Giobbe!

VII settimana T.O.

L’apostolo Giacomo sembra avere bisogno di metterci in guardia da una visione della vita troppo “rosa” in cui non ci sia spazio per l’imprevisto del dolore, della sofferenza, della difficile assunzione delle varie realtà del vivere. Prima di tutto siamo messi di fronte ad un’esortazione: <Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri> (Gc 5, 9). Subito dopo aver detto ciò, l’apostolo Giacomo sembra sentire l’urgenza di chiarire che il “non lamentarsi” è ben più che un atto di virtù puntuale; esso è infatti il segno indicativo di un atteggiamento di fondo nei confronti del mistero della vita. Per questo aggiunge: <prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore>. E, tra i tanti possibili, cita un esempio che potremmo definire il più drammatico o comunque il più destabilizzante: <Avete udito parlare della pazienza di Giobbe e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché il Signore è ricco di misericordia e di compassione> (5, 11).

Giobbe, offerto come modello di <pazienza>, diventa il simbolo di come un uomo possa assumere tutta la realtà della propria vita, anche la più dolorosa, sapendola nominare e sapendola portare. Ben diversa è la soluzione per la quale chiedono un’ulteriore approvazione da parte del Signore Gesù, una soluzione prospettata dai farisei in una realtà che diventa il segno simbolico di tutte le difficoltà che possono insorgere inevitabilmente in una vita di relazione che sia autentica: <gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie> (Mc 10, 2) 

La <sorte finale> (Gc 5, 11) è come l’<inizio> (Mc 10, 6) da cui il Signore Gesù chiede ai discepoli di attingere la sapienza per assumere le sfide della vita e affrontarle al meglio. La fedeltà alle promesse è possibile solo se si assume l’atteggiamento di Giobbe nei confronti del mistero della vita, inglobando pure la possibilità del dolore e il dramma dell’incomprensione. I farisei che pongono la domanda al Signore Gesù sono, di fatto, della stessa pasta degli amici che tormentano Giobbe con le loro sicure teorie, mere costatazioni di un dolore che non hanno sofferto sulla propria pelle, ma letto soltanto nei libri. Giobbe è invece una parola chiave per chi deve imparare a portare con pazienza il libero giogo dell’amore, anche quando il gioco si fa pesante. Il Signore Gesù non minimizza le difficoltà, ma esclude le conclusioni semplicistiche e comode. L’accostamento liturgico tra l’esortazione ad essere pazienti come Giobbe e ad essere attenti all’altro soprattutto quando è più debole, come lo era la donna nella legislazione dei tempi, aprono lo spazio infinito delle possibilità e delle scelte che non possono essere mai preconfezionate e assolute. Giobbe è una parola contro chi rischia di arrogarsi – come i suoi amici – il diritto di pontificare senza conoscere e senza pagare in prima persona. Il Signore Gesù, con la sua riposta, non dà una “ricetta”, ma si premura di rammentare ai suoi ascoltatori e a noi, di avere il coraggio di ricordare sempre l’<inizio> per trovare il coraggio di arrivare alla fine.

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