Accogliere… la maternità

MADRE di DIO

Nell’ottava del Natale del Signore risuona, quasi per ravvivare la contemplazione del mistero dell’incarnazione, la parola di Paolo: <Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna> (Gal 4, 4). La Madre di Dio – Maria di Nazareth – ha accompagnato, in modo singolare, tutto il nostro cammino di Avvento e fa tutt’uno con <Giuseppe e il bambino> (Lc 2, 16). Nella scena che si presenta ai pastori non è comunque facile abituarsi, fino in fondo, a questa idea: Dio nato da donna! I primi secoli della vita della Chiesa furono attraversati da molti turbamenti proprio a ragione di questo legame inscindibile tra la Madre e il Figlio di Dio. Non era certo facile da metabolizzare nella cultura ellenistica che una donna sia <veramente Madre di Dio> come si canta continuamente nella liturgia bizantina. Per gli antichi intuire e dire questo mistero richiedeva una grande fatica intellettuale. Per noi, supportati da secoli di riflessione teologica, la sfida è forse più esistenziale per far lavorare in noi il mistero della divina maternità di Maria dando il frutto da sempre atteso e sperato: <riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli> (Gal 4, 5). Contemplare Maria, quale Madre di Dio, significa rientrare a nostra volta in noi stessi per imitare il tratto più umano-divino di questa donna come noi. In Maria risplende quel modello di umanità possibile e altamente desiderabile riassunta con un primo piano dall’evangelista Luca: <Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore> (Lc 2, 19). Forse tra le cose che la Madre di Dio medita nel suo cuore è proprio l’esperienza di benedizione che è poter vedere così da vicino <il suo volto> (Nm 6, 25). La benedizione riservata ai sacerdoti che invocavano la divina protezione con le parole: <Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia> (6, 24) è ora offerta a tutti da una donna. Maria, madre del Signore, ci offre di accogliere la benevolenza divina in un bambino <adagiato nella mangiatoia> (Lc 2, 16). Questo bambino può essere non solo <visto> (2, 17), ma anche toccato e abbracciato. Tutto questo cambia il corso della storia facendola ripartire dalle donne e dai bambini… dai più poveri e i più piccoli. Sejourner Truth così si interrogava lottando per i diritti delle donne: <Quel piccolo uomo in nero laggiù dice che una donna non può avere gli stessi diritti di un uomo perché Cristo non era una donna. Ma da dove è venuto il vostro Cristo?>. La solennità con cui iniziamo il nuovo anno ci obbliga a non dimenticare di ripartire col piede giusto. Dobbiamo ripartire sempre da ciò che non si può imporre da sé come un <bambino>, ma chiede di essere accolto con amore. Siamo chiamati a stupirci di nuovo del prodigio di ogni maternità che si invera in ogni uomo e donna che si prende cura di chi è più debole e fragile.

Accueillir… la maternité

MERE de DIEU

Dans l’octave de la Nativité du Seigneur, la parole de Paul résonne comme pour raviver la contemplation du mystère de l’Incarnation: ” Frères, quand arriva la plénitude du temps, Dieu envoya son Fils, né d’une femme “(Gal4,4). La Mère de Dieu – Marie de Nazareth – a accompagné, de façon singulière, tout notre chemin de l’Avent, et ne fait qu’un avec ” Joseph et l’enfant ” ( Lc 2,16 ). Dans la scène qui se présente aux bergers, il n’est pas facile de s’habituer totalement à cette idée : Dieu né d’une femme ! Les premiers siècles de la vie de l’Eglise furent traversés par plusieurs interrogations, justement à cause de ce lien inséparable entre la Mère et le Fils de Dieu. Il n’était sans doute pas facile dans la culture hellénistes de métaboliser qu’une femme soit ” vraiment Mère de Dieu”, comme on le chante continuellement dans la liturgie byzantine. Pour les Anciens, imaginer et proclamer ce mystère demandait un grand effort intellectuel. Pour nous, supportés par des siècles de réflexion théologique, le défi est forcément plus existentiel pour faire évoluer en nous le mystère de la divine maternité de Marie donnant le fruit attendu et espéré depuis toujours : ” Afin de délivrer ceux qui étaient soumis à la loi et de permettre ainsi de devenir enfants de Dieu ” ( Gal 4, 5 ). Contempler Marie, qui est Mère de Dieu, signifie rentrer en soi, à notre tour, pour imiter la partie la plus “humano-divine” de cette femme comme nous. En Marie, resplendit ce modèle d’humanité possible et hautement désirable résumé dans en premier plan par l’évangéliste Luc : ” De son côté, Marie gardait toutes ces choses, les méditant dans le secret de son coeur ” ( Lc 2, 19 ). Sans doute, parmi les choses que la Mère de Dieu médite dans son coeur, il y a l’expérience de bénédiction qui est de voir de si près ” son visage ” ( Nm 6, 25 ). La bénédiction, réservée aux sacerdotes qui invoquent la divine protection par ses paroles : ” Que le Seigneur fasse resplendir son visage pour toi et te fasse grâce ” ( 6, 24 ), est maintenant offerte à tous par une femme.  Marie, Mère du Seigneur, nous offre d’accueillir la bienveillance divine d’un enfant ” couché dans une mangeoire ” ( Lc 2, 16 ). Cet enfant peut, non seulement être ” vu” ( 2, 17 ), mais aussi touché et embrassé. Tout cela change le cours de l’Histoire en la faisant redémarrer à partir des femmes et des enfants, des plus pauvres et des plus petits. Sejourner Truth s’interrogeait ainsi en militant pour le droit des femmes : ” Ce petit homme en noir, là-bas, dit qu’une femme ne peut avoir les mêmes droits qu’un homme, car le Christ n’était pas une femme. Mais d’où est venu votre Christ ?” La solennité avec laquelle nous commençons cette année nouvelle nous oblige à ne pas oublier de repartir du bon pied. Nous devons toujours repartir par ce qui ne dépend pas de nous, comme un ” enfant” qui demande d’être accueilli avec amour. Nous sommes appelés à nous étonner à nouveau du prodige de chaque maternité qui se réalisera dans tout homme et femme qui prend soin des plus faibles et des plus fragiles.

Accogliere… la pienezza e l’inizio

Ottava di Natale

La Colletta della liturgia ci raggiunge nei nostri sentimenti più profondi e, al contempo, ci porta oltre le nostre emozioni per darci l’audacia di nuove decisioni: <Dio onnipotente ed eterno, che nella nascita del tuo Figlio hai stabilito l’inizio e la pienezza della vera fede, accogli anche noi come membra del Cristo, che compendia in sé la salvezza del mondo>. Potremmo mutare la congiunzione in una copula verbale tanto da dire che <l’inizio è la pienezza>! Questo vale anche al contrario, tanto da poter dire che <la pienezza è l’inizio>! Certo si tratta della <vera fede> che si riassume nelle parole che riascoltiamo ancora una volta: <E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi> (Gv 1, 14). L’incarnazione del Verbo è magnificamente inizio e pienezza, proprio perché inaugura quel movimento ancora più segreto ed interiore che dovrebbe rendere presente il Verbo dentro di noi, tanto da farlo presente al mondo, di cui Egli è la <luce vera> (Gv 1, 9), attraverso la concretezza – la carnalità – del nostro vissuto.

Nella prima lettura,  le parole dell’apostolo ci ricordano come, non solo l’ultimo giorno dell’anno, ma ogni giorno e momento della vita sono <l’ultima ora> (1Gv 2, 18). Per questo sono l’unica <ora> in cui possiamo testimoniare la nostra resistenza a tutti quegli <anticristi> che abitano, non solo gli anfratti tenebrosi della storia, ma abitano pure il nostro cuore. Nella predicazione dell’autore delle Lettere di Giovanni, l’anticristo è ciò che si oppone alla logica e al respiro dell’incarnazione come luogo, non solo privilegiato, ma imprescindibile, della nostra esperienza di fede secondo la parola dell’evangelista: <Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato> (Gv 1, 18). Per questo ci viene ricordato che non abbiamo alcun bisogno di fare appello a percorsi di “spiritualizzazione deincarnata”, ma che il nostro cammino di <vera fede> si fa nella realtà del nostro corpo, del nostro vissuto concreto, delle nostre sfide quotidiane che ci chiedono di abitare il mondo, alla stessa maniera di come la luce abita le tenebre, vincendole senza sopprimerle: gentilmente e amabilmente.

Un altro anno civile si conclude e la tentazione sarebbe quella di fare delle valutazione senza dimenticare di fare, contemporaneamente, dei pronostici augurali. Fu la stessa tentazione di Cesare Augusto quando indisse il suo universale censimento, così come era stata la tentazione dello stesso Davide: contare, misurare, valutare. Il mistero del Natale del Signore, di cui celebriamo l’Ottava, si propone come contrappunto alla logica della contabilità, per aprire i nostri occhi sull’abisso di quella <grazia su grazia> (Gv 1, 17) che si può sperimentare solo nell’accoglienza dell’ “Imprevisto-Imprevedibile-Improbabile” che si è fatto carne in quel Bambino di Betlemme che, come tutti i bimbi, vive di solo presente e non riesce a concepire né il passato né il futuro. Entriamo allora nella palpitazione e nella respirazione del Verbo fatto carne e, come Lui, diventiamo pura attesa e semplice gratitudine per la vita, volgendoci alla culla in cui sta nascendo – ancora – la nostra divina libertà.

Accogliere… i rischi

Santa Famiglia

Le prime due letture della liturgia ci parlano del mistero della famiglia in un modo che potremmo definire un po’ al ribasso. Il Siracide non ci parla né di amore, né di attaccamento affettivo, né tantomeno di ideali familiari legati alla comprensione e alla voglia di stare insieme. Esorta piuttosto ad essere <indulgente> (Sir 3, 12) compiendo così un’<opera buona> (3, 14). San Paolo non è, dal canto suo, per nulla esaltante quando ribadisce una certa sottomissione della donna all’uomo per quanto rivista e corretta e con la sua esortazione che non è certo più gloriosa di quello che ci viene detto dal Siracide: <sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro> (Col 3, 13). In questo modo la realtà della famiglia come simbolo di ogni realtà di vita condivisa viene spogliata da idealismi astratta per essere incarnata nella realtà della quotidiana fatica di esporsi al rischio della relazione con l’altro come un compito d’amore in cui la parte del sentimento non è certo quella preponderante.

Il Vangelo ci offre una sorta da album di foto della famiglia del Signore con alcune istantanee che ritraggono la realtà di Giuseppe e Maria completamente dediti a custodire la vita del <bambino> (Mt 2, 13). Il fatto che per ben tre volte viene avvertito in <sogno> su ciò che bisogna fare per custodire e far crescere la vita minacciata di quel bambino ricevuto come un dono che ha sconvolto la vita pur essendo la gioia più grande della vita di Maria e di Giuseppe. L’insistenza sul <sogno> può essere intesa come un intervento miracoloso che quasi fa della vita e delle scelte di Giuseppe delle realtà teleguidate dall’alto in modo distinto e chiaro. Oppure, anzi meglio, il fatto che Giuseppe, già prima della nascita, continui a sognare di questo bambino e attorno a questo bambino è il segno che tutta l’attenzione del cuore fino alle profondità dell’inconscio è concentrata amorevolmente sulla cura di questa creatura in cui si rivela un volto di Dio inedito: un Dio fattosi bambino e affidato alle nostre mani tanto da essere già consegnato: <Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo>.

L’immagine che il Vangelo ci offre della famiglia che accoglie il Verbo fatto carne è di una realtà radicata nella fatica quotidiana di cercare le vie più adeguate per salvaguardare e incrementare la vita e il primo segno di ciò è la capacità di accogliere i rischi della vita come luogo di pellegrinaggio nella fede. Giuseppe scruta i segni e cerca di comprendere cosa possa essere meglio per il bambino fino a riprendere continuamente il cammino sapendo anche cambiare programma fidandosi della sua intelligenza e facendosi guidare dall’intuizione dell’amore paterno chiamato a orientare la vita di un figlio: <Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi> (2, 22). Uno dei rischi corso dalla famiglia del Signore è quello di scendere e rifugiarsi <in Egitto> (2, 14) come Abramo, come Giuseppe, come Mosè… Il Signore Gesù, fin da piccolo, ha imparato ad incontrare gli altri nella loro diversità. L’Egitto luogo dei morti e degli idoli, ma pure delle iniziazioni misteriche e delle arti più raffinate. In questi ultimi decenni si è molto parlato della vita “nascosta” di Gesù a Nazaret quasi come fosse il preludio alla vita pubblica, in realtà a Nazaret il cuore del Verbo fatto carne è pienamente rivelato in questa capacità di assumere i rischi della vita sulla terra e di lasciarsi aiutare a crescere attraverso l’incontro con il diverso e il lontano. La Santa Famiglia è il terreno umano che ha permesso a Gesù di crescere, giorno dopo giorno, e dove impara ad essere amato e ad amare, a conoscere il Dio dei padri nella preghiera, imparando il gusto di vivere le gioie e le fatiche della vita degli uomini. Soprattutto dai suoi genitori impara che la prova non è il segno di un Dio che ci abbandona, ma di un <Dio che corre il rischio di fidarsi di noi. Questa «immigrazione interna» la porta a Nazaret, villaggio mai nominato nell’intero Antico Testamento. Sarà proprio da quella periferia che comincerà l’annuncio, ancora una volta itinerante, della buona novella del Regno il quale comporterà per Gesù la definitiva uscita dalla propria famiglia. Ciò che sembra mancare alla famiglia di Nazaret è un <alloggio> (Lc 2), una <casa> perché in realtà l’unica vera famiglia e l’unica vera casa di tutti e per tutti e il seno della Trinità.

Accogliere… attraverso gli occhi

Ottava di Natale

Le parole dell’apostolo Giovanni ci accompagnano in questo nostro cammino natalizio e, giorno dopo giorno, rischiarano la nostra comprensione del mistero. Perché questo avvenga è necessario che siano purificati i nostri occhi con il collirio di una più profonda accoglienza delle esigenze e delle conseguenze dell’incarnazione. La <spada> (Lc 2, 35) profetizzata da Simeone alla madre del Signore non è altro che la quotidiana accettazione del cambiamento radicale che la venuta nella carne e nella storia del Verbo di Dio ha creato in modo assolutamente incontrovertibile: <Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre> (1Gv 2, 9). L’apostolo insiste sulla novità assoluta che rappresenta la rivelazione di Dio in Cristo Gesù ed è lui stesso ad insistere che questa novità non è assolutamente una moda passeggera, ma è il frutto di un lungo cammino senza il quale nessun riconoscimento e nessuna accoglienza sarebbero possibili: <non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto da principio> (2, 7).

Di questa continuità capace di assoluta novità il vecchio Simeone si fa oggi icona meravigliosa: un uomo autenticamente “antico” e così poco “vecchio”. Egli ha conservato l’agilità e la semplicità di un bambino senza essere rimasto un infante perché ha maturato – attraverso il tempo realmente vissuto – una sapienza, profondamente radicata nella terra del passato, si protende verso il cielo di ciò che avviene dentro e attorno a lui. Simeone è spiritualmente un parente stretto di Maria e di Elisabetta per la sua docilità allo <Spirito Santo> (Lc 2, 25. 27), ma è anche così simile a Giuseppe essendo come lui <uomo giusto e pio> (2, 25). Eppure è così diverso da Zaccaria che, proprio nel Tempio verso cui si affrettano i passi e il cuore di Simeone, non fu capace di accogliere la parola di Gabriele tanto che gli fu necessario un lungo tempo di gestazione interiore per aprirsi ad una fede non passata, ma futura.

Mentre i giorni del Natale si susseguono e ci richiedono di lasciarci veramente cambiare e convertire dal mistero che contempliamo, da Simeone siamo chiamati ad imparare ad avere occhi per la vita e soprattutto di non trasformare la devozione spirituale – o sedicente tale – in cecità umana. La dure parole di Giovanni: <Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi> (1Gv 2, 11) sembrano essere profondamente redente nella vita di Simeone. Quest’uomo i cui <occhi hanno visto la tua salvezza> (Lc 2, 30) fino a farsi testimone di una <luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele> (2, 32) è per noi un maestro e una guida. Mentre ci lasciamo vincere dallo sguardo che poniamo sul bambino che ci rivela il volto del Padre, non possiamo non ricordare quanto abbiamo bisogno che i nostri occhi siano purificati da una luce che possiamo accogliere e mai possiamo generare da noi stessi.

Accogliere… tra le tenebre

Santi Innocenti

La parola dell’apostolo Giovanni ci dà accesso al mistero dei santi Innocenti la cui celebrazione risveglia sempre in noi un certo sgomento e un attonito silenzio. Custodiamo nel cuore le parole della prima lettura come se fossero una lampada necessaria per muoverci tra le inevitabili <tenebre> (1Gv 1, 6) che accompagnano la storia: <questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: “Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna”> (1, 5). Se questo è il <messaggio> che riguarda la vita stessa di Dio che in Cristo Signore – Verbo fatto carne – ci viene benevolmente partecipata, nondimeno c’è una parola che riguarda, invece, il nostro cammino: <Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità> (1, 8-9).

Dentro il nostro cuore alberga un piccolo <Erode> (Mt 2, 16) che si sente continuamente spodestato dalla presenza di Cristo, per quanto essa possa essere piccola e magnificamente discreta. La memoria dell’eccidio di Betlemme diventa per noi non solo la presa di coscienza del troppo dolore innocente che segna la storia di sempre e anche quella di oggi, ma anche la consapevolezza di ciò che in noi si oppone alla luce del messaggio di Cristo che brucia ogni pretesa e ogni bisogno di sopraffazione. Inoltre la meditazione del mistero degli innocenti è l’occasione per accogliere, portare e possibilmente dare una risposta,   o almeno offrire un minimo di  riparo e  di accoglienza al <grido> e al <lamento grande> (2, 18) che si leva dal cuore dell’umanità. La festa di oggi dà consistenza alla carne assunta dal Verbo. Le conferisce lo spessore della condivisione reale della nostra umana condizione assunta nella sua parte più debole e minacciata, ma pure ci mostra la rilevanza di fastidio che il Vangelo rappresenta per ogni logica mondana di cui Erode è icona non confinata nel passato, ma sempre presente attraverso la maschera di turno del potere e dell’ingiustizia.

Eppure è nella realtà inevitabilmente segnata dalle tenebre che il dono del Natale va accolto, custodito e fatto fruttificare come l’inizio della rivoluzione dell’amore e della solidarietà che, di certo, se rallegra i poveri e i piccoli, disturba i grandi e i potenti: <si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme…> (2, 16). Gregorio di Nissa così esclama: <Dopo l’albero del peccato si leva l’albero della bontà, la croce. Oggi comincia il mistero della Passione>1. La venuta nella carne del Verbo, infatti, è il segno più grande della passione di Dio per la nostra realtà che comporta l’accettazione della passione per la nostra umanità: <E’ lui la vittima di espiazione per i nostri peccati, non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo> (1Gv 2, 2).


1. GREGORIO DI NISSA, Omelia sulla Natività di Cristo, PG 46,1128.

Accogliere… l’intelligenza

San Giovanni evangelista

Un monaco benedettino così medita il mistero di questa festa: <Il discepolo che è giunto a “penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2,3) Nella misura di quella grazia che ha fatto sì che Gesù lo amasse e che l’abbia fatto riposare sul suo petto alla Cena (Gv 13,23), Giovanni ha ricevuto in abbondanza l’intelligenza e la sapienza [i doni dello Spirito] (Is 11,2) – l’intelligenza per comprendere le Scritture ; la sapienza per redigere i suoi libri con un’arte mirabile. A dire il vero non ha ricevuto questo dono fin dal momento in cui ha riposato sul petto del Signore, anche se in seguito ha potuto attingere da questo cuore “nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2,3). Quando egli dice che, entrando nel sepolcro, “vide e credette”, riconosce che “non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti” (Gv 20,9). Il Signore Gesù ha amato questo discepolo più degli altri…, e gli ha aperto i segreti del cielo… per fare di lui lo scriba del mistero profondo, del quale l’uomo, da solo, non può dire nulla: il mistero del Verbo di Dio, del Verbo fatto carne. E’ il frutto di questo amore. Eppure, anche se lo amava, non a lui Gesù disse: “Sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16,18). Pur amando tutti i suoi discepoli e innanzi tutto Pietro con un amore dello spirito e dell’anima, nostro Signore ha amato Giovanni con un amore del cuore. Nell’ordine dell’apostolato, Simone Pietro ha ricevuto il primo posto e “le chiavi del Regno dei cieli” (Mt 16,19); Giovanni, invece, ha ottenuto un’altra parte dell’eredità: lo spirito d’intelligenza, “un tesoro di gioia e di esultanza” (Sir 15,15)>1.

Come ogni anno ricominciamo a leggere la prima lettera di Giovanni proprio in quella che è la sua festa ed entriamo così nella sua esperienza della carne del Verbo che getta una luce nuova sul nostro stesso modo di stare nella nostra carne: <quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi> (1Gv 1, 3). Sotto la penna dell’apostolo amato dal Signore – e così amante del Signore – due parole sembrano rincorrersi come fondamento di una relazione intima e profonda capace di rinnovare continuamente il dinamismo della vita: <comunione> e <gioia>! L’augurio di Giovanni è che questa <gioia sia piena> (1, 4) e questo dipende molto dalla nostra capacità di entrare nell’intelligenza della fede che non è un’operazione dell’intelletto, ma un’emozione credente del cuore: <e vide e credette> (Gv 20, 8). L’evangelista Giovanni ci permette di stare davanti al presepe con un atteggiamento di grande maturità, tanto da percepire quanto la <mangiatoia> sia già preludio di quel <sepolcro> (20, 3). Quel sepolcro che diventerà il luogo della più alta illuminazione e della più perspicace intuizione dell’anima, là dove riposa la memoria di quell’esperienza così intima e forte che la morte non può per nulla sminuire, ma piuttosto  rendere ancora  più forte : <quello che era fin da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contempliamo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita> (1Gv 1, 1). Ed è come se queste mani conservassero il profumo del contatto con il Verbo il cui ricordo continua a riempirci di un’esultanza capace di rendere <più veloce> (Gv 20, 4) il passo del cuore.


1. RUPERTO DI DEUTZ, Sulle opere dello Spirito Santo, IV, 10.

Accogliere… pieno di grazia

Santo Stefano

Siamo solo all’indomani del Natale del Signore e la Liturgia sembra non darci tregua, invitandoci a contemplare non solo il sereno mistero dell’incarnazione del Verbo, ma anche a cogliere ed accogliere, ancora una volta, il dramma di cui l’incarnazione è principio e forma. Stefano sembra stare tra le figure del nostro presepe come monito perché nessuno si illuda: <vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe> (Mt 10, 17). Più volte, nel tempo di preparazione al Natale, abbiamo sentito l’irrompere della grazia come principio di vita nuova e oggi la Liturgia ci fa entrare nella contemplazione della testimonianza di Stefano con queste parole: <pieno di grazia> (At 6, 8). Siamo abituati a rivolgere questo saluto alla Madre del Signore riprendendo le parole di Gabriele: <Ave Maria, piena di grazia!>.

In realtà questa pienezza della grazia non è solo il dono che ha cambiato la vita di Maria, ma è pure  ciò che segna e cambia la vita di ciascuno. Ce lo ricordava ieri – in modo molto solenne – l’evangelista Giovanni, a conclusione del suo Prologo al Vangelo, una promessa che sarebbe da accogliere come il possibile prologo ad ogni vita di discepolato: <Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo> (Gv 1, 17). Uno dei primi segni di quest’accoglienza del principio della grazia che segna e trasforma la vita, è la <sapienza> (At 6, 10). Anche in questo caso, non si tratta affatto di una sapienza accademica – per quanto religiosa possa essere – ma della capacità di leggere e attraversare il reale, senza troppo stupirsi degli eventi, concentrando la propria attenzione sul come dare una risposta con la propria vita. L’esortazione del Signore ai suoi discepoli di ogni tempo e di ogni luogo è di rara esigenza: <Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire> (Mt 10, 19).

L’accoglienza della grazia, al cuore della nostra vita e al cuore della nostra testimonianza, non si fa una volta per tutte, ma è l’esperienza di un ascolto continuo con le due orecchie dell’anima che sanno ascoltare dentro e fuori, maturando nella libertà e nella responsabilità, le risposte più giuste che – in realtà – non sono sempre le stesse. Quel <pieno di grazia> con cui si apre la prima lettura, si invera in modo sommo nella conclusione: <E lapidavano Stefano, che pregava…> (At 6, 59). La preghiera come forma della vita ha due contenuti: l’affidamento sereno e totale nelle mani di Dio, e uno sguardo diverso verso gli altri capace di andare aldilà degli stessi gesti, sciogliendosi in un perdono che libera il cuore da ogni morsa di male. Stefano non era solo <pieno di grazia> ma anche di <potenza> (6, 8). Si tratta della dynamis che è la presenza dello Spirito dentro di noi, una presenza che ci rende capaci di essere forti nella debolezza e di dare il massimo contributo alla storia, proprio quando sembra che gli avvenimenti ci cancellino da essa. Ciò che fa la differenza è la potenza di uno sguardo che vede ben oltre e contempla <i cieli aperti> (6, 56) proprio quando sembra che tutto sia chiuso per sempre.

Fino in fondo

NATALE del SIGNORE

La scelta delle letture che la Liturgia propone per le quattro Messe del Natale del Signore – Vigilia, Notte, Aurora, Giorno – non sono semplicemente dei formulari che si possono scegliere a proprio piacimento ma rappresentano una sorta di sguardo mistico che dalla storia – la Genealogia secondo Matteo letto alla Vigilia – conduce fino a quella che i nostri fratelli orientali chiamano la Meta-Storia. Si contemplato la radice sul cui tronco germoglia Gesù di Nazareth e ci si sofferma sul luogo e il contesto storico in cui la luce della sua presenza fece irruzione nella storia dell’umanità <sotto Quirinio> (Lc 2, 2). Tutto il mistero è rivisitato “attraverso” lo sguardo di poveri <pastori che vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge>. Nel pieno meriggio di questo Giorno Santo il nostro occhio è invitato – dopo essersi spalancato sullo spettacolo commovente di un <bambino avvolto in fasce e che giace in una mangiatoia> – ad alzarsi in volo verso un altro punto di vista: quello dall’alto, quello di Dio stesso che <molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio> (Eb 1, 1-2). Questo Figlio che noi contempliamo tra le braccia di Maria come uno di noi è <il Verbo> che <era presso Dio ed era Dio> (Gv 1, 1). L’evangelista che alla fine del suo testo dovrà riconoscer di aver dovuto tralasciare molte cose riguardanti Gesù perché <se fossero scritte…> (Gv 21, 25) non esita nel primo versetto del suo Vangelo a dirci tutto quello che dobbiamo sapere e che non dobbiamo dimenticare: l’incarnazione non è uno scherzo ma è qualcosa in cui Dio si è giocato fino in fondo e in modo totale e senza ritorno. Aldilà di ogni forma in cui l’intervento di Dio è stato atteso nel corso della storia del popolo della promessa e, inconsapevolmente, al cuore delle promesse attorno a cui tutti i desideri degli uomini e dei popoli si sono organizzati, questo intervento di Dio è talmente totale da non poter che suscitare l’ammirazione e l’incontenibile esultanza: <Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme> (Is 52, 9). Il grande annuncio che rende <belli sui monti i piedi del messaggero> (Is 52, 7) è ciò che sta al cuore del prologo di Giovanni: <E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità> (Gv 1, 14). Dopo aver detto questo non c’è più tanto da vedere quanto da accogliere a cuore aperto.

De fond

NATIVITE du SEIGNEUR

Le choix des lectures que la Liturgie propose pour les quatre messes de la Nativité du Seigneur: Vigile – Nuit – Aurore – Jour – ne sont pas simplement des formules que l’on peut choisir selon son bon plaisir, mais représentent une sorte de regard mystique qui conduit l’Histoire – de la Généalogie selon Mathieu lue à la Vigile, jusqu’à celle que nos frères orientaux appellent la Meta-Histoire. L’on y contemple la racine du tronc sur lequel germe Jésus de Nazareth et l’on s’arrête sur le lieu et le contexte historique où la lumière de sa présence fit irruption dans l’Histoire de l’humanité : ” sous Quirius” ( Lc 2,2 ). Tout le mystère est revisité à travers le regard ” des pauvres bergers qui veillaient toute la nuit en gardant leurs troupeaux”. En plein midi de ce Jour Saint, notre regard est invité – après s’être attardé sur le spectacle émouvant d’un ” enfant enveloppé de langes et couché dans une mangeoire” – à attraper au vol un autre point de vue : celui du haut, celui de Dieu Lui-même qui ” très souvent et de différentes façons, dans les temps anciens, avait parlé aux Pères à travers les prophètes et qui, récemment, ces derniers jours, nous parle à nous, à travers son Fils ” ( Heb 1, 1-2 ). Ce Fils que nous contemplons entre les bras de Marie, comme l’un de nous, est ” le Verbe ” qui ” était près de Dieu, et qui était Dieu ” ( Jn 1, 1). L’évangéliste qui à la fin de son texte reconnaîtra qu’il a dû omettre beaucoup de choses concernant Jésus, car ” si elles avaient été écrites…” ( Jn 21,25 ), n’hésite pas, dans le premier verset de son Evangile, à nous dire tout ce que nous devons savoir et que nous ne devons pas oublier : l’incarnation n’est pas une ” fable “, mais c’est quelque chose où Dieu s’investit de fond en comble et de façon totale, sans retour. Au-delà de toute forme où l’intervention de Dieu a été attendue au cours de l’Histoire du peuple de la promesse et, inconsciemment, au coeur des promesses autour desquelles tous les désirs des hommes et des peuples se sont organisés, cette intervention de Dieu est si totale qu’elle ne peut que susciter l’admiration et l’exultation incontournable : ” Eclatez tous ensemble en cris de joie, ruines de Jérusalem, car le Seigneur a consolé son peuple, il a racheté Jérusalem ” ( Is 52,9 ). La grande annonce qui rend ” beaux sur les montagnes les pieds de celui qui apporte de bonnes nouvelles ” ( Is 52,7 ) est celle qui est au coeur du prologue de Jean : ” Et le Verbe s’est fait chair, et il a habité parmi nous et nous avons contemplé sa gloire, la gloire du Fils unique qui vient du Père plein de grâce et de vérité ” ( Jn 1, 14 ). Après avoir dit cela, il n’y a plus grand chose à voir, mais il reste à accueillir à coeur ouvert.(1, 79).