Convertire… in alto

II Domenica T.Q.

L’apostolo Paolo, ci offre una chiave di lettura per comprendere il duplice mistero racchiuso nei due monti che la liturgia, in questa domenica, ci fa contemplare ad una certa distanza: <Chi sarà contro di noi?> (Rm 8, 31b). Eppure, non ci è certo difficile immaginare il dialogo interiore del nostro padre Abramo mentre armeggia con il <coltello per immolare suo figlio> (Gn 22, 10). Come può Dio arrivare ad essere così “contro” tutto ciò che abbiamo di più caro, di più atteso, di più sperato. Mentre leggiamo il testo della “legatura di Isacco”, che troviamo già in anticipo in quello che sarà il festoso torrente delle letture della Veglia Pasquale. Come commenta E. Kilian è proprio <come se il figlio fosse strappato membro a membro dal cuore del padre e questi debba abbandonare pezzo a pezzo la sua speranza>. Nello stesso senso, ci viene del tutto naturale immaginare lo sconcerto dei discepoli e degli amici del Signore Gesù davanti al silenzio assordante di un Dio che si rifugia nel <buio> (Mc 15, 33), mentre il suo Figlio ad alta voce invoca e supplica: <… perché mi hai abbandonato?> (15, 34). Per questo la liturgia di questa seconda domenica di quaresima – come ogni anno – ci fa salire <su un alto monte, in disparte> (Mc 9, 2). In questo luogo siamo chiamati a preparare il nostro cuore e purificare il nostro sguardo.

Solo così potremo sopportare lo spettacolo della croce fino a sapervi leggere la manifestazione piena dell’amore e non la vittoria completa della violenza e dell’odio. La stessa tradizione ebraica dice sorprendentemente che <Isacco porta la sua croce> (Genesi: Rabbah, 56). Quello di Isacco sul <monte Moria> (Gn 22, 2) non è il racconto di un sacrificio mancato, ma il racconto di un sacrificio compiuto: il sacrificio del sacrificio! Abbiamo davanti a noi un figlio – come ogni figlio – che è minacciato di essere sacrificato ai desideri e alle immaginazioni di un padre. Per contrasto ci viene rivelato il modo in cui Dio sventa questa minaccia a vantaggio di tutti per evitare che qualcuno, guardando un padre sacrificare il proprio figlio, si faccia l’idea che Dio sia abitato da quella violenza che, invece, spesso abita il nostro cuore e anima nostri gesti.

Il <buio> (Mc 15, 33) che avvolge il Calvario è temperato dall’<ombra> (9, 7) che dà sollievo allo sguardo dei discepoli, vinto dallo splendore delle vesti splendide e <bianchissime> (9, 3) del Signore <trasfigurato davanti a loro>. Ciò che dà senso alla luce come al buio, allo splendore come all’ombra è la voce del Padre: <Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!> (9, 7). Colui che si dice capace di amare non può essere il Dio che vuole sacrifici ma amore, a tal punto che, in Gesù suo figlio, il Padre si rivelerà come colui che si sacrifica per non aver accettato di sacrificare nessuno, nemmeno <Barabba> (15, 7). Anche a noi è chiesto <di non raccontare> (9, 9) ma di vivere più conformi al nostro Signore e Maestro che <è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!> (Rm, 8, 34).

Convertir… en haute

II Dimanche T.Q. 

L’apôtre Paul nous offre une clé de lecture pour comprendre le double mystère contenu dans les deux montagnes de la liturgie de ce dimanche, et nous faire envisager, avec une certaine distance : ” Qui sera contre nous ?” ( Rm 8, 31b ). Néanmoins, il ne nous est certainement pas difficile d’imaginer le dialogue intérieur de notre père Abraham s’armant d’un ” couteau pour immoler son fils” ( Gn 22, 10 ). Comment Dieu peut-il arriver à être si ” contre” tout ce que nous avons de plus cher, de plus attendu, de plus espéré. Lisons alors le texte de “la ligature d’Isaac” que nous trouvons déjà de façon anticipée dans ce qui sera le torrent festif des lectures de la Veillée Pascale. Comme le commente E. Kilian, c’est vraiment ” comme si le fils était arraché, membre après membre, du coeur du père et qu’il devait abandonner, morceau après morceau son espérance”. Dans la même lignée, il nous vient tout naturellement à l’esprit la déconcertassions des disciples et des amis du Seigneur Jésus face au silence assourdissant d’un Dieu qui se réfugie dans ” l’obscurité” ( Mc 15, 33 ), alors que son Fils invoque et supplie à haute voix ” …pourquoi m’as-tu abandonné ?” ( 15, 34 ). Voici pourquoi, en ce deuxième dimanche de Carême – comme chaque année – nous grimpons ” sur une haute montagne, en aparté ” ( Mc 9, 2 ). En ce lieu, nous sommes appelés à préparer notre coeur et à purifier notre regard.

Seulement ainsi, nous pourrons supporter le spectacle de la croix jusqu’à pouvoir en lire la pleine manifestation de l’amour et non la complète victoire de la violence et de la haine. La même tradition hébraïque dit, étonnamment, que ” Isaac porte sa croix” ( Genèse : Rabbah, 56 ). Ce qui arrive à Isaac sur ” le mont Moria ” ( Gn 22,2 ) n’est pas l’histoire d’un sacrifice raté, mais l’histoire d’un sacrifice réussi : le sacrifice des sacrifices ! Nous avons devant nous un fils qui – comme chaque fils-  est menacé d’être sacrifié aux désirs et à l’imagination d’un père. Par contraste, il nous est révélé la façon dont Dieu déjoue cette menace à l’avantage de tous pour éviter que quelqu’un qui regarderait un père sacrifier son fils s’imaginerait que Dieu soit habité par cette violence, qui, souvent, habite notre coeur et nos gestes.

“L’obscurité ” ( Mc 15, 33 ) qui enveloppe le Calvaire  est tempérée par ” l’ombre “(9, 7 ) qui donne du relief au regard des disciples, regard vaincu par la splendeur des vêtement splendides et ” d’une blancheur immaculée ” ( 9, 3 ) du Seigneur  ” transfiguré devant eux “. ” Ceci est mon Fils bien-aimé, écoutez-le ! ” ( 9, 7 ). Celui qui est capable d’aimer ne peut pas être le Dieu qui veut des sacrifices, mais il veut de l’amour, à tel point que, en Jésus, son Fils, le Père se révèlera comme celui qui se sacrifie pour ne pas avoir accepté de sacrificier aucun, même pas ” Barabba ” ( 15, 7 ). A nous aussi, il nous est demandé de “ne pas raconter” ( 9,9 ) mais de vivre plus conformément à notre Seigneur et Maître qui ” est mort et ressuscité, il est à la droite de Dieu et il intercède pour nous ! ” ( Rm 8, 34 ).

Convertire… oggi

I settimana T.Q.  –

La parola del Deuteronomio è quanto mai forte: <Oggi il Signore, tuo Dio, ti comanda di mettere in pratica queste leggi e queste norme> (Dt 26, 16). Quando la Scrittura evoca l’oggi della fede lo fa richiamando ciascuno ad esercitare il combattimento della fedeltà a Dio nell’arena della realtà della storia, luogo che è sempre legato al nostro mondo di relazioni sempre esigenti e talora molto difficili. L’oggi di Dio cui il Signore Gesù spesso fa riferimento – soprattutto nel vangelo secondo Luca – non è un angolo felice della storia in cui si ritrovano alcuni privilegiati come fosse un club riservato ad una élite. Al contrario, l’oggi della fede è sempre il tempo della concretezza, della realtà, della condivisione della sorte di tutti, e comporta l’accettazione serena della presenza normale di quanti si sentono, o avvertiamo, <nemici> (Mt 5, 44). Come ricorda un martire e un pastore della prima ora, l’unico modo per vivere fino in fono le sfide dell’”oggi”, che corrisponde alla realtà concreta di ogni relazione, è la memoria di Cristo Signore il quale: <per noi sopportò ogni cosa perché vivessimo in lui. Siamo dunque imitatori della sua pazienza e, se dovessimo soffrire per il suo nome, rendiamogli gloria. Questo è l’esempio che egli ci diede in se stesso (Gv 13,15), e noi vi abbiamo creduto. Rimanete saldi in queste convinzioni e seguite l’esempio del Signore, fermi e irremovibili nella fede>1.

Il Deuteronomio ci mette nella giusta disposizione d’animo quando ricorda solennemente: <Il Signore tu ha fatto dichiarare oggi che tu sarai il suo popolo particolare, come egli ti ha detto, ma solo se osserverai tutti i suoi comandi> (Dt 26, 18). Nella sua parola, che fa tutt’uno con l’esempio della sua vita, il Signore Gesù esplicita, nel modo più ampio, come si possa pensare il senso di questi comandi: <Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste> (Mt 5, 48). Come ricorda Massimo il Confessore: <Dio è quel padre misericordioso che accoglie il figlio prodigo, si china su di lui, è sensibile al suo pentimento, lo abbraccia, lo riveste di nuovi con gli ornamenti della sua paterna gloria e non gli rimprovera nulla di quanto ha commesso>2. Di questo volto il Signore Gesù è perfetto e incandescente riflesso, ma di questo volto noi siamo chiamati a renderci diafana presenza per tutti… veramente per tutti.

Dicendo questo il Signore Gesù ribadisce il dovere di fedeltà, ma riporta pure i suoi ascoltatori alla radice di ogni comandamento come traccia di possibile relazione tra Dio e l’umanità. Questa radice che rende possibile il fiore e il frutto della nostra risposta, la linfa vitale è l’amore che il Creatore ha per le sue creature da sempre. La novità non consiste tanto in un modo nuovo di agire, ma nella coscienza di questa radice di dono unilaterale, da parte di Dio che è capace di amplificare il nostro modo di reagire alle situazioni concrete della vita. Il primo passo, e talora l’ultimo che ci è sempre possibile e che può rendere possibile l’impossibile, è la preghiera. Questo ci fa comprendere come mai il Signore Gesù esorti così: <amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano> (Mt 5, 44). La preghiera diventa un grande gesto d’amore – talora l’unico possibile – con cui chiediamo a Dio che il vortice del male non stritoli la speranza del bene.


1. POLICARPO DI SMIRNE, Lettera ai Filippesi, 8.

2. MASSIMO IL CONFESSORE, Lettere, 11.

Convertire… prima

I settimana T.Q.  –

La parola del Signore Gesù è capace di rammemorare e di ristabilire l’ordine giusto entro il quale ciascuno di noi è chiamato a calare la propria esistenza e lo fa con un’esortazione chiara e netta: <Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono> (Mt 5, 23-24). Sembra proprio che per il Signore Gesù l’ordine delle due tavole dell’Alleanza, consegnate attraverso Mosè al popolo, si ridonino in un ordine diverso con una precedenza assoluta, per così dire, alla seconda tavola con cui si regolano i rapporti tra fratelli. Nell’ordine del dono della Legge la relazione con il Signore Dio è giustamente primaria, e il Signore Gesù, rimandando a ciò che <fu detto agli antichi>, sembra fare tranquillamente un salto per arrivare direttamente ad evocare il <Non ucciderai> (5, 21).

Potremmo quasi parafrasare le parole del Signore per cercare di andare al cuore del messaggio di conversione che ci viene affidato per questo tempo quaresimale: se uccidiamo il confronto con l’altro e le esigenze di trasformazione e di apertura che ogni incontro esige, non possiamo che ritrovarci senza Dio, lontano dal suo cuore, esiliati dalla consonanza con il suo modo di sentire e di agire. Proprio come viene magnificamente ricordato dal profeta Ezechiele che si fa interprete dei sentimenti propri dell’Altissimo in un soliloquio che richiede da parte nostra non solo profonda attenzione, ma una profonda conversione sull’immagine che coltiviamo di Dio e sul modo con cui cerchiamo di servirlo e di imitarlo. Vi è una sottile protesta da parte del Signore in cui si può cogliere una punta di amarezza: <Forse che io ho piacere della morte del malvagio – oracolo del Signore – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?> (Ez 18, 23). Questa divina interrogazione che sembra un pensare intimo del Signore che interroga se stesso, in realtà mette in questione noi stessi chiedendoci di capire meglio di che cosa noi stessi abbiamo <piacere>.

Il Signore Gesù non ha dubbi e non lascia dubbi: <Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui> (Mt 5, 25). Non c’è tempo da perdere e, soprattutto, non abbiamo troppo tempo per cercare di ricucire con l’amore ciò che altri sentimenti rischiano di aver ferito, fino a indebolire quel senso di reciproca appartenenza senza la quale la comunione con Dio risulterebbe vuota e illusoria. Il monito evangelico non è una sorta di invito ad una competizione spirituale: <Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli> (Mt 5, 20). Vuol essere, invece, un invito ad andare alla radice delle nostre passioni che radicano nel terreno ombroso e umido delle nostre paure per sradicare la radice del peccato che sembra essere l’isolamento della propria relazione con Dio da una vera esperienza di fraternità attenta e premurosa.

Le reti

Cattedra di san Pietro  –

Una parola di papa Benedetto XVI, unitamente al suo esempio nel rimettere il ministero petrino nelle mani di altri, ci aiuta ad entrare nello spirito più profondo di questa festa: <Pietro, per tutti i tempi, dev’essere il custode della comunione con Cristo; deve guidare alla comunione con Cristo; deve preoccuparsi che la rete non si rompa e possa così perdurare la comunione universale. Solo insieme possiamo essere con Cristo, che è il Signore di tutti. Responsabilità di Pietro è di garantire così la comunione con Cristo con la carità di Cristo, guidando alla realizzazione di questa carità nella vita di ogni giorno>1. Nella medesima catechesi il papa evocava quegli altri simboli che sono normalmente legati alla figura di Pietro e al ministero del suo successore: la <pietra> (Mt 16, 18) e le <chiavi> (16, 19). Eppure è come se l’immagine della rete che ci riconduce  al primo istante dell’incontro tra Simone e il Maestro di Galilea, ci riportasse non solo più indietro nell’avventura di incontro tra Gesù e Pietro, ma pure ci ricordasse la cosa più importante del ministero del vescovo di Roma: evitare in tutti i modi che la rete della comunione nella Chiesa si rompa e, se ciò avvenisse, cercare in tutti i modi di riparare le reti.

È lo stesso apostolo che, alla fine della sua vita e al tramonto del suo ministero, sembra essere preoccupato fondamentalmente del fatto che venga garantito, all’interno della comunità, un ministero di unità e di amore. Il primo passo che sembra necessario perché questo ministero sia svolto nella logica stessa del Vangelo, sembra essere una dedizione piena di dolcezza: <pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso> (1Pt 5, 2). Memore del suo lavoro di un tempo e delle sue lunghe notti in mare in attesa che i pesci riempissero le reti quasi per una dolce costrizione, Simon Pietro sa, e ricorda anche agli altri pastori, quanto sia diverso il mestiere del pescatore da quello del cacciatore. In questo senso tutti i pastori nella Chiesa sono chiamati a farsi <modelli del gregge> (5, 3) in quest’attitudine di amorosa pazienza che accompagna il cammino dei fedeli nella consapevolezza che essi non appartengono a se stessi, ma vanno condotti all’unico Pastore che è Cristo Signore.

La festa di oggi sembra creare un continuo dinamismo tra l’opera che appartiene solo a Dio e avviene nel segreto e nell’intimità del cuore di ciascuno dei suoi figli e la mediazione che la Chiesa è chiamata continuamente ad assicurare. Questo perché, l’esperienza personale della fede, possa ritrovarsi in un respiro sempre più ampio di comunione che, proprio per il fatto di garantire la verità dell’amore, assicura i necessari limiti e gli aiuti necessari perché tutti custodiscano la verità della fede.


1. BENEDETTO XVI, Udienza generale del 07/06/2006.

Convertire… in effetto

I settimana T.Q.  –

La parola del profeta Isaia sembra volerci rassicurare: <così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto> (Is 55, 11). Il Signore Gesù, consegnandoci la preghiera del Padre Nostro ci offre, attraverso queste parole, una sorta di mappa che ci permette di affrontare, ogni giorno, il laborioso cammino che crea una relazione efficace tra il cielo e la terra, tra la vita di Dio e la nostra vita umana. L’immagine con cui il profeta evoca <la pioggia e la neve> (55, 10) è adattissima a farci intuire il mistero della preghiera. Questo mistero è sempre un dinamismo di comunicazione attraverso cui ci prendiamo cura della nostra relazione con Dio che ci rende capaci di farci carico della nostra relazione con gli altri, anche quando questa si fa più difficile. Due invocazioni sono così ravvicinate da sprigionare una sorta di incontenibile fuoco: <Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori> (Mt 6, 11).

Il primo grande passo esigito dall’avventura della preghiera sembra essere quello di non sprecare <parole come i pagani> (6, 7). Ciò non significa affatto un disprezzo nei confronti di altri modi di cercare, di sentire e di invocare la presenza del Signore, bensì è memoria, per i discepoli, della necessità di fare un passo indietro proprio quando la preghiera si fa più fervida. Questo passo indietro non si rende urgente per evitare di voler, in qualche modo, piegare Dio ai nostri progetti, fino a contaminarlo con le nostre paure; ma, al contrario, chiede di essere noi disponibili a rettificare il nostro sguardo e ri-orientare il nostro desiderio. Per questo non saranno le parole a guadagnarci la benedizione di Dio, ma la nostra disposizione nei confronti della chiamata del Signore. Come ricorda uno psicanalista contemporaneo: <La preghiera rivolta a Dio appartiene al tempo dell’esistenza di Dio. […] la preghiera preserva il luogo dell’Altro come irriducibile a quello del’io. Per pregare – questo ho trasmesso ai miei figli – bisogna inginocchiarsi e ringraziare. Di fronte a chi? A quale Altro? Non so rispondere e non voglio rispondere a questa domanda. E i miei figli, d’altronde, non me la pongono. Quando me lo chiedono, pratichiamo insieme quello che resta della preghiera: preserviamo lo spazio del mistero, dell’impossibile, del non tutto, del confronto con l’inammissibilità dell’Altro>1.

Fa parte del nostro annuale cammino quaresimale non solo rimettere al centro della nostra vita la preghiera come apertura alla trascendenza, ma pure, ogni anno, siamo chiamati a purificare la nostra preghiera perché sia non solo rivolta a Dio, ma sia conforme alla volontà di Dio. Ciò che viene <compiuto> (Is 55, 11) dalla preghiera nella nostra vita, se è efficace, rimane comunque un mistero che ci attraversa, ma che pure ci supera. L’impegno finale della proposta di preghiera del Signore Gesù è come se rimandasse a noi la palla dell’efficacia della preghiera stessa: <Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi> (Mt 6, 14). Per questo pregare non è rimandare a Dio ciò che è necessario compiere per la nostra vita, ma significa trovare sempre la forza e il modo per fare il primo passo… quello che ci è possibile.


1. M. RECALCATI, Cosa resta del padre?, p. 12.

Convertire… il no in sì

I settimana T.Q.  –

Un lungo cammino ci viene proposto dall’intreccio delle due letture di quest’oggi, che coincide, in realtà, con quello di tutta la nostra vita. Il Levitico ci mette di fronte una serie di inviti al negativo: <Non ruberete… Non giurerete… Non opprimerai…> (Lv 19, 11ss). Nell’economia e nella pedagogia divine possiamo considerare questo come il primo passo necessario nel cammino di conversione: saper porre dei limiti al proprio egoismo fino ad essere capaci di limitare se stessi, cercando di aprire il cuore e la mente alla presenza dell’altro, nella nostra vita, soprattutto quando non si può imporre ed è nella condizione di non poter pretendere nulla da parte nostra. Già nel codice di santità, evocato nella prima lettura, il lungo elenco dei “no” prepara la strada ad una sorta di conversione che è una vera e propria presa di posizione: <Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore> (19, 18).

Con la parabola che conclude la predicazione del Signore, nel vangelo secondo Matteo, questo slittamento di qualità si fa assolutamente sensibile e, al contempo, è segnato da una magnifica inconsapevolezza che dà profondità e verità ai gesti compiuti. Solo così i gesti saranno espressione di una ritrovata innocenza dell’anima che spinge – o al contrario chiude ermeticamente – a comportarsi umanamente con i propri simili, non per dovere religioso, ma per una spinta naturale e semplicissima: <Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo> (Mt 25, 34). La benedizione, che è il riconoscimento da parte dell’Altissimo di una certa somiglianza con Lui si esprime nella capacità di chinarsi sul più povero non perché se ne abbia pietà, ma perché lo si riconosce come uguale. La reazione dei giusti è potente e disarmante: <Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?> (Mt 25, 37-39).

Tutti conosciamo a memoria la risposta che viene data dal re e che viene ripresa – in modo inverso – nei confronti di coloro che, invece, non si sono accorti di niente e di nessuno, tanto da non accorgersi neppure di Dio che pure è passato nella loro vita. Possiamo sentire il tormento del prete protagonista del film di Ermanno Olmi: Il villaggio di cartone. La Parola di Dio ci obbliga quest’oggi ad andare oltre ogni “no” pedagogico della nostra vita di fede e delle nostre abitudini religiose, per imparare a dire di “sì” – fino in fondo e a rischio della nostra stessa vita – a tutto ciò che di umano non solo attraversa la nostra vita, ma che richiede pure tutta la nostra attenzione e la nostra accoglienza… in una parola il nostro “sì”. Ogni “sì” all’altro che chiede di essere accolto è, infatti, un “sì” a Dio che non chiede mai nulla per se stesso, ma si nasconde perché si indentifica con quanti non possono accampare nessun diritto: <In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me> (Mt 25, 40).

Convertire… in misericordia

I Domenica T.Q.

Le parole oranti del salmista sono una buona introduzione a questo tempo propizio di preghiera e conversione: <Ricordati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre> (Sal 24, 6). Queste parole possono schiuderci almeno un piccolo spiraglio per comprendere il mistero del tempo vissuto dal Signore Gesù <nel deserto> (Mc 1, 12). Immaginare il tempo trascorso dal Signore nel deserto, come una lunga e profonda meditazione sulla misericordia e sull’amore, è qualcosa che può rendere più attraente e proficua la quaresima che stiamo appena cominciando. L’apostolo Pietro, da parte sua, ci aiuta a caratterizzare ulteriormente il tempo che ci accingiamo a vivere come un tempo di <magnanimità>, riferendosi a Dio che <pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua> (1Pt 3, 20). Se Dio ci mostra la sua magnanimità offrendoci ancora una volta un tempo per la conversione, uno dei punti del nostro processo interiore di cambiamento potrebbe proprio essere quello di crescere a nostra volta in magnanimità. Si tratta di assumere i tratti del patriarca Noè che accettò di costruire un’arca, mentre nessuno avrebbe potuto e voluto pensare al diluvio… forse sarà stato anche ridicolizzato!

Eppure, la sua docilità e la sua magnanimità nel salvare non solo se stesso, ma anche una parte di creazione, permette alla vita di ricominciare nel segno di una rinnovata benedizione: <Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra> (Gn 9, 13). Per questo ora, ogni volta che nel cielo vediamo rifulgere l’arcobaleno, siamo chiamati a fare memoria di un evento ancora più meraviglioso: <Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio> (1Pt 3, 18). Questo mistero di solidarietà di Cristo Signore con la nostra umanità comincia proprio nel deserto, ove il Verbo assume e vive il nostro combattimento interiore al fine di redimere nella sua vittoria ogni nostra sconfitta nella lotta contro le forze oscure che adombrano la luce che ci abita: <Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano> (Mc 1, 13). 

In questo modo ci viene annunciata in Cristo la ritrovata armonia degli elementi e dei tratti – talora conflittuali ed opposti – della nostra umanità, per cui il deserto rifiorisce come un giardino dove è, di nuovo, possibile l’incontro sereno tra il Creatore e le sue creature. Come spiega B. Standaert: <Le bestie selvatiche non l’hanno divorato, gli angeli sono al suo servizio. Ciò che si trova più in alto e più in basso dell’uomo, il sovrumano e l’infraumano, si ritrovano qui assieme e rendono onore al nuovo Adamo>. Abbiamo davanti a noi un lungo tempo per accogliere l’invito del Signore che si rivolge pure alle nostre <anime prigioniere> (1Pt 3, 19) con queste parole accolte qualche giorno fa assieme alla cenere sparsa sul nostro capo: <Convertitevi e credete nel Vangelo> (Mc 1, 15).

Convertir… en misericorde

I Dimanche T.Q. 

Les paroles priantes du psalmiste sont une bonne introduction à ce temps propice à la prière et à la conversion : ” Souviens-toi, Seigneur, de ta miséricorde et de ton amour depuis toujours ” ( Ps 24, 6 ). Ces paroles peuvent ouvrir une petite fenêtre pour comprendre le mystère du temps vécu par le Seigneur Jésus ” dans le désert” ( Mc 1, 12 ). Imaginer le temps passé par le Seigneur au désert comme une longue et profonde méditation sur la miséricorde et sur l’amour est quelque chose qui peut rendre plus attractif et rentable le Carême que nous commençons à peine. L’apôtre Pierre, de son côté, nous aide à caractériser ultérieurement le temps que nous nous préparons à vivre comme un temps de ” magnanimité “, en nous référant à Dieu qui ” patientait pendant les jours où Noé fabriquait l’arche, dans laquelle peu de personnes furent sauvées des eaux, huit en tout ” ( 1 P 3, 20 ). Si Dieu nous montre sa magnanimité en nous offrant encore une fois un temps pour la conversion, l’un des points de notre processus intérieur de changement peut vraiment être celui de grandir à notre tour en magnanimité. Il s’agit d’assumer les caractéristiques du patriarche Noé qui accepta de construire une arche, alors que personne n’aurait pu et voulu penser au déluge…cela aurait même été ridiculisé !

Et pourtant, sa docilité et sa magnanimité pour sauver, non seulement soi-même, mais aussi une partie de la création, permet à la vie de recommencer sous le signe d’une bénédiction renouvelée : ” Mon arc se posera sur les nuages et ce sera le signe de l’alliance entre moi et la terre ” ( Gn 9, 13 ). Pour cela, maintenant, chaque fois que nous voyons briller l’arc- en- ciel, nous sommes appelés à nous souvenir d’un événement encore plus merveilleux : ” Christ est mort une fois pour toute pour les péchés, juste parmi les injustes, pour vous reconduire à Dieu ” ( 1 P 3, 18 ). Ce mystère de solidarité du Chist Seigneur avec notre humanité commence dans le désert, où le Verbe assume et vit notre combat intérieur jusqu’à racheter par sa victoire chaque défaite dans la lutte contre les forces obscures qui assombrissent la lumière qui nous habite : ” Il restait avec les bêtes sauvages et les anges le servaient ” ( Mc 1, 13).

Ainsi nous est annoncée, en Christ, l’harmonie retrouvée des éléments et des caractéristiques – si conflictuels et opposés – de notre humanité, afin que le désert refleurisse comme un jardin où est à nouveau possible la rencontre sereine entre le Créateur et ses créatures. Comme l’explique B. Standaert : ” les bêtes sauvages ne l’ont pas dévoré, les anges sont à son service. Ce qui se trouve le plus haut et le plus bas de l’homme, le suprahumain et l’infrahumain, se retrouvent ici ensemble et rendent honneur au nouvel Adam “. Nous avons face à nous un long temps pour accueillir l’invitation du Seigneur qui s’adresse aussi à nos ” âmes prisonnières ” ( 1 P 3, 19 ) par ces paroles accueillies il y a quelques jours en même temps que les cendres déposées sur notre front : ” Convertissez-vous et croyez à l’Evangile ” ( Mc 1, 15 ). 

Convertire… in medico

Sabato dopo le Ceneri  –

Lo <sposo> che la liturgia ci faceva contemplare ieri, diventa oggi il <medico> (Lc 5, 31) dell’anima e dei corpi. In questo modo la ferita del peccato può diventare il luogo dell’esperienza più vera della nostra salvezza e della nostra profonda guarigione. In questo modo la debolezza può diventare il vaso più prezioso per contenere, custodire e ridonare la grazia di un incontro, come quello avvenuto tra Gesù e Matteo, che può radicalmente cambiare la vita. Riconoscere di essere malati, non certo come fanno gli scribi e i farisei, è il primo passo – ineludibile – per entrare in un processo di guarigione. Parimenti, assumere la realtà di essere peccatori, è una condizione imprescindibile per creare a Dio un varco nella nostra vita e permettergli così di poterci santificare e salvare, ricolmandoci della sua compassione e della sua misericordia senza le quali nessuna conversione sarebbe né possibile, né auspicabile.

Il Signore Gesù si accosta all’umanità con tenera amicizia, irrigando, con la sua presenza, quei <terreni aridi> (Is 58, 11) della nostra umanità così assetata. L’evangelista Luca sottolinea il fatto che Levi seguì il Signore <lasciando tutto> (Lc 5, 28), proprio tutto! Eppure, proprio nel momento in cui Levi ha il coraggio di fare un salto oltre se stesso rinunciando alle sue abitudini paralizzanti, si ritrova proprio con tutto e tutti i suoi amici <nella sua casa> (5, 29) ormai onorata e illuminata a festa dalla presenza medicinale del Maestro, il quale, senza mutare nulla, tutto cambia. Ogni ferita che reclama la vicinanza e la cura del medico diventa una feritoia attraverso la quale il balsamo della grazia guarisce, restituendo le persone alla loro piena sanità <perché si convertano> (5, 32) dopo- anzi verrebbe da dire – solo dopo essere state profondamente visitate, tanto che si compie la parola del profeta: <allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio> (Is 58, 10)

Il Signore Gesù non si lascia irretire dalla reputazione delle persone proprio come un saggio medico non si lascia convincere da diagnosi e superficiali e affrettate, ma preferisce visitare di persona attraverso il suo sguardo. La conversione è sempre un <se vertere cum> e per questo non può che essere un’opera amorosa in cui ci volgiamo a Cristo solo perché il Cristo si volge verso di noi, come avverrà nel giardino della risurrezione con Maria di Magdala <che egli aveva guarito da sette demoni> (Mc 16). Sono due i segni che indicano come il cammino della salvezza è cominciato: il rispetto degli altri e la capacità di saper consacrare un tempo per Dio, un tempo che il profeta Isaia richiama ed evoca attraverso la figura emblematica dello Shabbat. Questo cammino viene aperto e indicato dal Signore Gesù per la sua Chiesa di sempre. Infatti, chiamando Levi nel gruppo dei Dodici chiede agli apostoli di fare spazio a un <peccatore> imparando e amando, così che la comunità dei discepoli diventa uno spazio di salvezza e di guarigione e non un gruppo scelto ed elitario. La comunità che si stringe attorno al Signore e cammina con lui verso la Pasqua, è una realtà di peccatori perdonati per i quali la cosa più importante è la grazia di sentirsi amati e sempre più in grado di perdonare ed accogliere nella propria casa vestita a festa.