Vergogna

VII settimana T.O.

Una preghiera di André Gide può aiutarci ad entrare nel mistero di ciò che il Signore Gesù pone come fondamentale nel nostro cammino di discepoli: <Signore, vengo a te come un bambino: come il bambino che tu vuoi che io diventi, come quel bambino che diventa colui che a te si abbandona. Rinuncio a tutto ciò che rappresenta il mio orgoglio e che, davanti a te, costituirebbe la mia vergogna>. La parola del Signore Gesù è capace di smascherare, in modo inatteso e al contempo spietato, ciò che dentro di noi si oppone radicalmente al suo vangelo: <Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato> (Mc 9, 36-37). Persino questa parola del Signore può ancora dare scampo alle nostre illusioni che, invece, vanno continuamente passate al crogiolo – vero e proprio setaccio e perfetto tritatutto – delle esigenze fondamentali e fondanti della sequela: <Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo e il servitore di tutti> (9, 35).

A questo punto non abbiamo scampo, perché dobbiamo persino rinunciare ad accogliere gli altri come piccoli, finché non abbiamo riconosciuto in noi stessi il piccolo da accogliere e per cui chiedere accoglienza presso gli altri. Dei discepoli si dice che <non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo> (9, 32). Di noi possiamo meglio dire, che forse non abbiamo tanta voglia di capire. In tal caso possiamo ben farci aiutare dall’apostolo Giacomo che ci offre un’analisi profondissima di quella nostra tendenza a proiettare continuamente fuori di noi le cause più vere delle nostre difficoltà e delle nostre sofferenze. Per questo ci viene posta una domanda: <da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi?> (Gc 4, 1) ed egli stesso ci offre pure una risposta con cui siamo obbligati a misurarci seriamente: <dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra>. Lo stesso apostolo, da buon medico, non esita ad offrirci pure il rimedio: <Sottomettetevi dunque a Dio> (4, 7) e ancora <Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà> (4, 10).

Il contrasto tra ciò di cui parla il Signore Gesù ai discepoli – il suo mistero pasquale – e ciò di cui i discepoli parlano tra di loro, quasi nascondendosi al loro Maestro, è stridente, ma è anche assai profondo: <avevano discusso tra loro chi fosse più grande> (Mc 9, 34). Sembra persino derisorio il modo in cui i discepoli reagiscono alla catechesi di Gesù che cerca di prepararli e, ancora più profondamente, renderli partecipi del suo mistero pasquale. La loro reazione è quella di lasciarsi prendere dal panico e dalla paura. Davanti a tanto panico e a tanta paura il Signore comprende che le parole non solo non bastano, ma forse non servono. E allora <preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e abbracciandolo…> (Mc 9, 36). Lungo questa giornata cerchiamo di renderci sempre più sensibili a questo gesto di Gesù che possiamo ritrovare nelle nostre famiglie, comunità, ambienti di lavoro, sui mezzi di trasporto e poniamoci seriamente la domanda: <Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi?> (Gc 4, 1).

Protesta

Maria Madre della Chiesa

La prima lettura di questa memoria ci porta lontano e ci ricorda che la nostra umanità non è solo il frutto della creazione, ma anche il segno di una partecipazione della nostra umanità all’opera continua della creazione quale tappa ineludibile di ogni cammino di santità. All’aurora della storia, Eva viene acclamata: <madre di tutti i viventi> (Gen 3, 20). Prima di richiedere per se stesso il titolo di padre o per il Creatore, Adamo riconosce meravigliosamente questo titolo alla donna con cui è chiamato, persino dopo aver sperimentato il dramma del peccato, a trasmettere il dono della vita. Dall’alto della croce, il nuovo Adamo, Cristo Signore come testamento di tenerezza non fa altro che donare al discepolo amato una presenza che assicuri la continuità della relazione e dell’amore: <Ecco tua madre>. La reazione del discepolo amato diventa il modello della vocazione della Chiesa: <l’accolse con sé> (Gv 19, 27). Come ci ricordano gli Atti degli Apostolo il ruolo di Maria come ogni madre è quello di tenere <insieme> gli apostoli con gli altri discepoli e discepole (At 1, 14) per creare uno spazio di vita aperto a tutti e in cui tutti sono benvenuti e benvoluti.

In un racconto così si commenta l’icona dell’Annunciazione del Signore in cui è chiaramente visibile il filo tessuto dalle mani operose di Maria: <”Secondo voi, perché Maria ha un gomitolo in mano?”. Dopo un po’ di silenzio, aveva risposto il monaco: “Il gomitolo fa vedere che questa donna, questa santa donna, la Vergine, sta tessendo la carne del Verbo di Dio, a quel Verbo che fu sin dal principio e per mezzo del quale tutto è stato creato”>1. Venerando e invocando Maria come Madre della Chiesa vogliamo continuare come Lei e con Lei a filare quel filo rosso con cui vogliamo tessere ogni giorno la tunica di un’umanità sempre più tenera e pacificata per la gioia di tutti gli uomini e le donne che attendono la loro consolazione anche attraverso di noi.

Questo lavoro di tessitura avviene sul telaio della storia soprattutto quando questa diventa crocifiggente e assai dura da portare e da sopportare. Maria sotto la croce, assieme al discepolo amato e alle altre donne fa quadrato contro il male dell’indifferenza per opporsi ad ogni rischio di disumanizzazione. Quella della madre sotto la croce è una protesta contro la logica del sopruso. Come già Rizpah, concubina di Saul, che scaccia gli avvoltoi dai cadaveri dei suoi figli fatti uccidere da Davide (2Sam 21, 10), così Maria scaccia ogni tentativo e tentazione di abusare della vulnerabilità di chicchessia. Il gesto di Rizpah viene ripreso dalla madre del Signore e diventa icona e modello della missione della Chiesa chiamata a protestare contro ogni forma di violenza e di sopruso con tutte le sue forze a accettando di rischiare fino ad andarci di mezzo. Quella di oggi non è una semplice devozione “mariana”, è una protesta profetica nel segno della <maternità divina> di Maria che si fa scudo dei piccoli e dei poveri.


1. M. Y. RUPNIK, I racconti di Boguljub. L’amore rimane, Lipa, Roma 2006, p. 17.

Il tuo nome è Trasformazione, alleluia!

PENTECOSTE

La Chiesa come pure ciascuno di noi quali membra vive di un unico corpo ci troviamo sempre nella condizione degli apostoli. Dopo la Risurrezione e l’Ascensione i discepoli nel Cenacolo attendevano <insieme> (At 2, 1) di essere capaci di portare e di annunciare l’esperienza vissuta con il Signore Gesù. Efrem Siro, con la sua consueta penetrazione poetica, non esita ad immaginare il collegio degli apostoli <come fiaccole pronte in attesa di essere illuminate dallo Spirito Santo per illuminare con il loro insegnamento l’intera creazione>. Sprofondandosi nella contemplazione del mistero della Pentecoste nella sua omelia per questa luminosa solennità, il diacono Efrem ci aiuta a leggere l’icona di questa festa – in cui gli apostoli sono ordinatamente seduti in semicerchio – quale grembo che attende di essere fecondato e come <agricoltori che portano la semente nella falda del loro mantello in attesa di ricevere l’ordine di seminare>. Non solo, li descrive anche <come marinai la cui barca è legata al porto del Figlio e che attendono di ricevere la brezza dello Spirito>. Nella nostra esperienza quotidiana tutti noi sappiamo che senza il fuoco e senza il calore nulla può essere trasformato e nessun alimento può essere cotto. Se questo vale per le cose che la natura ci offre e che noi amiamo trasformare per rendere più nutrienti e gustose, vale altresì anche per noi stessi, per la nostra vita fatta di emozioni e sentimenti che <si oppongono a vicenda> (Gal 5, 17). Il dono dello Spirito non è una semplice e fugace visita degli dèi pagani o la meravigliosa manifestazione delle teofanie bibliche (Es 19; 1Re 19). La Pentecoste è una trasformazione che implica tutta la persona e la rifonda in se stessa e in relazione con gli altri. L’apostolo Paolo lo esplicita in modo forte: <Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito> (Gal 5, 24-25) Con il dono pieno dello Spirito – secondo la promessa del Risorto – il fiore della Pasqua matura nel frutto della Pentecoste. Il suo profumo di gioia è percepibile come il primo covone che il popolo di Israele presentava al Tempio; come la Legge ormai scritta nei cuori del cui dono sul Sinai si fa oggi memoria nella Sinagoga e in virtù della quale ogni uomo è libero e restituito alla sua originale regalità al pari e secondo l’icona di Davide di cui i pii israeliti ricordano sempre oggi la nascita. Se entriamo in questa logica allora come dice L. Deiss <Il Vangelo è il libro dei cristiani e la vita dei cristiani è il libro dei pagani> e ci ritroviamo così naturalmente nel dinamismo della Pentecoste. Con la nostra disponibilità facciamo in modo che lo Spirito rinnovi la speranza e ci ridoni pienezza si vita.

Ton nom est Transformation, alleluia !

PENTECÔTE 

L’Eglise, comme aussi chacun d’entre nous, membre vivant d’un unique corps, nous nous trouvons toujours dans la même condition que les apôtres. Après la Résurrection et l’Ascension, les disciples, au Cénacle, attendaient ” ensemble ” ( Act 2, 1 ) d’être capables de porter et d’annoncer l’expérience vécue avec le Seigneur Jésus. Ephrem le Syriaque, avec son habituelle pénétration poétique, n’hésite pas à comparer le collège des apôtres à ” des flambeaux, prêts, en attente d’être illuminés par l’Esprit Saint pour illuminer par leurs enseignements la création tout entière “. En se plongeant dans la contemplation du mystère de la Pentecôte lors de son homélie pour cette solennité lumineuse, le diacre Ephrem nous aide à lire l’icône de cette fête – pendant laquelle les apôtres sont ordinairement assis en demi-cercle – tel un sein qui attend d’être fécondé et comme ” des agriculteurs qui porte la semence dans le pli de leur manteau en attendant l’ordre de semer “. Mais pas  seulement, il les décrit aussi ” comme des marins dont la barque est attachée au port du Fils et qui attendent de recevoir la brise de l’Esprit”. Nous savons tous, par notre expérience quotidienne que sans feu et sans chaleur rien ne peut être transformé et aucun aliment ne peut être cuit. Si cela est valable pour les choses que la nature nous offre et que nous aimons transformer pour les rendre plus nourrissantes et goûteuses, cela vaut tout autant pour nous-mêmes, pour notre vie faite d’émotions et de sentiments qui s’opposent mutuellement ” ( Gal 5, 17 ). Le don de l’Esprit n’est pas une simple et fugace visite de dieux païens ou la merveilleuse manifestation de théophanies bibliques ( Ez 19 ; 1 R 19 ). La Pentecôte est une transformation qui implique toute la personne et la refonde en elle-même et en relation avec les autres. L’apôtre Paul l’explique de façon forte : ” Ceux qui sont du Christ, ont crucifié la chair avec ses passions et ses désirs. Donc, si nous vivons de l’Esprit, nous cheminons aussi selon l’Esprit ” ( Gal 5, 24-25 ). Avec le don tout entier de l’Esprit – selon la promesse du Ressuscité – la fleur de Pâques murit dans le fruit de la Pentecôte. Son parfum de joie est perceptible comme la première gerbe que le peuple d’Israël présenta au Temple ; comme la Loi, désormais écrite dans les coeurs par le don reçu au Sinaï  et dont est fait mémoire aujourd’hui dans la synagogue et en vertu de laquelle chaque homme est libre et restitué à son originale royauté selon l’icône de David dont les pieux israélites commémorent toujours aujourd’hui la naissance. Si nous entrons dans cette logique, alors, comme le dit L. Deiss : ” L’Evangile est le livre des Chrétiens et la vie des Chrétiens est le livre des païens ” et nous nous retrouvons ainsi tout naturellement dans le dynamisme de la Pentecôte. Par notre disponibilité, faisons en sorte que l’Esprit renouvelle l’espérance et nous redonne plénitude de vie. 

Il tuo nome è Speranza, alleluia!

VII settimana di Pasqua

Le parole dell’apostolo Paolo ci portano al cuore di ciò che abbiamo celebrato e vissuto lungo tutto questo tempo pasquale: <Ecco perché vi ho chiamati: per vedervi e parlarvi, poiché è a causa della speranza di Israele che io sono legato da questa catena> (At 28, 20). Eppure Paolo non è legato da alcuna catena se non da quella della <libertà> (28, 18) che, nel suo lungo cammino di fede, ha fatto maturare nel suo cuore in modo talmente profondo da diventarne un predicatore e testimone appassionato. La domanda posta dall’altro apostolo – Pietro – circa il cammino e la sorte del discepolo prediletto esprime bene la nostra fatica a vivere fino in fondo e pienamente il nostro cammino di sequela e di amore che è assolutamente personale e magnificamente unico: <Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi> (Gv 21, 20). Ed è proprio l’evangelista che la tradizione identifica con il <discepolo che testimonia> (21, 24) ad evocare quelle <molte altre cose compiute da Gesù> (21, 25). Tutta la vita ci è donata per scoprire l’inenarrabile ricchezza del dono della relazione con il Signore che sta a fondamento di tutta la nostra esistenza e si fa ardente testimonianza di una speranza che è per tutti in modo personale ed unico.

Alla vigilia di una nuova Pentecoste imploriamo ardentemente il dono dello Spirito Santo perché apra i nostri occhi per vedere le meraviglie compiute dalla grazia nel segreto più intimo di ogni cuore a partire dal nostro. Il tempo pasquale è, ogni anno, una sorta di scuola di interiorità che ci permette di entrare sempre più in contatto con la nostra intimità ove contemplare il mistero di Cristo Salvatore nella preghiera e nella contemplazione e maturare così l’audacia di annunciare il Vangelo fino all’estremità della terra dopo averlo accolto negli estremi più reconditi del nostro cuore. Solo così come Paolo, come Pietro, come il discepolo amato… come e con ogni uomo e ogni donna sapremo e ameremo vivere l’esperienza di ogni giorno quale occasione di grazia e di salvezza. Questo comporta di saper attraversare le prove e le contraddizioni della vita nella speranza che esse sono parte integrante dell’esistenza e la rendono così un’esperienza pasquale, una vera piccola risurrezione.

Il quarto Vangelo si chiude non con una conclusione, ma con una magnifica apertura alla speranza che tra quelle <molte altre cose> ci sia quel cenno segreto che il Risorto fa a ciascuno di noi personalmente. Su queste <molte altre cose> che sono le “nostre piccole cose” vissute con il Risorto, siamo chiamati a rischiare tutta la nostra vita facendone una testimonianza amorosa e ardente per tutti della libertà di Dio che fonda la nostra personale libertà che nessuna catena può imprigionare. Mentre si concludono i giorni della letizia pasquale possiamo chiederci quanto siamo cresciuti in speranza e quanto siamo maturati nell’amore.

Il tuo nome è Pietà, alleluia!

VII settimana di Pasqua

Le letture della Liturgia hanno oggi un sapore di commiato e una punta di nostalgia. La conclusione della prima lettura riguarda il destino di Paolo la cui vela è sempre più sciolta verso l’esodo del martirio: <e così ordinai che fosse tenuto sotto custodia fino a quando potrò inviarlo a Cesare> (At 25, 21). Il Vangelo ci riporta intensamente, dopo i lunghi e commossi discorsi del Cenacolo, ai profumi della risurrezione e alla terza apparizione del Risorto vicino al lago di Tiberiade che si conclude con lo stesso invito del primo incontro sulle rive dello stesso lago: <Seguimi> (Gv 21, 19). Il tempo pasquale, che sta per concludersi con la solennità di Pentecoste, è per ciascuno di noi l’occasione per fare il punto non solo del nostro cammino di sequela, ma sulla nostra crescita in consapevolezza di ciò che realmente ha significato e continuerà a significare essere discepoli del Signore Crocifisso e Risorto. Possiamo ben immaginare cosa sia stato per Pietro e per Paolo rileggere il mistero della loro chiamata sulla riva del lago e sulla strada che porta a Damasco non più all’inizio ma verso la fine della loro esistenza.

Come commenta Giovanni Crisostomo: <Ora l’amore non è questione di miracoli, ma semplicemente di virtù. Abbiate dunque l’amore in voi e sarete tra gli apostoli, anzi nei primi posti tra di loro! Volete un’altra prova di questo insegnamento? Sentite come Cristo si rivolge a Pietro: “Pietro, mi ami tu più di costoro?” Non c’è nulla che possa farci ottenere il Regno dei cieli se non amare Cristo come merita. Cosa faremo per amarlo più degli apostoli? Ascoltiamo Cristo, colui che dobbiamo amare: “Se mi ami più di costoro, pasci le mie pecorelle”. Lo zelo, la compassione, la preoccupazione della carica pastorale, sono atti, non miracoli>. Per ciascuno di noi si tratta di diventare un “miracolo” che testimonia la forza e la bellezza della sequela del Signore non più nell’immaginazione e nel giusto entusiasmo degli inizi, ma nella consapevolezza e nella verità sempre più piena della fine.

Mentre la nostra invocazione per una rinnovata effusione dello Spirito promesso si fa insistente e ardente, vogliamo chiedere quest’oggi in particolare il dono della Pietà. Abbiamo, infatti, bisogno ogni giorno di crescere nell’amore verso Dio che si fa cura della nostra relazione con lui attraverso la preghiera e l’intimità di una continua presenza alla sua volontà d’amore. Con la Liturgia facciamo questa invocazione all’offertorio quando preghiamo: <manda il tuo Spirito a purificare i nostri cuori>. Non è difficile immaginare quanto e come l’incontro tra il Maestro e Simon Pietro dopo la Pasqua sul lago di Tiberiade sia stato per il discepolo un rinnovato battesimo di desiderio e di amore ritmato dalla triplice domanda: <mi ami… mi ami… mi vuoi bene?>. Non è altrettanto difficile immaginare quanto per Paolo il tempo dell’attesa del giudizio dell’imperatore sia stato un tempo prezioso per rivedere la sua vita e offrirla come canto di grazie all’opera della grazia che aveva lavorato, purificato, cesellato il suo cuore. Ora tocca a noi di lasciarci dire tutta la verità nell’intimità del cuore, la verità su noi stessi: <e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi> (Gv 21, 18).

Il tuo nome è Fortezza, alleluia!

VII settimana di Pasqua

Nel settenario dei doni dello Spirito Santo si conta pure la Fortezza! L’apostolo Paolo mentre si trova confrontato con le accuse che gli vengono mosse da ogni parte, rimane non solo fermo nella sua fede, ma sempre più capace di testimoniarla con un vigore che neppure le catene riescono a piegare. Il Signore Risorto gli si fa accanto per sostenere l’ardore del suo cuore e la decisione della sua volontà a non lasciarsi in nulla e per nulla intimidire: <Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma> (At 22, 11). L’ipotesi avanzata dai farisei opponendosi ai sadducei si dimostra più che fondata: <Forse uno spirito o un angelo gli ha parlato> (22, 9). In realtà questo angelo è il Signore Risorto che si fa accanto a ciascuno di noi per renderci sempre più forti e decisi nel testimoniare il dono della risurrezione che segna e cambia tutta la nostra vita. Con il salmista possiamo ripetere ogni giorno e soprattutto nei momenti più esigenti del nostro cammino: <Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita> fino ad aggiungere con gratitudine e fierezza: <anche di notte il mio cuore mi istruisce> (Sal 15, 7).

Il Signore Gesù rinsalda continuamente la nostra fortezza e lo fa con la sua intercessione al cospetto del Padre da cui proviene ogni luce ed ogni energia. Ci sentiamo per questo profondamente parte delle ultime parole del Signore: <Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola> (Gv 17, 20). Siamo così inseriti in una catena che non ha niente a che fare con quelle che cercano di impedire la corsa del Vangelo, quanto piuttosto la catena di una trasmissione fedele e amorosa: <E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro> (17, 26). L’unità cui siamo chiamati non ha nulla a che fare con l’annichilimento delle differenze o con l’indebolimento del dono unico e particolare di ciascuno.

Al contrario il dono che il Figlio ci fa di entrare sempre più in comunione con il Padre è presenza dinamica dello Spirito Santo che rafforza e sostiene l’unico orientamento nella diversità delle forme e delle strade per la pienezza di tutti. La risurrezione di Cristo diventa così per ogni discepolo la fonte di una energia nuova capace di dare alla storia vissuta e sofferta un futuro che va oltre tutto ciò che abbiamo personalmente vissuto e sofferto. La preghiera di Gesù che si volge al Padre alla vigilia della sua Passione diventa per noi una scuola di vita. È necessario vivere pienamente sapendo conservare il senso della grandezza della vita che non si identifica mai con il vissuto ma diventa un tracciato della vita divina dentro di noi. Questa presenza si fa traccia per la vita di quanti dovranno continuare a lottare dopo di noi: <perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro> (Gv 17, 26). Uno sguardo del cuore così ampio esige una fortezza e un coraggio che dobbiamo continuamente chiedere nella preghiera e praticare nella vita di ogni giorno.

Il tuo nome è Scienza, alleluia!

VII settimana di Pasqua

Un testo antichissimo può farci da guida nell’accoglienza della Parola di Dio di quest’oggi e aprire il nostro cuore ad una rinnovata accoglienza del dono dello Spirito: <I cristiani non si differenziano dal resto degli uomini né per territorio, né per lingua, né per consuetudini di vita. Infatti, non abitano città particolari, né usano di un qualche strano linguaggio, né conducono uno speciale genere di vita. La loro dottrina non è stata inventata per riflessione e indagine di uomini amanti della novità, né essi si appoggiano, come taluni, sopra un sistema filosofico umano. Abitano in città sia greche che barbare, come capita, e pur seguendo nel vestito, nel vitto e nel resto della vita le usanze del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e, per ammissione di tutti, incredibile. Abitano ciascuno la loro patria, ma come forestieri, partecipano a tutte le attività di buoni cittadini e accettano tutti gli oneri come ospiti di passaggio. Ogni terra straniera è patria per loro, mentre ogni patria è per essi terra straniera. Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Trascorrono la loro vita sulla terra, ma la loro cittadinanza è quella del cielo (Eb 11, 16). Obbediscono alle leggi stabilite, ma, con il loro modo di vivere, sono superiori alle leggi. Amano tutti e da tutti sono perseguitati. Sono sconosciuti eppure condannati. Sono mandati a morte, ma con questo ricevono la vita. Sono poveri, ma arricchiscono molti. Mancano di ogni cosa, ma trovano tutto in sovrabbondanza. Sono ingiuriati e benedicono, sono trattati ignominiosamente e ricambiano con l’onore. In una parola i cristiani sono nel mondo quello che è l’anima nel corpo>1.

In queste parole possiamo cogliere l’essenza stessa di quella che potremmo definire la scienza del Vangelo. Tra i doni dello Spirito Santo che attendiamo e impetriamo vi è pure quello della scienza, che corrisponde alla capacità di saper sempre trovare la giusta mediazione per calare nella vita concreta di ogni giorno l’energia propria del Vangelo. In questo senso la raccomandazione di Paolo agli anziani della Chiesa di Efeso ci riguarda e ci interpella: <Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge> (At 20, 28). In questo nostro cammino di continua ricerca di fedeltà al mistero di Cristo morto e risorto siamo accompagnati e perfino preceduti dalla preghiera amorevole e appassionata del Signore Gesù: <Padre santo, custodiscili nel tuo nome> (Gv 17, 11). Attraverso il combattimento della fede siamo chiamati ad accedere alla scienza dell’amore. Il desiderio orante del Signore Gesù come l’esortazione ardente dell’apostolo Paolo ormai alla vigilia del suo martirio, ci voglio <consacrati nella verità> (17, 19). Il desiderio di Cristo per noi non è quello di strapparci alla nostra libertà, ma di consacrare la nostra libertà nel dinamismo di un amore capace di dono in cui si manifesta la scienza di una vita pienamente accolta e generosamente condivisa.


1. Lettera a Diogneto, 5-6.

Amati

S. Mattia apostolo

Le parole del Signore Gesù ci danno la possibilità di intuire che cosa sia veramente avvenuto quando gli apostoli hanno deciso di gettare le sorti per scegliere, tra i discepoli da sempre, uno che potesse reintegrare il numero degli apostoli. Alla vigilia della sua Passione il Signore ricorda ai suoi apostoli l’essenziale: <Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore> (Gv 15, 9). Ben prima e ben aldilà della grazia del ministero apostolico, vi è questa esperienza di partecipazione all’amore che intercorre tra il Padre e il Figlio. Questo amore non si coniuga in un solo modo, ma oltre ad essere per sua natura assolutamente personale ed unico, è anche legato al fluire della vita e alle sue trasformazioni e necessità, non sempre frutto di situazioni felici. Di Mattia non abbiamo nessuna menzione se non in questo momento di cui troviamo il racconto negli Atti degli Apostoli.

In modo così imprevisto veniamo a sapere che gli apostoli non sono mai stati né soli né unici nella sequela del Signore pur avendo ricevuto un ministero specifico: <Bisogna dunque che, tra coloro che sono stati con noi per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto fra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo, uno divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione> (At 1, 21-22). Sin dai suoi primi passi nella storia la Chiesa deve misurarsi non solo con gli ideali del Vangelo, ma pure con la realtà dei suoi tradimenti. Il riferimento a <Giuda, diventato la guida di quelli che arrestarono Gesù> (1, 16) si trasforma nell’occasione per allargare il <numero> (1, 17) degli apostoli avendo la semplicità e il coraggio di andare oltre la scelta fatta dal Signore stesso. Una scelta quasi completata e, per certi aspetti, corretta.

Questo delicato momento della primissima ora della vita della Chiesa è una memoria importante per il suo cammino attraverso le vicende e le esigenze della storia. La fedeltà all’unico Maestro e Signore non ha nulla dell’immobilismo che è frutto dell’attaccamento a noi stessi, ma è la spinta ad andare avanti con creatività, audacia e rischio: <Bisogna dunque… fu associato agli undici apostoli> (1, 21.26). Ciò significa che la fede in Cristo Risorto e asceso al cielo, che ci ha donato lo Spirito del Padre, dà alla Chiesa la libertà e la responsabilità di cercare e trovare le risposte più adeguate alle domande che la storia pone persino in contrasto con quanto stabilito dal Signore nel tempo in cui <ha vissuto fra noi> (1, 21).

Possiamo per questo chiedere l’intercessione di Mattia, l’apostolo aggiunto per sostituire quello che non ha resistito alla luce esigente dell’ultima Ora, perché alla Chiesa dei nostri giorni non manchi mai il coraggio di trovare soluzioni adeguate alle sfide e ai bisogni che la vita e la storia impongono, perché possano essere occasioni di crescita e di novità a servizio della vita e della gioia.

Il tuo nome è Consiglio, alleluia!

VII settimana di Pasqua

La domanda che risuona nella prima lettura ci immette direttamente nell’attesa immediata della Pentecoste: <Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?> (At 19, 2). Le parole conclusive del Vangelo ci fanno intuire quale sia l’opera più importante dello Spirito al cuore della nostra vita di credenti: <Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!> (Gv 16, 33). Nella Tradizione, per caratterizzare l’opera dello Spirito si parla di sette doni che la sua presenza nel cuore dei credenti assicura perché ciascuno possa vivere, fino in fondo, la propria avventura di fede e di testimonianza. Il primo di questi doni è il Consiglio. Nella prima lettura troviamo che <non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue e a profetare> (At 19, 6). Con questa nota ci viene ancora ricordato che lo Spirito agisce nel nostro cuore dando alla nostra vita una direzione e un orientamento che comincia sempre con la capacità di entrare in relazione più ampia con il mondo che ci circonda – le lingue – fino a saper cogliere il senso più profondo di ciò che viviamo interiormente e di ciò che dobbiamo affrontare esteriormente.

Nelle Scritture il dono della profezia non è mai da identificare con la capacità di fare pronostici sul futuro, ma con la possibilità di andare oltre ogni apparenza ed evidenza per cogliere il nesso che lega la nostra vita alla stessa vita di Dio. Quando il Signore Gesù dice con chiarezza ai suoi discepoli: <Ecco viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo> e subito aggiunge <ma io non sono solo, perché il Padre è con me> (Gv 16, 32), non fa che ricordarci come il segreto della sua vita è quella relazione amorosa di cui lo Spirito Santo è il nesso personale. Il tempo pasquale è l’occasione, ogni anno, per crescere in consapevolezza circa questo legame che dalla vita intima di Dio si comunica alla nostra vita fino a ricolmarla di luce tanto da saper discernere il meglio per noi e per gli altri.

La promessa del Signore ai suoi discepoli, che pure stanno per abbandonarlo, è una sorta di assicurazione radicale: <perché abbiate pace in me> (16, 33). Non potremo mai trovare pace in noi stessi, ma la potremo continuamente ritrovare in relazione al mistero di Cristo Risorto che, con il dono del suo Spirito, accompagna noi stessi oltre noi stessi senza mai abbandonarci a noi stessi. Questo dinamismo di dono che ci viene dal Risorto vale anche quando noi lo abbandonassimo per andare dietro a ciò che ci sembra promettere gioie più sensibili e immediate. L’immagine di Paolo che nella sinagoga <poté parlare liberamente per tre mesi, discutendo e cercando di persuadere gli ascoltatori di ciò che riguarda il regno di Dio> (At 19, 8) è un ulteriore prova di ciò che lo Spirito è capace di renderci in grado di fare nonostante tutte le difficoltà e le tribolazioni. Ciò che chiediamo al momento dell’offertorio presentando il pane e il vino è ciò che chiediamo per noi stessi: <questo sacrificio senza macchia ci liberi dal peccato, e infonda nel nostro cuore il vigore della tua grazia>. Le parole del salmo allargano ulteriormente la nostra visuale: <A chi è solo, Dio fa abitare una casa, fa uscire con gioia i prigionieri> (Sal 67, 7). La solitudine evocata dal Signore Gesù non è solo l’abbandono colpevole dei suoi discepoli, ma pure l’intimità ancora più grande con il Padre suo che diventa la fonte della nostra stessa comunione che ci fa trovare casa nel cuore di Dio fino a diventare una casa gli uni per gli altri.