Cammino

IV settimana T.O.  –

Oggi la Liturgia ci dà l’occasione di leggere contemporaneamente due testi che mettono in luce due passaggi difficili della vita di Davide, ma pure di quella del Signore Gesù, entrambi mediati dalla figura complessa e così espressiva di <un uomo posseduto da uno spirito impuro> (Mt 5, 2). Le situazioni descritte ci mettono di fronte a due momenti di profonda sofferenza: quella dell’uomo indemoniato che <urlando a gran voce> (Mc 5, 7) chiede al Signore Gesù di non tormentarlo e di lasciarlo a se stesso e alla sua condizione di semi-vivo o di semi-morto e quella -soprattutto – di lasciare che gli altri possano continuare a trattarlo come hanno sempre fatto. Certo è lo spirito impuro che si ribella all’azione salvifica del Signore Gesù il quale, con la sua sola presenza, è capace di aprire nuovi sentieri di vita; ma è pure questo pover’uomo a non volere aggravare la sua situazione, abituato a essere vessato, all’interno, dal suo malessere e, all’esterno, dal disprezzo degli altri. Così pure l’immagine che nella prima lettura ci viene data del re Davide, ce lo rivela in tutta la sua fragilità: <saliva l’erta degli Ulivi, saliva piangendo e camminava con il capo coperto e a piedi scalzi; tutta la gente che era con lui aveva il capo coperto e, salendo, piangeva> (2Sam 15, 30).

Ci sono momenti della vita in cui sembra che tutto sia perduto e ci rendiamo conto che qualcosa del nostro modo di vivere e di concepire l’esistenza è veramente andato perduto. Eppure, sono questi momenti in cui si ha l’impressione di toccare veramente il fondo e di non avere più nulla da sperare, ad essere l’occasione di scoprire un cassetto segreto della nostra vita, un cassetto che è la compagnia di un Dio che, nonostante tutto – e persino quanto raccogliamo il frutto delle nostre inconsistenze – sta comunque dalla nostra parte. Davide, nella terribile prova del tradimento da parte del figlio amato, si apre ad una speranza altra che va ben oltre le sue personali conquiste: <Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi> (2Sam 15, 12). Questa speranza altra permette di continuare <il cammino> (15, 13). Lo stesso vale per il Signore Gesù che, davanti all’invito dei Geraseni di allontanarsi dal loro territorio per lasciarli in pace alle loro abitudini, risale sulla barca senza accettare di essere seguito dall’uomo appena guarito, mettendolo, così, in condizione di andare persino oltre la propria esperienza di salvezza, senza fissazione alcuna, neppure quella che sarebbe suggerita dalla gratitudine: <Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati> (Mc 5, 20). 

Più volte nel testo del Vangelo si evoca ciò che quell’uomo <era stato> (5, 15) e forse è proprio qui il Vangelo di salvezza che viene così potentemente annunciato dalle parole e dai gesti del Signore Gesù: non fissare noi stessi e non fissare neppure i nostri fratelli e sorelle in umanità in ciò che siamo stati – nel bene e nel male – per andare un po’ più oltre fino ad essere, finalmente e di nuovo, <meravigliati> (5, 20). Ci sono delle situazioni difficili che pure si dimostrano in grado di rimettere in cammino la vita e queste sono delle vere e proprie teofanie. Al cuore di uno dei racconti più drammatici del vangelo in cui l’uomo viene rappresentato nella sua più cruda disumanità troviamo che gli astanti <ebbero paura> (Mc 5, 15). Il termine è lo stesso che troviamo nel momento della risurrezione, prefigurato da quello della trasfigurazione: in tal modo l’evangelista ci dice che siamo ad un tornante della rivelazione di Dio in Cristo Gesù.

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