Il tuo nome è Appena, alleluia!

Venerdì di Pasqua

L’amore si gioca non solo attraverso contenuti di parole e di gesti, ma, per sua natura, ha anche un ritmo che gli è proprio il quale, talora, impone una tempistica inimmaginata: <Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito e si gettò in mare> (Gv 21, 7). Pietro Crisologo si lancia in uno stupendo commento di questo attimo infuocato in cui Simon Pietro sembra ritrovare l’amore perduto, lanciandosi verso il suo Signore. A noi che abbiamo condiviso l’amarezza del suo tradimento e ci siamo uniti alle sue lacrime di pentimento, questo tuffo sembra quasi un modo per evitare di essere di nuovo superato dal discepolo amato, la cui intuizione su Gesù rimane incandescente ed unica. Così commenta il Vescovo di Ravenna: <Il discepolo che Gesù amava dice a Pietro: “E’ il Signore!” Chi ama vede per primo; l’amore ha su ogni cosa uno sguardo più acuto; chi ama sente sempre con più immediatezza. Quale difficoltà rende lo spirito di Pietro così lento e gli impedisce di riconoscere Gesù per primo, come aveva già fatto? Dov’è quella particolare testimonianza che gli aveva fatto esclamare: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16)? Dov’è? Pietro era entrato da Caifa, il gran sacerdote, dove aveva ascoltato senza problema il bisbigliare di una serva, ma tarda a riconoscere il suo Signore. “Appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato” Che strano, fratelli! Pietro sale senza vesti sulla barca e si getta vestito nel mare! Il colpevole si vela sempre per nascondersi. Così, come Adamo, oggi Pietro desidera nascondere la sua nudità dopo la colpa; entrambi, prima di peccare, erano vestiti di una nudità santa. “Si cinse ai fianchi il camiciotto e si gettò in mare”. Sperava che il mare avrebbe lavato la sua veste resa sporca dal tradimento. Si è gettato in mare poiché voleva tornare ad essere il primo, lui a cui erano state affidate le più grandi responsabilità (Mt 16,18ss). Si è cinto del camiciotto, poiché doveva cingersi del combattimento del martire, secondo le parole del Signore: “Un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18). Gli altri vengono con la barca, trascinando la rete piena di pesci. Con molta fatica portano la Chiesa esposta ai venti del mondo. È lei che questi uomini portano nella rete del Vangelo verso la luce del cielo e che strappano all’abisso per condurla al Signore>1.

Quando, con un coraggio così inaudito, da essere assolutamente imprevedibile, in un uomo tremante di paura alle parole di una serva, Pietro nella forza del dono dello Spirito appena ricevuto proclama che Gesù <è la pietra che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo>, parla di ciò che ha sperimentato in prima persona. Se professa con forza ammirabile che <In nessun altro c’è salvezza> (At 4, 11-12) è perché, in prima persona, ha fatto l’esperienza di essere talmente salvato e guarito da gettarsi in <mare> sapendo di essere ormai più un pesce da pescare che un pescatore. 


1. PIER CRISOLOGO, Discorsi, 78.

Il tuo nome è Narrazione, alleluia!

Giovedì di Pasqua

La strada che, così tristemente, da Gerusalemme portava ad Emmaus inverte il suo corso e riporta i discepoli – gioiosamente – dalla casa al Cenacolo, accomunati ormai dal medesimo gesto che si fa segno: la frazione del pane. Luca annota con una certa allegrezza come i due discepoli a cui, per primi, il Signore Risorto si manifesta, <narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane> (Lc 24, 35). Secondo il vangelo di Luca assistiamo qui alla seconda testimonianza della risurrezione. La prima era stata quella delle donne, che, in realtà, non avevano incontrato il Risorto, ma avevano fatto, a loro volta, la narrazione di ciò che era avvenuto al sepolcro, come dell’annuncio ricevuto da <due uomini>. Ora sono due discepoli a fare la narrazione del loro incontro con il Maestro e di come lo <avevano riconosciuto nello spezzare il pane>. Non passerà molto tempo e sarà lo stesso Signore a presentarsi nel Cenacolo, ancora sbarrato dalla paura, e a porre la domanda: <Avete qui qualche cosa da mangiare?> (24, 41).

A partire da questi testi potremmo ardire di pensare che, la nostra avventura discepolare di testimoni del Risorto, passa proprio attraverso la nostra capacità o meno di rispondere a questa domanda del Risorto stesso: saremo noi capaci di nutrire Colui che per noi ha dato la sua vita? Ciò che sembra portare a compimento e a pienezza il mistero della risurrezione è proprio il gesto di cui i discepoli si rivelano capaci alla fine: <Gli offrirono una porzione di pesce arrostito> e <egli lo prese e lo mangiò davanti a loro> (24, 42). Ora tocca a noi! Come discepoli siamo chiamati a rendere possibile attraverso il tempo intermedio tra la risurrezione di Cristo ed il suo ritorno nella gloria, che ogni bisogno venga sfamato. Il Signore ci ha mostrato la via mettendosi in cammino sulla strada che porta ad Emmaus e rivelandosi capace di cambiare la tristezza in gioia. Ben prima di spezzare quel pane che lo rende riconoscibile, il Cristo ha spezzato per noi il pane di se stesso di cui ci parlerà a lungo – come avviene ogni anno – durante il tempo pasquale, quando rileggiamo – parola per parola – il capitolo sesto del Vangelo di Giovanni.

Come i due discepoli <narravano>, tanto da creare le condizioni necessarie perché il Risorto potesse rendersi presente in mezzo ai discepoli, così Pietro e Giovanni continuano a raccontare la potenza e la bellezza della risurrezione al <portico detto di Salomone> (At 3, 11). Nessuna narrazione è possibile senza che vi sia una storia, un’esperienza, un vissuto condiviso che diventa la base di nuovi sviluppi, di nuove esperienze e di più profonde e circostanziate condivisioni che permettono di far crescere il <vigore> (3, 26) del corpo e, soprattutto, dell’anima. È come se ogni giorno fosse, anche per noi, un’occasione rinnovata per dare consistenza al nostro essere <testimoni> (Lc 24, 48), soprattutto perché tutto ciò che abbiamo sperimentato come grazia e come gioia sia un dono che non rimane chiuso nel pugno del nostro egoismo, ma è ridonato a tutti con grande generosità.

Il tuo nome è Giorno, alleluia!

Mercoledì di Pasqua

L’evangelista Luca, nella prima lettura, ci parla di uno storpio che <ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta Bella> (At 3, 2). Lo stesso Luca ci racconta – solo lui – che <in quello stesso giorno> due discepoli <erano in cammino> (Lc 24, 13). Per Luca è questa la prima apparizione del Signore Gesù. Se facessimo un paragone con il quarto Vangelo, potremmo dire che questo camminare di Gesù in incognito, accanto a due suoi discepoli che ormai non si ritengono più tali e stanno ritornando alla vita di sempre, è analogo a quanto abbiamo contemplato ieri nel giardino con l’incontro tra il Risorto e Maria di Magdala. Ieri è bastata la ripetizione densa e amorosa del nome: <Maria>! Oggi vediamo che è necessario un po’ più di tempo e di calma per riattizzare il fuoco della discepolanza che sembra ormai totalmente spento nel cuore dei discepoli: <Si fermarono col volto triste…> (24, 17).

Il Signore Risorto non si lascia prendere nel vortice della tristezza, ma con calma e decisione riporta questi due discepoli smarriti alle ragioni del cuore che sembrano ormai inesorabilmente naufragate. Come spiega Michel de Certeau questo cammino avviene <lo stesso giorno>. Non è altri che <il giorno del Signore, giorno della fine e dell’inizio, giorno della risurrezione. Non si tratta di uno dei momenti della vita di Gesù evocati con la formula “in quei giorni”, ma si tratta di questo giorno unico cui tutti gli avvenimenti si riferiscono. Per questo ciò che avvenne in quel giorno è assolutamente vero per ogni giorno e si rinnova oggi>1. Pertanto, se questo è il messaggio di risurrezione che ci viene ridonato ancora una volta, vi è pure l’invito a non lasciare che la potenza della risurrezione passi invano accanto alla nostra vita.

Il Signore Risorto certo si accosta ai due discepoli tristi, intavola con loro un dialogo e permette loro di sfogare tutta la loro tristezza… eppure attende un invito che venga da parte loro: <Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto> (Lc 24, 29). Il testo evangelico continua così: <Egli entrò per rimanere con loro> ed è questo che cambia tutto. È questo entrare e rimanere di Cristo Signore che permette alla morte, da cui i discepoli sembrano essere terribilmente tramortiti, di trasformarsi in porta… anzi in <porta del tempio detta Bella> (At 3, 2). La vera porta è ormai il corpo stesso del Signore Gesù che, ancora una volta, dice tutta la sua realtà nel gesto inconfondibile e ardente di un pane spezzato e condiviso. È così che il tramonto si trasforma in alba e, quella morte che sembrava aver messo una pietra inamovibile sulla vita, si trasforma nel parto di un nuovo inizio. Anche per noi ogni giorno potrebbe diventare il grande giorno nella misura in cui non sottovaluteremo mai ciò che sentiamo ardere nel nostro cuore. E questo soprattutto quando la nostra mente continua a cercare di convincersi che ormai tutto è spento… che tutto è inesorabilmente finito.


1. M. de CERTEAU. Les pèlerins d’Emmaus, Christus, 13 (1957) p. 56.

Il tuo nome è Perdono, alleluia!

Martedì di Pasqua

Il legame tra le due letture di questo giorno di letizia pasquale è sottile ed intenso. Pietro, al mattino di Pentecoste, annuncia per tutti il dono del <perdono dei vostri peccati>, un annuncio che sembra fare tutt’uno con quello <dello Spirito Santo> (At 2, 38). Alla luce di questo, possiamo rileggere il ritrovamento amoroso tra il Signore Risorto e Maria di Magdala come un’esperienza di perdono che si fa modello di come il perdono può toccare e far rinascere la nostra stessa vita di credenti. Il primo passo sembra essere quello di passare dall’<esterno, vicino al sepolcro> (Gv 20, 11) sempre più vicini al proprio cuore e alla propria interiorità. È all’altezza del cuore che gli occhi possono vedere, e lo fanno attraverso la percezione di una voce che permette di risituare ogni cosa e ricomprenderla profondamente. Finché Maria si guarda attorno e continua ad interrogare, in realtà non vede nulla se non ciò che pensa di dover vedere tanto da non riconoscere Gesù e scambiarlo per il giardiniere. Solo quando la presenza si fa parola e appello personale: <Maria!> (20, 16) allora tutto può finalmente cambiare e la corsa della vita e della speranza può riprendere.

Possiamo ben immaginare che, per Maria – il mattino di Pasqua – sentire pronunciare il suo nome nell’inconfondibile modo del Maestro, abbia avuto lo stesso effetto, persino più profondo, di ciò che avverrà al mattino di Pentecoste, davanti al Cenacolo, per la folla raccolta dal rombo dello Spirito Santo: <si sentirono trafiggere il cuore> (At 2, 37). Maria si sentì trafiggere il cuore con la spada della gioia che, talora, è ancora più tagliente di quella del dolore. Questo perché la gioia ci richiede di rimettere in moto la vita e di uscire dalle calde lane della rassegnazione: <ma va’ dai miei fratelli…andò ad annunciare…> (Gv 20, 17-18). Un Anonimo monaco si fa eco della lunga tradizione di meditazione di questo testo così ricco: <Angeli santi, eppure voi sapete bene chi ella piange e chi cerca. Perché rendere ancor più amare le sue lacrime rinnovando il ricordo di lui? Ma Maria può dar libero corso al suo dolore e al suo pianto, poiché le  si avvicina  la gioia di una consolazione insperata. “Si volge e vede Gesù in piedi, ma non lo riconosce”. Scena piena di dolcezza e bontà, dove colui che è desiderato e cercato si mostra e pure si nasconde. Si nasconde per essere cercato con più ardore, trovato con più gioia, trattenuto con più tenerezza, fino ad essere introdotto, per restarvi, nella dimora dell’amore (cfr Ct 3,4)>1.

Per arrivare pienamente a questo perdono Maria deve come attraversare delle soglie, delle tappe di purificazione: da fuori a dentro, dagli occhi all’udito, dal pensare di poter fare qualcosa per l’altro al riconoscere di avere bisogno di essere risollevati dalla tristezza e dalla morte. Fino a quando si piange e si ripiange, tanto da sentire l’assenza del cadavere una sventura ancora più grande della stessa morte, non potremo assumere occhi per la vita. Maria cercava di consolarsi con una cosa – la cura del cadavere dell’amato Maestro – e invece ritrova proprio Lui. In questo incontro si consuma l’atto più nuziale: il perdono per tutto ciò che in noi e attorno a noi dubita della vita.


1. Omelia monastica di un Anonimo del 13° secolo.

Il tuo nome è Là, alleluia!

Lunedì dell’Angelo

L’Orazione dopo la Comunione traccia il compito di questo tempo pasquale: <Diffondi nei nostri cuori, Signore, la grazia dei sacramenti pasquali, e poiché ci hai guidati nella via della salvezza, fa’ che rispondiamo pienamente al tuo dono>. Il giorno dopo Pasqua sembra, in realtà fare tutt’uno con lo stesso primo giorno della settimana. Si inaugura così una tensione difficile a tenere per cinquanta giorni, ma che pure è consegnata a ciascuno di noi come compito. Del resto, il <dono> è talmente grande ed è così profondo che abbiamo bisogno di molto tempo – di tutto il tempo – per riuscire a percepirne, fino in fondo, tutta la ricchezza e poterne, così, goderne pienamente. Potremmo dire che, all’indomani della Pasqua, la storia è segnata da questo rimettersi in moto che coincide col nostro lento e deciso cammino verso l’esperienza della Parusia, realtà che non solo attendiamo, ma che siamo chiamati anche a preparare anticipandola nell’amore. Così esordisce il Vangelo: <Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli> (Mt 28, 8).

È un’immagine che commuove quella delle donne che abbandonano, a velocità di cuore esultante, il sepolcro vuoto per raccontare quello che era successo. Il brano riportato da Matteo è dinamico, esprime cioè un’esultanza che si fa movimento. È pianto di liberazione che diviene abbraccio perché ci si ritrova nella dolcezza dell’Emmanuele, il Dio con noi, o meglio, il Dio di nuovo con noi! Corrono le donne. Si affrettano per raggiungere gli altri discepoli e spezzare la loro rassegnazione. Dietro a loro anche noi possiamo essere testimoni, non solo della vita e della crocifissione di Gesù, ma anche della sua Risurrezione. Il loro cuore, attraversato da gioia e paura, aveva intuito che era avvenuto qualcosa di meraviglioso: di fronte al sepolcro senza più il corpo di Gesù, ormai si respirava la vita trionfante sulla morte. Colui che era morto era tornato in vita. La promessa, quella che le donne e i discepoli avevano rimuginato quasi ossessivamente nelle ore delle tenebre, ancora più fitte di quelle della morte, si era forse compiuta. Il forse si fa certezza perché <Gesù venne loro incontro> (28, 9). La certezza della risurrezione diventa così la più grande responsabilità che può gravare sulle nostre spalle di umani perché non possiamo più credere che la morte sia l’ultima parola che come una pietra ci sovrasta fino a uccidere le nostre speranze.

Il primo segno di quanto la risurrezione non abbia niente in comune con la morte, è il fatto che invece di essere una semplice consolazione diventa subito una vera missione: <andate ad annunciare ai mie fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno> (28, 10). La vita non è nel “qui” delle nostre piccole o grandi tombe quotidiane, ma è sempre <là>: è nella forma del futuro. Così, la parola della Scrittura citata da Pietro per confermare la risurrezione di Cristo, diventa una parola che è posta pure sulla nostra vita e sulla vita di tutti… persino di tutto: <Tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione> (At 2, 27). Il Vangelo, se ci rallegra con la memoria di un amore così fresco da essere ardente come per le donne, ci mette pura in guardia dal rischio di cedere alla corruzione di non voler assumere la <preoccupazione> (Mt 28, 14) di fare, di questo annuncio, il centro della vita e della storia, il punto di lancio che ci sospinge sempre più in là.