Grandir

II Dimanche T.O. 

La réponse que, avec l’aide du prêtre Elie, le petit Samuel réussit à donner au Seigneur qui l’appelle dans la nuit, peut devenir notre réaction la plus vraie et la plus adéquate lorsque nous ne comprenons pas qui nous interpelle et à quoi nous sommes appelés dans notre vie : ” Parle, Seigneur, ton serviteur écoute” ( 1 Sam 3, 18 ). Ce texte, si connu et si utilisé dans la pastorale des vocations, ne concerne pas simplement les prophètes et les apôtres, mais chaque homme et femme à la recherche sincère et honnête de se mettre en route. Réveillés par une parole provenant de notre être endormi et privé de conscience, nous mûrissons ainsi dans la certitude d’avoir quelqu’un qui nous guide avec une tendresse rigoureuse vers la vérité de nous-mêmes. Ainsi, seulement, est rendu possible la rencontre avec Dieu comme vérité de notre propre vie. La question que le Seigneur Jésus pose aux premiers disciples qui commencent à le suivre, sans y  être invités, mais parce qu’ils sont envoyés par leur maître – Jean-Baptiste- est la même question posée aussi à chacun de nous : ” Que cherchez-vous ?” ( Jn 1, 38 ). Par cette question sortie des lèvres gravement souriantes du ” Rabbi- qui signifie Maître “, s’ouvre chaque aventure de disciple. Il s’agit de suivre jusqu’à partager le même chemin que le Seigneur dans son mystère pascal. Il est nécessaire de passer par la croix pour dépasser le ” quelle chose ” pour arriver ainsi à ” Qui cherchez-vous ” ( Jn 20, 15 ). Dans l’évangile de ce dimanche, l’évangéliste a besoin de traduire trois fois ( 1, 38.41.42 ). Cela ressemble à une délicatesse pour ceux qui ne connaissent pas le langage hébraïque, mais, c’est sans doute aussi une façon pour nous dire plus légèrement que suivre exige une écoute non mécanique, mais intelligente. Nous sommes appelés à devenir capables de traduire, d’interpréter et de transmettre le sens profond de ce qui arrive entre nous et Dieu. Pour chacun de nous se renouvelle le défi auquel répond le jeune Samuel et dont les Ecritures nous disent : ” il crut et le Seigneur fut avec lui, il ne perdit aucune de ses paroles ” ( 1 Sam 3, 19 ). Le texte utilisé jusqu’à peu de temps encore dans la liturgie que nous connaissons par coeur, traduisait  ” il acquit de l’autorité ” et maintenant nous trouvons ” il crut “. De cette façon l’on récupère le sens de l’autorité – augére/faire grandir en latin – prophétique et apostolique qui est toujours le fuit mûri du secret évangélique : ” il vit où il habitait et depuis ce jour, il resta avec lui ” ( Jn 1, 39 ). Nous faisons l’expérience de ce mystère de croissance dans notre corps que l’apôtre Paul nous demande d’accueillir et de protéger comme le vase précieux de notre relation avec Dieu : ” cela est ” pour le Seigneur, et le Seigneur est pour le corps ” ( 1 Co 6, 13 ). Toute notre vie consiste à traduire de façon divine ce que nous sommes déjà en tant qu’hommes et femmes, afin que resplendisse en nous – à travers notre corps comme lieu privilégié de relation – la force de ” sa puissance ” ( 1 Co 6, 14 ).

Confermare

I settimana T.O.  –

Un passaggio della prima lettura ci illumina per delineare e comprendere sempre meglio non solo la vocazione di <Levi, il figlio di Alfeo> (Mc 2, 14), ma anche la nostra personale esperienza di sentirci chiamati. Questo appello che ci scuote interiormente e ci reindirizza praticamente non solo nella vita, ma – attraverso la vita – ci permette di dare qualità e spessore alla nostra esperienza: <Quando Samuèle vide Saul, il Signore gli confermò: “Ecco l’uomo di cui ti ho parlato: costui reggerà il mio popolo”> (1Sam 9, 17). Il modo in cui Saul si ritrova ad essere unto come primo re di Israele e il modo in cui Levi <seduto al banco delle imposte> (Mc 2, 14) si ritrova a camminare non solo dietro, ma accanto al Signore che si rivela <medico> (2, 17), capace di accompagnare ogni vero processo di guarigione, ci spingono a fare memoria del modo unico con cui siamo stati chiamati e siamo stati salvati. Se, normalmente, pensiamo alla vocazione come un’iniziativa unilaterale di Dio, essa è in realtà un dinamismo ben più complesso.

Questo processo interiore che si manifesta nel concerto quotidiano del vissuto di ciascuno, lo potremmo giustamente definire come una vera e propria “co-spirazione” tra la creatura e il suo Creatore. Una simile esperienza di sinergia richiede – non raramente – tante mediazioni, alcune delle quali così discrete da rimanere invisibili, ma non per questo inutili. Non è mai definitivamente e completamente compiuto il passaggio da una comunità selettiva ad una comunità inclusiva, perché questo comporta il riconoscere se stessi come parte delle medesima tavola attorno alla quale siedono insieme i giusti e i peccatori, i sani e i malati (Mc 2, 17), senza mai essere dalla stessa parte pur amando e desiderando, comunque, di rimanere insieme. Se il nostro peccato mai ci deve far disperare, quello del fratello mai ci può abilitare a discriminare.

Le asine perdute di Saul diventano così profezia del ruolo di tutti coloro che sono stati chiamati a farsi icona del Signore che guida la storia di tutti e di ciascuno, mostrandosi sempre capace di ritrovarci e di recuperarci. Per Saul partire alla ricerca delle sue asine perdute sembra essere il necessario apprendistato per essere riconosciuto ed essere unto re per Israele. Per il Signore Gesù la rivelazione del suo cuore di <medico> (2, 17) è il passo necessario e ineludibile perché la gente possa sentire la speranza di essere guarita. Pertanto, è il Signore che fa il primo passo verso l’altro, come avviene nel caso di un malato grave che, se spera nella visita del medico, non può assolutamente pensare di poterlo andare a trovare.

Subito

I settimana T.O.  –

Continua la sequenza dei racconti che fanno la trama del Vangelo secondo Marco e ancora una volta ci troviamo davanti ad un avverbio che sembra accompagnare e segnare il modo con cui il Signore Gesù interviene nella storia assumendola e, al contempo, trasformandola radicalmente: <Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio> (Mc 2, 12). La continua evocazione di questo <subito> non è semplicemente una constatazione temporale-cronologica, ma, ben più profondamente, indica una corrispondenza tra la parola e i gesti del Signore Gesù e le attese che si trovano nell’intimo – spesso sofferente – delle persone che incontra e per le quali accende una rinnovata speranza di vita. Quel <subito> che segna e qualifica la risposta dei pescatori all’appello del rabbi di Nazaret di diventare suoi discepoli, diventa oggi il <subito> con cui questo paralitico silenzioso e docile si fa carico della sua <barella> senza discutere come fanno gli scribi e i farisei sempre alla ricerca di giustificazioni complicate, ma con la semplicità di chi, dopo avere portato il peso di una sofferenza umiliante e diminuente della vita, sa cogliere e accogliere – con semplicità e naturalezza –  la possibilità di un incremento di vita.

Il grido con cui il popolo reclama un re da parte di Samuele non è poi così estraneo alle nostre molteplici resistenze a vivere in una libertà che ci rende unici – e radicalmente soli – nell’avventura della vita: <Saremo anche noi come tutti i popoli> (1Sam 8, 20). Vi è uno sforzo continuo, da parte degli scribi e dei farisei di tutti i tempi, per evitare – accuratamente – che le persone possano abbracciare i loro cammini tendendo – per questo – a imprigionare e a omologare. Invece il Signore non teme le nostre strade e si gioca fino ad acconsentire, per quanto a malincuore: <Ascoltali: lascia regnare un re su di loro> (8, 22), fino a risanare dalle radici la nostra vita per rimetterla totalmente in piedi, senza omettere di ristabilire interamente l’autonomia e la libertà: <àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua> (Mc 2, 11). E questo non può sopportare alcun rimando, ma deve avvenire <subito>. 

In questo <subito> è significato quel dinamismo d’amore che lega ognuno di noi al Signore Dio che non ha paura dei nostri cammini, certo addolorato da quelle rivendicazioni che esprimono, in realtà, la nostra mancanza di fiducia in un Dio che già prepara per noi ciò di cui abbiamo veramente bisogno prima ancora che noi stessi glielo chiediamo. Samuele, infatti, sceglierà e consacrerà per il popolo ben due re… e non uno solo! Il profeta farà tutto ciò senza mai perdere la memoria di un legame unico con il Signore, un legame che nessuna istituzione – per quanto sacra e funzionante – può mai sostituire. 

Combattere

I settimana T.O.  –

Dopo aver letto delle lacrime di Anna e della vigile disponibilità del giovane Samuele a lasciarsi raggiungere dall’appello del Signore Dio, oggi la scena sembra cambiare radicalmente: <i Filistei si radunarono per combattere contro Israele. Allora Israele scese in campo contro i Filistei> (1Sam 4, 1). Se scorriamo velocemente le pagine della Bibbia, rimaniamo sorpresi della strana abbondanza di racconti non solo bellici, ma anche terribilmente cruenti che talora turbano la nostra sensibilità. I santi Padri, a cominciare dai maestri rabbini, concordemente ci insegnano a leggere e interpretare questi passaggi delle Scritture non come un invito alla violenza, ma sempre come una parabola di quel combattimento spirituale contro ogni forma di male e di idolatria che si annida nel nostro cuore per aprirlo ad un di più di verità e di compassione senza mai cedere alla strumentalizzazione.

La verità riguarda il nostro modo di relazionarci con la presenza di Dio nella nostra vita, la quale non può mai essere usata come una sorta di talismano e, soprattutto, non deve mai essere abusata contro gli altri. Il finale della prima lettura è molto triste: <Israele fu sconfitto e ciascuno fuggì alla sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte di Israele caddero trentamila fanti. In più l’arca di Dio fu presa…> (4, 10-11). In poco tempo sembra proprio che la situazione si capovolga radicalmente e allo spavento dei Filistei che esclamano: <E’ venuto Dio nell’accampamento!>, (4, 7) segue invece un sentimento di assenza di Dio quando l’arca viene portata via. Nel Vangelo assistiamo ad un altro tipo di combattimento che ha come protagonista lo stesso Signore Gesù, il quale accetta di lasciarsi interpellare e coinvolgere in un altro tipo di guerra: quella tra la vita e la morte, tra la salute e la malattia, tra il dolore e la gioia, tra il triste isolamento cui è condannato <un lebbroso> (Mc 1, 40) e la possibilità di ritrovare la gioia.

Un testo di Madre Teresa di Calcutta ci aiuta ad entrare nei sentimenti del Signore Gesù: <I poveri sono assetati di acqua, ma anche di pace, di verità e di giustizia. I poveri sono nudi ed hanno bisogno di vestiti, ma anche di umana dignità e di compassione per i loro peccati. I poveri non hanno casa ed hanno bisogno di un riparo fatto di mattoni, ma anche di un cuore gioioso, pieno di amore e misericordia. Sono malati ed hanno bisogno di cure mediche, ma anche di una mano che venga in loro aiuto e di un sorriso che li accolga>1. Eppure, il Vangelo sembra portarci ancora più lontano quando, dopo aver evocato la <compassione> (1, 41), non ha timore di annotare crudamente: <ammonendolo severamente, lo cacciò via subito> (1, 43). Il Signore Gesù non si accontenta di combattere contro il male visibile come può essere la malattia, ma cerca di sradicare dal cuore dell’uomo ogni senso di soggezione che lo rende vulnerabile ed incline ad un indebolimento della propria responsabilità e dignità che lo espone, inevitabilmente, al rischio di ammalarsi interiormente. La presenza del Signore Gesù non è un talismano da venerare con timore, ma è un’occasione per ritrovare pienamente la propria dignità assumendo, fino in fondo, tutte le proprie responsabilità. 


1. MADRE TERESA DI CALCUTTA, Lettera alle sue collaboratrici del 10 Aprile 1974.

Il giovane

I settimana T.O.  –

L’inizio della prima lettura mette in scena <il giovane Samuele> (1Sam 3, 1) e il vangelo ci conduce sui passi del giovane rabbì di Nazareth e ci fa conoscere le primizie del suo ministero. La suggestiva immagine che prepara la vocazione di Samuele può accompagnare la nostra lettura su quelli che sono i primi segni che il Signore Gesù compie, per offrire, alla nostra umanità, una possibilità di salvezza: <La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuèle dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio> (3, 3). Il tempio in cui Samuèle serve il Signore e – sotto la guida di Eli – accoglie la chiamata di Dio, diventa per Gesù la strada dell’ordinaria vita degli uomini e delle donne del suo tempo e soprattutto di quanti portano il peso di una grande sofferenza. Marco non lascia spazio ad ambiguità: <uscito dalla sinagoga, andò subito nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni> (Mc 1, 29).

Se il giovane Samuèle vive nel tempio e, per molti aspetti, vive del tempio, il Signore Gesù vive sulla strada… ed invece di aspettare che qualcuno si volga a lui, sembra completamente lanciato in una missione che si fa ricerca dell’altro per raggiungerlo al cuore della sua vita e per accogliere ciascuno nel suo proprio dolore, fino a risanarlo e restituirgli la possibilità di mettere la propria vita a servizio degli altri. Marco ci racconta la prima giornata di Gesù e ci mostra il Signore in un dinamismo meravigliosamente aperto e, soprattutto, attento non a se stesso e al prestigio personale, ma alle necessità degli altri intesi nel modo più ampio possibile: non solo quanti lo cercano e lo invocano, ma persino quanti potrebbero cercarlo e invocarlo. L’apertura e la disponibilità del Signore Gesù, radica in una profonda consapevolezza: <Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo, infatti, sono venuto!> (1, 38).

Se il giovane Samuèle per tre volte <corse da Eli> (1Sam 3, 5) per poi scoprire che la chiamata proveniva dal Signore che lo costituiva profeta per il suo popolo, il Signore Gesù corre da un capezzale all’altro fino ad immaginare un campo di predicazione e di guarigione sempre più ampio: <E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni> (Mc 1, 39). L’inizio del vangelo di quest’oggi ci rammenta che c’è un tipo di demone che può attanagliare la nostra vita e che è molto diverso da quello furibondo che il Signore Gesù incontra nella sinagoga: la febbre dell’indolenza che ci mette <a letto> (Mc 1, 30) facendoci invecchiare prima del tempo. Dal letto della nostra dimissione nei confronti della vita, il Signore ci richiama al dover di fare della nostra vita un servizio capace di rendere ogni giorno più giovane la nostra dedizione e la nostra cura per gli altri, una dedizione che si fa aurora di risurrezione nelle pieghe talora mortifere delle nostre fatiche e delusioni quotidiane. Come Samuèle e come il Signore Gesù siamo chiamati ad essere vivaci come una lampada capace di ravvivare e rianimare ogni <sera> (1, 32) della nostra vita.

Affranti

I settimana T.O.  –

Le parole con cui Anna presenta se stessa al sacerdote Eli possono ben essere la carta di identità con cui ciascuno di noi si presenta al Signore Gesù per ricevere, attraverso la sua presenza e la sua parola, la possibilità di vivere una vera esperienza di salvezza: <No, mio Signore; io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore> e come se non bastasse aggiunge: <Non considerare la tua schiava una donna perversa, poiché finora mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia angoscia> (1Sam 1, 15-16). Al contrario di questo modo, così vero e così capace di non sublimare, ma di dichiarare il proprio dolore, vediamo che <un uomo posseduto da uno spirito impuro cominciò a gridare, dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?> (Mc 1, 23-24).

Non è affatto difficile immaginare quanto grande doveva essere il dolore di quest’uomo da cui, infine, lo spirito impuro uscirà <straziandolo e gridando forte> (1, 26). Eppure quanto è difficile talora accettare e dichiarare il male che dentro ci atterrisce fino a disumanizzarci. Le lacrime di Anna invece sono capaci di esprimere il suo dolore, permettendo un intervento ben diverso e più dolce: <Va’ in pace e il Dio d’Israele ti conceda quello che gli hai chiesto> (1Sam 1, 17). Non raramente noi siamo più simili all’indemoniato che ad Anna e facciamo una grande fatica a riconoscere quanto la vita ci ha resi addolorati e affranti e, pur di non chiedere aiuto, rischiamo di diventare ancora più rabbiosi ed ostinati – fino ad accusare – invece di tendere la mano e lasciarci andare alla cura che sola può restituirci all’integrità e alla serenità. Le parole esultanti di Anna dovrebbero diventare sempre più le nostre: <L’arco dei forti s’è spezzato, ma i deboli sono rivestiti di vigore> (2, 4). Anna attraverso la preghiera non cerca di piegare il Signore Dio ai suoi desideri, ma si mette davanti all’Altissimo in una disponibilità talmente assoluta da spezzare ogni arco di pretesa, ma pure ogni freccia di disperazione, per aprirsi – in modo risoluto – alla possibilità di fare della propria vita un luogo di possibile manifestazione della bontà e della misericordia divine.

Naturalmente, il modo di aprirsi di Anna all’azione della grazia che le permetterà di stringere tra le braccia un figlio, non è scontato, poiché esige la capacità di dichiarare, fino in fondo, il proprio dolore e il proprio desiderio, accettando che il dolore non venga capito e il desiderio rimanga frustrato. L’indemoniato, invece, cerca di schermirsi dalla possibilità di un cambiamento che ancora potrebbe avvenire nella sua vita, accusando sottilmente il Signore Gesù di voler quasi approfittare del suo disagio per dare prova della sua forza. Il Signore Gesù non è interessato alla sua <fama> (Mc 1, 28), ma alla nostra salvezza. Il suo non solo è un <insegnamento nuovo, dato con autorità> (1, 27), ma è un modo totalmente nuovo di entrare in relazione con i nostri bisogni e le nostre necessità perché nulla e nessuno ci renda schiavi. 

Umani

I settimana T.O.  –

La Liturgia ci rimette in cammino nel tempo dell’ordinarietà dopo le feste del Natale richiamandoci al mistero di noi stessi in un modo particolare e significativo: ci aiuta a considerarci sempre in legame e in comunione con altri. Nella prima lettura la figura di Anna acquista in profondità proprio se messa in relazione con la sua <rivale> (1Sam 1, 6). I pescatori che sono chiamati a diventare discepoli compaiono sulla scena della storia della salvezza non in modo solitario, bensì insieme: <Passando lungo il mare di Galilea vide Simone e Andrea fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare, erano infatti pescatori> (Mc 1, 16) e ancora solo <un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti> (Mc 1, 19). La nostra vita non è mai una realtà solitaria, ma è sempre vissuta in relazione ad altri sia quando questa relazione è segnata da un’intesa profonda come nel caso dei pescatori chiamati a diventare discepoli, per essere – a suo tempo – apostoli, sia quando è fonte di lacrime e di amarezza, come nel caso di Anna, tanto che questa donna, avvilita dalla sua sterilità, <si metteva a piangere e non voleva mangiare> (1Sam 1, 7).

Ma accanto ad Anna e Peninnà, accanto a Simone e Andrea – cui subito vengono associati Giacomo e Giovanni – vi sono anche Elkanà e lo stesso Gesù il quale <dopo che Giovanni fu arrestato andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio> (Mc 1, 14). La figura di Elkanà prepara quella del Signore Gesù per la sua capacità di avere occhi e cuore anche per Anna, si direbbe soprattutto per Anna: <perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?> (1Sam 1, 8). In questo modo di esprimersi, che è ben più che un semplice modo di parlare, possiamo cogliere una preparazione evangelica di quelli che saranno gli atteggiamenti propri del Signore Gesù che si fa annuncio di <vangelo> non solo e non prima di tutto con una dottrina, ma con un modo di passare accanto alla nostra umanità e di avere occhi per tutto ciò che noi siamo, ma soprattutto per le nostre lacrime.

Vi è un elemento importante che accomuna Elkanà e il Signore Gesù. Il padre di Samuele è un uomo <delle montagne> (1, 1) abituato a salire <ogni anno dalla sua città per prostrarsi e sacrificare al Signore degli eserciti a Silo> (1, 3): il Signore Gesù che non disdegna di salire al tempio secondo le consuetudini. Eppure ambedue sembrano non identificarsi con le alture del culto e della propria serenità religiosa, ma sono inclini a scendere interiormente verso l’altro, avendo occhi e cuore per ciò che aspetta di essere guardato, valorizzato e riconosciuto. Elkanà e Gesù incarnano, in un modo diverso, il loro essere uomini segnati da un’umanità che ci tocca e ci interpella. Forse ci fanno comprendere meglio il senso profondo della parola – <vangelo> – che ancora una volta siamo chiamati a scoprire attraverso i giorni per lasciarcene impregnare profondamente.

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