Attendere… adesso!

I Domenica T.A.

La parola dell’apostolo Paolo sembra dare il tono necessario e indispensabile per cominciare un nuovo tempo di Avvento che diventa segno di una qualità da dare al tempo perché sia un luogo di salvezza desiderata e sperimentata. Ecco le parole programmatiche nella seconda lettura: <Fratelli, questo voi fare, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza e più vicina di quando diventammo credenti> (Rm 13, 11). La celebrazione dell’Avvento del Signore non è assolutamente un invito a vivere proiettati nel passato o nel futuro, ma è una scuola di presenza a noi stessi e alla storia perché l’<adesso> sia gravido di domani radicato in una consapevolezza di storia, di cammino, di esperienza, di viaggio attraverso la vita. L’invito del profeta Isaia diventa un <messaggio> (Is 2, 1) capace di orientare il discernimento e di dare una direzione al desiderio che abita il nostro cuore e talora è come soffocato da quella folla di desideri che rischia di denaturarlo fino a renderlo irriconoscibile.

Il messaggio che ci giunge attraverso il profeta è un invito a metterci e a rimetterci continuamente in marcia abbracciando la logica dell’esodo nella carne scelto e vissuto dal Verbo eterno del Padre nel momento in cui acconsentì al mistero dell’incarnazione <per noi uomini e per la nostra salvezza>. Allora possiamo accogliere l’invito di Isaia: <venite, camminiamo nella luce del Signore> (Is 2, 5). Camminare esige certo una decisione e comporta sempre un rischio. Il Signore Gesù ci invita a metterci in cammino <adesso> e a farlo ad occhi aperti pienamente consapevoli di come e di quanto ogni passo è un segno di gioiosa speranza che fa della vita e della storia non un viaggio verso l’abisso del nulla, ma verso l’abbraccio di un incontro desiderato, atteso, preparato.

E dobbiamo lasciarci interpellare dal grido più che mai attuale di Teilhard de Chardin: “Cristiani, incaricati di tenere sempre viva la fiamma bruciante del desiderio, che cosa ne abbiamo fatto dell’attesa del Signore?”.

Il Signore Gesù ci offre quest’oggi come figura di riferimento quella di <Noè> (Mt 24, 37). Che cosa possiamo imparare da Noè all’inizio di un nuovo anno liturgico? Da quest’uomo che fu capace di preservare la vita e di permettere alla vita di continuare possiamo imparare la sensibilità ai segni e la decisione nel preparare ogni giorno un’<arca> (24, 38) in cui la vita possa essere custodita e rinnovata. Nella tradizione ebraica l’arca di Noè diventa il modello cui si ispira la costruzione del Tempio e prima ancora è, in miniatura, il cestello in cui Mosè viene deposto per essere salvato dalla morte decretata dal Faraone. Mentre cominciamo a pensare alla preparazione dei nostri presepi possiamo immaginare la culla in cui deporremo l’immagine del Bambino adorato dai pastori e dai magi come una piccola arca in cui mettiamo al sicuro la speranza. Mentre tutti <mangiavano e bevevano> (24, 38), Noè preparava l’arca. Vorremmo cominciare questo Avvento come un tempo da dedicare all’attenzione <consapevole> per cogliere ciò che sta avvenendo attorno a noi e dentro di noi per preparare l’arca in cui salvare la vita e assicurare un futuro alla speranza. Il Signore ce lo chiede con una certa forza: <Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo> (24, 44).

<Fratelli, è giusto celebrare la venuta del Signore con tutta la devozione possibile, tanto ci rallegra la sua consolazione… e tanto brucia il suo amore nel nostro cuore. Ma non pensate solo alla sua prima venuta, quando “è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10); pensate anche all’altra venuta, quando verrà per portarci con lui. Vorrei vedervi senza sosta occupati a meditare queste due venute, … “ dormire tra i due ovili” (Sal 68,14), poiché sono le braccia dello Sposo tra le quali riposava la Sposa del Cantico dei Cantici: “La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia” (2,6). Ma c’è una terza venuta tra le due che ho menzionato, e coloro che la conoscono vi si possono riposare per la loro più grande felicità. Le altre due sono visibili: questa no. Nella prima il Signore “è apparso sulla terra e ha vissuto fra gli uomini” (Bar 3,38)… ; nell’ultima “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Lc 3,6; Is 40,5)… Quella centrale è segreta; è quella dove solo gli eletti vedono il Salvatore nell’intimo di se stessi e dove le loro anime sono salvate>1.


1. BERNARDO DI CHIARAVALLE, Sermoni per l’Avvento, 4 e 5.


Attendre… maintenant !

I Dimanche T.A.

La parole de l’apôtre Paul semble avoir le ton nécessaire et indispensable pour commencer un nouveau temps de l’Avent qui devient signe d’une qualité à donner au temps pour qu’il soit un lieu de salut désiré et expérimenté. Voici les paroles de la deuxième lecture : ” Frères, voici ce que vous devez faire, consciencieusement, en ce moment : il est désormais temps de sortir de votre sommeil, car le salut est maintenant plus proche que lorsque nous sommes devenus croyants ” ( Rm 13, 11 ). La célébration de l’Avènement du Seigneur, n’est absolument pas une invitation à nous projeter dans le passé ou le futur, mais c’est une école de présence à nous-mêmes et à l’Histoire pour que le ” maintenant ” soit l’ancrage de demain, enraciné dans une conscience de l’Histoire, du chemin, de l’expérience, de voyage, à travers la vie. L’invitation du prophète Isaïe devient un ” message ” ( Is 2,1 ) capable d’orienter le discernement et  donner une direction au désir qui habite notre coeur , souvent étouffé par la foule d’autres désirs qui risquent de le dénaturer jusqu’à le rendre méconnaissable.

Le message qui nous réjouit à travers le prophète est une invitation à nous mettre et nous remettre continuellement en marche en embrassant la logique de l’exode choisi et vécu dans la chair du Verbe éternel du Père au moment où Il a consenti au mystère de l’Incarnation : ” pour nous les hommes et notre salut “. Alors, nous pouvons accueillir l’invitation d’Isaïe : ” Venez, marchons dans la lumière du Seigneur” ( Is 2, 5 ). Certes, marcher exige une décision et comporte des risques. Le Seigneur Jésus nous invite à nous mettre en route ” maintenant ” et à le faire les yeux grands ouverts, pleinement conscients de comment et combien chaque pas est un signe de joyeuse espérance qui fait de la vie et de l’Histoire, non un voyage vers l’abîme du néant, mais vers l’embrassement d’une rencontre désirée, attendue, préparée.

Et nous devons nous laisser interpeler par le cri, plus que jamais actuel, de Teilhard de Chardin: ” Chrétiens, en charge de tenir toujours vive la flamme brûlante du désir, qu’avons-nous fait de l’attente du Seigneur ?”

Le Seigneur Jésus nous offre en ce jour une figure de référence : celle de ” Noé ” ( Mat 24, 37 ). Que pouvons-nous apprendre de Noé au début de cette nouvelle année liturgique ? De cet homme qui fut capable de préserver la vie et de permettre à la vie de continuer, nous pouvons apprendre la sensibilité aux signes et la décision de préparer chaque jour une ” arche” ( 24, 38 ) où la vie puisse être protégée et renouvelée. Dans la tradition hébraïque, l’arche de Noé devient le modèle dont s’inspire la construction du Temple et, plus anciennement encore, en miniature, c’est le panier-berceau où Moïse a été déposé pour être sauvé de la mort décrétée par le Pharaon. Alors que nous commençons à penser à la préparation de nos crêches, nous pouvons imaginer la petite mangeoire où nous déposerons l’image de l’Enfant adoré par les bergers et les mages, comme une petite arche où nous mettons à l’abri l’espérance. Alors que tous ” mangeaient et buvaient ” ( 24, 38 ), Noé préparait l’arche. Nous voudrions commencer l’Avent comme un temps dédié à l’attentente ” consciencieuse ” pour accueillir ce qui arrive autour de nous et en nous et préparer l’arche pour sauver la vie et assurer un futur à l’espérance. Le Seigneur nous le demande avec une certaine force : ” Vous aussi, tenez-vous donc prêts, car vous ne connaissez ni l’heure, ni le jour où le Fils de l’homme viendra ” ( 24,44 ).

” Frères, il est juste de célébrer la venue du Seigneur avec toute la dévotion possible, tant sa consolation nous réjouit…et tant son amour brûle dans notre coeur. Mais, ne pensez pas seulement à sa première venue quand ” Il est venu pour chercher et sauver ce qui était perdu” ( Lc 19,10 ), pensez aussi à l’autre venue, lorsqu’Il viendra nous emmener avec Lui. Je voudrais vous voir, sans arrêt, occupés à méditer ces deux venues…et ” dormir entre deux bergeries ” (Ps 68,14 ), car ce sont les bras de l’Epoux entre lesquels repose l’Epouse du ” Cantique des Cantiques “. Sa gauche est sous ma tête et sa droite m’embrasse ” ( 2, 6 ). Mais, il y a une troisième venue, entre les deux que j’ai mentionnées et ceux qui la connaissent peuvent se reposer pour leur plus grand bonheur. Les deux autres sont visibles, celle-ci, non. Dans la première, le Seigneur ” est apparu sur la terre et a vécu parmi les hommes ( Bar 3, 38 ) ; dans la dernière : ” Chaque homme verra le salut de Dieu ” ( Lc 36 – Is 4, 65 )… Celle centrale est secrète, c’est celle où seuls les élus voient le Sauveur dans leur intimité et où leurs âmes sont sauvées ! “1.


1. BERNARD DE CLAIRVAUX, sermons pour l’Avent 4 et 5.


Tempo d’Avvento

Comparire

XXXIV settimana T.O.

La conclusione dell’anno liturgico evoca per ciascuno di noi il senso e la direzione di tutta la nostra esistenza sia come creature che come credenti: <comparire davanti al Figlio dell’uomo> (Lc 21, 36). Potremmo dire che le ultime parole della Liturgia ci ricordano la necessità di non dimenticare mai che siamo chiamati a <comparire davanti> a qualcuno e in questo modo è come se venissimo sottratti al <laccio> (21, 35) di un imprigionamento su noi stessi senza più legami e orizzonti. Se fosse così ci priveremmo dello sguardo e della capacità di contestualizzare la nostra vita in un orizzonte e un contesto più grandi e più veri della nostra stessa esistenza quotidiana. Facendo un piccolo bilancio di questo anno liturgico che si conclude potremmo cercare di dare concretezza dando una valutazione onesta e attenta alla nostra vita per attualizzare e nominare in modo concreto e appropriato ciò che corrisponde nel nostro vissuto a quanto viene evocato dal Signore Gesù: <dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita> (21, 34).

Non possiamo non soffermarci sul fatto che la liturgia nella sua scelta dei testi ci congeda con uno sguardo sul Signore Gesù che, ancora una volta, parla di se stesso come <Figlio dell’uomo> (21, 36)1. Mentre ci accingiamo a cominciare il cammino dell’Avvento questa figura misteriosa sembra prenderci per mano per condurci al cuore del mistero di Cristo Signore. Questa figura del <Figlio dell’uomo> sarà quella in cui il Signore Gesù, via via, si identificherà sempre di più chiedendo ai suoi discepoli di riconoscerlo proprio sotto questo segno. Nel mistero della sua passione sarà questa figura ad essere il motivo della condanna nel processo religioso. Identificandosi nel <Figlio dell’uomo>, il Signore Gesù pone come essenza della sua identità la sua intima e unica relazione con il Padre che si manifesta nella verità e nell’autenticità della sua umanità condivisa con noi. A nostra volta, come discepoli del Signore, siamo chiamati ad entrare in questo medesimo processo che fa della nostra umanità il luogo della nostra somiglianza autentica con il nostro Creatore e Signore.

Allora la domanda si fa urgente: sapremo <comparire davanti al Figlio dell’uomo>? L’Apocalisse ci ricorda che questo sarà possibile solo a condizione di aver portato ad una certa pienezza il nostro cammino di umanizzazione tanto da poter dimorare in quella realtà divina che il veggente di Patmos descrive sotto il segno di una pienezza partecipata e condivisa con tutti coloro che accettano di entrare nel suo mistero: <si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni> (Ap 22, 2). Comparire sembra così fare rima con guarire… ma è ben più di una rima è una sfida. Potremmo così chiederci quanto, alla fine di questo anno liturgico, siamo guariti un poco dal male delle nostre chiusure e dei nostri egoismi. Il primo passo è quello di riprendere ogni mattina il cammino della preghiera come luogo di verità e di conversione.


1. Cfr. D. BOYARIN, Il Vangelo ebraico, Castelvecchi 2012.


Più forte

XXXIV settimana T.O.

Il tono del discorso di Gesù cambia e si fa assai sereno! In realtà i toni forti che precedono il testo di oggi sembrano essere pensati ad effetto per farci sentire, ancora di più e ancora meglio, la forza racchiusa in un germoglio discreto, piccolo, incapace di imporsi eppure così capace di fare sperare il meglio per se stessi e per gli altri. La conclusione della parabola del fico ci riporta a noi stessi: <Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino> (Lc 21, 31). Il cardinal Newman pregava così: <Mostrati, Signore, come nel tempo della tua Natività, in cui gli angeli visitarono i pastori. Che la tua gloria si schiuda come i fiori e le foglie sugli alberi. Per quanto brillanti siano il sole, e il cielo, e le nuvole, per quanto verdeggianti siano le foglie e i campi, per quanto dolce sia il canto degli uccelli, sappiamo che non è tutto lì, e non scambieremo la parte per il tutto. Queste cose procedono da un centro di amore e di bontà che è Dio stesso. Ma esse non sono la sua pienezza. Parlano del cielo, ma non sono il cielo; sono soltanto, in un certo senso, dei raggi dispersi, e un fioco riflesso della sua immagine; sono soltanto le briciole che cadono dalla tavola>1.

La prima lettura si conclude con una immagine certamente più potente e più ampia, eppure ci rammenta, con altre parole e con diverse emozioni, la stessa cosa: <E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più> (Ap 21, 1). All’immagine del germoglio primaverile e a quella di una città splendente di bellezza e di gloria, l’Apocalisse ne aggiunge ancora un’altra che completa l’evocazione della vita rinascente e della bellezza architettonica che rimanda all’armonia, quella più intima e non meno necessaria: <E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo> (21, 2). Alla fine di un percorso come quello di un anno liturgico, la Liturgia sembra offrirci materiale sufficiente per un esame di coscienza che sia un modo coraggioso di fare il punto del nostro processo interiore: il livello e la qualità della vita, l’armonia tra tutte le componenti dell’esistenza perché diano spazio ad un’architettura dello spirito e delle relazioni umane, il respiro profondo di un’intimità con Dio che crei le condizioni di solidarietà con i nostri simili.

A partire da questi tre punti risulta chiaro che il dono di una terra nuova, in cui si possa coltivare una speranza nuova per tutti, è certamente un dono che viene dall’alto – che viene da Dio – ma che pure ha bisogno di tutta la nostra complicità in modo che possa portare il frutto di una felicità condivisa. L’Apocalisse ci ricorda che dobbiamo tenere alla <catena> (Ap 20, 1) tutto ciò che si oppone alla vita, all’armonia, all’intimità. Il veggente di Patmos ci ricorda pure che ogni vola che noi acconsentiamo a ciò che dilata la gioia questo viene scritto nel <libro della vita> (20, 12). La nostra fiducia è grande: <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno> (Lc 21, 33).


1. J. H. NEWMAN, PPS, IV, 13.


Droghe

XXXIV settimana T.O.

È lo stesso autore dell’Apocalisse che annota e sottolinea: <E per le seconda volta dissero: “Alleluia! Il suo fumo sale nei secoli!”> (Ap 19, 3). Il canto pasquale, che precede sempre la lettura del Vangelo, ci riporta al mistero di questo combattimento quotidiano contro tutto ciò che rischia di deturpare l’immagine di Dio impressa nel nostro essere non solo creature, ma anche figli e figlie dell’Altissimo. Nel libro dell’Apocalisse possiamo sentire tutta la forza di una tensione che fa della storia un verso viaggio verso un compimento di cui siamo non solo beneficiari passivi, ma attivi e responsabili collaboratori. L’Apocalisse sembra essere una vera è propria dichiarazione di guerra contro tutto ciò che rischia di schiavizzare l’umanità allontanandoci dalla consapevolezza di una dignità che esige l’esercizio di una piena libertà: <Perché i tuoi mercanti erano i grandi della terra e tutte le nazioni dalle tue droghe furono sedotte> (18, 23). Siamo chiamati a dare un nome preciso a queste <droghe> evocate dall’Apocalisse per evitare in ogni modo che la nostra libertà e la nostra responsabilità siano indebolite e talora persino annientate.

Per non lasciarci drogare dall’illusione e dalla paura, il Signore Gesù ci offre due rimedi: la lucidità e il coraggio. Le parole del Signore non lasciano spazio alla fantasia né alla mistificazione del reale, ma vanno diritte all’essenziale di ciò che avviene sotto i nostri occhi senza chiudere gli occhi su ciò che ogni avvenimento non solo è nel suo accadere, ma pure rappresenta come rimando agli effetti collaterali: <Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina> (Lc 21, 20). Senza giri di parole, il Signore ricorda con un realismo quasi inquietante: <mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra> (21, 26). La <paura> sembra essere la droga più pericolosa perché paralizza la capacità di affrontare la vita con quel coraggio che non è temerarietà, ma capacità di valutare e di decidere. La conclusione è quasi marziale: <Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina> (21, 28).

Il discepolo è chiamato a farsi in tutto simile al Maestro e ad affrontare le esigenze della vita a testa alta e con un senso di dignità assoluta. Non c’è bisogno di nascondersi a se stessi ricorrendo a soluzioni che diano l’impressione di soffrire di meno, è necessario, invece, affrontare con coraggio la realtà con una lucidità che attinge il coraggio in una opzione fondamentale per la <liberazione> di se stessi e degli altri. Le immagini di desolazione, di distruzione, di sconvolgimento non vogliono essere un invito a subire la storia – con i suoi inevitabili e ricorrenti drammi – bensì una sorta di mappa per attraversarla senza perdere l’orientamento per raggiungere felicemente il porto di una salvezza condivisa.


Arpa

XXXIV settimana T.O.

L’Apocalisse ci porta sempre più in profondità e ci aiuta ad intravedere non tanto la fine ma il fine della storia. La storia si compie attraverso le piccolissime storie che sono la vita di ogni creatura visibile ed invisibile, animale, vegetale e minerale di cui l’uomo – ciascuno di noi – rappresenta il simbolo più eloquente e comprensivo anche se non unico. Così nel cielo si vede un altro <segno grande e meraviglioso> (Ap 15, 1), ma il Veggente, dopo aver parlato di <sette angeli>, subito aggiunge: <Vidi pure un mare di cristallo misto a fuoco e coloro che avevano vinto la bestia e la sua immagine e il numero del suo nome, stavano ritti sul mare di cristallo> (15, 2). Agli angeli che popolano il cielo corrispondono sulla terra gli uomini che vincono le suggestioni del male poiché non accettano di piegarsi, ma continuamente e sempre stanno <ritti> per imitare l’Agnello-Pastore che sta <ritto> (14, 1) davanti al Padre e al cospetto della storia che da Lui – nella sua oblazione pasquale – riceve il senso che altrimenti rischierebbe di non avere o almeno di non trovare. 

Si potrebbe dire che la sfida principale, che attraversa pure la vita di ciascuno di noi, è quella, appunto, di rimanere ritti, retti, eretti senza mai cedere alla facilità di acconsentire alla tendenza di piegarci come bestie verso la terra. Siamo chiamati a vivere e – in caso ci fosse richiesto – a morire andando a testa alta non perché ci si creda alcunché, ma perché consci di come in verità la nostra <patria è nei cieli> (Fil 3, 20). Anche per noi vale il discernimento a cui furono assoggettati i soldati di Gedeone: <quanti lambiranno l’acqua con la lingua come lambisce il cane li porrai da una parte> (Gdc 7, 5), per essere chiaramente e senza scrupolo esclusi dalle battaglie del Signore. Anche per noi vale la duplice parola del Signore Gesù: <sarete odiati da tutti> (Lc 21, 17), ma <con la vostra perseveranza salverete le vostre anime> (21, 19). 

Perseverare significa tenere teso l’arco dell’amore anche quando l’odio diventa palpabile e asfissiante. Perseverare significa respirare sempre dal più profondo della nostra più remota interiorità senza lasciarci – in nessun modo – contaminare dalla paura, cosicché la persecuzione diventerà – suo malgrado – <occasione di rendere testimonianza> (21, 13). Quella che il Signore ci richiede è una testimonianza piena, senza tentennamenti e senza cedimenti. Non basta rimanere <ritti> (Ap 15, 2), bisogna pure cantare <accompagnando il canto con le arpe divine>. Forse – soprattutto nel nostro tempo così bisognoso di speranza – ciò che rischia di mancare più d’ogni altra cosa a noi che ci diciamo “cristiani” è proprio un’arpa… qualcosa che stemperi le paure e accompagni la marcia dell’umanità tutta verso la gioia. Per tutto ciò bisogna avere cuore! Lasciamoci toccare da questa parola di Agostino: <Ciascuno consideri se il suo cuore non sia troppo stretto>. E qualora fosse così non ci resta che dilatarlo attraverso la musica dell’amore che sa pizzicare tutte le corde di ogni cuore e che sa portare a compimento ogni desiderio di bene.


Quando?

XXXIV settimana T.O.

Spesso anche noi ci chiediamo <quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?> (Lc 21, 7). Il <quando> delle nostre interrogazioni diventa per il Signore Gesù non più una categoria temporale in senso cronologico, ma un atteggiamento di discernimento nei confronti della realtà da vivere ogni giorno con intensità e decisione. Da questo nasce un monito che non dobbiamo mai sottovalutare: <Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”> (Lc 21, 8). L’inganno sta nel fatto di attendere il compimento di una promessa dal di fuori e in un tempo a venire tanto da trasformare la vita in una sorta di sospensione messianica che ci inclina a credere che qualcuno, prima o poi, verrà a risolvere i nostri problemi. Il Signore ci ricorda con una sorta di preoccupazione di non lasciarci non solo ingannare, ma neppure troppo impressionare: <Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine> (21, 9). La <fine>, infatti, non è la cosa più importante, bensì la consapevolezza di un fine verso cui convogliare il meglio delle nostre energie così da trasformare ogni piccolo passo del quotidiano in un reale compimento che non rimanda la speranza, ma la compie con il dono di sé.

Il veggente di Patmos ci ricorda, nella prima lettura, che il compimento è una necessità che non si compie semplicemente come conclusione cronologica della storia, ma pure come compimento quotidiano del compito che è la vita in quanto tale: <vidi: ecco una nube bianca, e sulla nube stava seduto uno simile a un Figlio d’uomo: aveva sul capo una corona d’oro e in mano una falce affilata> (Ap 14, 14). Possiamo sentire tutto ciò come una minaccia, oppure come una consolazione e una rassicurazione perché in realtà, secondo le parole dell’angelo: <è giunta l’ora di mietere, perché la messe della terra è matura> (14, 15). Mietere una messe ben matura è la cosa più normale e più bella che si possa pensare e non ha nulla di minaccioso, al contrario rappresenta la normale e desiderabile conclusione di una lunga attesa che va dal momento della semina a quello della raccolta.

Alla luce della parola del Signore Gesù e di quella dell’angelo dell’Apocalisse siamo rimandati ad un modo diverso di abitare il tempo. Non si tratta di aspettare o di aspettarsi chissà quali cose, ma la sfida è quella di maturare decisamente tanto da essere pronti per la mietitura interiore di una vita che ha raggiunto la sua pienezza. Non è facile, ma è doveroso e sano, saper immaginare e preparare anche il tempo della fine non come minaccia, ma come un’opportunità e un desiderabile compimento che ci porta più in là di ciò che abbiamo già sperimentato e conosciuto fin qui come il grano che si fa disponibile a diventare pane, come l’uva che gioiosamente si lascia versare nel <tino> (Ap 14, 19) per diventare vino. Stiamo attenti a non marcire come grano abbandonato nei campi che nessuno miete, a non intristire come uva matura che nessuno vendemmia.


Diminutivo

XXXIV settimana T.O.

Siamo rapiti da questo sguardo del Signore Gesù che si lascia conquistare dalle realtà più piccole e più povere, in una logica di attenzione più sensibile al diminutivo che al superlativo. Lo sguardo del Signore Gesù è penetrante ed è capace di valorizzare ciò che altri rischiano non solo di sottovalutare, ma persino di disprezzare o, nel migliore dei casi, non vedere affatto. L’evangelista Luca ci fa entrare, per così dire, nello sguardo del Signore e così facendo, in realtà, ci fa entrare nel suo stesso cuore permettendoci così di cogliere tutta la differenza dell’atteggiamento del Signore a partire dal quale dobbiamo convertire e informare il nostro modo di guardare e di valutare: <vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio> (Lc 21, 1). Eppure il Signore non vede solo ciò che si impone allo sguardo con lo scintillio dell’oro o il sordo rumore di monete che cadono nel tesoro del Tempio attirando attenzione e creando ammirazione. Il Signore Gesù <Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine> (21, 2). Il diminutivo non è solo pieno di tenerezza, che talora può nascondere una certa sufficienza, ma è la rivelazione di un modo di stare al mondo che si fa invito alla conversione il cui primo passo è valutare non il valore oggettivo delle cose, ma la loro valenza più profonda: <Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere> (21, 4).

Lo sguardo con cui il Signore Gesù intercetta i gesti di quanti incontra sul suo cammino per coglierne il senso più profondo, diventa nell’Apocalisse una vera e propria visione del mondo che sarebbe assolutamente inadeguato ridurre ad una semplice sequenza di “visioni extrasensoriali”. Ciò che si fa intravedere il veggente di Patmos sono le conseguenze a largo respiro di questa logica del diminutivo che diventa uno stile di sequela capace di orientare fino a rifondare la storia universale: <Essi sono coloro che seguono l’Agnello dovunque vada. Questi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l’Agnello. Non fu trovata menzogna sulla loro bocca: sono senza macchia> (Ap 14, 4-5). All’immagine delle <monetine> si accosta quella dell’<Agnello> e di quanti lo seguono in un atteggiamento di piccolezza e di mitezza che supera radicalmente la logica del <superfluo> (Lc 21, 4) per aprirsi a quella del dono totale ed assoluto. Una grande speranza ci viene comunicata dalla Liturgia di quest’oggi, c’è un modo diverso di stare al mondo senza cadere nella trappola del superlativo continuo che rischia di prosciugare la nostra capacità di umanità: <ecco l’Agnello in piedi sul monte Sion, e insieme a lui centoquarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo> (Ap 14, 1). Questo nome misterioso più che un nome anagrafico è uno stile da cui si riconosce quel legame di appartenenza che fa la differenza. In una parola: dare <tutto>, darsi totalmente proprio come si fa quando si muore, come si fa quando si ama! 


Berger

Christ-Roi

La parole que Dieu adresse à David à l’occasion de son acclamation royale, qui met fin à la longue et pénible lutte avec Saul, illumine et oriente la célébration de la solennité de ce jour : ” Tu mèneras au pâturage mon peuple ! “. David est appelé à devenir roi sans arrêter, et même en améliorant et en optimisant, son rôle de berger, capable de prendre soin de son troupeau. L’alliance faite entre le peuple et David devient encore plus profonde dans le mystère de réciproque appartenance entre le Christ et son Eglise, signe et prémices de l’humanité sauvée. Le lien est celui que Paul indique par le symbole de rapport indestructible et réciproque de la ” tête” avec le ” corps “. Le dernier geste que Luc nous raconte dans la Passion du Seigneur ne fait que confirmer et suggérer tout son évangile signé par la miséricorde et l’attention amoureuse pour les plus faibles et les pécheurs. L’ ” aujourd’hui ” par lequel s’ouvre l’annonce de l’année de grâce du Seigneur dans la synagogue de Nazareth devient l’ ” aujourd’hui ” de l’éternité qu’est le triomphe extrême et invincible de l’amour qui se donne totalement et pardonne toujours. Le Seigneur Jésus comme un vrai roi, donne audience à tous et du très humble trône de la croix, il se met dans une position d’une si grande vulnérabilité pour permettre à tous et à chacun de s’exprimer sans aucune crainte : tous parlent et tous s’expriment : ” les chefs “, ” les soldats “,  ” l’un des malfaiteurs ” et même ” l’autre “. Dans le mystère de cette fête, c’est à nous, maintenant de parler au Seigneur Jésus crucifié…! La plus belle chose que nous puissions lui dire est : ” Voici, nous sommes tes os et ta chair “. Ainsi, dans un amour reconnu et embrassé, la croix se transforme de l’échafaud en buisson ardent.

A la fin d’une année liturgique, nous pourrions nous demander deux choses : la première est combien nous sommes devenus pour Jésus ses os et sa chair au milieu de l’Histoire de l’humanité. La seconde est combien notre miséricorde est – elle devenue plus naturelle jusqu’à nous être innée et spontanée.