Regno

III settimana T.O.  –

Nella prima lettura ci viene narrato il modo in cui Davide viene costituito re su tutto Israele ad Ebron. Nella memoria di Israele questo “atto di costituzione” non è altro che “un atto di unione” espresso con gli stessi termini con cui Adamo si meraviglia, nel momento della creazione della donna, uscendo così dal dramma della sua solitudine: <Ecco noi siamo tue ossa e tua carne> (2Sam 5, 1). Ciò che rende possibile e stabile il regno di Davide è la sua capacità – quella che i suoi successori presto smarriranno – di creare attorno a sé un’unità che nasce dal cuore e dal sentimento di appartenenza reciproca che fonda e conserva i legami di fiducia pur nelle inevitabili difficoltà. Nella linea davidica la reazione del Signore Gesù all’accusa degli scribi e farisei, va nella stessa linea: <Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi> (Mc 3, 25). Nonostante, o forse proprio a motivo, di tutte le ambiguità di Davide nel suo modo di essere uomo credente e re del suo popolo c’è una costante che rimane per noi un esempio e un monito: <il re Davide concluse con loro un’alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re d’Israele> (2Sam 5, 3).

Ciò che manca agli interlocutori del Signore Gesù è questa disponibilità di fondo a fare <alleanza>, inclini come sono ad evidenziare e a radicalizzare piuttosto quello che divide e tutto ciò che, contrapponendo, indebolisce. Non è raro anche per noi che l’accusa che muoviamo ad altri tradisce la nostra segreta speranza che gli altri siano meno capaci di metterci in crisi: <Costui è posseduto da Beelzebul e scaccia i demoni per mezzo del capo dei demoni> (Mc 3, 22). Somiglia tanto a quanto pensano, dicono e si augurano i Gebusei riguardo a Davide: <Tu qui non entrerai: i ciechi e gli zoppi ti respingeranno> (2Sam 5, 6). Eppure le cose non vanno proprio così: <Ma Davide espugnò la rocca di Sion, cioè la città di Davide> e ancora <Davide andava sempre più crescendo in potenza e il Signore, Dio degli eserciti, era con lui> (5, 7.10).  

Nella stessa linea, il Signore Gesù spiega ai suoi detrattori che hanno torto: <Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi. Se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella con se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito> (Mc 3, 24-26). Quello che si dicevano tra loro i Gebusei: <Davide non potrà entrare qui> (2Sam 5, 6) è detto sub contrario dal Signore Gesù: <Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega> (Mc 3, 27). La forza non può che venire da Dio il quale non permette che i suoi figli cadano in balìa del nemico, ma ci assiste con la forza e la luce dello <Spirito Santo> (3, 29) nella cui pace troveremo sempre la via dell’unità interiore e della concordia fraterna per vincere ogni assalto del male e trovare… e donare pace. Del resto, <Gerusalemme> (2Sam 5, 6) significa “visione di pace”.

Convertirsi

III Domenica T.O.

Non ci sfugga la nota redazionale con cui oggi leggiamo la versione di Marco della chiamata dei primi discepoli che – domenica scorsa – abbiamo letto attraverso l’interpretazione del quarto evangelista: <Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio> (Mc 1, 14). In realtà non c’è nessuna novità nell’annuncio del Signore Gesù: egli ripete lo stesso annuncio del Battista con cui si riprende l’invito che il profeta Giona rivolge agli abitanti di Ninive. Ma c’è una grande novità unita ad una nota di rara delicatezza. La nota è che il Signore Gesù non entra in concorrenza e sa rispettare i tempi della sua maturazione e sa attendere il tempo della sua manifestazione <dopo che Giovanni fu arrestato>. In questo ci viene narrata indirettamente la qualità dell’autocoscienza messianica del Signore che – secondo la logica del “segreto messianico” propria dell’evangelista Marco – ci fa intuire che per Gesù non c’è nessun bisogno di attirare l’attenzione su se stesso. 

Per questo comincia la sua predicazione solo quando si è creato un reale vuoto a motivo dell’incarcerazione del Battista: nessuna fretta e nessun protagonismo nell’umile profeta che viene da Nazaret di Galilea! La novità è, invece, legata al fatto che pur essendo l’annuncio lo stesso la modalità è talmente diversa da dare un colore e un sapore nuovi allo stesso annuncio. Infatti, mentre di Giovanni si dice che si <accorreva a lui da tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme> (1, 5), del Signore Gesù si dice che è lui a mettersi alla ricerca dei suoi fratelli <passando lungo il mare di Galilea> (1, 16). In questo modo l’annuncio assume i tratti voluti da Dio per il profeta Giona così resistente all’idea di andare a Ninive da cui non si aspetta nessuna reazione positiva e che, al contrario di ogni aspettativa <credettero a Dio> (Gio 3, 5). La fede e la conversione di Ninive è il frutto dell’assoluta fiducia di Dio nella loro capacità di convertirsi che, sulle sponde del mare di Galilea, assume i tratti inconfondibili dell’assoluta fiducia di Gesù che dei <pescatori> (Mc 1, 16) possano <diventare pescatori di uomini> (1, 17). 

Le esigenze della conversione sono le medesime annunciate dal Battista. Egli ricapitola nel fuoco della sua testimonianza la tradizione di tutti i profeti, ma la modalità è quella del profeta Giona che Dio vuole vagante nella grande città di Ninive. Il Signore Gesù non si spaventa davanti alla sconfinata desolazione dei deserti del cuore umano, ma ama percorrerli porgendo l’urgenza della conversione con il tratto della seduzione. La parola dell’apostolo Paolo crea una certa emozione: <Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve…> (1Cor 7, 29). L’orizzonte escatologico non è un invito alla fuga dalla storia, ma quella luce nuova che permette di andare alla radice della speranza che arde in ogni realtà e in ogni umano percorso.

Se convertir

III Dimanche T.O. 

Il ne nous aura pas échappé  que la note rédactionnelle de l’appel des premiers disciples dont nous lisons aujourd’hui la version de Marc, a été lue – dimanche dernier – par l’interprétation du quatrième évangéliste : ” Après l’arrestation de Jean, Jésus partit en Galilée en proclamant l’évangile de Dieu ” ( Mc 1, 14 ). En réalité, il n’y a aucune nouveauté dans l’annonce du Seigneur Jésus : il répète la même annonce que le Baptiste qui reprend l’invitation que le prophète Jonas adresse aux habitants de Ninive. Mais, il y a une grande nouveauté liée à une annotation d’une rare délicatesse. L’annotation est que le Seigneur Jésus n’entre pas en concurrence et sait respecter les temps de la maturation et attendre le temps de sa manifestation ” après l’arrestation de Jean”. Ainsi, il nous est raconté, indirectement, la qualité de l’auto-conscience messianique du Seigneur qui – selon la logique du ” secret messianique ” propre à l’évangéliste Marc – nous fait comprendre que, pour Jésus, il n’est pas nécessaire d’attirer l’attention sur soi.

Pour cela, il commence sa prédication seulement lorsque s’est créé un grand vide après l’incarcération du Baptiste : aucune précipitation, ni aucun protagonisme  n’habitent l’humble prophète venu de Galilée ! La nouveauté est, au contraire, liée au fait que, bien que l’annonce soit la même, la modalité est tellement différente qu’elle répand une couleur et une saveur nouvelles pour la même annonce. En effet, alors qu’il est narré que pour Jean ”  accourraient vers lui  toute la région de la Judée  et tous les habitants de Jérusalem ” ( 1, 5 ), l’on dit que c’est le Seigneur Jésus qui se met à la recherche de ses frères ” en passant le long de la mer de Galilée ” ( 1, 16 ). Ainsi, l’annonce assume les desseins voulus par Dieu pour le prophète Jonas si résistant à l’idée d’aller à Ninive dont il n’attendait aucune réaction positive et qui, au contraire de toute espérance ” crut en Dieu ” ( Jo 3, 5 ). La foi et la conversion de Ninive est le fruit de l’absolue confiance de Dieu en la capacité de se convertir, confiance assumée par Jésus, sur les rives de la mer de Galilée, qui fait sienne la confiance absolue en croyant que des “pêcheurs” peuvent ” devenir des pêcheurs d’hommes ” ( 1, 17 ).

Les exigences de la conversion sont les mêmes que celles annoncées par le Baptiste. Il récapitule par son témoignage la tradition de tous les prophètes, mais la modalité est celle du prophète que Dieu veut ” voyageur” dans la grande cité de Ninive. Le Seigneur Jésus n’est pas effrayé face à la désolation confinée des déserts du coeur humain, mais il aime les parcourir, proposant l’urgence de la conversion sous les traits de la séduction. La parole de l’apôtre Paul crée une certaine émotion : ” Je vous le dis, frères, le temps se fait court… ” ( 1 Co 7, 29 ). L’horizon  eschatologique n’est pas une invitation à la fuite de l’Histoire, mais c’est cette lumière nouvelle qui permet d’aller à la racine de l’espérance qui brille dans chaque réalité et dans tout parcours humain.

Caro

II settimana T.O.  –

Le parole con cui Davide piange su Gionata non sono solo commoventi, ma sono epifaniche di ciò che sta nel profondo del suo cuore: <Una grande pena ho per te, fratello mio, Giònata! Tu mi eri molto caro; la tua amicizia era per me preziosa, più che amore di donna> (2Sam 1, 26). Eppure, la morte del re Saul e di suo figlio, in realtà, libera la strada per l’ascesa regale di Davide che avrebbe più motivi per rallegrarsi di queste morti che non di rattristarsi. Ma è proprio in questo momento che si rivela pienamente ciò che sta a cuore al cuore di Davide e, in ultima analisi, il motivo per cui il cuore del Signore si compiace di quest’uomo non privo di contraddizioni e di colpe; eppure, così capaci di essere <caro> e di sentire gli altri, persino quando possono ostacolare i nostri cammini. Qualcosa di analogo si attua nella <casa> (Mc 3, 20) in cui il Signore Gesù si lascia <mangiare> per così dire dalla folla tanto da non avere più nemmeno il tempo di mangiare e questo crea un certo sconcerto, forse persino un po’ di sgomento nella sua famiglia che si sente responsabili della sua integrità e incolumità e che comincia a dubitare del suo equilibrio: <E’ fuori di sé> (3, 21).

Cosa rende così incomprensibile il Signore Gesù ai suoi parenti se non quello stesso atteggiamento che rende, spesso, incomprensibile Davide ai suoi compagni e a suoi amici. Potremmo dire, in una parola, che si tratta di questa disponibilità a vivere sempre all’altezza delle esigenze del proprio cuore anche quando questo sembra essere svantaggioso per i nostri interessi. Ma quali mai possono e debbono essere i nostri interessi se non quello di sentire come <caro> (2Sam 1, 26) ogni persona con cui siamo chiamati a fare un pezzo di cammino della nostra vita. Gionata dà talmente spazio a Davide quasi da togliersi di mezzo per permettere che il suo destino si compia fino in fondo. E Davide non dimentica la preziosità di questo dono ritenendo di essere l’unico autore della sua stessa vita. Al contrario si sente in dovere di celebrare e di cantare il dono di un’amicizia senza la quale non sarebbe stato se stesso.

La follia che i suoi parenti riscontrano in Gesù e la stessa che Saul deve aver rimproverato a suo figlio Gionata: è la follia dell’amore che non solo mette generosamente l’altro al primo posto, ma che purificata dall’egoismo è capace di far trovare il proprio posto riconoscendo e in certo modo favorendo quello dell’altro.

Nominati

II settimana T.O.  –

Con un linguaggio contemporaneo potremmo dire che oggi nel Vangelo ci viene raccontata la “nomina” dei discepoli ad <apostoli> (Mc 3, 14). Un po’ come avviene quando il Papa nomina, appunto, dei nuovi cardinali. Ma è proprio così nella logica e nel cuore del Signore Gesù? Stranamente nel testo abbiamo l’elenco dei nomi con un cambiamento che però riguarda radicalmente solo <Simone, al quale impose il nome di Pietro> (3, 16). Il testo continua così: <poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè “figli del tuono”> (3,17). Degli altri il Signore si accontenta, in certo modo, di confermare il loro nome o di accogliere il soprannome che già portano: <Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì> (3, 18-19). Sembra proprio che l’essere nominati apostoli sia, per i discepoli, non un evento di carriera e, per molti aspetti, neppure un’intensificazione, per così dire, di ministero, ma prima di tutto una radicalizzazione della loro personalità che avviene con la semplice conservazione del loro nome di sempre o con un cambiamento, come nel caso di Simone, o con un ampliamento come per Giacomo e Giovanni.

Magnificamente, quando <Gesù salì sul monte, chiamò a se quelli che voleva> (3, 13), non si circonda di ombre senza nomi e senza volti il cui ruolo sarebbe quello di aumentare e rendere più efficace il suo ministero, ma vuole attorno a sé “persone” chiamate non a scomparire, perché inghiottite dalla luce abbagliante del loro ineguagliabile Maestro, ma con la possibilità di diventare sempre più se stesse per aiutare gli altri a fare altrettanto di quanto hanno visto da Lui. Le ragioni della scelta sono elencante minuziosamente dall’evangelista: <perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni> (3, 14-15). Scacciare i demòni significa, nel linguaggio evangelico, liberare in ogni persona la possibilità di essere se stessa senza essere agita da altri, senza essere appunto posseduto e inghiottito in una impersonalità caotica e avvilente che caratterizza ogni diabolica operazione. 

Nella prima lettura viene evocato uno dei momenti più commoventi della storia di Davide che, proprio quando ha la possibilità di liberarsi del suo persecutore, rivela fino in fondo il suo cuore capace di coraggio, ma sempre attento ad avere rispetto della dignità e della persona dell’altro nel suo mistero e nel suo ruolo: <Mi guardi il Signore dal fare simile cosa al mio signore, al consacrato del Signore, dallo stendere la mano su di lui, perché è il consacrato del Signore> (1Sam 24, 7). Davide è un uomo libero da se stesso nonostante tutte le sue contraddizioni e per questo la sua cetra era stata più volte capace di placare l’animo turbato del re Saul. Ora, nelle mani del giovane e affermato prode, non vi è più la cetra, ma un coltello, eppure, inconsapevolmente ed efficacemente, la sola presenza di Davide è capace di risvegliare nel re il meglio, facendo assopire il demone che lo tormenta con la paura e il sospetto: <E’ questa la tua voce, Davide, figlio mio?> (1Sam 24, 17).

Su di lui

II settimana T.O.  –

L’evangelista Marco pone sotto i nostri occhi una scena assai forte: <cosicché quanti avevano qualche male, si gettavano su di lui per toccarlo> (Mc 3, 10). La scena che ci viene presentata dal Vangelo di oggi è solo apparentemente esaltante, in realtà rimane un po’ inquietante. Sembra che attorno al Signore Gesù si scateni un entusiasmo misto a disperazione che se va accolto, va pure chiaramente arginato, purificato e orientato. La reazione del Maestro è duplice: <disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero> (3, 9) e, per quanto riguarda i demoni, <imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse> (3, 12). La sola presenza del Signore in mezzo alla folla suscita – al contempo – speranza e disperazione. La speranza di quanti sono afflitti e la disperazione del maligno che sente minacciato il suo potere. In ambedue i casi, la reazione del Signore non è di compiacimento, bensì di prudente distanza per evitare che la sua missione si trasformi in una sorta di isteria collettiva.

Possiamo veramente ammirare e imitare la capacità del Signore di lasciarsi toccare e quasi mangiare dalla folla senza, in alcun modo, farsi contaminare dal suo passeggero entusiasmo che spesso trasforma, in un attimo, il bagno di folla in bagno di sangue. Il Signore Gesù è continuamente in mezzo e – nello stesso tempo – profondamente separato, in una coscienza sottile della sua missione cui non manca la consapevolezza di tutte le ambiguità cui essa potrebbe essere soggetta. Proclamare senza ascoltare veramente non cambia la vita! Toccare senza accogliere esistenzialmente, in realtà, dà sollievo, ma non guarisce profondamente ed efficacemente. Non è difficile riconoscere in questa folla anonima che si getta su Gesù in cerca di conforto e di guarigione lo stesso Saul così <irritato> (1Sam 18, 8) e <sospettoso> (18, 9) da diventarne malato. Come spiega Bruna Costacurta: <Saul è ormai intrappolato nel proprio livore, sempre più furioso e impotente, talmente esasperato da arrivare al punto di rivelare senza pudore a Gionata e ai suoi le proprie intenzioni omicide, e di rimettere mano alla lancia per infilzare Davide contro il muro>1. La commentatrice aggiunge: <Ma il figlio di Iesse non muore, egli resta vivo, spina nel fianco del re ormai impazzito>!

La domanda si pone: cosa permette a Davide di sopravvivere alla furia del re? La bontà, la benevolenza, l’amicizia sincera, unite all’onesto riconoscimento della grandezza e delle doti del giovane prode e stella nascente, da parte di Gionata che <nutriva grande affetto per Davide> (19, 1). Gionata è icona del Signore Gesù e rivela, sommessamente, l’unica cosa che può veramente salvare da ogni forma di morte e guarire da ogni malattia: l’affetto sincero che si fa rischiata solidarietà e custodia della verità dell’altro. Tutto questo non è possibile né percepirlo né viverlo in una corte dei miracoli come quella che si agita febbrilmente attorno a Gesù, perché esige la calma di una relazione personale come quella intessutasi tra Davide e Gionata: <Non pecchi il re contro il suo servo, contro Davide, che non ha peccato contro di te, che anzi ha fatto cose belle per te. Egli ha esposto la vita> (19, 4-5). In realtà, il Signore Gesù non vuole essere acclamato come un guaritore di successo, ma accolto come chi <ha esposta la vita> fino a donarla per noi, malgrado noi.


1. B. COSTACURTA, Con la cetra e con la fionda, Dehoniane, Bologna 2002, p. 109.

La fionda

II settimana T.O.  –

Il racconto dello scontro tra un <ragazzo> (1Sam 17, 42) e un <uomo d’armi fin dalla sua adolescenza> (17, 36) è una parabola assai efficace per significare il combattimento che ogni giorno siamo chiamati ad affrontare contro tutto ciò che cerca di bloccare il cammino nostro e dei nostri fratelli e sorelle in umanità verso la pienezza della vita. Il giovane Davide si lascia toccare e interpellare personalmente dallo sconforto che regna nell’accampamento e, in certo modo, si sostituisce a Saul non certo per spodestarlo – come questi penserà in seguito fino ad impazzirne – ma perché il popolo non soccomba allo scoraggiamento e sia così disonorato lo stesso Signore delle schiere di Israele. Il più giovane dei figli di Iesse, mandato da suo padre ad informarsi della salute dei suoi fratelli più grandi, non ha dubbi: <Nessuno si perda d’animo a causa di costui. Il tuo servo andrà a combattere contro questo Filisteo> (17, 32).

Non solo il ragazzo di Betlemme accetta di combattere, ma lo fa a suo modo, ricorrendo alla sua abilità di pastore, rinunciando all’armatura offertagli da Saul. Infatti, di quell’armatura Davide non sa come servirsene, mentre  sa usare magnificamente la sua <fionda> (17, 49). La fine del racconto è circonfusa di gloria: <colpì il Filisteo e l’uccise, benché Davide non avesse spada> (17, 50). Come spiega Bruna Costacurta: <questo è stato possibile solo perché si è tolto di dosso l’armatura che Saul voleva dargli (17, 39). Il debole ha vinto, nel nome del Signore, la forza arrogante e blasfema, deridendo con le sue armi irrisorie colui che aveva irriso Israele e il suo Dio>. Per questo <La lotta nella valle del Terebinto si consuma così nel segreto della fede e ne esce vincitore il nuovo Unto di Dio, quel Davide armato di fionda che si è levato la corazza dei forti per combattere con le armi deboli di chi confida solamente nel Signore>1.

Il Figlio di Davide, il Signore Gesù, continua a combattere con la fionda della sua attenzione amorosa verso i poveri e i sofferenti, e la usa contro ogni storpiatura dell’immagine di Dio, che lo rende nemico della gioia e della pienezza, quasi un immenso e bruto Golia che sovrasta le piccole creature che siamo, attraverso un sistema religioso nemico dell’uomo: <E’ lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?> (Mc 3, 4). Se è vero che scribi e farisei <tacevano> (Mc 3, 4) davanti a questa provocazione che ha la forza di quella <pietra> (1Sam 17, 50) che <s’infisse nella fronte> del gigantesco Filisteo, rischiando di far crollare l’immensa statua (cfr. Dn 2, 34) del sistema cui i notabili devono la loro vita – oltreché il loro prestigio – in realtà agirono: <e tennero consiglio contro di lui per farlo morire> (3, 6). Pertanto, il Signore Gesù, con la sua <indignazione> (3, 5), da una parte rivela di non stare a guardare la sofferenza, ma di farsene carico, e dall’altra – con la sua disponibilità a rischiare di persona – abbatte quel sistema di paura e di oppressione che rischia così di paralizzare – fino a disumanizzare e tradire – l’immagine di Dio, quella viva e vera di cui ogni creatura umana è icona inviolabile. 


1. B. COSTACURTA, Con la cetra e con la fionda, Dehoniane, Bologna 2002, p. 70.

Stravolgere

II settimana T.O.  –

Possiamo accompagnare il profeta Samuèle in cammino verso <Betlemme> (1Sam 16, 4) con il cuore colmo di tante domande – forse troppe! – mentre cerca di nascondere quel corno pieno d’olio con cui consacrare, per Israele, un nuovo re al posto di Saul. Nel cuore dell’anziano profeta non manca una buona dose di paura: <Come posso andare? Saul lo verrà a sapere e mi ucciderà> (16, 2). Eppure, alla fine, il profeta non solo si reca a Betlemme, ma trova che <il più piccolo> (16,11) dei figli di Iesse è il più grande a motivo del suo cuore che si riflette, per purezza e coraggio, nei suoi <begli occhi> (16, 12). La conclusione della prima lettura apre il cuore alla speranza che non tutto è perduto e che non c’è bisogno di piangere su ciò che è avvenuto, ma è sempre possibile – anzi doveroso – aprirsi ad un futuro possibile. Così <Samuèle prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi> (1Sam 16, 13). Il salmo sembra non solo commentare, ma pure sottilmente interpretare: <la mia mano è il suo sostegno, il mio braccio è la sua forza> (Sal 88, 22).

Se la prima lettura ci conferma che persino i momenti difficili e i fallimenti più mortificanti possono aprire la strada a nuovi e più promettenti scenari, con una sorta di capovolgimento delle sorti. Il Vangelo invece ci mette in guardia dal pericolo – altrettanto costante – di capovolgere le intenzioni di Dio, trasformando ciò che è stato pensato a favore dell’uomo e del suo cammino nella libertà e nella gioia, in un peso che rischia di opprimerlo e soffocarlo. Per questo il Signore Gesù non esita a ribadire, rievocando tra l’altro proprio il comportamento di Davide, le intenzioni fondamentali di Dio che sono sempre a favore delle sue creature: <Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!> (Mc 2, 27). 

L’istituzione accurata e minuziosa della pratica del sabato era stata voluta proprio per difendere i piccoli e i poveri dalla eccessiva asprezza di una vita troppo dura che avrebbe potuto gravare sui più deboli. (cfr. Dt 5, 12-15). Spesso i profeti avevano dovuto rammentare il senso profondo del sabato purificandolo da tutte le aberrazioni dovute all’ipocrisia del cuore umano. Il rischio è sempre quello di capovolgere, fino a stravolgere e trasformare una legge di libertà e di compassionevole umanità, voluta per proteggere gli umili della terra e persino la stessa terra – sottoposta alle angherie dei potenti – in un duro precetto che è  ancora più terribile dell’oppressione degli uomini e tale da aver raggiunto una meticolosità così puntigliosa da rasentare il ridicolo, tanto da non distinguere più tra il semplice e quasi giocoso cogliere una spiga di grano e il mietere un campo intero! Di conseguenza, la memoria settimanale del dono della creazione e della redenzione aveva finito per asservire ulteriormente i più poveri e i più piccoli. La reazione del Signore Gesù riprende la potente protesta di tutti i profeti che lo avevano preceduto: <Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato> (Mc 2, 28).

Tu!

II settimana T.O.  –

La pagina che leggiamo come prima lettura di questa Liturgia non è facile da capire. Come possiamo accettare, o peggio ancora, coltivare l’immagine di un Dio che dà un ordine come questo: <vota allo sterminio quei peccatori di Amaleciti, combattili finché non li avrai distrutti> (1Sam 15, 18)? Eppure, attraverso questo episodio, che si conclude con il rifiuto di Saul come re di Israele, il profeta Samuele ricorda come, la cosa più importante sia quella di coltivare, con il Signore, una relazione senza compromessi e senza malintesi: <Il Signore gradisce forse gli olocausti e i sacrifici quanto l’obbedienza alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è meglio del grasso degli arieti> (15, 22). Saul è un uomo e un re devoto, coraggioso, ma il Signore è pur sempre, per lui, una sorta di presenza assente, un terzo di cui non si può fare a meno, ma a cui mai egli si rivolge personalmente né per lamentarsi, né per pregarlo, né per lodarlo. Per Saul, il Signore Dio è sempre alla terza persona e mai un vero “Tu” come lo è per Samuele e come lo sarà, nel bene e nel male, per il re Davide.

Riprendendo questo testo alla luce del Vangelo possiamo fare un passo ulteriore proprio aiutati dal Signore Gesù che ricorda agli scribi e ai farisei: <Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare> (Mc 2, 19). L’obbedienza evocata da Samuele diventa per il Signore Gesù un vero atto d’amore che si fa docilità alla relazione con le sue esigenze vive, le quali esigono una disponibilità creativa a non fissarsi ossessivamente su regole esterne, per essere attenti a tutto ciò che cresce dentro di noi e attorno a noi, come espressione di vita che è sempre da accogliere generosamente e non da controllare e mortificare. Le parole del salmista non fanno che confermare ampiamente questo respiro che non è affatto corto e sempre un po’ affannato, ma profondo e rigenerante: <Chi offre la lode in sacrificio, questi mi onora; a chi cammina per la retta vita mostrerò la salvezza di Dio> (Sal 49, 23).

L’assenza non è qualcosa da eternizzare, ma richiede la disponibilità per dinamizzare l’attesa. Come commenta padre Guillaume: <Il digiuno è l’assenza di un amico, che nulla e nessuno può rimpiazzare. Collocando il digiuno nel registro dell’amicizia e dell’amore, Gesù tocca le realtà umane più profonde e più segrete. Il cibo, come molte altre cose, non è forse, molto spesso, un modo di compensare una mancanza, di colmare un vuoto, di mascherare una ferita? Mentre il digiuno, invece, ravviva la memoria di questa assenza!>1. Non ci capiti di cadere nella trappola cui cedette il cuore di Saul: la trappola della dimenticanza. Per poter evitare questo pericolo sempre incombente siamo chiamati a digiunare ogni giorno da noi stessi per nutrirci del pane duro del desiderio e della memoria.


1. Dom GUILLAUME, Sui sentieri del cuore, Paoline, Milano 2011, pp. 33-34

Crescere

II Domenica T.O.

La risposta che, con l’aiuto del sacerdote Eli, il piccolo Samuele riesce a dare al Signore che lo chiama nella notte può diventare la nostra reazione più vera e adeguata quando non capiamo chi ci interpella e a che cosa siamo chiamati nella nostra vita: <Parla, perché il tuo servo ti ascolta> (1Sam 3, 18). Questo testo, così conosciuto e così tanto usato nella pastorale vocazionale, non riguarda semplicemente i profeti e gli apostoli, ma ogni uomo e donna alla ricerca sincera ed onesta di mettersi in cammino. Risvegliati da una parola che chiama dal nostro essere addormentati e privi di consapevolezza maturiamo così nella certezza di avere qualcuno che ci guida con rigorosa tenerezza verso la verità di noi stessi. Solo così si rende possibile l’incontro con Dio come verità della nostra stessa vita. La domanda che il Signore Gesù pone a quei primi discepoli che si mettono a seguirlo senza essere invitati ma perché mandati dal loro maestro – Giovanni il Battista – è la stessa che viene posta anche a ciascuno di noi: <Che cosa cercate?> (Gv 1, 38). Con questa domanda posta sulle labbra gravemente sorridenti del <Rabbì – che, tradotto, significa maestro> si apre ogni avventura di discepolato. Si tratta di seguire fino a condividere lo stesso cammino del Signore nel suo mistero pasquale. È necessario passare attraverso la croce per andare oltre il <che cosa> e arrivare così al <chi cercate?> (Gv 20, 15). Nel vangelo di questa domenica, l’evangelista ha bisogno per tre volte di tradurre (1, 38. 41. 42). Di certo è una delicatezza per quanti non conoscono la lingua ebraica, ma forse è anche un modo per dirci più sottilmente che il cammino di sequela esige un ascolto non meccanico, ma intelligente. Siamo chiamati a diventare capaci di tradurre, interpretare e trasmettere il senso profondo di ciò che avviene tra noi e Dio. Per ciascuno si rinnova la sfida cui risponde il giovane Samuele del quale la Scrittura dice che <crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole> (1Sam 3, 19). Il testo usato fino a poco tempo fa nella liturgia e che conosciamo a memoria traduceva con <acquistò autorità> e ora troviamo <crebbe>. In tal modo si recupera il senso dell’autorità – augére/far crescere in latino – profetica ed apostolica che è sempre il frutto maturo del segreto evangelico: <videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui> (Gv 1, 39). Di questo mistero di crescita facciamo esperienza nel nostro corpo che l’apostolo Paolo ci chiede di accogliere e di custodire come il vaso prezioso della nostra relazione con Dio: esso è <per il Signore, e il Signore è per il corpo> (1Cor 6, 13). Tutta la nostra vita è tradurre in divino ciò che già siamo come uomini e donne perché risplenda in noi – attraverso il nostro corpo come luogo privilegiato di relazione – la forza della <sua potenza> (1Cor 6, 14).