se riconosciuta e accettata in umiltà, un motivo in più per confidare nel Padre, che ci ama tutti nel Figlio.

 

 

 

 

 

Sintesi

Una presentazione del cammino spirituale, quella offertaci, dalla quale emerge una straordinaria sintesi degli elementi fondamentali della vita cristiana: l'azione di Dio e quella dell'uomo sono colte in dialogo costante e fecondo, la concentrazione su ciò che è essenziale non cancella ma pone in giusta posizione tutto il resto, l'umiltà più profonda si sposa con la fiducia più piena, l'amore a Dio non è disgiunto da quello del prossimo. Una sintesi caratterizzata da equilibrio e da unzione spirituale. Una sintesi che può essere quanto mai utile, e direi provvidenziale, per l'uomo di oggi.

 

 

 

 

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