Il tuo nome è Grande, alleluia!

V settimana di Pasqua

Mentre il Cenacolo sembra sprofondare in un silenzio pieno di contemplazione mista a trepidazione, le parole del Signore Gesù si fanno sempre più incisive. Il ritmo del discorso diventa più lento a misura di una crescente solennità che sfida l’amore dei discepoli a diventare più maturo: <Se mi amaste, vi rallegrereste perché io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me> (Gv 14, 28). Eppure, tutti sappiamo che se c’è una caratteristica propria dell’amore è quella di rendere sempre <più grande> chi o ciò che si ama. Alla scuola del Signore Gesù dovremmo poter dire la stessa cosa pensando a lui come già aveva fatto <l’amico dello sposo> (Gv 3, 29), tanto da dichiarare e da desiderare: <Egli deve crescere e io invece diminuire> (3, 30). La conclusione delle poche intense parole del Vangelo è una vera e propria dichiarazione d’amore: <bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco> (14, 31).

La vita della prima comunità cristiana non fa che realizzare questo desiderio di Cristo Signore a costo di patire la persecuzione e di dover continuamente rivedere i propri programmi e sciogliere la <vela> (At 14, 26) con rinnovata docilità non solo al vento dello Spirito, ma pure a quelli dei contrattempi e delle tribolazioni. Con grande naturalezza l’autore degli Atti degli Apostoli annota che <lapidarono Paolo e lo trascinarono fuori della città, credendolo morto> (14, 19). Con la stessa naturalezza con cui annota che <riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede> (14, 27). La persecuzione invece di restringere la vita della comunità è capace, piuttosto, di allargarne la portata tanto da far sentire, in modo del tutto naturale, il desiderio di dare sempre più spazio a tutti.

La vita dei discepoli è orientata a far sì che si realizzi la parola del salmo: <Per far conoscere agli uomini le tue imprese> (Sal 144, 12). Sembra quasi che non ci sia un minuto da perdere, tanto che Paolo si rimette in viaggio il giorno dopo la sua lapidazione! Vi è come il sentimento di qualcosa di grande da realizzare e ciò esige la pienezza del dono di sé perché si manifesti la potenza e la bellezza del <Vangelo> (At 14, 21). Il segno di un tale dinamismo inarrestabile ed esigente è la <pace> (Gv 14, 27) che ci viene donata dal Signore Gesù non come soluzione apparente di conflitti, ma come radicamento nella vita stessa di Dio che ci libera da ogni <timore>. Questo è il frutto della sua presenza che si fa sempre più profonda, quasi più visibile nella misura in cui sembra diventare più invisibile e nascosta. Potremmo dire che il grande guadagno pasquale, per quanto concerne la presenza di Cristo in noi e tra di noi, è che egli è sempre di più e sempre meglio dove siamo noi come singoli e come comunità di credenti che pur <nelle molte tribolazioni> (At 14, 22) sanno di poter conservare l’imperturbabile dinamismo della fede. Le fede funziona con lo stesso dinamismo dell’amore che regna da sempre e per sempre tra il Padre e il Figlio e di cui la Pasqua di Cristo ci ha resi partecipi in modo sempre più grande.

Il tuo nome è Servizio, alleluia!

S. Caterina da Siena

La Colletta, con cui raccogliamo le nostre intenzioni e i nostri sentimenti prima di metterci in ascolto della Parola di Dio, ci fa entrare nell’essenziale del mistero di una donna come Caterina da Siena la quale ha <unito la contemplazione di Cristo crocifisso e il servizio della Chiesa>. Chissà quante volte Caterina avrà meditato su quel particolare, insistito dall’evangelista Giovanni, circa la divisione delle vesti del Signore Crocifisso da parte dei soldati e su quella <tunica> che era <senza cuciture, tessuta tutto d’un pezzo da cima a fondo> (Gv 19, 23). Come ci racconta Giovanni, i soldati avevano deciso di non stracciare la tunica del Signore che siamo noi! Invece come discepoli del Signore abbiamo spesso lacerato, con le nostre divisioni e le nostre contrapposizioni, il Corpo di Cristo che è la Chiesa quale primizia di tutta l’umanità. La contemplazione di Cristo crocifisso ha impresso nel cuore di Caterina una passione <ardente> e un <amore> invincibile. Così ci fa pregare ancora la Colletta ricordandoci la nostra vocazione a vivere interamente a servizio della carità, della comunione e di quella pace cantata dagli angeli al primo apparire sulla nostra terra, della dolce e luminosissima carne del Verbo fatto uomo.

Del resto, l’apostolo Giovanni non ci lascia certo nell’ignoranza: <Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità> (1Gv 1, 6). Siamo bugiardi ogni volta che laceriamo la comunione e disperiamo della riconciliazione e della pace perché, in tal modo, rendiamo vana la croce di Cristo. È come se lasciassimo scorrere ancora una volta il suo preziosissimo sangue senza trarne il dono di una salvezza da tutto ciò che lacera il cuore e indurisce le relazioni tanto da insterilire la comunione. L’apostolo sembra avere particolarmente al cuore la verità dell’amore da cui, ogni giorno, deve scaturire l’amore della verità: <Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi> (1, 10).

Il grande ruolo che Caterina fu capace di svolgere all’interno della Chiesa fu proprio quello di riuscire a risvegliare la coscienza alquanto sopita e dormiente dei pastori e dei fedeli così che potessero di nuovo sentire l’urgenza e la passione al fine di restituire, al volto della comunità credente, tutto il suo splendore che proviene dalla contemplazione amorosa del mistero di Cristo Crocifisso. In questo mistero radica il coraggio e la fantasia di trovare sempre i modi più adeguati a far avanzare l’amore e l’intesa all’interno della Chiesa e con il mondo a cui la Chiesa è donata come sacramento di salvezza. L’esultazione del Figlio diventa così la porta regale per entrare nella logica di Dio: <Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli> (Mt 11, 25). Proclamare Caterina da Siena, illetterata donna del basso medioevo, Dottore della Chiesa e compatrona d’Europa, significa ricordare alla Chiesa del nostro tempo la necessità di ritornare sempre al mistero di Cristo Crocifisso per imparare, sotto la cattedra della croce, l’arte del servire e dell’amare nella piena certezza che <Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio peso leggero> (11, 30). Nondimeno questo giogo va portato con tutta la passione di cui siamo capaci, come fu per Caterina che se ne lasciò consumare fino a diventare una torcia vivente che indicò alla Chiesa la strada da percorrere senza tentennamenti e senza inutili “bugiarderie”.

Il tuo nome è Più Grande, alleluia!

V Domenica di Pasqua

L’apostolo Giovanni, nella prima lettura, ci aiuta ancora a fissare la nostra attenzione in quel mistero di profonda comunione di cui la Pasqua di Cristo Signore ci rende intimamente partecipi: <Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa> (1Gv 3, 20). Pensare alla conoscenza di Dio sulla nostra vita ci può sempre mettere un po’ in imbarazzo e ne abbiamo sufficienti ragioni: quale mai sarà lo spettacolo che il nostro cuore potrà offrire allo sguardo purissimo di Dio? Quanti e quali sono i pensieri e le emozioni che si agitano e si combattono dentro di noi e che certo non sono una degna risposta al così grande amore con il quale siamo stati ricolmati? Eppure, la parola di Dio di questa domenica ci aiuta a guardare nel nostro cuore dal punto di vista di Dio e non a partire dalla nostra paura di Dio: <In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato> (3, 24). La rassicurazione dell’apostolo di un dono che precede e accompagna la nostra adesione a Cristo ci fa accogliere la parola del Vangelo con un senso di gratitudine ancora più grande: <Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto> a cui si aggiunge questa magnifica conclusione <Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi> (Gv 15, 2-3). La nostra vita cambia totalmente se entriamo in questa logica di inabitazione divina che precede ogni nostra possibile apertura a Dio. Il Signore non ci chiede altro se non il consenso che il tralcio deve dare – pena la morte! – a lasciarsi inondare dalla linfa vitale che le viene donata continuamente dalla vite. Il dono della presenza vivificante di Cristo dentro il nostro cuore ci permette non solo di vivere in comunione con Lui, ma anche di uscire dall’isolamento che la <paura> (At 9, 26) può creare attorno a noi costruendo così anche una profonda e più vera comunione con i nostri fratelli. Nella vicenda dell’apostolo Paolo possiamo veramente cogliere il compiersi della parola dell’apostolo Giovanni: <Dio è più grande del nostro cuore> (1Gv 3, 20). Questo ci permette di entrare in una comunicazione di cuore che supera ogni immaginazione e abbatte ogni pregiudizio: <Così egli poté stare con loro e andava e veniva da Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore> (At 9, 28). Mentre il tempo pasquale ci allieta per i suoi doni di gioia, possiamo aprire il cuore ad accogliere nuovamente il Cristo nella nostra vita come il principio attivo della nostra fioritura che prelude al tempo dei frutti poiché: <In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli> (Gv 15, 8). Diventare discepoli significa per noi diventare sempre di più persone di cuore, capaci di restituire ai nostri fratelli e sorelle in umanità quello sguardo pieno di tenera compassione che abbiamo ricevuto sulla nostra stessa vita tanto che, tutti insieme, possiamo rafforzare l’unica cosa necessaria alla nostra vita che è avere <fiducia in Dio> (1Gv 3, 21) dandoci reciprocamente fiducia.

Ton nom est Plus Grand, alleluia !

V Dimanche de Pâques 

L’apôtre Paul, dans la première lecture, nous aide encore à fixer notre attention sur ce mystère de profonde communion dont la Pâques du Christ Seigneur nous rend intimement participants: ” Dieu est plus grand que notre coeur et connaît chaque chose ” ( Jn 3, 20 ). Penser à la connaissance que Dieu a de notre vie peut toujours nous mettre un peu dans l’embarras, à juste raison : quel sera le spectacle que notre coeur pourra offrir au regard très pur de Dieu ? Combien de pensées et quelles émotions s’agitent et se combattent en nous  qui ne sont sans doute pas une réponse digne au si grand amour dont nous avons été remplis ? Et pourtant, la parole de Dieu de ce dimanche nous aide à voir le point de vue de Dieu dans notre coeur et à ne pas commencer par notre peur de Dieu : ” A ceci nous reconnaissons qu’Il demeure en nous : à l’Esprit qu’Il nous a donné ” ( 3, 24 ). Le réconfort de l’apôtre du don qui nous précède et accompagne notre adhésion au Christ, nous rend capable d’accueillir la parole de l’Evangile avec un sens de gratitude encore plus grand : ” chaque serment qui ne porte pas de fruit en moi, je le coupe, et chaque serment qui porte du fruit, je le taille afin qu’il porte davantage de fruits ” et à cela s’ajoute cette magnifique conclusion : ” Vous êtes déjà purs à cause de la parole que je vous ai annoncée. Demeurez en moi et moi en vous ” ( Jn 15, 2-3 ). Notre vie change totalement si nous entrons dans cette logique d’habitation divine qui précède chacune de nos possibles ouvertures à Dieu. Le Seigneur ne nous demande rien d’autre si ce n’est le consentement que le sarment doit donner – sous peine de mort ! – de se laisser inonder par la sève vitale qui lui est donnée continuellement par le cep. Le don de la présence vivifiante du Christ dans notre coeur nous permet, non seulement de vivre en communion avec Lui, mais aussi de sortir de l’isolement que la ” peur ” ( Act 9, 26 ) peut créer autour de nous pour construire ainsi une plus grande communion avec nos frères. Avec  l’apôtre Paul, nous pouvons vraiment récolter les joies de la parole de l’apôtre Jean : ” Dieu est plus grand que notre coeur ” ( Jn 3, 20 ). Ceci nous permet d’entrer dans une communication de coeur qui dépasse toute imagination et détruit tout préjugé : ” Ainsi, Il put rester avec eux et allait et venait à Jérusalem, en prêchant ouvertement au nom du Seigneur ” ( Act 9, 28 ). Alors que le temps pascal nous réjouit par ses dons de joie, nous pouvons ouvrir le coeur et accueillir à nouveau le Christ dans nos vies comme principe actif de notre floraison qui prélude le temps des fruits, car : ” En cela mon Père est glorifié : que vous portiez beaucoup de fruits et deveniez mes disciples ” ( Jn 15, 8 ). Devenir disciples signifie pour nous devenir toujours davantage des personnes de coeur, capables de redonner à nos frères et soeurs en humanité un regard plein de tendre compassion que nous avons reçu dans notre propre vie, afin que, tous ensemble, nous puissions renforcer l’unique chose nécessaire à notre vie : ” avoir confiance en Dieu ” ( 1 Jn 3, 21 ) en se faisant confiance réciproquement.

Il tuo nome è Conoscenza, alleluia!

IV settimana di Pasqua

La nostra vita è legata in modo imprescindibile alla facoltà di conoscere! Senza conoscenza la nostra stessa sopravvivenza sarebbe continuamente in pericolo. Fin da piccoli siamo da una parte protetti per evitare di morire e, dall’altra, siamo iniziati ad ogni tipo di conoscenza per saperci orientare nella vita fino ad essere autonomi. Solo dopo essere stati protetti e introdotti nella vita diventiamo capaci di offrire questo medesimo servizio di iniziazione a coloro che vengono dopo di noi. Se è così per la vita fisica, psichica ed emotiva, è ancora più vero per la vita interiore e spirituale. Le parole del Signore Gesù pronunciate nell’intimità del Cenacolo sono particolarmente toccanti: <Se avete conosciuto me, conoscere anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto> (Gv 14, 7). Eppure, sembra che i discepoli non si siano ancora resi conto di tutto ciò, se uno di loro – Filippo – candidamente si fa portavoce del desiderio di tutti: <Signore, mostraci il Padre e ci basta> (14, 8). La risposta del Signore – pronta e immediata – ci permette di comprendere che cosa è sfuggito a Filippo e agli altri discepoli, e ci mette in guardia da ciò che continuamente può sfuggire anche a noi.

La richiesta di Filippo si muove in un orizzonte che potremmo definire statico e accademico: è come se il Padre fosse un concetto da dimostrare o una cosa da mostrare per prenderne atto e quindi per farne conoscenza. Invece le cose sembrano andare in un modo diverso per ciò che riguarda Dio e la nostra relazione con Lui. Il Signore Gesù, con tono quasi rattristato, risponde così: <Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre> (14, 9). Ciò che ci permette di conoscere veramente è il fatto di co-nascere continuamente in una condivisione di vita che si fa rivelazione del mistero della Vita. Per questo il Signore non rimprovera Filippo di non aver ascoltato e ritenuto, con sufficiente attenzione, i suoi insegnamenti, ma per il fatto di non essersi accorto che vivendo <con> Gesù, in realtà, viveva con la totalità del suo mistero. Nuotando in questo mistero si è già a contatto con il Padre e, per questo, gli stessi discepoli erano coinvolti in modo del tutto naturale nello stesso flusso di relazione e di amore. Eppure, come capita spesso anche a noi, non se n’erano accorti! Capita spesso anche nella vita: non ci accorgiamo di questo flusso in cui siamo così immersi da non poterlo percepire se non nella misura in cui risvegliamo e affiniamo la nostra sensibilità.

Il Signore Gesù porta le cose ancora più lontano poiché ci rivela che questo flusso di vita e di amore, continua e si approfondisce ancora di più quando, attraverso la sua mediazione, fa’ sì che il Padre operi dentro la nostra stessa vita fino a dire: <chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre> (14, 12). L’intelligenza del mistero di Dio e la conoscenza autentica cui la parola, e la presenza accanto a noi del Signore Gesù ci fanno pervenire, ci permettono di comprendere ciò che <i Giudei> (At 13, 45) non riescono proprio a comprendere. La loro chiusura ottusa li fa cedere al terribile tarlo della <gelosia>. In questo modo non si aprono al grande dono della <gioia> (13, 52) che è offerta pure a loro come a tutti, ma non a dispetto di alcuno.

Il tuo nome è Figlio, alleluia!

IV settimana di Pasqua

Le parole del Signore Gesù diventano assolutamente intime. Come abbiamo letto ieri, per introdurci nell’ascolto della pericope evangelica, il gesto della lavanda dei piedi rappresenta un momento di passaggio. Questo non solo a livello redazionale, ma in modo così esistenziale da rappresentare una vera Pasqua che anticipa e dice pienamente quello che sarà il dono della sua imminente passione. Il gesto del lavare i piedi è il riassunto di tutto ciò che il Signore Gesù ha condiviso finora con i suoi discepoli. Al contempo questo gesto è profezia di ciò che sarà manifestato a tutti nel momento della sua elevazione sulla croce. Il porsi ai piedi dei suoi discepoli come un servo è l’ultimo tocco di autorivelazione del Maestro che, in questo modo, immette tutti i suoi discepoli – di ogni tempo e di ogni luogo – nell’intimità della vita divina ove la legge è quella dell’amore supremo. Così le parole di Gesù, che seguono il suo gesto sponsale offerto alla nostra umanità, diventano più profonde, più intime e più rare.

Se l’evangelista Giovanni non ci riporta nessuna redazione della Preghiera del Signore – il Padre nostro – nondimeno troviamo dei passaggi in cui il modo di parlare di Gesù ci rivela la sua relazione unica -eppure comunicata a noi – con Colui che chiama dolcemente e in piena verità: <Padre mio> (Gv 14, 2). La sola evocazione del nome del Padre è come se aprisse il cuore ad una necessaria e consolante rassicurazione che si fa viva esortazione: <Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore> (14, 1-2). Veramente Gesù è il Figlio che rivela Dio come Padre in un’intimità che non ha nulla a che spartire né con un intimismo malaticcio, né con un elitarismo settario. Nel momento della sua rivelazione a Maria di Magdala come Risorto dai morti, il primo dono pasquale sarà proprio questa meravigliosa coscienza che da Gesù è comunicata ai suoi discepoli e, attraverso i discepoli, è donata a tutti come pegno di eternità e di comunione divina: <Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro> (20, 17).

Noi tutti siamo partecipi di questa elevazione della nostra umanità, nella risorta umanità di Cristo Signore. Se la domanda di Tommaso è comprensibile, la risposta del Signore Gesù è del tutto naturale: <Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me> (14, 6). Potremmo dire: nessuno diventa figlio del Padre se non per mezzo di me! E se lo siamo diventati <realmente> (1Gv 3, 1) allora non possiamo che onorare, nella concretezza e nella generosità della nostra vita, quella fraternità universale che Cristo Signore ci ha donato nel suo mistero pasquale. Alla luce di tutto ciò la parola degli apostoli continua ad attraversare la storia: <E noi vi annunciamo che la promessa fatta ai padri si è realizzata, perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: “Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato”> (At 13, 32-33).

Andate

San Marco

L’invito del Risorto è di portata assolutamente universale: <Andate in tutto il mondo e proclamata il Vangelo ad ogni creatura> (Mt 16, 15). Possiamo immaginare una certa commozione nella mano dell’evangelista Marco o, forse ancor più certamente, di quel discepolo e ammiratore che ne ha concluso il testo con una mirabile aggiunta. La commozione di scrivere ancora una volta questa parola che se è capace di toccare e cambiare il cuore, può in questo modo cambiare il mondo e orientare radicalmente la storia: <Vangelo>! L’apostolo Pietro, nella sua lettera, fa menzione di questo discepolo filiale con queste parole: <Vi saluta la comunità che vive in Babilonia, e anche Marco, figlio mio> (1Pt 5, 13). L’ultima raccomandazione dell’apostolo che vive l’esperienza della diaspora e si prepara interiormente al martirio suona così: <Salutatevi l’un l’altro con un bacio d’amore fraterno. Pace a voi tutti che siete in Cristo> (5, 14).

In questo estremo saluto troviamo riassunto l’essenza stessa del Vangelo che è capace di profumare il mondo intero e di illuminare, di luce nuova, la storia dell’umanità: la tenerezza dell’amore che porta come frutto la pace. Sono questi gli elementi che fanno del Vangelo non semplicemente e primariamente un messaggio, ma un vero farmaco per tutte le nostre ferite di umanità che abbiamo ricevuto e inflitto: <Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono… guariranno> (Mc 16, 17-18). Se questa è la cura del Vangelo capace di guarire fino a risanare completamente la nostra umanità e ridare vigore e fiducia alle nostre relazioni, vi è uno stile che bisogna assumere. Nonostante l’evangelista Marco sia simbolizzato dal leone che sventola su tutte le terre conquistate da Venezia, il cammino è proprio quello di diventare sempre meno leoni e sempre più agnelli.

L’apostolo Pietro lo dice con chiarezza e fermezza: <Umiliatevi…> (1Pt 5, 6). Come ricordano i padri del deserto è proprio l’umiltà a mettere in fuga l’avversario delle nostre anime, il nemico della pace il quale <come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede> (5, 8). Vi è, infatti, un altro ruggito cui bisogna dare ascolta ed è quello del <leone di Giuda> (…) che nel nostro cuore ci richiama continuamente alla sapienza terapeutica del Vangelo la cui potenza è ancora oggi confermata dai <segni> (Mc 16, 20) che l’accompagnano e che fanno di noi stessi un segno di speranza, di amore e di pace per <ogni creatura> (Mc 16, 15). Il tutto animato da quell’<umiltà> cui esorta l’apostolo Pietro nella prima lettura che è l’atteggiamento chiavi di ogni annuncio e di ogni evangelizzazione perché si tratta di dare pieno spazio alla parola di Dio e alla sua azione efficace nella vita dei suoi figli. Annunciare esige sempre un andare che comporta la disponibilità a fare non solo dei passi in avanti, ma anche dei passi indietro… proprio come quando si danza. Per questo si può ben dire: <Come sono belli sui monti i piedi…>!

Il tuo nome è Luce, alleluia!

IV settimana di Pasqua

La parola del Signore Gesù non lascia dubbi: <non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo> (Gv 12, 47). Questa parola, certo, riguarda il Signore Gesù, ma riguarda anche tutti coloro che vogliono essere suoi discepoli e testimoni per <annunciare la parola di Dio> (At 13, 4). Se il Signore è per noi <luce>, allora è alla sua luce che bisogna leggere gli eventi senza cadere nella trappola di essere accecati da se stessi tanto da <condannare> tutto ciò che ci turba e ci disturba. Una parola pronunciata più di mezzo secolo fa da papa Giovanni XXIII conserva tutta la sua attualità soprattutto come schema per un esame di coscienza personale per tutto ciò che in noi grida allo scandalo e rischia di condannare senza essere capaci di comprendere e di leggere alla luce del Vangelo, sotto il lume della misericordia e dell’amore con cui dovremmo imparare ogni giorno a relativizzare noi stessi.

Così diceva profeticamente Giovanni XXIII inaugurando il Concilio Vaticano II: <Spesso ci vengono riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia che è maestra di vita. A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della chiesa>.

Per il bene della Chiesa e per il bene dell’umanità per la quale la comunità dei credenti è chiamata ad essere luce di speranza, lo Spirito non smette di suscitare nuovi cammini e inediti percorsi attraverso cui la salvezza si realizza come dono per tutti: <Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati> (At 13, 2). Questa parola dello Spirito è continuamente rivolta alla Chiesa ed è sempre sussurrata al cuore di ogni discepolo quasi per accendere sempre una nuova luce sotto cui poter decifrare i segni dei tempi e riprendere il cammino con l’entusiasmo di sempre, ma con una generosità ancora più grande e aperta a nuovi venti e a nuove speranze. Questo perché se <la parola di Dio cresceva e s diffondeva> (12, 24) al tempo degli apostoli, ancora cresce dentro di noi e si diffonde attorno a noi per virtù dello Spirito che ne guida e ne accompagna i passi nella storia.

Il tuo nome è Cristo, alleluia!

IV settimana di Pasqua

Vi è una punta di disperazione nella domanda posta dai Giudei che sembrano assieparsi attorno al Signore Gesù, quasi nella speranza di essere da lui liberati da una sorta di angoscia che abita il loro cuore: <Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente> (Gv 10, 24). La risposta a questa domanda dei Giudei, che rappresenta per loro un’ulteriore sfida e un di più di angoscia, possiamo trovarla nella solenne e sempre commovente conclusione della prima lettura: <Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani> (At 11, 26). Le parole del salmo responsoriale suonano come un applauso: <Il Signore registrerà nel libro dei popoli: “Là costui è nato”. E danzando canteranno: “Sono in te tutte le mie sorgenti”> (Sal 86, 6-7). I Giudei, e spesso anche noi, vorremmo ricevere dal Signore Gesù una rassicurazione per essere finalmente liberati dall’angoscia di dover assumere il rischio di una relazione che ci porta un po’ più lontano dei nostri preconcetti e delle nostre aspettative.

Di fatto la risposta non è una parola di identificazione chiara e netta, ma è l’evocazione di una relazione profonda: <Ve l’ho detto, e non credete> (Gv 10, 25). Il Signore Gesù non si accontenta, per così dire, di rilevare l’incredulità e la chiusura dei Giudei, ma ne dà pure la spiegazione più profonda e più vera: <Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore> (10, 26). A questa constatazione subito viene aggiunta anche una dichiarazione ancora più fondamentale e solenne: <Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola> (10, 29-30). Così, riconoscere in Gesù il Cristo atteso e promesso, fa tutt’uno con il diventare <cristiani>. Del resto per il Signore Gesù la cosa più importante da rivelare e da comunicare è, appunto, questa meravigliosa attenzione del Padre che, dal Figlio, passa direttamente e naturalmente a noi.

Al modo di sentire e di ragionare dei Giudei, secondo definizioni dogmatiche, corrisponde il modo di sentire e di rivelare del Signore Gesù che è sempre un modo in cui ciò che fa la differenza è la comunione e lo scambio personale. Sì, Gesù è il Cristo e lo è proprio perché la sua unzione messianica è pienamente partecipata a coloro che accettano e amano far parte del numero di quelle <pecore> che riconoscono e ascoltano la sua <voce> (10, 27) in una reciprocità assoluta e sponsale (cfr. Gv 3). Al cuore di questo scambio amoroso ci siamo noi, proprio noi! Perché sembra che tra il Padre e il Figlio ci sia il perenne scambio di quei doni che siamo noi, perché avvertiti come la cosa più bella e più preziosa che il Padre può dare al Figlio e che il Figlio può ridonare al Padre. Per questo ci viene promesso tutto: <Io do loro la vita eterna> (10, 28) che non è altro che entrare in questo mistero di conoscenza (Gv 17) e di amore il cui flusso non si arresta mai. Anzi, al contrario, ricrea continuamente energia e forza tanto da poter dire a nostra volta e in modo assolutamente personale: “Io e il Cristo siamo una cosa sola”. Questo significa essere degni di portare il nome di <cristiani>! Queste parole sono pronunciate a Gerusalemme nella cornice della <festa delle Dedicazione> (Gv 10, 22) durante <l’inverno> quando le giornate sono brevissime e per otto giorni i cortili del tempio erano – allora – uno scintillio di lampade e di torce. In questo contesto ecco che la parola del Signore Gesù è una luce che fa rabbrividire tutte le altre. Tagore direbbe che: <La morte non estinguerà la luce, ma semplicemente spegnerà la lampada perché è arrivata l’alba>.

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