Il tuo nome è Compimento, alleluia!

Ascensione del Signore

Per la Chiesa e per tutti noi oggi è un giorno di grande gioia: il Signore Gesù risorto dai morti, dopo avere aperto per ciascuno di noi una via per vivere in modo pieno la nostra esistenza, ci apre pure le porte del cielo. La Chiesa prega con sentimenti colmi di commozione mista ad una comprensibile fierezza <e noi membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria> (Colletta). La Chiesa non solo ci fa pregare, ma pure ci fa sperare serenamente e quasi allegramente. Infatti, l’Ascensione porta a compimento il mistero dell’Incarnazione così come si è attuata nell’esperienza di Gesù di Nazaret, riconosciuto come Signore. Il Verbo del Padre, generato prima di ogni creatura, rappresenta per ciascuno di noi e per ogni uomo e donna in questo mondo il punto di riferimento, l’asse attorno a cui organizzare tutta la nostra esperienza di vita per <arrivare tutti allo stato di uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo> (Ef 4, 13). Il mistero dell’Ascensione ci invita ad affrettare il passo verso il cielo, ossia verso la pienezza, la totalità, la ricapitolazione di tutto ciò che fa parte della nostra vita e della nostra storia perché la forza che proviene dal mistero pasquale possa essere <pienezza di tutte le cose> (4, 10). Agostino direbbe: <Alzatevi da terra: se il corpo non può farlo, il desiderio voli>. Il mistero pasquale che si compie nell’Ascensione rappresenta proprio la fine di ogni opposizione tra cielo e terra; è il principio del loro reciproco compenetrarsi l’uno nell’altro in una perfezione che è non assenza di limite, ma trasfigurazione di ogni limite nell’amore che conosce la <grazia secondo la misura del dono di Cristo> (4, 7). Come Gesù siamo chiamati a riconoscere che il Padre è l’origine e il fine della nostra vita. Come Gesù siamo invitati a aderire pienamente, il più completamente possibile alla nostra carne, alla nostra storia perché questa sia una via che conduce proprio al cielo. La nostra umanità è ormai l’unica via per essere divinizzati senza essere in nulla de-umanizzati. Il Vangelo della risurrezione secondo Marco si conclude con una nota particolare <non dissero niente a nessuno perché avevano paura> (Mc 16, 8). Il racconto dell’Ascensione secondo Marco è un solenne invito al coraggio che arriva perfino a prendere <in mano i serpenti>, (16, 18) ossia a non temere nulla neppure il male da cui siamo attorniati. Questo perché il mistero pasquale di Cristo se riempie ormai <tutte le cose> (Ef 4, 10) non può che colmare in pienezza il nostro cuore. Con tutta la Chiesa, con tutta l’umanità attendiamo ogni giorno che si compia la promessa di Cristo: <voi sarete battezzati in Spirito Santo> (At 1, 5). Possa lo Spirito darci il coraggio per essere testimoni di quel Regno che è già in mezzo a noi, che è già dentro di noi.

Ton nom est Accomplissement, alleluia !

Ascension du Seigneur 

Pour l’Eglise et pour nous tous, aujourd’hui est un jour de grande joie : Le Seigneur Jésus ressuscité des morts, après avoir ouvert pour chacun de nous une voie pour vivre de façon pleine notre existence, nous ouvre aussi les portes du ciel. L’Eglise prie avec des sentiments remplis d’émotion mêlée à une fierté compréhensible ” et nous, membres de son corps, nous vivons dans l’espérance de rejoindre le Christ, notre chef, dans la gloire ” ( Collecte ). L’Eglise, non seulement nous fait prier, mais elle nous fait aussi espérer sereinement et presque joyeusement. En effet, l’Ascension porte à son accomplissement le mystère de l’Incarnation tout comme s’est actualisé l’expérience de Jésus de Nazareth reconnu comme Seigneur. Le Verbe du Père, généré avant toute créature, représente pour chacun de nous et pour chaque homme et femme en ce monde, le point de référence, l’axe autour duquel organiser toute notre expérience de vie pour ” arriver tous au stade de l’homme parfait jusqu’à rejoindre la mesure de la plénitude du Christ ” ( Eph 4, 13 ). Le mystère de l’Ascension nous invite à accélérer notre pas vers le ciel, donc vers la plénitude, la totalité, la récapitulation de tout ce qui fait partie de notre vie et de notre histoire pour que la force qui provient du mystère pascal puisse être ” plénitude de toute chose ” ( 4, 10 ). Augustin dirait : ” Relevez-vous de terre : si le corps ne peut le faire, le désir vole”. Le mystère pascal qui s’accomplit à l’Ascension représente vraiment la fin de toute opposition entre ciel et terre ; c’est le principe de leur réciproque enchevêtrement l’un dans l’autre dans une perfection qui n’est pas absence de limite, mais transfiguration de toute limite dans l’amour qui connaît la ” grâce selon la mesure du don du Christ ” ( 4, 7 ). Comme Jésus, nous sommes appelés à reconnaître que le Père est l’origine et la fin de notre vie. Comme Jésus, nous sommes invités à adhérer pleinement, le plus complètement possible à notre chair, à notre histoire pour qu’elle soit une voie qui conduise vraiment au ciel. Notre humanité est désormais l’unique voie pour être divinisés sans en rien être  dé-humanisés. L’Evangile de la résurrection selon Marc, se conclut par une remarque particulière ” ils n’en parlèrent à personne, car ils avaient peur ” ( Mc 16, 8 ). Le récit de l’Ascension selon Marc est une invitation solennelle au courage qui arrive même à prendre ” en main les serpents ” ( 16, 18 ) de surcroît sans rien craindre, pas même le mal qui nous entoure. Cela parce que le mystère pascal du Christ remplit désormais ” toute chose ” ( Eph 4, 10 ) et il ne peut que colmater en plénitude notre coeur. Avec toute l’Eglise, avec toute l’humanité, nous attendons chaque jour que la promesse du Christ s’accomplisse : ” Vous serez baptisés dans l’Esprit Saint ” ( Act 1, 5 ). Puisse l’Esprit nous donner le courage d’être témoins de ce Règne qui est déjà au milieu de nous, qui est déjà en nous.

Il tuo nome è Franchezza, alleluia!

VI settimana di Pasqua

A giudicare da ciò che avviene nella sinagoga di Efeso, possiamo dire che non basta la <franchezza> (At 18, 26), che non è neppure sufficiente conoscere ed esporre le cose con <accuratezza> (18, 25), ma è necessaria una <maggiore accuratezza> nel conoscere e nell’annunciare <la via di Dio> (18, 26). Eppure, dal punto di vista delle capacità intellettuali non c’è dubbio che <Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, esperto nelle Scritture> (18, 24), abbia una preparazione intellettuale e una capacità espositiva ben più spiccata di quanta ne potessero avere i coniugi Priscilla e Aquila che sappiamo essere dei <fabbricatori di tende> (18, 3). Eppure, vi è un livello di comprensione del Vangelo e una capacità di farsene testimoni e annunciatori, che va ben aldilà della preparazione e delle capacità intellettuali. Che queste siano utili e necessarie alla comprensione e all’annuncio del mistero di Cristo è indubbio, nondimeno bisogna essere sempre molto vigilanti nel non trasformare l’annuncio del Vangelo in una semplice dottrina per quanto elaborata e convincente.

Di Priscilla e Aquila gli Atti degli Apostoli ci fanno intuire una storia ben diversa da quella di Apollo. Questi viene da un ambiente raffinato e colto come Alessandria, ma sembra essere più un accademico che un uomo della strada, e per questo, meno adatto a parlare con l’<accuratezza> e <franchezza> intellettuali, come pure a partire da un’esperienza di vita formatasi non solo attraverso l’apprendimento di teorie, bensì forgiata alla scuola della vita che spesso è una scuola di dolore. Priscilla e Aquila, dal canto loro, sono degli artigiani e, prima di tutto, sono degli esuli che si ritrovano in Asia dopo essere stati scacciati da Roma. La loro esperienza del Vangelo è passata – sarebbe meglio dire che è stata triturata – nel crogiolo di una sofferenza che permette loro <maggiore accuratezza> sia nella comprensione del mistero di Cristo che nel suo annuncio.

Tutto ciò ci fa comprendere meglio la lunga catechesi che il Signore fa ai suoi discepoli durante la cena pasquale, alla vigilia della sua passione. In essa non vengono trasmessi dei semplici per quanto fondamentali concetti, né delle verità astratte, ma viene comunicata la duplice esperienza di intimità di Gesù con il Padre e il dramma del rifiuto da parte del mondo della sua testimonianza di amore. Una promessa ci prepara alla solennità dell’Ascensione: <Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena> (Gv 16, 24). E cosa mai possiamo chiedere se non di essere sempre più inseriti nella stessa vita di Dio che non è una sapienza, ma una vera esperienza? La nostra preghiera si fa oggi non solo insistente, ma anche concorde: chiediamo al Signore la grazia e la gioia di poter imparare sempre di più, e sempre meglio, il mistero della nostra vita alla luce del mistero pasquale. In questo lavoro di intelligenza del cuore, non bastano le conoscenze intellettuali e le convinzioni accademiche, ma è necessario saper leggere, insieme, nel libro dell’esperienza, per trovarvi la traccia del passaggio della grazia. 

Il tuo nome è Oltre, alleluia!

VI settimana di Pasqua

Con una delicatezza decisa, il Signore Gesù si fa accanto all’apostolo Paolo per aprire i suoi occhi e il suo cuore oltre ciò che può vedere e sentire, ben oltre le apparenze e tutte le evidenze: <perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male> cui aggiunge <in questa città io ho un popolo numeroso> (At 18, 10). Proprio nel momento in cui Paolo comincia a fare la contabilità dei suoi “fallimenti” – e forse cede ad un comprensibile scoraggiamento – il Signore Risorto gli apre ancora una volta gli occhi del cuore. Paolo è invitato, più di sempre, a saper vedere oltre le apparenze e accogliere la realtà di un ministero – il suo – che è sempre preceduto da un passaggio di Dio nei cuori di coloro che incontra sul suo cammino. Non sapremo mai il motivo preciso che portò Paolo a fare <un voto> (18, 18), ma possiamo ben immaginare la fatica dell’apostolo nel portare il peso della preziosità di un annuncio che continuamente deve misurarsi con un certo rifiuto tanto che, ancora una volta, <i Giudei insorsero unanimi contro Paolo e lo condussero davanti al tribunale> (18, 12).

Questa resistenza dei suoi amici di un tempo deve avere turbato – e forse persino destabilizzato – il cuore e la mente di Paolo tanto che <una notte, in visione, il Signore gli disse: “Non avere paura; continua a parlare e non tacere”> (18, 9). Il Signore Gesù, nel Vangelo, evoca una delle realtà fondamentali della nostra esperienza di viventi proprio per rinverdire la nostra consapevolezza di quelli che sono i meccanismi necessari della vita, meccanismi  di cui non solo non dobbiamo meravigliarci, ma ai quali dobbiamo serenamente piegarci: <La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo> (Gv 16, 21). Un figlio non solo ripaga il travaglio del parto, ma gli offre un senso che dà al dolore un significato capace di rendere gli animi più atti a portare gli altri dolori inevitabili della vita.

A differenza di quanto afferma Gallione non si tratta semplicemente <di parole o di nomi> (At 18, 15) ma di misteri, anzi del mistero stesso della vita accolta come un vero travaglio in cui siamo chiamati a partorire continuamente – e in modo sempre nuovo – la speranza in qualcosa che supera le nostre sterilità interiori. Eppure, se la sterilità ci intristisce, la fecondità spesso ci preoccupa così tanto da chiuderci al dono della vita che esige sempre la disponibilità a morire. Vi è una <gioia> che ci viene promessa, ma che non ci viene regalata perché sia veramente nostra e non semplicemente una fruizione che non ci tocchi e trasformi profondamente. Sentire la compagnia del Signore nel nostro cammino di vita e nella nostra testimonianza di discepoli significa, in realtà, osare ogni giorno il passo necessario alla nostra speranza che è sempre un servizio per la gioia di tutti.

Il tuo nome è Meglio, alleluia!

VI settimana di Pasqua

Mentre si presentano le offerte per l’Eucaristia, la Chiesa, attraverso le parole di chi presiede la divina liturgia, esprime il suo desiderio più profondo e prega così: <perché rinnovati nello spirito, possiamo rispondere sempre meglio all’opera della tua redenzione>. Il cammino della vita fa tutt’uno con quello della vita ed è un processo di continua crescita e trasformazione. Il Signore Gesù ce lo ricorda con parole tenere e forti al contempo: <Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia> (Gv 16, 20). In realtà noi facciamo esperienza non solo di una tristezza che può cambiarsi in gioia, ma pure di alcune gioie che si possono tingersi dei colori della tristezza… e questo fa parte del mistero e della sfida della vita. In ogni modo la cosa più importante, e che fa da fondamento al combattimento della speranza, è che possiamo coltivare la certezza di un sempre possibile cammino. Quest’apertura da rinnovare ogni mattina ci permette di non diventare prigionieri né della tristezza né della gioia, ma di essere continuamente protagonista attivi e appassionati della nostra vita a servizio del <meglio> della vita anche degli altri.

Il mistero della risurrezione, che in questi giorni pasquali celebriamo con rinnovata gioia, non è altro che un fare memoria di come, persino nella morte, si è nascosto – fino a trionfare – un principio attivo di vita. Il mistero pasquale, che ci mette di fronte al peggio in termini di rifiuto e di disumanità, ci rassicura del fatto che se il peggio non è mai morto, il meglio è sempre possibile. Questo dinamismo è nascosto come un pugno di lievito nella pasta della vita consueta e ordinaria e viene evocato dal Signore Gesù con quel misterioso rimando che mette in agitazione il cuore dei discepoli: <Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete> (16, 16). I discepoli sono destabilizzati da questo rimando ad un processo che ingloba una buona dose di incertezza: <Non comprendiamo quello che vuol dire> (16, 18). Il Maestro invece spiega, prima di tutto con la sua disponibilità alla Pasqua, quello che vuol dire con ciò che accetta di vivere, fino ad essere disponibile a morire.

Come Paolo anche noi siamo chiamati ad essere <fabbricanti di tende> (At 18, 3) senza presumere troppo di noi stessi e accogliendo di doverci interiormente spostare non solo da un posto all’altro, ma anche da una situazione all’altra. Persino il fatto di <dedicarsi tutto alla Parola> (At 18, 5) non ci garantisce di essere accolti da tutti, ma esige la disponibilità a rischiare sulla Parola, aprendoci a nuove strade e a soluzioni finora impensate con docilità e amore. Agostino lo ricorda a se stesso e ai discepoli di tutti i tempi: <Questo che è il frutto del suo travaglio, la Chiesa lo partorisce al presente nel desiderio, allora lo partorirà nella visione; ora gemendo, allora esultando; ora pregando, allora lodando Dio. Sarà perciò un fine eterno, perché non ci potrà bastare che un fine senza fine>1.


1. AGOSTINO, Commento al vangelo di Giovanni, n° 101.

Il tuo nome è Prova, alleluia!

VI settimana di Pasqua

L’apostolo Paolo cerca di stare <in piedi in mezzo all’Aeropago> (At 17, 22) quasi per cercare di diventare, agli occhi dei dotti Ateniesi, una prova vivente di cosa significhi entrare nel mistero della risurrezione di Cristo Signore. Ma la conclusione del testo è alquanto amara: <Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: “Su questo punto ti sentiremo un’altra volta”> (17, 32). Eppure, bisogna riconoscere che la reazione dei filosofi della dotta Atene riesce a centrare il problema che la fede cristiana pone ad ogni intelligenza che sia onesta. Paolo, infatti, non fa che confermare, per così dire, lo scetticismo degli ateniesi ai quali non presenta la fede come una semplice proposta etica, ma come l’adesione al mistero di una persona, fino a dire che Dio <ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti> (17, 31). Fin qui i presenti erano stati disposti a prestare ascolto al “predicatore” di turno, ma questo slittamento dalla filosofia alla persona concreta di Gesù, costituito da Dio, quale Cristo e Salvatore, non può che imbarazzare i presenti, fino a far disertare la piazza più dotta e più intellettualmente pruriginosa del mondo dell’epoca.

L’evangelista Luca con la sua consueta capacità di trasmettere la forza del messaggio attraverso i particolari del racconto, se da una parte narra che la maggioranza si chiude al mistero della risurrezione, dall’altra sottolinea ancora più fortemente il fatto che <alcuni si unirono a lui e divennero credenti> (17, 34). La fede in Cristo non può essere un fenomeno né “di piazza” né, tantomeno, portare ad un’adesione “di massa”. Il fatto che il mistero di Cristo sia il farsi presente di Dio all’uomo in modo assolutamente personale, esige, altresì, un’adesione che non può che essere assolutamente radicata nella coscienza personale. Il Signore Gesù, congedandosi dai suoi discepoli nella tenue luce del Cenacolo, insiste in modo fortissimo su questo aspetto così personale da essere, in realtà, assolutamente intimo: <Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà> (Gv 16, 15).

A pensarci bene, anche nel nostro cuore forse possiamo trovare un altare con la scritta <A un Dio ignoto> (At 16, 23). Conoscerlo ed entrare in reale comunione con questa presenza divina esige la fatica di un lungo cammino di amore che non passa solo attraverso l’intelletto, ma ben più concretamente attraverso la costruzione di una relazione fatta di amore. Per questo il Signore ci ricorda che: <lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità> (Gv 16, 13). Non si tratta di imparare una lezione, ma di abituarsi ad una presenza interiore con cui siamo chiamati ad entrare gradualmente in comunione. 

Il tuo nome è Fuori, alleluia!

VI settimana di Pasqua

Portiamo ancora nel cuore l’eco delle parole del Signore Gesù che, solo qualche giorno fa, parlava di se stesso come del pastore bello e buono che conduce fuori le sue pecore ad una ad una. Oggi vediamo come quest’opera così “pastorale” viene continuata nel tempo perché tutti e ciascuno possano sperimentare la libertà e vivere pienamente. Nella prima lettura assistiamo alla conversione del carceriere, il quale diventa simbolo di tutti coloro che sono chiamati ad arrendersi alla potenza liberatrice del Vangelo di Cristo. Così, proprio colui che, obbedendo scrupolosamente agli ordini, <li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi> (At 16, 24) diventa colui che <poi li condusse fuori e disse: “Signori, che cosa devo fare per essere salvato?”> (16, 30). La risposta degli apostoli è semplice: si tratta di accogliere il mistero del <Signore Gesù> (16, 31) accettando di entrare nella logica del Vangelo che è un dinamismo di libertà che cerca di dare a ciascuno la possibilità di vivere al meglio il proprio cammino di vita senza farsi e senza fare mai del <male> (16, 28).

Il <terremoto> (16, 26) scatenato dalla preghiera di Paolo e Sila, è il segno esterno di quel lievito evangelico che la Pasqua di Cristo ha posto al cuore della storia e che la fa crescere e lievitare fino a renderla parte del Regno di Dio che viene. In realtà, nel testo della prima lettura, il carceriere reagisce alla risposta degli apostoli e all’annuncio che gli viene fatto della <parola del Signore> (16, 32) non con una professione di fede fatta con le labbra, ma con un gesto che indica la comprensione profonda di quell’annuncio di cui è stato reso partecipe: <Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi>. Non si ferma qui: <poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi> (16, 33-34). La lettura di questo passo degli Atti degli Apostoli è la prova di quanto siano vere le parole e le promesse del Signore Gesù: <Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi> (Gv 16, 7).

Il cammino della Chiesa continua nel tempo proprio come attuazione di questo spazio di sospensione e di assenza. Questo spazio, che talora ci spaventa per il suo peso di vuoto, permette la manifestazione della potenza della risurrezione nella concretezza delle realtà della nostra vita. Infatti, la liberazione e la gioia sono i segni sempre più chiari e visibili dell’opera di Dio nel nostro cuore laddove possiamo imparare – piuttosto che a farci e fare del male – a condividere sempre più ampiamente il bene che abbiamo ricevuto e che siamo chiamati a scambiarci seduti tutti insieme alla tavola imbandita della vita. Il Signore Risorto ci conduce sempre <fuori> da tutto ciò che limita e intristisce la vita e ci chiede di essere capaci di fare altrettanto per i nostri fratelli e le nostre sorelle, perché mai nessuno possa sentire la propria esistenza come fosse un <carcere> (At 16, 23) pieno di <tristezza> (Gv 16, 6).

Il tuo nome è Fedele, alleluia!

VI settimana di Pasqua

La domanda che Lidia pone agli apostoli, dopo aver aperto il suo cuore alla fede in Cristo, diventa una porta per comprendere l’opera così segreta ed efficace che lo Spirito continuamente opera nella nostra esistenza: <Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa> (At 16, 15). Ciò che lo Spirito del Risorto opera nel cuore di quanti si aprono alla luce della Pasqua, non è che un’opera di partecipazione intima e segreta alla stessa vita di Dio. L’adesione di fede non solo rende intimamente partecipi, ma quasi responsabili custodi del suo stesso mistero perché sia partecipato pienamente all’umanità. Le parole del Signore Gesù sono dolcissime e, al contempo, tanto esigenti mentre ci parla dello Spirito promesso: <egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio> (Gv 15, 27). La testimonianza che lo Spirito assicura per ciascun credente è, prima di tutto, la memoria grata di quanto Dio sia fedele ai nostri umani cammini tanto da accompagnarne i passi e animarne e orientarne i desideri più veri e profondi. A questa opera di Dio in noi non può che corrispondere una conformazione sempre più nitida del nostro stile di vita al modo di agire dello Spirito. La conclusione della prima lettura ci parla certamente di Lidia ma, in certo modo, ci parla di Dio: <E ci costrinse ad accettare> (At 16, 15).

Una poesia scritta da Teresa Benedetta della Croce ci aiuta ad entrare nel mistero della pienezza del dono pasquale che è l’effusione dello Spirito: <Chi sei, dolce luce? Sei forse il raggio che scaturisce come il lampo dall’alto trono del Giudice eterno, penetrando come il ladro nella notte dell’anima che misconosceva se stessa (Lc 12, 39)? Misericordioso, eppure inesorabile, penetri fino alla sua profondità nascosta. L’anima è spaventata da ciò che vede di se stessa e sta in un sacro timore davanti al principio di ogni sapienza che viene dall’alto e ci ancora saldamente in alto, davanti al tuo operare che nuovamente ci ricrea, Spirito Santo, raggio che nulla può fermare! Sei forse la pienezza di spirito e di potenza che permette all’Agnello di sciogliere i sigilli del decreto eterno di Dio (Ap 5, 7)? Sul tuo ordine i messaggeri del giudizio cavalcano per il mondo e separano, con il taglio della spada, il Regno della luce dal regno della notte (Ap 6, 2). Nuovo sarà il cielo e la terra nuova (Ap 21,1) e tutto ritroverà il suo giusto posto, sotto il tuo soffio leggero: Santo Spirito, potenza vittoriosa!>1.

Una potenza che si attua e si rivela nella forma dell’interiorità capace di formare discepoli fedeli e disponibili alla testimonianza estrema: <Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto> (Gv 16, 4). Come per Lidia, <commerciante di porpora>, quest’opera segreta dello Spirito Santo lavora <il cuore> (At 16, 14) tra le attività consuete ed ordinarie della vita.


1. EDITH STEIN, Poesia, Pentecoste 1937.

Il tuo nome è Donare, alleluia!

VI Domenica di Pasqua

Ancora una volta l’apostolo Giovanni ci conduce direttamente al cuore, al centro, al nucleo incandescente del mistero di Cristo Risorto e Signore della storia: <in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati> (1Gv 4, 10). Il senso di questa parola viene confermato e rafforzato da un detto del Signore stesso che può essere assunto come il riassunto essenziale di tutto l’evangelo che è Gesù Cristo, morto e risorto per noi: <Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici> (Gv 15, 13). Questa è una parola che dilata gli spazi della nostra anima come i polmoni si dilatano per la finissima aria di alta montagna quando, finalmente, si può sentire la parte più sublime della nostra persona. Avere degli amici nella propria vita ed essere in grado di dare la vita per loro sembra essere – anzi lo è sicuramente – il segreto di una felicità vera e duratura. Se l’orizzonte ci affascina sorprendentemente, una domanda si pone necessariamente: <Come arrivare ad essere capaci di vivere tutto ciò, il dono di avere degli amici e la capacità di dare la vita per loro?>. L’esperienza dell’apostolo Pietro in casa di Cornelio ci può aiutare in questa comprensione e in questo cammino. Per due volte troviamo la congiunzione <anche>. Dapprima, mentre l’apostolo Pietro entra nella casa, in cui è stato invitato e dove viene accolto con grande – eccessiva! – deferenza. Infatti, mentre Cornelio secondo gli usi pagani <si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio> (At 10, 25), Pietro non esita a risollevarlo con queste parole: <Alzati: anch’io sono un uomo!> (10, 26). Verso la fine della prima lettura troviamo una constatazione che ha cambiato e segnato il cammino della Chiesa nascente: <E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio> (10, 45-46). Nella pienezza della celebrazione del tempo pasquale siamo così invitata ad aprirci ad un orizzonte sempre più inclusivo. Inclusivo nel senso di sentirci come tutti senza pretendere di essere diversi o più rispettabili di alcuno. Inclusivo nel senso di avere occhi per discernere quanto l’amore del Signore si estenda su tutti e sia capace di far germogliare i segni del suo Regno che viene anche laddove noi non aspetteremmo assolutamente nulla. È questo l’orizzonte che ci ha aperto la parola e i gesti del Signore che ancora una volta ci chiede di accogliere la sua parola come un seme capace di fecondare e trasformare la storia: <Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi> (Gv 15, 12). Raramente il Signore offre se stesso come esempio mentre normalmente rimanda al mistero del Padre. Per quanto riguarda la capacità e la modalità dell’amore non esita a chiederci di imparare da lui e di lasciarci ammaestrare dall’attitudine del suo cuore <perché Dio è amore> (1Gv 4, 8).

Ton nom est Donner, alleluia !

VI Dimanche de Pâques 

Une fois encore, l’apôtre Jean nous conduit directement au coeur, au centre, au noyau incandescent du mystère du Christ ressuscité et Seigneur de l’Histoire : ” voici en quoi consiste l’amour : ce n’est pas nous qui avons aimé Dieu, mais c’est Lui qui nous a aimés et qui a envoyé son Fils comme victime pour expier nos péchés ” ( Jn 4, 10 ). Le sens de ces paroles vient confirmer et renforcer ce que le Seigneur lui-même a dit et qui peut être considéré comme le résumé essentiel de tout l’évangile de Jésus-Christ, mort et ressuscité pour nous : ” Il n’y a pas de plus grand amour que de donner sa vie pour ses amis ” ( Jn 15, 13 ). Ceci est une parole qui dilate les espaces de notre âme comme les poumons se dilatent par l’air très pur de haute montagne, lorsque finalement, l’on peut ressentir la part la plus sublime de notre personne. Avoir des amis dans sa vie et être capable de donner sa vie pour eux semble être- en fait cela l’est sûrement – le secret d’un véritable bonheur durable. Si cet horizon nous fascine de façon surprenante, une question se pose nécessairement : ” Comment être capable de vivre tout cela, le don d’avoir des amis et la capacité de donner la vie pour eux ? ” L’expérience de l’apôtre Pierre dans la maison de Corneille peut nous aider pour la compréhension de ce chemin. Nous trouvons deux fois la conjonction ” aussi “. D’abord, lorsque l’apôtre Pierre entre dans la maison où il a été invité et où il est accueilli ” en grande pompe ” ! En fait, pendant que Corneille, selon les usages païens, ” se jette à ses pieds pour lui rendre hommage “, ( Act 10, 25 ), Pierre n’hésite pas à le relever par ces paroles : ” Lève-toi, moi aussi je suis un homme ! ” ( 10, 26 ). Vers la fin de la première lecture, nous découvrons une constatation qui a changé et marqué le chemin de l’Eglise naissante : ” Et les fidèles circoncis qui étaient venus avec Pierre étaient stupéfaits de voir que, même sur les païens, le don de l’Esprit Saint s’était aussi répandu ; ils les entendaient, effectivement, parler dans d’autres langues et glorifier Dieu ” ( 10, 45-46 ). Dans la plénitude de la célébration du temps pascal, nous sommes ainsi invités à nous ouvrir à un horizon toujours plus inclusif. Inclusif dans le sens de nous sentir comme tous, sans prétendre d’être différents ou plus respectables que les autres. Inclusif dans le sens d’avoir des yeux pour discerner combien l’amour du Seigneur s’étend sur tous et est capable de faire germer les signes de son Règne qui vient aussi là où nous ne l’attendrions absolument pas. C’est cela l’horizon ouvert pour nous par les paroles et les gestes du Seigneur  et qui, encore une fois, nous demande d’accueillir sa Parole comme une semence capable de féconder et de transformer l’Histoire : ” Voici mon commandement : aimez-vous les uns les autres, comme je vous ai aimés ” ( Jn 15, 12 ). Rarement le Seigneur se prend pour exemple, alors qu’il nous envoie normalement au mystère du Père. En ce qui concerne la capacité et la façon d’aimer, il n’hésite pas à nous demander d’apprendre de lui et de nous laisser  enseigner par l’attitude de son coeur ” car Dieu est amour ” ( 1 Jn 4, 8 ).