Falegname

IV settimana T.O.  –

Potremmo dare noi stessi una risposta agli abitanti di Nazareth: <Sì, è proprio il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo…, si è proprio uno di noi!>. E mentre cerchiamo di trovare una risposta allo <scandalo> (Mc 6, 3) che tocca il cuore di quanti hanno visto crescere Gesù come uno di loro e se lo ritrovano davanti a loro come uno che si mette ad <insegnare nella sinagoga> (6, 2), siamo chiamati a verificare interiormente che cosa veramente ci aspettiamo dal Signore Gesù. Forse anche noi siamo scandalizzati dal fatto che anche oggi e nella nostra vita la presenza del Signore non è poi così straordinaria come ci aspetteremmo e desidereremmo ed è, invece, molto simile a quella di un semplice <falegname>. Eppure, la sfida della profezia di Cristo Signore che si fa modello di ispirazione per ciascuno dei suoi discepoli, è proprio quella di non cambiare la realtà del nostro essere e della nostra storia, ma renderla una efficace mediazione per rivelare ciò che anima profondamente il nostro cuore.

Ciò che turba gli abitanti di Nazareth è la qualità della parola del Signore Gesù che, ai loro occhi, contrasta con le sue umili e troppo note origini. Accettare che Gesù – uno di loro e uno di noi – sia, in verità, portatore di una parola profetica, significa accettare che anche noi, a nostra volta – e alle medesime condizioni della crescita vissuta dal Signore a Nazareth – forse possiamo e dobbiamo essere, con la nostra vita – senza rinnegare nulla e nessuno della nostra storia – portatori di una parola più grande di noi, ma non meno vera. La difficoltà di accoglienza dei suoi concittadini, in realtà, sembra paralizzare il Signore che, nella sua logica evangelica, non vuole in nessun modo imporsi, ma accetta di defilarsi, tanto che <percorreva i villaggi d’intorno insegnando> (Mc 6, 6). A differenza di quanto viene vissuto da Davide, costretto a scegliere tra tre punizioni possibili per il peccato di aver voluto contare il suo popolo, ma – in realtà – per poter stimare la sua forza militare, Gesù lascia spazio all’incredulità e al rifiuto, prendendo atto e persino rinunciando ad accreditarsi con un <prodigio> (6, 5) affinché ciò non sapesse di costrizione. 

Come ricorda Dom Guillaume: <saremmo nell’illusione se pensassimo che questo succeda solo agli altri. Non siamo migliori di tutti coloro che ci hanno preceduto. La nostra fede non merita molto più di quella degli abitanti di Nazaret, che ha sorpreso così dolorosamente Gesù. Questa constatazione potrebbe davvero lasciarci delusi e condurci ad allontanarci da Gesù. E questa è, effettivamente, la tentazione di colui che arriva alla soglia dell’incontro con Gesù. Perché è proprio lì, nel vuoto di ogni sentimento, nell’assenza di ogni entusiasmo, che ci aspetta Gesù>1. Un altro commentatore contemporaneo delle Scritture, André Neher, annota così: <la profezia non è altro che testimoniare l’assoluto di Dio> che in Gesù si manifesta nell’attenzione non ai discorsi e alle valutazioni, ma nella preoccupazione operosa per i più poveri e bisognosi: <ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì> (Mc 6, 5).


1. DOM GUILLAUME, Sui sentieri del cuore, Paoline 2011, p. 93.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *