Salvezza

VIII settimana T.O.

Ciò che il Signore Gesù chiede ai suoi discepoli non è una pratica del distacco perseguita come fosse una pratica da fachiri. Ciò che viene proposto e richiesto è la capacità quotidiana di saper scegliere ciò che ci rende più agevole e autentico il cammino di quella <salvezza> (1Pt 1, 10) di cui ci parla l’apostolo Pietro in apertura della prima lettura. L’apostolo ci ricorda che <sulla salvezza indagarono e scrutarono i profeti, che preannunciavano la grazia a voi destinata>. È lo stesso Pietro a concludere la sua riflessione, ponendo questo cammino in un contesto la cui ampiezza e profondità sono magnificamente unici: <come il Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta> (1, 15). A fondamento di questo cammino che coincide con l’interezza e la totalità della vita, viene posto, come fondamento, l’antico appello rivolto al popolo di Dio, il quale si invera in ogni situazione di vita che si voglia aperta ad una reale esperienza di grazia e di salvezza: <Poiché sta scritto: “Sarete santi, perché io sono santo”> (1, 16). 

Possiamo solo immaginare e, al contempo, non possiamo sottovalutare quale lungo cammino di comprensione e di accettazione sia avvenuto nel cuore dell’apostolo che si fa portavoce dei sentimenti e dell’imbarazzo di tutti: <Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito> (Mc 10, 28). Come al solito Pietro reagisce in modo diretto e quasi istintivo non solo per dichiarare il suo pensiero, cercando di farsi interprete di quello degli altri, ma anche per placare la sua angoscia davanti a quelle realtà che non solo non capisce, ma che non vuole capire per paura di soffrire. Il lungo cammino di Pietro è il lungo cammino che spetta a ciascuno di noi che abbiamo l’impressione di aver <lasciato tutto>, persino la certezza di averlo <seguito>, senza talora renderci ben conto di quanto e di come, ciò che abbiamo lasciato, è di gran lunga minore di ciò che abbiamo trovato e di ciò che abbiamo ricevuto in <case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi insieme a persecuzioni> (10, 30).

Sicuramente ciò che ha impressionato Pietro e impressiona anche noi è la presenza di queste <persecuzioni> che sono il necessario sigillo che autentica la verità del nostro aver fatto delle scelte <per causa del Vangelo> (10, 29). Ogni volta che il Vangelo diventa l’ispirazione dominante della nostra vita, questo mette in crisi i sistemi cui siamo abituati non solo a livello personale, ma pure in relazione al mondo che ci circonda e in cui siamo chiamati a giocarci quotidianamente. Ciò che ci permette di comprendere il pensiero del Signore, è l’ultima parola del Vangelo di quest’oggi: <Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi> (10, 31). In questo mistero di capovolgimento di logiche persino <gli angeli desiderano fissare lo sguardo> (1Pt 1, 12) perché esso è il fondamento dell’esperienza della salvezza che ci libera da ogni ansia di prestazione e da ogni attesa di riconoscimento esterno. Ciò che ci grazia e ci salva non è il distacco per il distacco, non è la rinuncia per la rinuncia, ma quell’amore per il Signore Gesù e il suo Vangelo che ci rende sempre più liberi e sempre più appassionati e fedeli nel donarci.


Debole

VIII settimana T.O.

Lasciamoci guidare dalla penna e dal cuore di Giovanni Crisostomo nell’accostare il Vangelo di quest’oggi che, in realtà, permette di assumere una parte di noi stessi. Il Patriarca di Costantinopoli, facendo riferimento alla versione matteana di questo passo evangelico che leggiamo nella versione di Marco, si sofferma, con una certa tenerezza, sui sentimenti di questo giovane in cui si rispecchia una parte di noi: <Questo giovane non aveva dimostrato una premura mediocre; egli era come un innamorato. Mentre gli altri si avvicinavano a Gesù per metterlo alla prova o per parlargli delle loro malattie, di quelle dei parenti o di altri ancora, lui invece si avvicina per intrattenersi con lui sulla vita eterna. Il terreno era fertile, ma era pieno di rovi pronti a soffocare il seme (Mt 13,7). Considera quanto egli sia ben disposto ad obbedire ai comandamenti. Nessun fariseo aveva mai manifestato tali sentimenti; erano piuttosto furiosi di essere stati ridotti al silenzio. Il nostro giovane, invece, ripartì con gli occhi bassi per la tristezza, segno non trascurabile del fatto che non era venuto con cattive disposizioni. Era soltanto troppo debole>1.

Soltanto troppo debole dice Crisostomo! E noi, di noi stessi, forse potremmo dire la stessa cosa: spesso siamo così deboli da lasciare che il meglio di noi stessi venga soffocato da ciò che, sempre dentro di noi, non riesce ad aprirsi fino a lasciarsi profondamente e realmente trasformare da ciò che può dare alla nostra vita non solo un nuovo corso, ma un sapore completamente nuovo. Marco inserisce nella narrazione un particolare la cui straordinaria bellezza ferisce: <Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò…> (Mc 10, 21) e solo dopo parlò, facendo cadere il seme del sua parola – preceduto dal seme del suo amore – su un terreno  che si sentiva così inadeguato da tirarsi indietro. La conclusione è toccante: <si fece scuro in volto e se ne andò rattristato> (10, 22). La tristezza invade il cuore di questo tale che si accosta a Gesù con sentimenti profondi, ma senza  riuscire a chiedere – proprio a Colui che lo chiama a seguirlo – non come ci si arruola, ma come ci si innamora, dandogli così l’opportunità di  poterlo aiutare  a crescere in amore.

Proprio l’apostolo Pietro avrebbe potuto dare una mano a quel tale, lui che aiuta noi a non temere di lasciarci trafiggere dallo sguardo amoroso del Signore Gesù che, se mette a nudo la nostra debolezza, ci rivela una forza che non viene da noi e che pure agisce dentro di noi e con noi: <Impossibile agli uomini, ma non a Dio!> (10, 27). Nella prima lettura ci viene svelato il segreto più fondamentale di ciò che rende tutto possibile: <Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui> (1Pt 1, 8). Credere in Gesù significa accettare che il suo amore ci riveli, oltre ogni aspettativa ed immaginazione, quanto lui creda in noi fino a rendere possibile, nelle nostre vite, l’impossibile alle nostre vite. 


1. GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie su Matteo, 63.

Armonia perfetta della differenza 

Santissima Trinità

Celebriamo oggi la solennità della santissima Trinità. La Chiesa ci invita a porre lo sguardo del nostro cuore sul mistero della stessa vita di Dio: Trino e Uno. Non è una questione di numeri, bensì una questione di relazione. Per entrare in questo mistero la Liturgia ci pone di fronte al Signore Gesù che dice ai suoi: <Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo> (Mt 28, 20). Gesù ci rivela l’essenza del mistero di Dio con questa nota di presenza e di compagnia. Per comprendere appieno questa parola del Signore Gesù dobbiamo riandare proprio all’inizio del Vangelo secondo Matteo in cui appunto l’angelo incoraggia Giuseppe ad accogliere Maria e il figlio che porta nel grembo, e gli dice di chiamarlo Gesù /Salvezza. L’evangelista fa esplicito riferimento alla profezia di Isaia che dice: <sarà chiamato Emmanuele> (Is 7, 14). La salvezza non è altro che l’esperienza di un Dio che prima di essere per noi è capace di stare <con noi>. In un altro testo, lo stesso profeta riprende questo nome dicendo: <Le sue ali distese copriranno tutta l’estensione del tuo paese, Emmanuele> (Is 8, 8). Questa è l’esperienza fondamentale di Israele nel deserto: Dio ha camminato con il suo popolo, gli è stato vicino, e dinanzi a questo mistero di compagnia lo stupore è incontenibile: <vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa?> (Dt 4, 32). La salvezza manifestatasi in Gesù è andata ancora oltre: non solo Dio cammina con il suo popolo, ma <lo Spirito stesso insieme al nostro spirito attesta che siamo figli di Dio> (Rm 8, 16). Così viene sottolineata una parentela – una sorta di consanguineità che si nutre continuamente nell’Eucaristia – che è parentela con Dio stesso. Siamo stati creati a sua immagine e tutta la nostra vita tende, nel desiderio e nell’amore, a ritrovare la sua somiglianza. Lasciandoci con questa sua ultima promessa, il Signore Gesù non vuole semplicemente rassicurare a livello emotivo, ma pure liberare dal grande dubbio che sempre attanaglia la nostra vita di credenti: <essi però dubitavano> (Mt 28, 17). Il dubbio più grande che ci assale nei confronti di Dio è proprio sul fatto che lui sia o meno accanto a noi. Spesso se lo chiede Israele: <Il Signore è in mezzo a noi sì o no?> (Es 17, 7). Il Signore Risorto con la sua parola, con il suo comando di battezzare <nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo> (Mt 28, 19) vuole sradicare il dubbio dal nostro cuore. Infatti, Dio è con noi perché egli stesso è un Dio-con, un Dio che vive essenzialmente nella comunione e nello scambio eterno tra le Persone Divine. L’unità in Dio non è altro che l’armonia perfetta della differenza che – sola – permette la circolazione dell’Amore. Se questo è il volto – più vivo e più vero del nostro Dio – la nostra umanità non potrà che cercare di rifletterne, sempre di più, la luce serena e la gioia imperitura. La relazione che fonda la vita di Dio può dare fondamento ad ogni nostra relazione perché ne sia un debole, ma bellissimo riflesso.

Harmonie parfaite de la différence

La Sainte Trinité 

Nous célébrons aujourd’hui la solennité de la Sainte Trinité. L’Eglise nous invite à porter le regard de notre coeur sur le mystère de la vie même de Dieu : Trinitaire et Un. Ce n’est pas une question de nombre, mais bien une question de relation. Pour entrer dans ce mystère, la Liturgie nous met face au Seigneur Jésus qui dit aux siens : ” Et voici que je suis avec vous tous les jours, jusqu’à la fin du monde ” ( Mt 28, 20 ). Jésus se révèle comme l’essence du mystère de Dieu par cette affirmation de présence et de compagnie. Pour comprendre pleinement ces paroles du Seigneur Jésus nous devons retourner au début de l’Evangile selon St Mathieu où justement l’ange encourage Joseph à accueillir Marie et le fils qu’elle porte en son sein, et lui dit de l’appeler Jésus/Sauveur. L’évangéliste fait explicitement référence à la prophétie d’Isaïe qui dit : ” il sera appelé Emmanuel ” ( Is 7, 14 ). Le salut n’est rien d’autre que l’expérience d’un Dieu qui, avant d’être pour nous, est capable d’être ” avec nous “. Dans un autre texte, le même prophète reprend ce nom en disant : ” Ses ailes déployées couvriront les extrémités de ton pays, Emmanuel” ( Is 8,8 ). Ceci est l’expérience fondamentale d’Israël dans le désert : Dieu a cheminé avec son peuple, est resté proche, près de lui et face à ce mystère de proximité, l’étonnement est irrésistible : ” y a – t -il chose plus grande que celle-ci et a-t-on jamais entendu quelque chose de semblable à cela ? ” ( Dt 4, 32 ). Le salut manifesté en Jésus est allé encore plus loin : non seulement Dieu chemine avec son peuple, mais ” l’Esprit même avec notre esprit atteste que nous sommes fils de Dieu ” ( Rm 8, 16 ). Ainsi est soulignée une parenté – une sorte de consanguinité qui se nourrit continuellement dans l’Eucharistie –  une parenté avec Dieu lui-même. Nous avons été créés à son image et toute notre vie tend, dans le désir et l’amour, à retrouver sa ressemblance. En nous laissant avec cette dernière promesse, le Seigneur Jésus ne veut pas simplement nous rassurer du point de vue émotif, mais aussi nous libérer du grand doute qui tenaille toujours notre vie de croyants : ” toutefois, ils doutaient ” ( Mt 28, 17 ). Le plus grand doute qui nous habite face à Dieu est justement celui de savoir s’il est plus ou moins proche de nous. Israël se le demande souvent : ” Le Seigneur est-il au milieu de nous oui ou non ? ” ( Is 17, 7 ). Le Seigneur Ressuscité, par sa parole, par son commandement de baptiser ” au nom du Père et du Fils et du Saint Esprit ” ( Mt 28, 19 ), veut éradiquer le doute de notre coeur. En effet, Dieu est avec nous car lui-même est un Dieu-avec, un Dieu qui vit essentiellement dans la communion et l’échange éternel entre les Personnes Divines. L’unité en Dieu n’est rien d’autre que l’harmonie parfaite de la différence qui – seule – permet la circulation de l’Amour. Si cela est le visage – le plus vivant et le plus vrai de notre Dieu – notre humanité ne pourra que chercher de refléter, toujours davantage, la lumière sereine et la joie impérissable. La relation qui fonde la vie de Dieu peut être le fondement de chaque relation pour qu’elle  en soit un faible, mais très beau reflet.

Ricondurre

VII settimana T.O.

Il gesto tenerissimo con cui il Signore Gesù prende <fra le braccia> (Mc 10, 16) i bambini è ben più che un atto di tenerezza. Questo diventa un luogo teologico di rivelazione di quello che è il cuore del vangelo, tanto da diventare l’occasione di una tra le più solenni dichiarazioni che segnano il passo della discepolanza: <chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso> (10, 15). Dichiarazione altrettanto solenne di quella appena enunciata, in risposta ai farisei a riguardo del matrimonio. Quella sulla centralità dei più piccoli nella comunità è una dichiarazione forse ancora più solenne perché rivolta ai discepoli e intenzionata a correggere un loro modo di trattare i più piccoli e suscita in Gesù un sentimento forte: <s’indignò> (10, 14). Un testo risalente ai primi tempi della Chiesa può aiutarci ad assumere l’atteggiamento giusto – così come ci viene richiesto dal Vangelo – ed esige una profonda conversione del cuore, della mente e del gesto: <Voi tutti che perseverate in questa via e sarete “come dei bambini” senza malizia, sarete glorificati più degli altri, poiché tutti i bambini sono gloriosi davanti a Dio e sono i primi per lui. Quindi beati voi che respingete la malizia per rivestirvi dell’innocenza; per primi, vivrete per Dio>1

L’innocenza che, in modo del tutto naturale, si applica al bambino non è l’indefettibilità – anche i bambini hanno i loro difetti e persino alcuni vizi o radici di essi – ma è l’immediatezza di cui ci parla, in modo emblematico, la nota fiaba del “re nudo”. Un bambino si esprime senza reticenze e senza ipocrisia e, laddove gli adulti, anche se giustamente, dissimulano, i bambini, al contrario, verbalizzano, fino ad essere in grado di mettere in imbarazzo gli adulti. In questo senso agire come dei bambini secondo la logica del vangelo, significa agire gli uni verso gli altri come fanno i bambini nei loro giochi: <se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati> (Gc 5, 19).

Così siamo chiamati ad essere, gli uni per gli altri, una continua e rinnovata occasione di ritorno ad una semplicità radicale che non ha nulla a che vedere con l’innocenza beota, ma che si identifica con quella parresia evangelica capace di andare oltre ogni tentazione di ipocrisia. I bambini, a ben guardare, sono scomodi. Lo sono per le loro necessità e i bisogni da intuire e colmare continuamente, e lo sono – forse ancora di più – per quell’immediatezza che li rende capaci di quella verità di cui, noi adulti, siamo spesso timorosi. In questo contesto di semplicità ritrovata, l’esortazione dell’apostolo assume tutto il suo peso di bellezza e di esigenza: <Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri per essere guariti> (5, 16). Il primo peccato di cui dobbiamo prendere coscienza fino a saperlo manifestare è quello della fatica ad essere semplicemente noi stessi… fino in fondo.


1. ERMA, Il Pastore, parabola 9, 29.

Giobbe!

VII settimana T.O.

L’apostolo Giacomo sembra avere bisogno di metterci in guardia da una visione della vita troppo “rosa” in cui non ci sia spazio per l’imprevisto del dolore, della sofferenza, della difficile assunzione delle varie realtà del vivere. Prima di tutto siamo messi di fronte ad un’esortazione: <Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri> (Gc 5, 9). Subito dopo aver detto ciò, l’apostolo Giacomo sembra sentire l’urgenza di chiarire che il “non lamentarsi” è ben più che un atto di virtù puntuale; esso è infatti il segno indicativo di un atteggiamento di fondo nei confronti del mistero della vita. Per questo aggiunge: <prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore>. E, tra i tanti possibili, cita un esempio che potremmo definire il più drammatico o comunque il più destabilizzante: <Avete udito parlare della pazienza di Giobbe e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché il Signore è ricco di misericordia e di compassione> (5, 11).

Giobbe, offerto come modello di <pazienza>, diventa il simbolo di come un uomo possa assumere tutta la realtà della propria vita, anche la più dolorosa, sapendola nominare e sapendola portare. Ben diversa è la soluzione per la quale chiedono un’ulteriore approvazione da parte del Signore Gesù, una soluzione prospettata dai farisei in una realtà che diventa il segno simbolico di tutte le difficoltà che possono insorgere inevitabilmente in una vita di relazione che sia autentica: <gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie> (Mc 10, 2) 

La <sorte finale> (Gc 5, 11) è come l’<inizio> (Mc 10, 6) da cui il Signore Gesù chiede ai discepoli di attingere la sapienza per assumere le sfide della vita e affrontarle al meglio. La fedeltà alle promesse è possibile solo se si assume l’atteggiamento di Giobbe nei confronti del mistero della vita, inglobando pure la possibilità del dolore e il dramma dell’incomprensione. I farisei che pongono la domanda al Signore Gesù sono, di fatto, della stessa pasta degli amici che tormentano Giobbe con le loro sicure teorie, mere costatazioni di un dolore che non hanno sofferto sulla propria pelle, ma letto soltanto nei libri. Giobbe è invece una parola chiave per chi deve imparare a portare con pazienza il libero giogo dell’amore, anche quando il gioco si fa pesante. Il Signore Gesù non minimizza le difficoltà, ma esclude le conclusioni semplicistiche e comode. L’accostamento liturgico tra l’esortazione ad essere pazienti come Giobbe e ad essere attenti all’altro soprattutto quando è più debole, come lo era la donna nella legislazione dei tempi, aprono lo spazio infinito delle possibilità e delle scelte che non possono essere mai preconfezionate e assolute. Giobbe è una parola contro chi rischia di arrogarsi – come i suoi amici – il diritto di pontificare senza conoscere e senza pagare in prima persona. Il Signore Gesù, con la sua riposta, non dà una “ricetta”, ma si premura di rammentare ai suoi ascoltatori e a noi, di avere il coraggio di ricordare sempre l’<inizio> per trovare il coraggio di arrivare alla fine.

Fortunato?

VII settimana T.O.

Il salmo che accompagna le due letture di questa giornata non è tra quelli che si usano spesso nella preghiera liturgica, eppure è un testo che può aiutare molto nella vita per non cadere nella trappola di una presunzione che snatura le relazioni. Prima di tutto il salmo ci offre un criterio affinché non ci inganniamo nel giusto apprezzamento di quelli che sono i beni della terra: <Se vedi un uomo arricchirsi non temere, se aumenta la gloria della sua casa. Quando muore con sé non porta nulla, né scende con lui la sua gloria> (Sal 48, 17-18). Un testo cui fa eco la sapienza popolare che, davanti alla ricchezza talora sfacciata, reagisce dicendo: <non se la porterà mica nella tomba>. Inoltre, il salmo aiuta a rivedere il criterio di felicità e a rettificarlo: <Nella sua vita si diceva fortunato… andrà con la generazione dei suoi padri che non vedranno mai più la luce> (48, 19-20). Mentre il salmo cerca di comunicarci una certa sapienza, illuminando e raddrizzando i nostri criteri di discernimento, ripetiamo un testo fondamentale del vangelo: <Beati i poveri in spirito, perché di esse è il regno dei cieli>.

Del numero di questi <poveri> fanno parte i discepoli del Signore del cui numero vorremmo far parte. Ed è a noi che il Signore Gesù si rivolge dicendo: <Chiunque vi darà da bere un bicchiere di acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa> (Mc 9, 41). Essere fortunati, nella logica del vangelo, non significa non avere bisogno di niente e di nessuno, bensì di poter vivere il proprio bisogno come luogo di crescita nella relazione. In questo senso la parola tagliente e infuocata dell’apostolo Giacomo ci tocca direttamente e non ci permette scappatoie: <Eccomi ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano!> (Gc 5, 1). C’è infatti una sciagura più grande di quella di illudersi di non avere bisogno di <un bicchiere di acqua?> (Mc 9, 41). Cosa c’è di più terribile che cedere alla tentazione di un dorato isolamento che, in realtà, significa morire?

In questo senso le parole così forti del Signore Gesù, che chiede al discepolo persino di diventare <monco> (9, 44) e addirittura <zoppo> (9, 45) o <cieco> (9, 46) pur di non estraniarsi da <questi piccoli che credono> (9, 42) credendosi a loro superiore, non è un estremo rimedio per mali estremi, ma la guida sapiente per le scelte di ogni giorno in cui siamo chiamati a condire la nostra vita con il <sale> (9, 50) della sapienza. Il Signore Gesù ci dà un criterio per discernere il livello di gusto raggiunto dalla nostra esistenza di persone e di credenti, un criterio che è il dono raffinato nel suo stesso mistero pasquale: <siate in pace gli uni con gli altri>. Solo così di ciascuno di noi si potrà dire in verità: <ma che fortunato!>.

Vapore

VII settimana T.O.

Le parole che l’apostolo Giacomo rivolge ai suoi lettori-ascoltatori sembrano nate proprio alla sequela del Signore Gesù. Infatti, l’apostolo dice con forza: <ma che è mai la vostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare> (Gc 4, 14). L’apostolo Giovanni fa una certa fatica a capire che la vicinanza con il Signore non fa maturare dei diritti o dei privilegi tali da permettere di guardare gli altri dall’alto in basso e con un certo disprezzo misto a supponenza. Forte della sua intimità con il Signore, ritiene di avere così guadagnato una sorta di diritto a valutare il livello di vicinanza degli altri al Maestro, a partire da se stesso e dai suo condiscepoli… in una parola, a partire dal gruppo e scadendo – più o meno inavvertitamente – nella deriva settaria: <abbiamo visto uno che scacciava è demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non era dei nostri> (Mc 9, 38). 

Non passa di certo inosservato il fatto che Giovanni e gli altri discepoli “informano” il loro Maestro a cose fatte e questo proprio per quel senso di sicurezza, misto a supponenza, che è proprio di coloro che si sentono in una situazione di privilegio a motivo della loro frequentazione di persone di alto rango. Il Signore Gesù non si lascia intimidire dall’ingenua superbia dei suoi discepoli e non ha nessun timore a redarguire con forza ribadendo la centralità del suo criterio di valutazione che è, per sua natura,   inclusivo e non esclusivo: <Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me> (Mc 9, 39). Questa parola del Signore ha una forza e una bellezza magnifiche perché non si fonda su una verifica, bensì su una evidenza: se uno agisce come il Signore, non può che essere del Signore persino in una sorta di ignoranza di lui. È come se il Maestro lasciasse, a questi tali redarguiti e, in certo modo, perseguitati dai suoi discepoli, tutta la libertà di andare per la loro strada senza neanche cercare di stabilire un contatto più diretto con loro per chiarire e verificare. Il Signore Gesù sembra dire: se agiscono <nel mio nome> prima o poi la loro strada si incontrerà con la mia senza che ci sia bisogno di agire con pressioni o di indulgere a repressioni.

Il rischio per chi si sente troppo vicino al Signore, e quasi garantito, non solo della sua amicizia, ma anche dalla sua amicizia, è quello di cominciare a fare progetti, ragionamenti, pianificazioni che, prima o poi, fanno maturare delle esclusioni: <Oggi o domani andremo nella tale città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni…> (Gc 4, 13) Questo tipo di discorsi può anche riguardare la sensibilità spirituale e le strategie pastorali. In ogni modo – e sempre – prima di impedire a chicchessia qualunque cosa, ricordiamo, custodiamo e lasciamoci guidare dalla parola del Signore Gesù: <Chi non è contro di noi, è per noi> (Lc 9, 40). Lasciamoci addomesticare dalla parola dell’apostolo: <Chi dunque sa fare il bene e non lo compie, commette peccato> (Gc 4, 17) con la conseguenza che il fatto di non permette agli altri di <fare il bene> che sanno compiere, risulta essere un peccato ancora più grande.

Vergogna

VII settimana T.O.

Una preghiera di André Gide può aiutarci ad entrare nel mistero di ciò che il Signore Gesù pone come fondamentale nel nostro cammino di discepoli: <Signore, vengo a te come un bambino: come il bambino che tu vuoi che io diventi, come quel bambino che diventa colui che a te si abbandona. Rinuncio a tutto ciò che rappresenta il mio orgoglio e che, davanti a te, costituirebbe la mia vergogna>. La parola del Signore Gesù è capace di smascherare, in modo inatteso e al contempo spietato, ciò che dentro di noi si oppone radicalmente al suo vangelo: <Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato> (Mc 9, 36-37). Persino questa parola del Signore può ancora dare scampo alle nostre illusioni che, invece, vanno continuamente passate al crogiolo – vero e proprio setaccio e perfetto tritatutto – delle esigenze fondamentali e fondanti della sequela: <Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo e il servitore di tutti> (9, 35).

A questo punto non abbiamo scampo, perché dobbiamo persino rinunciare ad accogliere gli altri come piccoli, finché non abbiamo riconosciuto in noi stessi il piccolo da accogliere e per cui chiedere accoglienza presso gli altri. Dei discepoli si dice che <non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo> (9, 32). Di noi possiamo meglio dire, che forse non abbiamo tanta voglia di capire. In tal caso possiamo ben farci aiutare dall’apostolo Giacomo che ci offre un’analisi profondissima di quella nostra tendenza a proiettare continuamente fuori di noi le cause più vere delle nostre difficoltà e delle nostre sofferenze. Per questo ci viene posta una domanda: <da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi?> (Gc 4, 1) ed egli stesso ci offre pure una risposta con cui siamo obbligati a misurarci seriamente: <dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra>. Lo stesso apostolo, da buon medico, non esita ad offrirci pure il rimedio: <Sottomettetevi dunque a Dio> (4, 7) e ancora <Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà> (4, 10).

Il contrasto tra ciò di cui parla il Signore Gesù ai discepoli – il suo mistero pasquale – e ciò di cui i discepoli parlano tra di loro, quasi nascondendosi al loro Maestro, è stridente, ma è anche assai profondo: <avevano discusso tra loro chi fosse più grande> (Mc 9, 34). Sembra persino derisorio il modo in cui i discepoli reagiscono alla catechesi di Gesù che cerca di prepararli e, ancora più profondamente, renderli partecipi del suo mistero pasquale. La loro reazione è quella di lasciarsi prendere dal panico e dalla paura. Davanti a tanto panico e a tanta paura il Signore comprende che le parole non solo non bastano, ma forse non servono. E allora <preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e abbracciandolo…> (Mc 9, 36). Lungo questa giornata cerchiamo di renderci sempre più sensibili a questo gesto di Gesù che possiamo ritrovare nelle nostre famiglie, comunità, ambienti di lavoro, sui mezzi di trasporto e poniamoci seriamente la domanda: <Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi?> (Gc 4, 1).

Protesta

Maria Madre della Chiesa

La prima lettura di questa memoria ci porta lontano e ci ricorda che la nostra umanità non è solo il frutto della creazione, ma anche il segno di una partecipazione della nostra umanità all’opera continua della creazione quale tappa ineludibile di ogni cammino di santità. All’aurora della storia, Eva viene acclamata: <madre di tutti i viventi> (Gen 3, 20). Prima di richiedere per se stesso il titolo di padre o per il Creatore, Adamo riconosce meravigliosamente questo titolo alla donna con cui è chiamato, persino dopo aver sperimentato il dramma del peccato, a trasmettere il dono della vita. Dall’alto della croce, il nuovo Adamo, Cristo Signore come testamento di tenerezza non fa altro che donare al discepolo amato una presenza che assicuri la continuità della relazione e dell’amore: <Ecco tua madre>. La reazione del discepolo amato diventa il modello della vocazione della Chiesa: <l’accolse con sé> (Gv 19, 27). Come ci ricordano gli Atti degli Apostolo il ruolo di Maria come ogni madre è quello di tenere <insieme> gli apostoli con gli altri discepoli e discepole (At 1, 14) per creare uno spazio di vita aperto a tutti e in cui tutti sono benvenuti e benvoluti.

In un racconto così si commenta l’icona dell’Annunciazione del Signore in cui è chiaramente visibile il filo tessuto dalle mani operose di Maria: <”Secondo voi, perché Maria ha un gomitolo in mano?”. Dopo un po’ di silenzio, aveva risposto il monaco: “Il gomitolo fa vedere che questa donna, questa santa donna, la Vergine, sta tessendo la carne del Verbo di Dio, a quel Verbo che fu sin dal principio e per mezzo del quale tutto è stato creato”>1. Venerando e invocando Maria come Madre della Chiesa vogliamo continuare come Lei e con Lei a filare quel filo rosso con cui vogliamo tessere ogni giorno la tunica di un’umanità sempre più tenera e pacificata per la gioia di tutti gli uomini e le donne che attendono la loro consolazione anche attraverso di noi.

Questo lavoro di tessitura avviene sul telaio della storia soprattutto quando questa diventa crocifiggente e assai dura da portare e da sopportare. Maria sotto la croce, assieme al discepolo amato e alle altre donne fa quadrato contro il male dell’indifferenza per opporsi ad ogni rischio di disumanizzazione. Quella della madre sotto la croce è una protesta contro la logica del sopruso. Come già Rizpah, concubina di Saul, che scaccia gli avvoltoi dai cadaveri dei suoi figli fatti uccidere da Davide (2Sam 21, 10), così Maria scaccia ogni tentativo e tentazione di abusare della vulnerabilità di chicchessia. Il gesto di Rizpah viene ripreso dalla madre del Signore e diventa icona e modello della missione della Chiesa chiamata a protestare contro ogni forma di violenza e di sopruso con tutte le sue forze a accettando di rischiare fino ad andarci di mezzo. Quella di oggi non è una semplice devozione “mariana”, è una protesta profetica nel segno della <maternità divina> di Maria che si fa scudo dei piccoli e dei poveri.


1. M. Y. RUPNIK, I racconti di Boguljub. L’amore rimane, Lipa, Roma 2006, p. 17.