Ton nom est Intelligence, alleluia !

III Dimanche de Pâques 

Nous nous retrouvons encore au Cénacle où le Seigneur  rejoint les siens juste après que les disciples d’Emmaüs aient rejoint le groupe des apôtres. C’est vraiment dans ce contexte d’intimité et d’absolue ordinarité que l’Eglise murmure à chacun de nos coeurs les paroles de Pierre : ” Convertissez-vous donc et changez de vie, pour que vos péchés soient effacés ” ( Ac 3, 19 ). Le péché dont nous parle Pierre et dont parle Jésus est l’ignorance, le fait de ne pas avoir compris  et de continuer à ne pas comprendre ce qui est ” écrit” ( Lc 24, 46 ) dans l’histoire à travers la marque du sang. Avec combien de sang l’Histoire a-t-elle été écrite ! De celui d’Abel jusqu’à celui qui, en ce moment même est versé, peut-être sous nos yeux incapables de voir la douleur et la lutte de ceux qui nous entourent. Toute cette souffrance a été recueillie dans l’offrande pascale du Seigneur, lui-même ” victime d’expiation pour nos péchés ; non seulement pour les nôtres, mais aussi pour tous ceux du monde ” ( 1 Jn 2, 2 ). L’unique reproche du Ressuscité semble être contre l’ignorance et c’est une invitation à ” l’intelligence ” ( Lc 24, 45 ) qui sait rassembler chaque chose dans sa totalité sans se contenter de partialité qui devient alors bien pire que l’ignorance. Il s’agit d’apprendre à contextuer chaque fragment de l’Histoire et de l’expérience ” dans la loi de Moïse, des Prophètes et des Psaumes ” ( 24, 44 ) c’est-à-dire dans sa totalité. Nous serons des témoins du Ressuscité si notre joie et notre étonnement se feront chair, os, pain, poisson… ! Si notre joie se fera vie qui rassemble la nécessité et le besoin, non comme une  contrainte, mais comme un lieu de transfiguration et d’offrande de sa propre vie. De telle façon que, dans chaque situation, le chemin de l’autre soit accueilli et comblé par le don que Jésus fait aux siens, à nous et, qu’à travers nous, il veut offrir ” à tout le monde ” ( 1 Jn 2, 2 ). Aucune parole et aucun geste ne peuvent mieux traduire la parole que le Ressuscité adresse aux siens et à nous : ” la Paix soit avec vous ” ( Lc 24, 36 ).  Le flambeau de cette foi, le flambeau de cette paix dans la tribulation qui devient annonce de vie dans l’expérience de la mort la plus cruelle est encore entre les mains de l’Eglise du Christ- mort et ressuscité – et nous attend aussi pour que nous puissions dire avec le psalmiste : ” dans la paix, moi aussi je me couche et je dors, car toi seul, Seigneur me fais reposer dans la confiance ” ( Ps 4, 9 ). Mais une question reste en suspens : ” de quelles ” choses ” ( Lc 24, 36 ) continuerons-nous à parler entre nous pour que le Seigneur puisse s’insérer sans peur de nous déranger ? ” Et encore : ” De quoi sentons-nous vraiment la nécessité de parler et de nous intéresser ? ! De quoi avons-nous vraiment  ” besoin” pour que notre vie soit vivante ? “ll n’y a rien à craindre, rien de quoi avoir honte : nous sommes de ” chair et d’os ” ( 24, 39 ). Comme l’explique Augustin : ” Jésus Christ est notre salut (…) et a pensé utile de conserver ses cicatrices pour ses disciples, afin de guérir les blessures de leur coeur “. Et, en interprétant nos questions, il se demande : ” quelles blessures ? Celles de l’incrédulité “.

Il tuo nome è Lingua, alleluia!

II settimana di Pasqua

Di certo non è solo questione di lingua, eppure la propria lingua porta il segno del proprio mondo e del proprio modo di stare al mondo. Non è passato molto tempo dall’esperienza mattinale di Pentecoste in cui, il segno di una nuova effusione dello Spirito, è proprio quello di una rinnovata capacità e possibilità di capirsi, ed ecco che sorge un conflitto all’interno di una comunità fondamentalmente segnata e ricolmata dei doni del Risorto. Questo inatteso scompiglio sembra legato, come spesso avviene, al fatto che la comunità va <aumentando>, tanto che, <quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica> (At 6, 1). È bene non dimenticare che questo è successo nella prima comunità cristiana, perché ciò ci aiuta a non scandalizzarci delle difficoltà e delle incomprensioni che insorgono, e insorgeranno ancora, in seno alla comunità dei credenti di ogni tempo e del nostro tempo.

Per evitare il peggio sarà bene sapere e credere che lo Spirito ci è stato dato, e ci viene continuamente dato, proprio per andare oltre e trovare sempre le parole e i modi giusti. Sembra che il conflitto che evidenzia ancora una volta una sofferenza, abbia aguzzato l’ingegno della comunità e, prima di tutto, degli apostoli che si sentivano responsabili della comunione fra tutti e della pace di tutti. La bontà della scelta viene confermata dalla conclusione del discorso di Pietro che non fa che riprendere, in modo ancora più profondo, l’introduzione del testo: <e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede> (6, 7). Ci sono dei momenti nella nostra vita personale e comunitaria in cui sembra farsi particolarmente <buio> (Gv 6, 17) ed è proprio in quei frangenti che possiamo contare su un passaggio di Gesù che si avvicina al nostro cuore <agitato>.

La reazione dei discepoli e la loro interiore trasformazione sono per noi, non solo un monito, ma una vera fonte di speranza. L’evangelista Giovanni non ci dice nulla riguardo alle parole che si sono scambiate il Maestro con i suoi discepoli, ma ci mette di fronte alla reazione immediata che segue quel senso di sollievo che li conquista interiormente: <Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti> (Gv 6, 21). Tutta la vita e tutta la storia della Chiesa è segnata e impegnata in questa navigazione interiore verso l’altro: un’avventura che ci induce a conoscere lidi mai visti né pensati, fino a desiderare di essere compresi nella nostra lingua, facendo tutto lo sforzo di capire, fino in fondo, la lingua dell’altro. Nelle situazioni che ci sembrano le più difficile e insormontabili spesso sentiamo risuonare la voce inattesa del Risorto: <Sono io, non abbiate paura> (Gv 6, 20). Non c’è nessuna difficoltà – sia personale che comunitaria – che possa impedire allo Spirito del Signore di suggerire percorsi e di aprire nuove soluzioni: <Piacque questa proposta a tutto il gruppo> (At 6, 5).

Il tuo nome è Piano, alleluia!

II settimana di Pasqua

Le parole del saggio Gamaliele gettano una luce completamente diversa sul modo con cui i membri del Sinedrio si ostinano a valutare e a giudicare la testimonianza degli apostoli. La saggezza di questo rabbi apre loro gli occhi sull’irrompente realtà della risurrezione del Messia crocifisso, realtà che si rivela capace di rimettere in piede la speranza di molti, tanto da essere –  ormai – una realtà inconfutabile, per quanto possa essere avvertita  fastidiosa. La comparsa in scena di Gamaliele è particolarmente solenne forse anche per quel senso di venerazione che Paolo ha trasmesso a Luca per questo suo insigne maestro: <si alzò nel sinedrio un fariseo, di nome Gamaliele, dottore della Legge, stimato da tutto il popolo> (At 5, 34). Forse da questo insigne maestro tutti si sarebbero aspettati il suggerimento di una strategia precisa al fine di rendere immune il morbo che sembrava infettare l’organismo della fede. L’atteggiamento di Gamaliele è – invece – completamente diverso: <Se infatti questo piano o quest’opera fosse di origine umana, verrebbe distrutta; ma se viene da Dio, non riuscirete a distruggerli> (5, 38).

Quella proposta da Gamaliele non è semplicemente una strategia, è qualcosa di molto più profondo. Si tratta di un avvertimento che tocca esattamente ciò che i membri del sinedrio dicono di voler difendere: il rapporto con Dio e la gloria del suo nome. Ebbene, Gamaliele con coraggio e lucidità spirituale mette in guardia dal pericolo più grande che possa incombere su quanti, in ogni modo, cercano di essere graditi a Dio: <Non vi accada di trovarvi a combattere addirittura contro Dio!>. In questo contesto – e quasi per scampare a questo pericolo di trovarsi a combattere contro Dio pensando di difenderne l’onore e la gloria – la Liturgia ci fa cominciare la lettura del capitolo sesto di Giovanni1 con questa nota: <Gesù passò dall’altra riva del mare… e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi> (Gv 6, 1-2).

Quanto Gamaliele ritiene debba essere tenuto presente come una probabilità – che cioè l’evento di Gesù sia il segno di un <piano> divino – viene rivelato nel testo evangelico il quale ci offre una chiave per discernere cosa viene da Dio e cosa, invece, non ha niente a che fare con il cuore dell’Altissimo. Per questo ci è chiesto di entrare attivamente, e in prima persona, nella dinamica evangelica per collaborare, con la nostra vita, alla realizzazione di questo piano. La domanda che il Signore Gesù pone provocatoriamente a Filippo accompagna ancora oggi il cammino della Chiesa e di ciascun discepolo: <Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?>. E Giovanni sembra fare l’occhiolino al lettore: <Diceva così per metterlo alla prova; egli, infatti, sapeva quello che stava per compiere> (6, 5-6). A questa domanda c’è una sola risposta possibile ed è quella del <ragazzo> (6, 9) chiamato in causa da Andrea, il quale accetta così naturalmente di condividere il “piano” che Gesù ha già in mente, da esserne parte irrinunciabile! Ancora una volta, i discepoli ci arriveranno dopo.


1. Fratel MichaelDavide, Il pane che dà vita, Qiqajon 2012.

Il tuo nome è Nome, alleluia!

II settimana di Pasqua

Per i membri del Sinedrio le cose sono molto chiare e sono alquanto stupiti che non vadano esattamente secondo i loro desideri e i loro disegni. Sembrano persino indispettiti dal fatto che gli apostoli non si siano allineati a quanto era stato loro ordinato. Quella dei membri del Sinedrio sembra quasi una lamentela: <Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome> (At 5, 27). Ciò che sembra sfuggire ai notabili del popolo, è la forza che il nome del Signore Gesù rappresenta per gli apostoli e il fatto che ormai, in questo nome, tutta la loro vita viene vissuta. Ma non solo: per testimoniare la forza della risurrezione i discepoli accettano il rischio di perdere la loro vita. Il sinedrio non riesce a comprendere ciò che realmente sia avvenuto nel cuore dei discepoli nel mistero pasquale vissuto. Un avvenimento inedito accolto certo in quella fragilità che ha rivelato gli apostoli a se stessi, ma che pure non li ha ripiegati su stessi. Nella potenza della risurrezione gli apostoli sono stati rimessi in piedi dal Risorto e resi capaci non solo di riconoscere e di accogliere la sua <testimonianza> (Gv 3, 33), ma di essere a propria volta dei testimoni.

Le parole con cui Pietro risponde al sinedrio devono aver stupito alquanto quei notabili che si illudono ancora di poter spegnere, attraverso l’intimidazione, il fuoco che la pasqua ha acceso nel cuore dei discepoli: <E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono> (At 5, 32). Si tratta di un’obbedienza e di una testimonianza che è assai diversa da quella cui pensano i membri del sinedrio. Esse si fondano, infatti, in un’esperienza non solo forte,  ma anche così intima da non poter essere per nulla scalfita. Le parole rivolte dal Signore Gesù non sono più rivolte a Nicodemo che ormai è ritornato alla sua vita, ma ai discepoli del Battista con i quali nasce una discussione <riguardo alla purificazione rituale> (Gv 3, 25). Queste parole pronunciate da Gesù già <dall’altra parte del Giordano> (Gv 3, 26) è come se fossero ormai solidamente radicate nel cuore dei discepoli: <chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti> (Gv 3, 31). Il fatto che il Figlio dell’uomo sia stato innalzato da terra, secondo quanto già era stato detto dal Signore Gesù a Nicodemo, permette ormai a tutti i suoi discepoli – di ogni tempo e di ogni luogo – di non sentirsi più appartenenti alla terra come se fosse dei serpenti obbligati a strisciare, ma di avere già ricevuto la loro cittadinanza divina che permette loro di essere liberi e fieri.

La conseguenza non è solo chiara, è prima di tutto assolutamente semplice: <Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini> (At 5, 29). Siamo ormai passati – una vera pasqua è avvenuta – in un nuovo regime di relazione che si radica nella dinamica stessa della vita del Cristo: <Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa> (Gv 3, 35). Per questo noi tutti, nella misura in cui accettiamo di entrare in questo dinamismo, rinunciando alle nostre logiche così “terrestri”, siamo parte di questo effluvio di amore che fa grazia e potenzia le nostre libertà. La vendetta di Dio per il sangue versato diventa un pressante appello alla conversione per evitare di commettere gli stessi errori.

Il tuo nome è Giudizio, alleluia!

II settimana di Pasqua

Al cuore del dialogo tra Gesù e Nicodemo troviamo due parole incandescenti. La prima suona così: <Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chi crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna> (Gv 3, 16). La seconda sembra contraddire la prima e, invece, non fa che confermare quella fiducia di Dio nella nostra umanità che si fa dono pieno di libertà: <E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce> (3, 19). Questo versetto del vangelo secondo Giovanni è posto come primo verso del famoso Canto di Giacomo Leopardi: La ginestra o il fiore del deserto. Se ci mettiamo in ascolto della poesia possiamo sentire come, il dramma della nostra umanità, fa tutt’uno con il dramma della salvezza che l’Altissimo continuamente vuole donarci senza mai forzarci in alcun modo. Ed è esattamente ciò che possiamo trovare nella prima lettura. L’andirivieni dal carcere sbarrato, in cui i notabili del popolo hanno fatto rinchiudere gli apostoli, è un simbolo molto forte di quel continuo andirivieni attraverso il nostro cuore che non solo è difficilmente guaribile, ma che spesso rischia di farsi del male chiudendosi alla vita, alla grazia e alla luce.

Se si potesse usare un’immagine per spiegare e caratterizzare l’atteggiamento dei notabili, verrebbe da dire che sono come coloro che chiudono volutamente gli occhi senza essere ciechi e per questo continuano ad inciampare. Il testo si apre con una sorta di foto istantanea o con un primo piano inequivocabile: <si levò il sommo sacerdote con tutti quelli della sua parte, cioè la setta dei sadducei, pieni di gelosia, e, presi gli apostoli, li gettarono nella prigione pubblica> (At 5, 17). L’autore degli Atti degli Apostoli ci porta direttamente e inesorabilmente alla radice del problema, dichiarando in modo franco la malattia che è la gelosia. Non c’è bisogno di esprimere un giudizio dall’esterno – né dall’alto né dal basso – perché esso è evidente ed è come racchiuso nella stessa realtà delle cose. Le guardie si fanno testimoni dell’inevitabile e dell’evidenza più chiara davanti a cui i capi continuano a voler chiudere gli occhi e il cuore: <Abbiamo trovato la prigione scrupolosamente sbarrata e le guardie che stavano davanti alle porte, ma, quando abbiamo aperto, non vi abbiamo trovato nessuno> (At 5, 23).

Ciò che il Signore ci offre è chiaro ed evidente, ma non è sempre altrettanto pronta la nostra risposta e non è sempre generosa la nostra accoglienza che talora, invece, si rivela come una vera e propria resistenza alla luce che pure, per sua natura, si effonde con grazia. Il giudizio di Dio evocato dal Signore Gesù, e il modo di giudicare da parte dei notabili, sono opposti. Il primo apre, mentre il secondo chiude. Inoltre il giudizio di Dio, che è un modo per indicare il suo stile nel governare e reggere la storia del mondo, è sempre contrassegnato dal dono e dall’incremento della libertà, mentre i capi del popolo cercano di garantire solo i propri privilegi. La chiave per aprire tutto e sempre è ciò che il Signore sembra quasi confidare a Nicodemo che ormai ascolta in grande silenzio: <Dio ha tanto amato…>… l’amore apre!

Il tuo nome è Esortazione, alleluia!

II settimana di Pasqua

Due personaggi dominano la scena della Parola offerta quest’oggi. Continua il dialogo notturno con Nicodemo, ma viene evocato pure un discepolo che si rivela capace di entrare a piè pari nelle esigenze del Vangelo: <Giuseppe, soprannominato dagli a apostoli Barnaba, che significa “figlio dell’esortazione”> (At 4, 36). Questo discepolo era <padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli> (4, 37). La vita di quest’uomo è un’esortazione ed una consolazione viventi poiché rivela come si può entrare senza troppa fatica nella logica di una comunione che porta, in modo del tutto naturale, a mettere in comune i propri beni, le proprie energie, le proprie doti. Nella memoria della Chiesa l’apostolo Barnaba, cui verrà riservato sempre questo titolo speciale assieme al solo Paolo e a Mattia aggregato ufficialmente al gruppo di Dodici, conserva un carattere di esortazione unico. Sin dal suo primo apparire sulla scena e fino al suo ritirarsi discretamente davanti alla veemenza di Paolo, è una viva esortazione non solo a professare la fede in Cristo, ma ad assumere il suo stile fraterno e capace di cedere il passo purché il Vangelo sia predicato.

Potremmo così dire che Giuseppe-Barnaba non si accontenta di deporre ai piedi degli apostoli il ricavato dalla vendita del suo campo, ma con questo gesto dimostra di essere entrato pienamente nella via del Vangelo tralasciando di occuparsi di se stesso e mettendo la sua vita a servizio fino a sapersi rendere non solo utile, ma persino inutile. In quest’uomo divenuto credente e discepolo possiamo trovare una realizzazione esistenziale di ciò cui il Signore Gesù esorta il rabbì Nicodemo: <Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto> (Gv 3, 7). Il dialogo tra Gesù e Nicodemo continua, ma sembra arenarsi proprio davanti al mistero pasquale che esige una rinuncia totale a se stessi: <E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato, il Figlio dell’uomo>. Ma non basta, l’insegnamento e l’esortazione continuano: <perché chiunque creda in lui abbia la vita eterna> (3, 14-15).

Credere non può risolversi in una discussione accademica per quanto possa essere sincera, ma esige l’accettazione di essere a propria volta nelle mani degli altri e non perché costretti, bensì perché liberamente e consapevolmente consegnati. Così la comunità dei credenti testimonia non solo con la <grande forza> dell’annuncio, ma pure – e soprattutto – con la testimonianza di una vita completamente rigenerata dalla risurrezione del Signore che conferisce ai discepoli la semplicità e il coraggio di esporre la propria vita come il <vento> che <soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito> (3, 8). L’esempio di Nicodemo ci aiuta a non temere di interrogare e di scrutare. L’esempio luminoso di Giuseppe-Barnaba è una viva esortazione a non accontentarci della contemplazione o della glorificazione della croce, ma di trasformarla in vita.

Il tuo nome è Sì, alleluia!

Annunciazione del Signore

La devozione dei fedeli ha creato attorno al sublime momento in cui Maria di Nazareth diede il suo assenso all’incarnazione del Verbo una fioritura di immagine e di racconti. Tra questi possiamo annoverare il magnifico sermone di san Bernardo che supplica la Vergine di dire il suo “sì”, mentre tutta la creazione e la storia sono come sospesi al cenno delle sue labbra… al cenno del suo cuore. Lo stupore davanti al mistero dell’incarnazione è talmente grande che la devozione popolare immagina ci sia stato in <Gabriele mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret> (Lc 1, 26) – il suo nome significa “Dio è forte” – un attimo, impercettibile ma eterno, di esitazione nel momento in cui si <allontanò da lei> (1, 38). È l’esitazione degli angeli che ormai <desiderano fissare lo sguardo> (1Pt 1, 12), ammaliati dalla sorprendente capacità della nostra umanità di farsi luogo di <offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre> (Eb 10, 10). La liturgia bizantina così canta colma di stupore: <Una lingua sconosciuta udì la Madre di Dio: le parlava l’arcangelo, con le parole della buona novella. Ecco, si manifesta ora per noi la nostra riconciliazione: oltre ogni comprensione Dio si unisce agli uomini>. Con e come Maria, anche per noi non sarebbe possibile manifestare questo profondo assenso di tutta la nostra persona all’intervento della <grazia> che è <con te> (Lc 1, 28), se non fossimo capaci di accorgerci di qualcosa di più grande e di precedente al nostro assenso: l’<Eccomi> (Is 58, 9) di Dio. Egli si fa presente in modo talmente forte ed intimo alla nostra vita da assumere il tessuto della nostra stessa carne e del nostro stesso sangue, per divenire corpo della nostra anima e poter essere così anima del nostro corpo. Nel racconto evangelico tutto ciò sembra avvenire in un battito d’ali, quello che porta l’angelo da Maria e fa riportare dall’angelo il suo <Ecco> (Lc 1, 38) nel seno stesso della silenziosa deliberazione trinitaria circa la nostra salvezza. Potremmo chiederci quanto dura il battito d’ali di un angelo? Per rispondere dovremmo immaginare la durata infinita del primo battito del cuore di carne del Verbo eterno del Padre: quale silenzio per l’incontenibile gioia di quell’attimo che ha cambiato la nostra vita, facendo della nostra storia la lunga e dorata tessitura del suo <corpo> (Eb 10, 5) così profumato da farsi, per noi, mangiabile come pane. Una poesia di Emily Dickinson ci può aiutare a comprendere il mistero di questo battito così simile all’incantevole momento dello schiudersi di un fiore: <Fiorire – è il fine… non deludere la natura grande che l’attende proprio quel giorno: essere un fiore, è profonda responsabilità>. <Nazaret> (Lc 1, 26) proprio questo significa: <casa del fiore>, e ora tocca al nostro cuore schiudersi all’annuncio facendo delle nostre inferriate (Ct 2, 9) le porte regali attraverso cui il Verbo prenda dimora in noi come rugiada luminosa e feconda.

Il tuo nome è Vittoria, alleluia!

II Domenica di Pasqua

La parola dell’apostolo Giovanni dà un nome al Risorto che, con gioia, accogliamo in mezzo a noi raccolti, ancora una volta, attorno alla mensa della parola e del pane. Questo nome è “Vittoria” (1Gv 5, 4). Questo nome è indissolubilmente legato alla <nostra fede> nella <risurrezione del Signore Gesù> (At 4, 33). Nella Chiesa di tempi antichi e nelle giovani Chiese dei nostri giorni, in questa domenica dell’Ottava di Pasqua, i neofiti deponevano le vesti bianche – albe – con cui erano stati rivestiti durante la notte di Pasqua risalendo dal Battistero. Interiormente ciascuno di noi è chiamato a riappropriarsi di questo gesto: deporre la veste bianca dopo essersene rivestiti interiormente ed efficacemente. In tal modo ciascuno <vince> nel proprio cuore ogni tenebra e ogni passione disordinata per la vittoria pasquale di Cristo di cui siamo stati resi partecipi attraverso il nostro Battesimo. Ogni anno si fa compagno di questo gesto dei neofiti la figura dell’apostolo Tommaso che ci riporta alla consapevolezza che la vittoria di Cristo non si può attuare nella nostra vita senza che noi lo lasciamo vincere su ogni nostra resistenza a autoreferenzialità. Il Signore Gesù vince non confondendo ma guarendo. 

Il <dito> (Gv 20, 27) che Tommaso mette nel costato di Cristo Risorto – alla fine – non è più una verifica, ma è un’opportunità. Tutto ciò avviene per noi, perché il Signore possa – invisibilmente ma efficacemente – passare il suo dito sulle piaghe del nostro cuore per trasformarle in pieghe in cui si nasconde il profumo di un segreto inviolabile: <chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato> (1Gv 5, 1). In un suo Sermone, Agostino interpreta il mistero di questi <Otto giorni dopo> (Gv 20, 26) in relazione al tempo che la tradizione ebraica prevede per la circoncisione e dice rivolgendosi ai neofiti <piccolissimi nel Cristo> che <oggi viene portato a compimento in voi il sigillo della fede>. Come per il bambino è necessario che passino <otto giorni> (Gn 21, 4) prima che il coltello recida il prepuzio per farne un figlio dell’Alleanza, così pure per il gruppo degli apostoli si rende necessario un tempo adeguato perché tutti – e quindi tutto – si apra alla vittoria pasquale di Cristo Signore su ogni forma di incredulità e su ogni mancanza di fede.

Il Signore ci dà tempo e vince nella nostra vita accettando di ritornare ogni <otto giorni> per permetterci di crescere nella fede in lui e nella comunione tra di noi. Infatti, secondo la liturgia, il segno della vittoria pasquale di Cristo si manifesta al mondo attraverso il segno di una comunione crescente e concreta: <La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune> (At 4, 32). Ogni volta che partecipiamo all’Eucaristia nel Giorno del Signore si rinnova per noi la sfida della vittoria di Cristo che circoncide in noi ogni forma di egoismo e di ripiegamento. 

Ton nom est Victoire, alleluia !

II Dimanche de Pâques 

La parole de l’apôtre Jean donne un nom au Ressuscité  que nous accueillons avec joie au milieu de nous, réunis, encore une fois, autour du partage de la parole et du pain. Ce nom est ” Victoire ” ( 1 Jn 5,4 ). Ce nom est indissolublement lié à ” notre foi” en la ” résurrection du Seigneur Jésus ” ( Ac 4, 33 ). Dans l’Eglise des temps anciens et dans les jeunes Eglises de nos jours, en ce dimanche de l’Octave de Pâques, les néophytes déposaient les vêtements blancs – des aubes  – qu’ils avaient revêtues durant la nuit de Pâques en remontant du Baptistère. Intérieurement, chacun de nous est appelé à se réapproprier ce geste : déposer le vêtement blanc après s’en être revêtu intérieurement et efficacement. De cette façon, chacun ” est vainqueur” dans son coeur de chaque ténèbres et de chaque passion désordonnée par la victoire pascale du Christ à laquelle nous avons participé par notre Baptême. Chaque année, l’image de l’apôtre Thomas est liée à ce geste des néophytes, car elle nous fait prendre conscience que la victoire du Christ ne peut pas s’actualiser dans notre vie sans que nous le laissions vaincre chaque résistance par l’autoréférence. Le Seigneur Jésus est vainqueur, non en troublant, mais en guérissant.

Le ” doigt ” ( Jn 20, 27 ) que Thomas met dans la côte du Christ Ressuscité – à la fin – n’est plus une vérification, mais une opportunité. Tout cela arrive pour nous, pour que le Seigneur puisse – invisiblement, mais efficacement – passer son doigt sur les plaies de notre coeur pour les transformer en plis où se cache le parfum d’un secret inviolable ” quiconque aime celui qui l’a généré, aime aussi celui qui a été généré par lui ” ( 1 Jn 5, 1 ). Dans l’un de ses Sermons, Augustin interprète le mystère de ces ” Huit jours après ” ( Jn 20, 26 ) en relation avec le temps que la tradition hébraïque prévoit pour la circoncision et dit en s’adressant aux néophytes ” vous les tout-petits en Christ ” qui ” aujourd’hui portez en vous l’accomplissement du sceau de la foi “. Tout comme pour l’enfant, il est nécessaire que se passent ” huit jours ” ( Jn 21, 4 ), avant que le couteau n’enlève le prépuce, pour qu’il devienne un fils de l’Alliance, de même, un temps adéquat est nécessaire pour le groupe des apôtres afin que tous – et donc tout – s’ouvre à la victoire pascale du Christ Seigneur  toute forme d’incrédulité et tout manquement de foi.

Le Seigneur nous donne du temps et est vainqueur dans notre vie en acceptant de revenir chaque ” huit jours” pour nous permettre de croître dans la foi en lui et dans la communion entre nous. En fait, selon la liturgie, le signe de la victoire pascale du Christ se manifeste au monde par le signe d’une communion croissante et concrète : ” la multitude de ceux qui étaient devenus croyants avait un seul coeur et une seule âme et personne ne se considérait comme propriétaire de ce qui leur appartenait, mais tout était commun entre eux ” ( Ac 4, 32 ). Chaque fois que nous participons à l’Eucharistie le Jour du Seigneur, le défi de la victoire du Christ se renouvelle pour nous en circoncisant en nous toute forme d’égoïsme et de repliement.

Il tuo nome è Mattino, alleluia!

Sabato di Pasqua

Portiamo quasi a compimento i giorni di questa ottava di Pasqua in cui siamo stati accompagnati dalla lettura delle apparizioni del Risorto e, prima di ritrovarci nella liturgia di domani in compagnia dell’apostolo Tommaso, ci ritroviamo <al mattino, il primo giorno dopo il sabato>, quando <Gesù apparve prima a Maria di Magdala> (Mc 16, 9). Solo <Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore> (16, 14). La pericope è tratta dal primo, tra i quattro vangeli, ad essere stato messo per iscritto e che, ormai, gli esegeti contemporanei ritengono concordemente un’aggiunta posteriore al testo primitivo1. In questo versetto abbiamo una nota importante: il rimprovero di Gesù ai suoi discepoli per la loro <durezza di cuore> e per non aver creduto a quanti <lo avevano visto risorto>. Alla vigilia della contemplazione del dito di Tommaso che si affonda nel costato di Cristo Risorto, sembra che il dito sia messo direttamente nella piaga della nostra durezza di cuore o, come direbbero i Padri della tradizione greca, della sclerocardia. Se questa è la diagnosi – appunto la durezza del cuore – allora potremmo dire che l’invito è quello di aprirci al mistero della risurrezione come tentativo di cura, perché il nostro cuore, piuttosto che indurirsi, possa addolcirsi.

Il testo della prima lettura ci aiuta a cogliere nel, cuore dei discepoli, come, la risurrezione accolta con una certa fatica, abbia comunque permesso agli apostoli di fare un cammino interiore che ha saputo trasformare la loro incredulità in fede autentica tanto che <li riconoscevano come quelli che erano stati con Gesù> (At 4, 13). La durezza di cuore rimproverata da Gesù ai suoi Undici discepoli, che portano chiara la ferita nel numero zoppicante dovuta al tradimento di uno dei Dodici, è l’incredulità che, gradualmente, si apre ad una fede che si fa testimonianza, una testimonianza capace di opporsi a tutto ciò che rischia di spegnere la speranza fino a protestare, mettendo a rischio la propria vita: <Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato> (At 4, 20).

Il credere o non credere è il dramma di tutti perché, ben aldilà dei dogmi e dei riti, significa accogliere o non accogliere il dono e la grave responsabilità di essere dei viventi che non viaggiano da soli, ma in carovana, e non fanno ascensioni in solitaria, bensì in cordata. Il ritmo del testo di Marco sembra contestualizzare il mistero della risurrezione in una sorta di cerchio che si allarga continuamente: Maria prima, e <due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna>, dopo. Infine il Risorto appare agli Undici e chiede loro di aprire il cuore ad una condivisione assoluta: <Andate in tutto il mondo e proclamante il Vangelo a ogni creatura> (Mc 16, 15). Potremmo dire che ogni mattino può diventare l’aurora del giorno di Pasqua, giorno in cui riceviamo e condividiamo il dono di un cuore nuovo che intona, ad ogni alba, il canto nuovo della speranza e della gioia.


1. Cfr B. STANDAERT, Marco. Vangelo di una notte, vangelo per la vita, Dehoniane, Bologna 2011, p. 895.