Debole

VIII settimana T.O.

Lasciamoci guidare dalla penna e dal cuore di Giovanni Crisostomo nell’accostare il Vangelo di quest’oggi che, in realtà, permette di assumere una parte di noi stessi. Il Patriarca di Costantinopoli, facendo riferimento alla versione matteana di questo passo evangelico che leggiamo nella versione di Marco, si sofferma, con una certa tenerezza, sui sentimenti di questo giovane in cui si rispecchia una parte di noi: <Questo giovane non aveva dimostrato una premura mediocre; egli era come un innamorato. Mentre gli altri si avvicinavano a Gesù per metterlo alla prova o per parlargli delle loro malattie, di quelle dei parenti o di altri ancora, lui invece si avvicina per intrattenersi con lui sulla vita eterna. Il terreno era fertile, ma era pieno di rovi pronti a soffocare il seme (Mt 13,7). Considera quanto egli sia ben disposto ad obbedire ai comandamenti. Nessun fariseo aveva mai manifestato tali sentimenti; erano piuttosto furiosi di essere stati ridotti al silenzio. Il nostro giovane, invece, ripartì con gli occhi bassi per la tristezza, segno non trascurabile del fatto che non era venuto con cattive disposizioni. Era soltanto troppo debole>1.

Soltanto troppo debole dice Crisostomo! E noi, di noi stessi, forse potremmo dire la stessa cosa: spesso siamo così deboli da lasciare che il meglio di noi stessi venga soffocato da ciò che, sempre dentro di noi, non riesce ad aprirsi fino a lasciarsi profondamente e realmente trasformare da ciò che può dare alla nostra vita non solo un nuovo corso, ma un sapore completamente nuovo. Marco inserisce nella narrazione un particolare la cui straordinaria bellezza ferisce: <Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò…> (Mc 10, 21) e solo dopo parlò, facendo cadere il seme del sua parola – preceduto dal seme del suo amore – su un terreno  che si sentiva così inadeguato da tirarsi indietro. La conclusione è toccante: <si fece scuro in volto e se ne andò rattristato> (10, 22). La tristezza invade il cuore di questo tale che si accosta a Gesù con sentimenti profondi, ma senza  riuscire a chiedere – proprio a Colui che lo chiama a seguirlo – non come ci si arruola, ma come ci si innamora, dandogli così l’opportunità di  poterlo aiutare  a crescere in amore.

Proprio l’apostolo Pietro avrebbe potuto dare una mano a quel tale, lui che aiuta noi a non temere di lasciarci trafiggere dallo sguardo amoroso del Signore Gesù che, se mette a nudo la nostra debolezza, ci rivela una forza che non viene da noi e che pure agisce dentro di noi e con noi: <Impossibile agli uomini, ma non a Dio!> (10, 27). Nella prima lettura ci viene svelato il segreto più fondamentale di ciò che rende tutto possibile: <Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui> (1Pt 1, 8). Credere in Gesù significa accettare che il suo amore ci riveli, oltre ogni aspettativa ed immaginazione, quanto lui creda in noi fino a rendere possibile, nelle nostre vite, l’impossibile alle nostre vite. 


1. GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie su Matteo, 63.

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