Approdare

V settimana T.O.  –

L’inizio del vangelo di quest’oggi può sembrare una semplice nota narrativa per ritmare l’andamento del testo e fare da collegamento tra vari momenti della vita del Signore Gesù: <compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono> (Mc 6, 53). A questo approdare di Gesù nella terra ambigua di Gennèsaret, sembra corrispondere, in modo assai diverso, quello che potremmo definire l’approdare dell’arca del Signore, per lungo tempo abituata ad un continuo nomadismo e collocazioni provvisorie, nella stabile e stupenda cornice del Tempio appena costruito da Salomone. La prima lettura sembra evocare il raggiungimento di un momento di sollievo dopo il lungo cammino cominciato con l’Esodo: <I sacerdoti introdussero l’arca dell’alleanza del Signore al suo posto nel sacrario del tempio, nel Santo dei Santi, sotto le ali dei cherubini> e si aggiunge <Difatti i cherubini stendevano le ali sul luogo dell’arca; i cherubini, cioè, proteggevano l’arca e le sue stanghe dall’alto> (1Re 8, 6-7).

Alla fine di questo racconto sembra proprio che tutti siano contenti e soddisfatti: il Signore Dio innanzitutto, la cui <gloria> ormai <riempiva il tempio> (8, 11);  il re Salomone che sente di aver portato felicemente a compimento l’opera affidatagli dal suo padre Davide; i sacerdoti e i leviti che ormai si sedentarizzano nel culto del Tempio di Gerusalemme raggiungendo, per così dire, lo stesso livello degli altri sacerdoti dei popoli circonvicini; il popolo tutto che si sente rassicurato da questa presenza che dà molta sicurezza; ed infine  la storia – in senso lato – visto che si conclude felicemente e gloriosamente un lungo cammino segnato dalla provvisorietà e da un nomadismo che, per quanto romantico, non è certo facile. Il verbo che indica tutto questo movimento che diventerà uno degli aneliti di ogni pio israelita che si recherà al tempio è: <salire> (8, 1). 

Nel Vangelo sembra che questo verbo ascensionale, così caratteristico di ogni slancio religioso e mistico, venga capovolto nella rivelazione di Cristo Signore il quale, invece di salire, preferisce scendere e, invece, di allontanarsi lasciandosi difendere <dalla nube> (8, 11) della trascendenza, approdi sempre più vicino alla nostra condizione e situazione umana così da diventare sempre più abbordabile: <cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse> (Mc 6, 55). Potremmo dire che nel Verbo fatto carne, il Signore Dio riprende a camminare per le nostre strade come già aveva accompagnato il popolo durante il cammino dell’esodo e ricomincia a scendere, quasi stanco di questo splendido isolamento cultuale in cui è stato costretto dalle nostre immaginazioni religiose che rischiano continuamente di rivestire il nostro Dio con i paludamenti delle nostre trasognare idolatrie: <e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati> (6, 56). Certo venivano sanati dalle loro infermità, ma forse e più profondamente <venivano salvati> da quel senso di lontananza di Dio che rompe l’armonia della creazione fino ad ammalarci. Se Salomone assicura al popolo di avere un centro cultuale verso cui salire e trovare conforto, il Signore Gesù si mette al centro delle nostre povertà e delle nostre urgenze lasciandosi toccare e donando a ciascuno di poter sperimentare una vicinanza che risana.

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