Convertire… impastare

Venerdì dopo le Ceneri  –

Un testo di Gregorio Magno ci può ben aiutare ad entrare nel mistero del digiuno non semplicemente come pratica esteriore, ma come dinamismo del cuore: <Ecco il digiuno che Dio vuole: presentargli mani piene di elemosine, un cuore pieno d’amore per gli altri, un digiuno impastato di bontà. Di quanto ti privi, fa dono a qualcuno. Così la tua penitenza corporale contribuirà a far migliorare la condizione di coloro che sono nel bisogno>1. Se questo è il senso autentico del digiuno come pratica che chiude lo stomaco per aprire il cuore e la mente, allora la domanda dei farisei risulta veramente poco sensata, perché tremendamente autoreferenziale: <Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?> (Mt 9, 14). Il digiuno evangelico è ben più di una pratica: si tratta di celebrare il vuoto e, al contempo, vivere nell’attesa di una pienezza promessa, in una logica sponsale tutta dominata dal desiderio di una relazione capace di illuminare il cuore, fino a cambiare la vita.

Il rischio ricorrente è sempre quello di continuare indefinitamente a praticare un’ascesi senza chiedersi mai il <perché>. Alla domanda dei discepoli di Giovanni, il Signore Gesù reagisce con un’altra domanda: <Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?> (Mt 9. 15). In tal modo il Signore sembra far rimbalzare la questione ai suoi interlocutori invitandoli a chiedersi quali siano le motivazioni profonde del loro digiunare. Come tutte le cose di questa terra e di questa vita, anche il digiuno è un valore equivoco, e il Signore Gesù non perderà nessuna occasione per denunciare, presso i farisei, quel digiuno che rischia di nutrire la loro autosufficienza spirituale: talora sembra che più si digiuni e meno si abbia fame di Dio, diventando sazi di se stessi.

Il digiuno ha un aspetto ascetico: ci aiuta a liberarci dal nostro egoismo rimettendo continuamente in ordine il nostro rapporto con le cose fino a permetterci di fare delle cose un mezzo per entrare in relazione con gli altri, attraverso un radicale atteggiamento di condivisione. Lo ricorda – quasi amaramente – il profeta, ponendo a sua volta una cruda domanda che segretamente si pone il nostro cuore: <Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci se tu non lo sai?> (Is 58, 3). La risposta è tagliente: <Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?> (58, 6). Pertanto, il digiuno ha anche un valore mistico: si mangia l’amore per potersene nutrire quando, per amore, si sceglie di non mangiare. In verità, per digiunare, è necessario avere così tanta fame d’amare, da nutrire coloro che, vicino a noi, hanno bisogno di essere amati.

Il digiuno che piace al Signore è quel vuoto di noi stessi attraverso la rinuncia alle tante forme di egoismo che ci fa sperimentare la fame sponsale, quella di amare e di essere amati, in una continua relazione di gratuità e di condivisione in cui la nostra vita è impastata, con il desiderio di piacere a Dio e di essere graditi ai nostri fratelli.


1. GREGORIO MAGNO, Omelie sui Vangeli, 16.

Convertire… avanti!

Giovedì dopo le Ceneri  –

Il libro del Deuteronomio sembra avere una grande e una sola preoccupazione attorno alla quale tutto, nella vita e nel cammino del popolo e del singolo credente, sembra ruotare: <Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti ad altri dèi e a servirli…> (Dt 30, 17). Uno sforzo di resistenza sembra impegnare l’anima del credente ed è l’impegno costante a non cedere alla tentazione di volgersi indietro per concentrare, invece, tutta la sua attenzione e tutte le sue forze, a guardare avanti e a volgersi verso Dio come a Colui che non sta dietro di noi, ma che sempre ci precede e ci richiama a riprendere ogni giorno il cammino che – attraverso l’adesione profonda – ci porta al mistero del nostro cuore, ad una scelta che sia di <vita> (30, 15). La parola del Signore Gesù sembra dare concretezza a questo invito ponendo una condizione che, in realtà, non è altro che una vera e propria chiarificazione: <Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua> (Lc 9, 23).

Si potrebbe riassumere il messaggio che accompagna e orienta i nostri primi passi quaresimali in una parola: mettersi quotidianamente dietro a Gesù per non volgersi mai indietro e andare sempre e solo avanti. Non è difficile immaginare come sia proprio la <croce>, nel suo innegabile mistero di sofferenza e di contraddizione, ad obbligarci a raccogliere le forze, per concentrarci interamente su quello che è il passo che stiamo per compiere, senza indulgere a inutili retrospettive che non farebbero altro che farci perdere ulteriormente tempo ed energie. Se è vero che la parola del Signore si rivolge a ciascuno di noi: <Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà> (9, 24) è ancora più vero che questa parola radica in una constatazione che si fa accettazione piena e consapevole di un modo di stare al mondo che è un vero darsi senza sconti: <Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno> (9, 22).

Da dove viene al Signore Gesù questa chiarezza così inquietante per i suoi discepoli? Certo dalla sua profonda unità con il Padre, ma anche dalla sua capacità di radicare nella storia e nella vita, tanto da conoscerne le leggi e i meccanismi più segreti e più fondamentali che fanno guardare avanti nella speranza di <risorgere il terzo giorno>, senza cadere nell’illusione del prezzo amaro che comporta ogni cammino di autenticità, un cammino capace di non fare sconti a se stessi. Il nostro cammino quaresimale è ancora neonato, eppure la Liturgia ci porta all’essenziale, quasi per non permetterci di perdere tempo e di decidere – nella libertà e nella consapevolezza – il cammino che vogliamo abbracciare per essere <come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo> (Sal 1, 3). Dagli alberi e dalle piante possiamo e dobbiamo imparare a stendere le radici e i rami sempre avanti: verso le profondità della terra e le altezze del cielo, in un movimento apparentemente così diverso eppure così unico. La parola interrogativa del Signore non può che scavare dentro: <Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?> (Lc 9, 25). In realtà siamo chiamati a percorrere un lungo cammino interiore che ci porti non solo a scegliere la <vita e il bene> (Dt 30, 15), ma il Vivente, Colui che ha dovuto <soffrire molto> (Lc 9, 22) perché ha voluto amare moltissimo.

Convertire… con tutto!

Mercoledì delle Ceneri  –

Come ogni anno l’inizio della Quaresima è segnato da uno squillo di tromba che dà il segnale per tutti e per ciascuno di mettersi in marcia: <Ritornate a me con tutto il cuore> (Gl 2, 12). Il profeta Gioele esorta vivamente: <Suonate il corno in Sion, proclamate un solenne digiuno, convocate una riunione sacra> (2, 15). L’apostolo Paolo dà un contenuto ancora più chiaro all’esortazione del profeta: <lasciatevi riconciliare con Dio> (2Cor 5, 20). Tra le parole del profeta e quelle dell’apostolo avviene un serio slittamento che potremmo definire come il sottile e necessario passaggio da un atteggiamento attivo a un atteggiamento di pura accoglienza che passa attraverso una certa passività profondamente coinvolta. Tra le due sponde delle parole del profeta e dell’apostolo sembra scorrere come un fiume navigabile che è la parola del Signore Gesù: <State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro> (Mt 6, 1).

Il cammino della Quaresima ci viene offerto, ancora una volta, come un tempo e un <momento favorevole> tanto da chiedere di essere vissuto come un processo interiore che ci permetta di sperimentare, ancora una volta, <il giorno della salvezza> (2Cor 6, 2). La salvezza passa attraverso una capacità di affrontare il lungo cammino di ritorno alla propria interiorità e ad un rinnovato contatto con il proprio cuore. La sfida della Quaresima è quella della totalità la quale esige un rigore che non ha niente a che fare con forme di rigido rigorismo. La generosità che la Quaresima ci richiede, si esprime, certamente, nella capacità di offrire un po’ di più in termini di ascesi e di condivisione, ma non si indentifica con la quantità, bensì diventa una porta per ritornare al desiderio e alle possibilità più vere e profonde del proprio cuore. Al livello del cuore, in realtà, non si può che vivere alla misura del <tutto>!

Pertanto, vi è un altro aspetto di questo tempo che ci accingiamo a vivere: la durata! Quaranta giorni e quaranta notti, come quelli vissuti dal Signore Gesù nel deserto, non sono pochi ed esigono perciò una capacità e una volontà di perseverare e di durare. Se è vero che al livello del cuore siamo sempre riportati al livello della qualità, rimane pur vero che l’amore si pensa sempre, in relazione al tempo, con una qualità di durata che lo rende eterno. Il Signore Gesù richiamandoci alla necessità di non essere <malinconici> (Mt 6, 16) ci ricorda che non avrebbe nessun senso entrare in questo tempo e rimettersi in cammino, esponendosi ad un reale processo di interiore conversione, senza quella vera capacità di intimità in cui si può sperimentare una gioia impagabile. Come popolo di Dio ci rimettiamo in cammino verso la Pasqua facendo squillare non la <tromba> (6, 2) dell’apparenza, ma il <corno> (Gl 2, 15) di quel desiderio ritrovato che ci regala la gioia di voler osare ancora un <cammino di vera conversione> (Colletta).

La Chiesa ci fa iniziare questo tempo come se partissimo per una guerra per vivere il <combattimento contro lo spirito del male>, ed è bene così! Eppure, sappiamo che ci ritroveremo ancora una volta, alla fine di questo itinerario, non a fare i conti con le nostre vittorie e le nostre sconfitte, ma con la gioia di sentirci amati e salvati dal dono pasquale di Cristo Signore che, con la sua offerta d’amore, vincerà per noi e ci donerà la gioia di sentirci realmente riconciliati dentro di noi e attorno a noi, sperimentando così cosa significhi vivere <con tutto il cuore>!

Panico

VI settimana T.O.  –

Si crea, sulla <barca> (Mc 8, 14) della Chiesa nascente, che si trova in mezzo al lago in viaggio da una sponda all’altra della storia e della realtà umana, un momento di grande panico: <perché non avevano pane> (Mc 8, 16). Questa paura dei discepoli di morire di fame assume tutto il suo peso di panico, ma si rivela anche alquanto patetica a partire dalla nota esplicitamente espressa dall’evangelista: <non avevano con sé sulla barca che un pane solo> (8, 14). In quest’annotazione, apparentemente di cronaca spicciola e quotidiana, si dice, in realtà, tutta la sfida che continuamente si pone alla vita della Chiesa e di ciascun credente: credere fino in fondo e rimanere profondamente in pace proprio nella misura in cui abbiamo con noi il <pane solo>, quello che è necessario per attraversare il mare della vita e raggiungere il porto della pace. Questo pane è la presenza del Signore Gesù dentro di noi e con noi, la forza di questa presenza nel più intimo di noi e al centro delle nostre relazioni di viandanti, di pellegrini, di naviganti. Come i discepoli anche noi siamo talmente presi dal panico del rischio di morire di fame, soprattutto a livello di sicurezza e di garanzia di sopravvivenza, da dimenticare, quasi inconsapevolmente – perché totalmente assorbiti dalla paura di non farcela – le <Dodici> (8, 19) e le <Sette> (8, 20) ceste di abbondanza di cui abbiamo già fatto esperienza nella nostra vita.

Eppure, c’è qualcosa in noi che è più forte della stessa esperienza ed è al cuore di questa nostra struttura così radicata nella sfiducia. La parola accorata del Signore Gesù ci raggiunge al cuore di ogni nostra sfiducia: <Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? […] E non vi ricordate…?> (8, 17-18). Non c’è nessuna risposta a queste domande da parte dei discepoli, così come noi stessi non siamo capaci di rispondere in modo adeguato ogni qualvolta veniamo presi dallo stesso panico, dalla stessa paura, dallo stesso sgomento di non avere a sufficienza per vivere, pur avendo già fatto esperienza – più volte – del <buon regalo e ogni dono perfetto che vengono dall’alto> (Gc 1, 17). Questi sono capaci di colmare la nostra vita in modo inaspettato proprio nei momenti in cui tutto ci sembra perduto. La parola dell’apostolo ci raggiunge e, in certo modo, ci ferisce: <Beato l’uomo che resiste alla tentazione perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promesso a quelli che lo amano> (1, 12). E sembra che l’amore venga proprio provato dal fatto di essere capace di non impanicarsi nel momento in cui viene messo alla prova.

Anzi, sembra che la prova sia una grande occasione per entrare maggiormente e veramente  nel mondo di Dio, nella Sua logica come <primizia delle sue creature> (1, 18). Ma questo sembra impossibile fino a quando gli <occhi> (Mc 8, 18) del nostro <cuore indurito> (8, 17) sono completamente assorti su noi stessi e sulla nostra sopravvivenza, dimenticando il livello nutrizionale di quel <pane solo> (8, 14) che abbiamo dentro di noi. Lasciamoci trafiggere dalla parola del Signore Gesù: <Non capite ancora?> (8, 17). Chiediamoci con coraggio come mai non vogliamo capire, lasciandoci prendere così spesso dal panico. Come mai questo <pane solo> non ci basta ancora e rischia, in realtà, di non bastarci mai?

Lasciati

VI settimana T.O.  –

A chi si riferisce la conclusione della pericope evangelica che ci accompagna all’inizio di questa settimana: <Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva> (Mc 8, 13)? Nel contesto si tratta indubbiamente di quei <farisei> (8, 11) che si sono messi a discutere con il Signore Gesù e che, in tanti modi, cercano di metterlo alla <prova>. Eppure, a ben guardare si tratta di ciascuno di noi, ogni volta in cui, invece di ascoltare e di lasciarci interrogare, svicoliamo da un confronto che sia vero ed esigente. Infatti, facciamo fatica ad accettare di essere cambiati dalla presenza del Signore che cerca di dare alla nostra vita uno spessore e una profondità sempre più autentici e, per questo, cominciamo invece – per usare un’immagine popolare – a tirare l’acqua al nostro mulino…e ci sono molti modi per farlo. Davanti a questo sottile meccanismo di chiusura da parte del Signore Gesù, non ci sono sconti: <li lasciò… e partì per l’altra riva>. Una reazione che ci riguarda ogni volta in cui, comodamente, cerchiamo di trasformare la relazione discepolare in una sorta di interrogazione parlamentare. 

E’ questa una reazione che può essere imitata tutte le volte in cui la nostra testimonianza di discepoli rischia di scadere in una sorta di kermesse pubblicitaria. In ambedue i casi c’è una e una sola soluzione: lasciar perdere e aprirsi ad altre possibilità che siano più autentiche. La domanda che si pone è allora quella di chiederci come fare a discernere cosa lasciare perdere e da cosa invece lasciarsi veramente interpellare. Forse ciò che tiene prigionieri i farisei è il fatto di non avere bisogno di Gesù: né della sua parola, né dei suoi gesti di guarigione, né della sua carica di speranza! Non così quando ci troviamo nella condizione, paradossalmente positiva e vantaggiosa, evocata all’inizio della sua lettera da parte dell’apostolo Giacomo: <Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché sia perfetti ed integri senza mancare di nulla> (Gc 5, 2-3).

Il Signore Gesù non è venuto a “provare” la sua divinità, ma a essere segno di un Dio che non si prova, ma si sperimenta, come un sorso d’acqua in una giornata di eccessiva calura o un tozzo di pane alla fine di una lunga salita. Il pane è stato appena moltiplicato e donato, ora bisogna accettare di capire e non di riproporre il segno compiuto, accettando di mettersi in cammino verso l’altra riva. Se non ci mettiamo in cammino con Gesù e come Gesù, il rischio è di essere lasciati da Gesù. Spesso parliamo – giustamente – dei segni e dei modi con cui il Cristo si fa presente alla nostra vita fino a farsene compagno, ma non dobbiamo sottovalutare l’importanza, per il nostro cammino di conversione, dei momenti in cui il Signore ci abbandona, ci lascia a noi stessi per farci capire quanto siamo disposti o meno ad essere suoi discepoli. Ci viene incontro l’esortazione dell’apostolo: <Se qualcuno di voi è privo di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti con semplicità e senza condizioni, e gli sarà data> (Gc 1, 5). La cosa che più dobbiamo domandare a Dio è quella di poter seguire il Vangelo senza condizioni!

Imitare

VI Domenica T.O.

L’esortazione dell’apostolo Paolo può sicuramente illuminare la strana reazione del lebbroso appena guarito dal Signore Gesù il quale <si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città> (Mc 1, 45). L’apostolo dopo aver invitato a non essere <di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio> (1Cor 10, 32) non esita ad aggiungere: <Diventate miei imitatori come io lo sono di Cristo> (11, 1). Imitare il Signore Gesù significa operare sempre per il bene più pieno dell’altro senza che questo divenga un pretesto per contrastare inutilmente: <va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro> (Mc 1, 44). La liturgia ci rammenta quanto è prescritto nella Legge riguardo a quanti sono affetti dalla lebbra: <porterà vesti strappate e il capo scoperto… se ne starà solo, abiterà fuori dall’accampamento> (Lv 13, 45-46). Non solo il Signore non sovverte superficialmente gli usi tradizionali, ma li rende sostanzialmente inutili trasformando dal profondo la condizione di quest’uomo che si rivolge al Signore con una fiducia assoluta che comporta il rispetto della libertà del Signore: <Se vuoi, puoi purificarmi> (Mc 1, 40). 

Le parole e l’atteggiamento del lebbroso muovono a <compassione> (1, 41) il cuore di Cristo, ma senza per questo voler come approfittare del bisogno di quest’uomo per legarlo a sé allargando così la cerchia dei suoi discepoli. Il Signore rimanda il lebbroso ormai guarito alla sua vita e a dare testimonianza ai sacerdoti del tempio del fatto che il Signore è capace di guarire i suoi figli mettendo nel loro cuore e sulle loro labbra rinnovate espressioni di lode: <Beato l’uomo a cui è tolta la colpa e coperto il peccato> (Sal 31, 1). Ma c’è un elemento ulteriore di questo vangelo che non può essere sottaciuto ed è ciò che F. Varillon spiega così: <Non esiste vera compassione senza passione: colui che compatisce veramente patisce personalmente> e aggiunge <la compassione è una comunione nella sofferenza>. Infatti, alla fine di questo incontro così personale da avvenire in assenza di testimoni come la folla che fino a questo momento si è assiepata attorno al Cristo, troviamo una nota sorprendente e che non riguarda il lebbroso, bensì il Signore Gesù: <non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti> (Mc 1, 45). 

Sin da subito possiamo contemplare il Cristo che prende il nostro posto e assume su di sé il peso delle nostre malattie e del nostro peccato. Cosa significa dunque per noi farci <imitatori> (1Cor 11, 1)? A questa domanda può rispondere solo la nostra vita nella misura in cui cerchiamo di vivere il Vangelo non nelle grandi occasioni, bensì nelle realtà consuete e nelle pieghe più nascoste dell’ordinarietà.

Imiter

VI Dimanche T.O. 

L’exhortation de l’apôtre Paul peut certainement éclairer l’étrange réaction du lépreux à peine guéri par le Seigneur Jésus, lequel ” s’éloigna et se mit à proclamer et à divulguer le fait, de telle manière que Jésus ne pouvait plus entrer publiquement dans une ville ” ( Mc 1, 45 ). L’apôtre, après avoir invité à ne pas être ” un scandale, ni pour les Juifs, ni pour les Grecs, ni pour l’Eglise de Dieu ” ( 1 Co 10, 32 ), n’hésite pas à ajouter ” Devenez mes imitateurs comme je  suis moi – même celui du Christ ” ( 11, 1 ) . Imiter le Seigneur Jésus signifie opérer toujours pour le bien le plus total de l’autre, sans que cela devienne un prétexte pour contrecarrer inutilement : ” va, donc, te montrer au prêtre et offre pour ta purification ce que Moïse a prescrit, comme témoignage pour eux ” ( Mc 1, 44 ). La liturgie nous remémore ce qui est prescrit dans la Loi concernant ceux qui sont affectés par la lèpre : ” il portera des vêtements déchirés et se couvrira la tête…il restera seul et habitera en dehors  du campement ” ( Lv 13, 45-46 ). Non seulement le Seigneur ne subvertit pas superficiellement les usages traditionaux, mais il les rend essentiellement inutiles en transformant profondément la condition de cet homme qui s’adresse au Seigneur avec une confiance absolue qui suppose le respect de la liberté du Seigneur : ” Si tu veux, tu peux me purifier ” ( Mc 1, 40 ).

Les paroles et l’attachement du lépreux remue jusqu’à la ” compassion ” ( 1, 41 ) le coeur du Christ, mais, sans pour cela vouloir profiter du besoin de cet homme afin de le lier à lui en élargissant ainsi le cercle de ses disciples. Le Seigneur renvoie le lépreux, désormais guéri, à sa vie et à son témoignage aux prêtres du temple, car le Seigneur est capable de guérir ses fils en mettant dans leur coeur et sur leurs lèvres de nouvelles expressions de louange : ” Bienheureux l’homme à qui la faute est enlevée et le péché remis ” ( Ps 31, 1 ). Mais, il y a un élément ultérieur de cet évangile qui ne peut être passé sous silence et c’est ce que F. Varillon explique ainsi : ” Il n’existe pas de véritable compassion sans passion : celui qui compatit vraiment souffre personnellement ” et il ajoute : ” la compassion est une communion dans la souffrance “. En effet, à la fin de cette rencontre si personnelle qui se passe sans même la foule pour témoin qui à ce moment précis est rassemblée autour du Christ, nous trouvons une annotation surprenante qui ne concerne pas le lépreux, mais plutôt le Seigneur Jésus : ” il ne pouvait plus entrer publiquement dans une ville, mais restait en dehors, dans des lieux déserts ” ( Mc 1, 45 ).

Nous constatons tout de suite en contemplant le Christ qu’il prend notre place et assume pour lui le poids de nos maladies et de notre péché. Que signifie alors pour nous devenir ” des imitateurs ” ( 1 Co 11,1 ) ? Seule notre vie peut répondre à cette question dans la mesure où nous cherchons à vivre l’Evangile non seulement lors de grandes occasions, mais surtout dans les réalités concrètes et les détails les plus cachés du quotidien ordinaire.

Di nuovo

V settimana T.O.  –

Come non sentirsi personalmente coinvolti nella nota con cui si apre il vangelo: <poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare> (Mc 8, 1)? Siamo parte di questa folla che ha continuamente bisogno di essere soccorsa e di essere nutrita; siamo noi ad avere sempre <di nuovo> bisogno di uno sguardo di <compassione> (8, 2) che non si limita a rendersi conto delle nostre innumerevoli forme di fame, ma che si fa catena di carità fattiva, talmente concreta da essere mangiabile. Ancora una volta  – e questo è il modo per i Vangeli di assicurare che il Signore Gesù si pone al centro di una catena di attenzione e di solidarietà -: <li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla> e, come se non bastasse, si aggiunge  – quasi per non lasciare adito a nessuno dubbio circa il fatto che si è veramente dato tutto a tutti – : <Avevano anche pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche quelli> (8, 7).

La presenza del Signore Gesù è l’incarnazione dell’attenzione di Dio ai nostri bisogni ed è, al contempo, l’appello per ciascuno di noi ad essere per i nostri fratelli – seriamente e concretamente – manifestazione altrettanto concreta e palpabile di questa attenzione che si fa condivisione totale. La risposta dei discepoli alla <compassione> del loro Maestro sembra un modo per schermirsi da quelle che possono essere le conseguenze troppo esigenti della prossimità al Signore: <Come riuscire a sfamarli di pane qui in un deserto?> (8, 4). Come noi, anche i discepoli sembrano più propensi a scaricare la difficoltà della situazione su quelle che sono le condizioni esterne, non affatto favorevoli, mentre il Signore Gesù attira l’attenzione su quelle che sono le condizioni di disponibilità interiori che possono mettere in gioco, attraverso la nostra stessa vita, nuove potenzialità di condivisione e di compassione. Siamo chiamati a partire da noi e da quello che di noi siamo disposti a mettere in gioco e a disposizione: <Quanti pani avete?> (8, 5).

Il Signore si lascia interrogare dal bisogno della folla, ma non perde l’occasione per interrogare i suoi discepoli sulla loro disponibilità a lasciarsi mettere in discussione, fino a farsi realmente e fattivamente coinvolgere, creando così una rinnovata esperienza di comunione e di reciproco aiuto. Esattamente agli antipodi di questo atteggiamento comunionale è lo stratagemma di Geroboamo che edifica due templi e istituisce sacerdoti, non discendenti da Levi, per creare e mantenere una divisione nel popolo che renda estranei tra loro quanti hanno una medesima storia e una medesima fede. Con questo stratagemma è come se Geroboamo rendesse sempre più difficile, all’interno del popolo di Dio, il potersi guardare con occhio di fraterna attenzione e condivisione… infatti, come annota il testo: <Geroboàmo non abbandonò la sua via cattiva> (1Re 12, 33). Per dare un nome più preciso a questa <via cattiva> evocata dall’agiografo, possiamo farci aiutare dal salmo che ne spiega l’origine remota: <Dimenticarono…> (Sal 105, 21). Il rischio dei discepoli è quello di aver dimenticato quanto era avvenutoprecedentemente, quando il Signore aveva già moltiplicato il pane. Egli ci ricorda che la <compassione> non è per una sola volta, ma è sempre <di nuovo>. Il segreto è in un particolare: < rese grazie> (Mc 8, 6)! Una mano di Gesù è tesa verso il Padre di ogni tenerezza e l’altra verso i suoi discepoli perché mai si interrompa il flusso della misericordia e della vita.

Verso

V settimana T.O.  –

Il movimento del Signore Gesù è ciò che anima la speranza che continuamente e sempre la vita ritrovi i suoi sentieri e le sue vie: <uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli> (Mc 7, 31). Potremmo dare a ciascuno di questi riferimenti geografici un contenuto simbolico che rimandi agli sconfinati territori della nostra interiorità che hanno bisogno di essere visitati e continuamente salvati. Come l’onda del mare di Galilea il Signore viene verso di noi e, al contempo, da noi si ritrae per darci il tempo e la libertà di andare verso di lui. In questo dolce andirivieni si consuma la storia d’amore tra ogni creatura e il suo Creatore pronto a riprendere ogni giorno il dramma del dono di una possibilità in più per vivere in pienezza. Siamo noi, ciascuno di noi, questo <sordomuto> (7, 32) che ha bisogno di essere raggiunto attraverso l’unica dimensione che gli è realmente possibile: <gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua> (7, 33). 

Il sordomuto non può sentire e per questo non può parlare l’unico canale – come per i neonati e i morenti – l’estremo rimedio a questa chiusura apparentemente impenetrabile è il tatto e il Signore lo tocca dimostrando così di essere in grado di andare <verso> di lui accettando di seguire l’unica via che rimane aperta al fine di aprire tutte le altre che sembrano precluse. Con le sue dita e con la sua saliva il Signore rompe l’incantesimo di quel terribile e forse persino magnifico isolamento in cui quest’uomo si è ritrovato oppure si è volontariamente rifugiato fino a far crollare le mura che lo separano dal mondo degli altri, di se stesso e di Dio. Un’operazione apparentemente semplice e vissuta dal Signore Gesù <in disparte> nel modo più discreto, intimo e meno spettacolare possibile, eppure si tratta dell’operazione più difficile: aprire un varco è sempre il primo e il più difficile dei passi dopo il quale tutto diventa più semplice come quando si riesce a scavare un tunnel capaci di creare la comunicazione tra due valli. Per questo il Signore Gesù invece di appoggiarsi sul plauso della folla si affida alla relazione con il Padre da cui proviene ogni relazione che sia bella, buona e vera: <guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”> (7, 34).

Un testo del secondo secolo si fa interprete dei sentimenti di quest’uomo appena riaperto alla vita e che se ne fa intrepido cantore: <Il Signore mi riempì con parole di verità, perché la proclamassi. Come il flusso dell’acqua, la verità fluì dalla mia bocca, le mie labbra manifestarono i suoi frutti. Il Signore moltiplicò in me la sua conoscenza, ché la bocca del Signore è il Verbo verace, la porta della sua luce. L’Altissimo inviò la sua Parola nel mondo: i cantori della sua bellezza, gli araldi della sua gloria, i messaggeri del suo disegno, i predicatori del suo pensiero, gli apostoli delle sue opere. La sottigliezza del Verbo è inesprimibile …Il suo cammino non ha confini: Mai esso cade, ma sta in piedi sicuro; nessuno conosce la sua discesa o il sentiero di esso… E’ luce e chiarore del pensiero: per mezzo suo il mondo ha cominciato ad esprimersi. E quelli che prima erano in silenzio hanno trovato in lui la Parola, perché da lui vengono l’amore e la concordia>1. Quest’uomo, che siamo ciascuno di noi, si ritrova ad essere come un <mantello nuovo> e non più né lacerato <in dodici pezzi> (1Re 11, 30) e capace non solo di <parlare> ma pure di vivere <correttamente> (Mc 7, 35).


1. Odi di Salomone, 12.

Ai piedi

V settimana T.O.  –

Se leggiamo con attenzione amorosa il Vangelo, ci rendiamo conto che la donna <di lingua greca e di origine siro-fenicia> (Mc 7, 26) conosce bene quale sia il posto che le compete. Per questo, sin da subito, non appena si rende conto della presenza del Signore Gesù nel territorio pagano in cui vive: <si gettò si suoi piedi> (7, 25) … proprio come fa un cagnolino affettuoso e bisognoso al contempo. La reazione del Signore Gesù sembra voler radicalizzare l’attitudine di questa donna e indicare così, anche a noi, il modo più adeguato a chiedere l’aiuto di cui abbiamo bisogno per noi stessi e per le persone che amiamo e di cui ci prendiamo amorevolmente cura. Il dolore e la sofferenza non fanno maturare nessun diritto! Al contrario, dovrebbero far maturare una profonda consapevolezza, quella che rende audaci e, nello stesso tempo, non pretenziosi. Commentando il testo parallelo di Matteo, Giovanni Crisostomo mette sulla bocca di questa donna le seguenti parole: <Se sono un cagnolino in questa casa, non sono un’estranea. So che il cibo è necessario ai figli, ma non è vietato dare le briciole. Non si deve rifiutarmele, perché sono il cagnolino che non si può cacciar via>1.

Questo modo di reagire è certo un modo di insistere per essere esauditi nel bisogno, ma è, ancor prima, il modo per dichiarare – fino in fondo – la propria autocoscienza, quella che fa della relazione col Signore una necessità imprescindibile che non può non impegnarlo fino a cambiarlo. Il Vangelo ci mette di fronte alla possibilità che una donna straniera – e potenzialmente pagana – sia in grado di cambiare il programma del Signore Gesù dimostrandosi capace di una fede imprevista ma efficace. Al contrario, la prima lettura – evocando l’infedeltà di Salomone – ci ricorda che può avvenire anche il contrario ovvero… che la fede scompaia in chi l’ha ricevuta come dono e l’ha vissuta come esperienza e sia invece accolta e fatta crescere nei cuori apparentemente più lontani. La parola di questa donna: <Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli> (Mc 7, 28), sono per noi un vero monito a non presumere di noi stessi e a non disprezzare nessuno… veramente nessuno! 

Inoltre bisogna evitare di cadere nella trappola che forse ha traviato e confuso il cuore così sapiente e amabile di Salomone: essere figli primogeniti non significa essere figli unici; figli certo si nasce, ma se non lo si diventa ogni giorno di più, il rischio è quello di esserlo solo di nome, ma non di cuore: <Il Signore, perciò, si sdegnò con Salomone, perché aveva deviato il suo cuore dal Signore, Dio d’Israele, che gli era apparso due volte e gli aveva comandato di non seguire altri dèi, ma Salomone non osservò quanto gli aveva comandato il Signore> (1Re 11, 10). Siamo chiamati ogni giorno ad esaminare noi stessi, cercando di verificare il nostro cammino alla luce di due figure possibili: la Cananea e Salomone. 


1. GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sul Vangelo di Matteo, n° 52, § 2