Falegname

IV settimana T.O.  –

Potremmo dare noi stessi una risposta agli abitanti di Nazareth: <Sì, è proprio il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo…, si è proprio uno di noi!>. E mentre cerchiamo di trovare una risposta allo <scandalo> (Mc 6, 3) che tocca il cuore di quanti hanno visto crescere Gesù come uno di loro e se lo ritrovano davanti a loro come uno che si mette ad <insegnare nella sinagoga> (6, 2), siamo chiamati a verificare interiormente che cosa veramente ci aspettiamo dal Signore Gesù. Forse anche noi siamo scandalizzati dal fatto che anche oggi e nella nostra vita la presenza del Signore non è poi così straordinaria come ci aspetteremmo e desidereremmo ed è, invece, molto simile a quella di un semplice <falegname>. Eppure, la sfida della profezia di Cristo Signore che si fa modello di ispirazione per ciascuno dei suoi discepoli, è proprio quella di non cambiare la realtà del nostro essere e della nostra storia, ma renderla una efficace mediazione per rivelare ciò che anima profondamente il nostro cuore.

Ciò che turba gli abitanti di Nazareth è la qualità della parola del Signore Gesù che, ai loro occhi, contrasta con le sue umili e troppo note origini. Accettare che Gesù – uno di loro e uno di noi – sia, in verità, portatore di una parola profetica, significa accettare che anche noi, a nostra volta – e alle medesime condizioni della crescita vissuta dal Signore a Nazareth – forse possiamo e dobbiamo essere, con la nostra vita – senza rinnegare nulla e nessuno della nostra storia – portatori di una parola più grande di noi, ma non meno vera. La difficoltà di accoglienza dei suoi concittadini, in realtà, sembra paralizzare il Signore che, nella sua logica evangelica, non vuole in nessun modo imporsi, ma accetta di defilarsi, tanto che <percorreva i villaggi d’intorno insegnando> (Mc 6, 6). A differenza di quanto viene vissuto da Davide, costretto a scegliere tra tre punizioni possibili per il peccato di aver voluto contare il suo popolo, ma – in realtà – per poter stimare la sua forza militare, Gesù lascia spazio all’incredulità e al rifiuto, prendendo atto e persino rinunciando ad accreditarsi con un <prodigio> (6, 5) affinché ciò non sapesse di costrizione. 

Come ricorda Dom Guillaume: <saremmo nell’illusione se pensassimo che questo succeda solo agli altri. Non siamo migliori di tutti coloro che ci hanno preceduto. La nostra fede non merita molto più di quella degli abitanti di Nazaret, che ha sorpreso così dolorosamente Gesù. Questa constatazione potrebbe davvero lasciarci delusi e condurci ad allontanarci da Gesù. E questa è, effettivamente, la tentazione di colui che arriva alla soglia dell’incontro con Gesù. Perché è proprio lì, nel vuoto di ogni sentimento, nell’assenza di ogni entusiasmo, che ci aspetta Gesù>1. Un altro commentatore contemporaneo delle Scritture, André Neher, annota così: <la profezia non è altro che testimoniare l’assoluto di Dio> che in Gesù si manifesta nell’attenzione non ai discorsi e alle valutazioni, ma nella preoccupazione operosa per i più poveri e bisognosi: <ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì> (Mc 6, 5).


1. DOM GUILLAUME, Sui sentieri del cuore, Paoline 2011, p. 93.

In cammino

IV settimana T.O.  –

Continua la lettura di questo prezioso capitolo di Marco che si incrocia, per così dire, con uno dei passaggi più desolanti del ciclo di Davide. Siamo alla fine di un lungo percorso, che va della strada che conduce <dall’altra riva> (Mc 5, 21) fino alla casa di <Giàiro> (5, 22). E’ un percorso che sembra lunghissimo a motivo delle emozioni forti vissute dal Signore Gesù e da coloro che lo accompagnano e si rivolgono a Lui per ritrovare – attraverso la salute del corpo – una speranza per la propria vita, intesa e accolta nella sua totalità. Il finale di questo lungo itinerario fa da inclusione a quanto abbiamo potuto meditare sulla figura dell’indemoniato di Gerasa: <E subito la fanciulla si alzò e camminava: aveva infatti dodici anni> (5, 42). A questa consolante immagine di una ragazza che finalmente sembra ritrovare la gioia di poter camminare, fa da sfondo quella del bellissimo e valoroso Assalonne privato della vita e appeso alla <grande quercia> (2Sam 18, 9).

Purtroppo, Assalonne non si è abbassato in tempo e non ha saputo calcolare saggiamente il rapporto tra se stesso, la sua folta capigliatura e la quercia sotto cui doveva passare, e così: <il mulo che era sotto di lui passò oltre>. Si dice che Assalonne <cavalcava il mulo> ma, in realtà, sembra essere il mulo a cavalcare il giovane e audace Assalonne, portandolo alla rovina. Se in questo animale viene rappresentata tutta la sfera della nostra fisicità, vediamo che, nel Vangelo, il Signore aiuta le persone che incontra a non permettere che il mulo della propria esperienza fisica passi oltre, lasciandoli sospesi <tra cielo e terra>, in una disarmonia delle componenti e degli elementi che fanno la vita capace di creare la malattia fino a condurre alla morte. La reazione del Signore Gesù è stranamente così sicura da essere ridicolizzata: <La bambina non è morta, ma dorme> (Mc 5, 39). Così pure davanti al gesto furtivo della donna che sente   la vita scorrere via senza tregua, tanto da sembrarle continuamente sprecata, è persino severo: <Chi ha toccato le mie vesti> (5, 30).

Il Signore Gesù è capace di rimettere in cammino la speranza di tutti proprio perché non si lascia bloccare dalle evidenze del male, ma sa scorgere persino – fino a risvegliare – ciò che dorme sotto le coperte di un’abitudine alla sofferenza come è quella della donna, una sofferenza che dura da dodici anni; oppure, come nel caso della figlia di Giàiro, pronta a reagire di fronte all’ineluttabilità della morte. Il Signore Gesù vede oltre, vede dentro, spera ancora e, con il suo tocco che vuole essere personale e diretto, rimette in moto la vita. L’atteggiamento del Signore Gesù forse ci permette di comprendere un po’ meglio il sentimento di Davide che, nonostante tutto il male ricevuto dal figlio Assalonne, non solo lo piange come è naturale, ma non smette di serbare la memoria di ciò che il suo cuore di padre conosceva e amava in questo figlio certamente difficile. Il grido di lamento di Davide è come se esprimesse il dolore per un cammino incompiuto di colui che rischia di essere rimasto <figlio> senza avere avuto il tempo di diventare, a sua volta, padre: <Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!> (19, 1). 

Cammino

IV settimana T.O.  –

Oggi la Liturgia ci dà l’occasione di leggere contemporaneamente due testi che mettono in luce due passaggi difficili della vita di Davide, ma pure di quella del Signore Gesù, entrambi mediati dalla figura complessa e così espressiva di <un uomo posseduto da uno spirito impuro> (Mt 5, 2). Le situazioni descritte ci mettono di fronte a due momenti di profonda sofferenza: quella dell’uomo indemoniato che <urlando a gran voce> (Mc 5, 7) chiede al Signore Gesù di non tormentarlo e di lasciarlo a se stesso e alla sua condizione di semi-vivo o di semi-morto e quella -soprattutto – di lasciare che gli altri possano continuare a trattarlo come hanno sempre fatto. Certo è lo spirito impuro che si ribella all’azione salvifica del Signore Gesù il quale, con la sua sola presenza, è capace di aprire nuovi sentieri di vita; ma è pure questo pover’uomo a non volere aggravare la sua situazione, abituato a essere vessato, all’interno, dal suo malessere e, all’esterno, dal disprezzo degli altri. Così pure l’immagine che nella prima lettura ci viene data del re Davide, ce lo rivela in tutta la sua fragilità: <saliva l’erta degli Ulivi, saliva piangendo e camminava con il capo coperto e a piedi scalzi; tutta la gente che era con lui aveva il capo coperto e, salendo, piangeva> (2Sam 15, 30).

Ci sono momenti della vita in cui sembra che tutto sia perduto e ci rendiamo conto che qualcosa del nostro modo di vivere e di concepire l’esistenza è veramente andato perduto. Eppure, sono questi momenti in cui si ha l’impressione di toccare veramente il fondo e di non avere più nulla da sperare, ad essere l’occasione di scoprire un cassetto segreto della nostra vita, un cassetto che è la compagnia di un Dio che, nonostante tutto – e persino quanto raccogliamo il frutto delle nostre inconsistenze – sta comunque dalla nostra parte. Davide, nella terribile prova del tradimento da parte del figlio amato, si apre ad una speranza altra che va ben oltre le sue personali conquiste: <Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi> (2Sam 15, 12). Questa speranza altra permette di continuare <il cammino> (15, 13). Lo stesso vale per il Signore Gesù che, davanti all’invito dei Geraseni di allontanarsi dal loro territorio per lasciarli in pace alle loro abitudini, risale sulla barca senza accettare di essere seguito dall’uomo appena guarito, mettendolo, così, in condizione di andare persino oltre la propria esperienza di salvezza, senza fissazione alcuna, neppure quella che sarebbe suggerita dalla gratitudine: <Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati> (Mc 5, 20). 

Più volte nel testo del Vangelo si evoca ciò che quell’uomo <era stato> (5, 15) e forse è proprio qui il Vangelo di salvezza che viene così potentemente annunciato dalle parole e dai gesti del Signore Gesù: non fissare noi stessi e non fissare neppure i nostri fratelli e sorelle in umanità in ciò che siamo stati – nel bene e nel male – per andare un po’ più oltre fino ad essere, finalmente e di nuovo, <meravigliati> (5, 20). Ci sono delle situazioni difficili che pure si dimostrano in grado di rimettere in cammino la vita e queste sono delle vere e proprie teofanie. Al cuore di uno dei racconti più drammatici del vangelo in cui l’uomo viene rappresentato nella sua più cruda disumanità troviamo che gli astanti <ebbero paura> (Mc 5, 15). Il termine è lo stesso che troviamo nel momento della risurrezione, prefigurato da quello della trasfigurazione: in tal modo l’evangelista ci dice che siamo ad un tornante della rivelazione di Dio in Cristo Gesù.

Lacci

IV Domenica T.O.

La parola dell’apostolo Paolo può aiutarci ad entrare nella comprensione del primo segno che il Signore Gesù compie nel vangelo secondo Marco. Quasi per scusarsi per avere forse esagerato nel suo modo esigente di presentare il vangelo di Cristo, l’apostolo scrive ai cristiani di Corinto: <Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni> (1Cor 7, 35). Stando al racconto evangelico di questa domenica non è, di certo, questa la sensazione provata dallo <spirito impuro> (Mc 1, 23) il quale si mise a gridare in modo forte e chiaro: <Sei venuto a rovinarci> (1, 24). In questa domenica la liturgia ci chiede di guardare con attenzione nel profondo del nostro cuore al fine di saper discernere tutte le <deviazioni> (1Cor 7, 35) che in esso albergano. Esse rappresentano e un vero e proprio <laccio> che ci impedisce di essere noi stessi e soprattutto non ci permette di dare lo spazio necessario all’ascolto che crea quella relazione con Dio capace di dare pienezza alla nostra esistenza. Ancora una volta il libro del Deuteronomio insiste con la sua esortazione accorata: <Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto> (Dt 18, 19).

 Il salmo esplicita ulteriormente l’invito della Torah: <Non indurite il cuore> (Sal 94, 8). Non possiamo nascondere a noi stessi la tentazione sempre in agguato nella nostra vita e che riguarda esattamente questa possibilità continua che il nostro cuore si indurisca proprio per difendersi dal giogo soave della libertà. L’avversario delle nostre anime, sempre e in tutti i modi, cerca di confondere il nostro discernimento facendo apparire come un <laccio> ciò che in realtà è un legame che libera la nostra capacità di essere in relazione e quindi di essere persone. Sempre il diavolo cerca di convincerci che il <laccio> dell’attaccamento cieco a noi stessi è un modo per essere liberi. Da questo inganno continuo e sempre possibile, il Signore ci guarisce creando in noi un’atmosfera nuova capace di promettere e preparare tempi nuovi per un modo nuovo di essere persone. 

Il Signore Gesù davanti ad ogni nostra agitazione reagisce instaurando una nuova alba di creazione che può trovare la sua origine solo nel silenzio creativo dell’amore e per questo si impone con un solenne <Taci!> (Mc 1, 25). In una sua Meditazione, J. Lebot ci aiuta ad affinare il nostro ascolto: <Il silenzio mi ha detto: Ritrova in me l’aurora stanca e allucinata nel fuoco dei tumulti. Il silenzio mi ha detto: Impara la lacerazione dove il mondo interiore si abbevera alla vera sorgente>. È proprio in questo silenzio rigenerante che ci sarà dato di riconoscere nel Signore Gesù più che <un profeta> (Dt 18, 15) e potremmo farci eco/fama della sua salvezza in mezzo ai nostri fratelli e sorelle bisognosi di guarigione e non certo di un <laccio> (1Cor 7, 35)

Pièges

IV Dimanche T.O. 

La parole de l’apôtre Paul peut nous aider à entrer dans la compréhension du premier signe que le Seigneur accomplit dans l’évangile selon Marc. Comme pour s’excuser d’avoir peut-être exagéré dans sa façon exigeante de présenter l’évangile du Christ, l’apôtre écrit aux Chrétiens de Corinthe : ” Je dis cela pour votre bien : pas pour vous tendre un piège, mais pour que vous vous comportiez dignement et restiez fidèles au Seigneur, sans déviations ” ( 1 Co 7, 35 ). Selon l’histoire évangélique de ce dimanche, ce n’est certainement pas la sensation éprouvée par ” l’esprit impur ” ( Mc 1, 23 ) qui se mit à crier de façon forte et claire : ” Tu es venu pour nous détruire ” ( 1, 24 ). En ce dimanche, la liturgie nous demande de regarder avec attention au plus profond de notre coeur afin de savoir discerner toutes les ” déviations ” ( 1 Co 7, 35 ) qui y habitent. Elles représentent non seulement un véritable ” piège” qui nous empêche d’être nous-mêmes, mais surtout, elles ne nous permettent pas de donner l’espace nécessaire à l’écoute qui crée cette relation avec Dieu capable de donner la plénitude à notre existence. Une fois encore, le livre du Deutéronome insiste par son exhortation sincère : ” Si quelqu’un n’écoutait pas la parole dite en mon nom, je lui en tiendrai compte ” ( Dt 18, 19 ).

Le psaume explique ultérieurement l’invitation de la Torah : ” Ne durcissez pas le coeur ” ( Ps 94, 8 ). Nous ne pouvons-nous cacher à nous-mêmes la tentation toujours aux aguets dans notre vie qui concerne exactement cette possibilité continue que notre coeur s’endurcisse pour se défendre justement du joug suave de la liberté. L’adversaire de nos âmes, toujours et de toutes les façons possibles, cherche à confondre notre discernement en faisant apparaître comme un ” piège ” ce qui, en réalité, est un lien qui libère notre capacité d’être en relation et donc d’être une personne. Le diable cherche toujours de nous convaincre que le ” piège” de l’attachement aveugle à nous-mêmes est une façon d’être libres. De cette tromperie continuelle et toujours possible, le Seigneur nous guérit en créant en nous une atmosphère nouvelle capable de promettre et de prépare des temps nouveaux pour une manière nouvelle d’être une personne.

Le Seigneur Jésus, face à toute notre agitation, réagit en instaurant une aube nouvelle de création qui peut trouver son origine seulement dans le silence créatif de l’amour et pour cela il s’impose avec un solennel ” Tais- toi ! ” ( Mc 1, 25 ). Dans l’une de ses Méditations, J. Lebot nous aide à affiner notre écoute : ” Le silence m’a dit : Retrouve en moi l’aurore fatiguée et hallucinée du feu des tumultes. Le silence m’a dit : Apprends la faille où le monde intérieur s’abreuvera à la vraie source “. C’est justement ce silence régénérant qui nous sera donné pour reconnaître dans le Seigneur Jésus plus qu’”un prophète ” ( Dt 18, 15 ) et nous pourrons nous faire écho/renommée de son salut au milieu de nos frères et soeurs qui ont besoin de guérison et sûrement pas d’un ” piège ” ( 1 Co 7, 35 ).

Barche

III settimana T.O.  –

Il Vangelo ci ricorda che <C’erano anche altre barche con lui> (Mc 4, 36) e così, tutto il racconto, riguarda anche ciascuno di noi chiamato ad affrontare i passaggi della vita come dei veri esodi che – similmente a quello vissuto dal popolo attraverso il Mare Rosso – se è sempre sicuro, non è mai confortevole. Un testo autobiografico di Teresa di Lisieux ci aiuta a non temere di prendere il largo con e come il Signore: <Gesù dormiva come sempre nella mia navicella; ah, vedo bene che di rado le anime lo lasciano dormire tranquillamente in loro stesse. Gesù è così stanco di sollecitare sempre con favori e di prendere le iniziative, che si affretta ad approfittare del riposo che gli offro>1. Come Teresa, siamo chiamati ad imparare a non essere come dei bambini che subito svegliano il papà o la mamma davanti alla prima difficoltà, ma a procedere come coloro che sanno anche lasciare a Dio il tempo di riposare e dare così a se stessi il tempo e la possibilità di crescere.

Il <cuscino> (Mc 4, 38) che viene sottilmente evocato da Marco, a cui è conferito un rilievo di particolare importanza, diventa un simbolo della fede intesa come capacità e volontà di non sperare, ingenuamente e comodamente in ciò che, comunemente, indichiamo come la “quiete dopo la tempesta”, così da imparare a vivere la quiete e la calma attraverso e… nella tempesta. La forza e la verità della fede non stannonelle sue manifestazioni, quelle che seguono alla calma e alla serenità di una vita apparentemente ancorata in Dio, ma nel rimanere sereni sul proprio cuscino ed essere capaci di non perdere la pace, così da continuare a riposare – interiormente – nel bel mezzo delle tempeste. A ben pensarci, senza la capacità di attraversare le inevitabili turbolenze che possono abbattersi sulla nostra vita, rischiamo di annegare nelle tempeste delle nostre illusioni, decisamente più pericolose. La verità della fede e la sua capacità di illuminare e informare la vita, si rivelano nella calma non trasognata, ma conquistata e difesa, come pure attraverso la perseveranza di un ancoraggio alla pace abissale delle profondità del cuore. La fede non è una forza come quella delle tempeste e dei venti contrari, ma è la forza della presenza, dell’esserci, dell’identità piena e forte di sé che sa riconoscere in Gesù – placidamente addormentato – il segno più sicuro che c’è sempre un’ancora la quale – sebbene non vista –  è  così efficace da  dare solidità e serenità alla nostra vita.

Una tempesta si abbatte sul re Davide attraverso la parola del profeta Natan: <Tu sei quell’uomo!> (2Sam 12, 7). Questa parola che sembra spezzare la vita e la carriera folgorante del re di Israele, in realtà ne rettifica la rotta riportando Davide alla realtà di se stesso: <si mise a digiunare e, quando rientrava per passare la notte, dormiva per terra> (12, 16). Questo testo prepara il momento in cui il Signore Crocifisso, adagiato nella nuda roccia di un sepolcro nuovo, come su un cuscino su cui finalmente riposare, si presenterà ai discepoli quale Risorto e vivente.


1. TERESA DI LISIEUX, Scritto autobiografico A, 75 v°.

Abbondante

Ss. Timoteo e Tito  –

La parola con cui il Signore invia i suoi discepoli ad annunciare la presenza del Regno di Dio indica una dismisura e un paradosso che sembrano irrinunciabili per una missione che non sia semplicemente un contenuto dottrinale – per quanto elevato – ma uno stile di vita capace di farsi lievito nella realtà di un modo evangelico di vivere, di sentire, di reagire. Da una parte il Signore ricorda ai settantadue discepoli che <La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!> (Lc 10, 2) e dall’altra chiede loro di non attrezzarsi troppo, anzi di non attrezzarsi affatto: <non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada> (10, 4). Sembra che l’ampiezza del lavoro cui i discepoli sono chiamati non debba in nulla metterli in agitazione. Al contrario il Signore chiede una misura ancora più grande di fiducia non in se stessi, nei propri mezzi e persino nell’annuncio di cui sono portatori, ma negli altri verso cui i loro passi vengono indirizzati in una semplicità e libertà. Questo stile, che si fa tratto inconfondibile, è già annuncio e testimonianza di un modo nuovo di approcciare e di presentarsi: <Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa> (10, 7) e nello stesso tempo non può pretendere in alcun modo di essere ricompensato.

Alla <messe abbondante> che rischierebbe di esasperare, il Signore sembra contrapporre una fiducia interiore ancora più abbondante da essere capace di donare ai suoi discepoli persino la serenità di affrontare l’inevitabile rifiuto senza nessun vittimismo né alcuna recriminazione: <ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi> (10, 3). Sembra che la vera preoccupazione del Signore non è che i suoi discepoli siano risparmiati, ma che abbiano il coraggio di rimanere sempre e comunque dei veri <agnelli>. Ciò che nella Colletta dell’Eucaristia dei santi Timoteo e Tito viene evocata e invocata come <scuola degli apostoli>, sembra non essere altro che questa leggerezza interiore che permette di coniugare al realismo di uno sguardo disincantato e preciso sulle situazioni, una fiducia invincibile. Proprio e solo questa fiducia rende possibile continuare a seminare e a mietere senza nessun calcolo e con una gratuità che diventa un vero e proprio stile di vita e, in particolare, stile di relazione.

Lo ricorda con dolcissima forza l’apostolo Paolo scrivendo a uno dei suoi discepoli e collaboratori più stimati e amati: <Dio, infatti, non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza> (2Tm 1, 7). La <medesima fede> (Tt 1, 4) da cui Paolo sente di essere intimamente legato a Tito diventa una sorta di forza interiore che permette continuamente di comunicare il meglio di sé creando attorno a sé un <ordine> (1, 5) che è quello di un amore e di un’attenzione sempre più profonde e autentiche. 

Io sono!

Conversione di S. Paolo

Verso la fine della sua vita e della sua esperienza di credente, l’apostolo Paolo diventa capace di dire: <Io sono un Giudeo… educato… formato… pieno di zelo… sentii una voce> (At 22,3ss). Paolo ci indica il compito che riguarda ciascuno di noi, un compito che può realmente cambiare la nostra vita rendendola sempre più toccata dalla grazia fino a renderla capace di mediare il dono della grazia e della salvezza: passare dalla visione all’ascolto. Ciò che segna, fino a cambiare radicalmente la vita di Saulo-Paolo, tanto da toccare e incidere sullo stesso cammino della Chiesa, è questo passaggio fondamentale della sua vita sulla strada di Damasco ove: <verso mezzogiorno, all’improvviso una grande luce dal cielo sfolgorò attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”> (22, 7). Per la prima volta l’apostolo sente pronunciare il suo nome come un appello e – sulle labbra di Cristo Signore – il suo nome rivela tutto l’abisso della sua verità: la promessa di una santità che esige un passo di superamento di se stessi.

Il testo insiste su un aspetto importante che differenzia Paolo da coloro che condividono il suo viaggio e che, molto probabilmente, partecipano alla sua missione contro i discepoli di Gesù: <Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava…> (22, 9). Ciò che dà consistenza alla nostra vita discepolare non è, in realtà, quello che vediamo che corrisponde a quello che sappiamo, ma ciò che siamo in grado di ascoltare fino a lasciarcene cambiare. La parola che il Signore affida alla sua Chiesa è una traccia di discernimento non solo per l’annuncio, ma prima di tutto per l’esperienza di Dio: <se berranno qualche veleno, non recherà lro danno> (Mc 16,18). Il veleno più antico e il più pericoloso è quello che fece cadere i nostri progenitori che furono ammaliati da ciò che vedevano e si nascosero invece alla <voce> (Gn 3,10)

Come Paolo anche noi siamo in viaggio, come l’apostolo anche noi siamo in cammino per le nostre strade e, forse senza che neppure ce ne avvediamo, si apre davanti a noi una <Via> (22,4) che ancora non abbiamo intravista e che pure è davanti a noi come una possibilità e un appello. Se ci lasciamo destabilizzare e ci rimettiamo per strada, allora sarà possibile scoprire chi siamo veramente a partire da ciò che avremo accettato di diventare – per dire in verità – partecipando allo stesso mistero dell’Altissimo: <Io sono!>. Certamente ricordiamo il giorno della nostra nascita, ricordiamo forse anche quello del nostro battesimo e di altri momenti fondamentali della nostra vita… ma ci sarebbe anche da festeggiare – nel segreto del cuore – il momento o i momenti in cui, il passaggio della grazia, ha segnato e ha cambiato la nostra vita dal profondo. È da festeggiare intimamente il momento in cui la nostra vita, pur sembrando uguale a se stessa, è diventata così nuova da esigere un passo indietro da ciò cui eravamo abituati con noi stessi…e questa sarebbe la conversione senza la quale rischiamo di rimanere ignoranti del meglio di noi stessi.

Largheggiare

III settimana T.O.  –

Giovanni Crisostomo ci dà una bella chiave per entrare nella parabola odierna: <Cristo ci mostra che la sua parola è destinata a tutti, indistintamente. Infatti, come il seminatore della parabola, senza fare nessuna distinzione fra i terreni semina ai quattro venti, così il Signore non distingue il ricco dal povero, il saggio dallo stolto, il negligente dal diligente, il coraggioso dal vigliacco, ma si rivolge a tutti e, pur conoscendo l’avvenire, da parte sua fa di tutto finché non possa dire: «Che cosa dovevo fare ancora che io non abbia fatto? (Is 5,4)>. Nel suo linguaggio impastato di vita tratta dell’esperienza quotidiana di tutti, il Signore Gesù usa immagini attraverso le quali, se riconosce le differenze, non crea opposizioni. Con grande naturalezza si constata che ci sono <Quelli lungo la strada…> (Mc 4, 15) come <quelli seminati tra i rovi> (4, 18) senza dimenticare <quelli seminati sul terreno buono> (4, 20). Così pure accanto alla differenza oggettiva che segna l’esperienza diversa ed unica di ogni vita, si può constatare, serenamente, la differenza di relazione e di accoglienza, tanto da rispettare quelli <che sono fuori> (4, 11), senza dimenticare di dare i mezzi necessari per <comprendere> (4, 13) a quanti lo desiderano. 

Lo stesso Vescovo di Costantinopoli risponde alla giusta obiezione riguardo all’assurdità di seminare tra sassi e spine: <Ma nella sfera spirituale, non è lo stesso: il sasso può diventare una terra fertile, la strada non essere più calpestata dai passanti e diventare un campo fecondo, le spine essere sradicate e permettere al seme di dare frutto liberamente. Se questo non fosse possibile, il seminatore non avrebbe sparso il seme come ha fatto>1. A ciascuno di noi viene richiesto di fare altrettanto e di comportarci nella medesima maniera, con una speranza larga e una fiducia largheggiante. È infatti questa fiducia serena a costruire quella <casa> (2Sam 7, 14) che noi, come il re Davide, vorremmo approntare per Dio. Non solo il Signore semina, ma pure prepara il terreno della nostra vita con la stessa cura con cui si prepara un nido per l’amore, un solco per un seme amato, un angolo per un ricordo caro.

Le parole del profeta Natan sono un aiuto per Davide perché il suo cuore non dimentichi ciò che ha segnato e reso luminosa la sua vita: <Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge… Sono stato con te dovunque sei andato> (7, 8-9). Se pensiamo a noi stessi come ad un seme caduto nella terra la cosa più importante è quella di non dimenticare da quale mano siamo stati fatti cadere. Il ricordo della mano di Dio che ci ha custoditi e ci ha seminati, dovrebbe essere per ciascuno di noi un motivo di gratitudine che si manifesta nella capacità di dare il meglio di se stessi, offrendo un frutto che faccia del bene e diventi segno del regno di Dio che viene. Tutta la nostra vita con le sue luci e le sue ombre non solo è un campo seminato da cui si attende di cogliere un frutto, ma è una <parabola> (Mc 4, 13) da comprendere appieno imparando così a largheggiare nel dono che è sempre promessa di un frutto.


1. GIOVANNI CRISOSTOMO, Discorsi sul Vangelo di Matteo, 44, 3-4.

Salire

III settimana T.O.  –

Nella prima lettura troviamo un verbo particolarmente pregno nella tradizione biblica che segna l’inizio della gioiosa evocazione di uno dei momenti più belli e commoventi della storia di Israele: <Davide andò e fece salire l’arca di Dio dalla casa di Obed-Edom alla Città di Davide, con gioia> (2 Sam 6, 12). Il canone delle Scritture ebraiche, che segue un ordine diverso da quello a cui noi siamo abituati e che si chiude con i profeti minori, si conclude proprio con questo verbo nella forma di invito: <Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore suo Dio, sia con lui e salga!> (2Cro 36, 23). Salire è anche il senso del verbo che indica l’olocausto che continuamente viene offerto nel Tempio e il cui fumo sale fino al cospetto di Dio congiungendo così la terra con il cielo, il nostro umano vivere con il divino accompagnare i nostri passi attraverso la storia. Quando Dio sale attraverso il simbolo dell’arca – che ne rappresenta la presenza in mezzo al suo popolo – tutto sembra essere contagiato da una gioia incontenibile in cui si esprime una sorta di insopprimibile soddisfazione per la ritrovata e persino accresciuta comunione tra il Creatore e le sue creature.

Si dice, infatti, che <Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore> (36, 14). Per danzare meglio il re aveva deposto ogni veste che ne avrebbe ingombrato inutilmente i movimenti: <era cinto di un efod di lino> e <Così Davide e tutta la casa di Israele facevano salire l’arca del Signore con grida e al suono del corno> (36, 15). Far salire l’arca del Signore, corrisponde ad un’ascesa interiore che permette a tutti di elevarsi ad un livello di percezione della realtà segnata da una gioia che dice una partecipazione così intensa al mistero di Dio da essere capace di trasfigurare la vita. Questa esperienza produce, in modo del tutto naturale e spontaneo, il frutto di una generosa condivisione, perché non solo è inimmaginabile, ma persino impossibile, trattenere per sé tutto questo gaudio interiore, tanto che Davide: <distribuì a tutto il popolo, a tutta la moltitudine di Israele, uomini e donne, una focaccia di pane per ognuno, una porzione di carne arrostita e una schiacciata di uva passa. Poi tutto il popolo se ne andò, ciascuno a casa sua> (36, 19).

Questa pagina così esultante e gioiosa ci fa sentire ancora di più il gelo e la tristezza che si avverte nell’atteggiamento dei parenti del Signore che <stando fuori, mandarono a chiamarlo> (Mc 3, 31). L’emozione del cuore di Davide, che il testo delle Scritture ebraiche trasmette in modo così commovente, ci aiuta a comprendere quella ben più mesta del cuore del Signore Gesù che reagisce con queste parole di invito, certo, ma anche con un po’ di rammarico che si fa graffiante domanda: <Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?> (3, 33). La risposta a questa domanda non può essere semplicemente fatta di parole, ma va data con la vita, nella misura in cui accettiamo interiormente di salire un po’ oltre noi stessi e i nostri presunti titoli di parentela, per vivere nella e della volontà di quel Dio che, nella preghiera insegnataci dal Signore Gesù, osiamo chiamare: <Padre nostro>!