Il tuo nome è Consiglio, alleluia!

VII settimana di Pasqua

La domanda che risuona nella prima lettura ci immette direttamente nell’attesa immediata della Pentecoste: <Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?> (At 19, 2). Le parole conclusive del Vangelo ci fanno intuire quale sia l’opera più importante dello Spirito al cuore della nostra vita di credenti: <Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!> (Gv 16, 33). Nella Tradizione, per caratterizzare l’opera dello Spirito si parla di sette doni che la sua presenza nel cuore dei credenti assicura perché ciascuno possa vivere, fino in fondo, la propria avventura di fede e di testimonianza. Il primo di questi doni è il Consiglio. Nella prima lettura troviamo che <non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue e a profetare> (At 19, 6). Con questa nota ci viene ancora ricordato che lo Spirito agisce nel nostro cuore dando alla nostra vita una direzione e un orientamento che comincia sempre con la capacità di entrare in relazione più ampia con il mondo che ci circonda – le lingue – fino a saper cogliere il senso più profondo di ciò che viviamo interiormente e di ciò che dobbiamo affrontare esteriormente.

Nelle Scritture il dono della profezia non è mai da identificare con la capacità di fare pronostici sul futuro, ma con la possibilità di andare oltre ogni apparenza ed evidenza per cogliere il nesso che lega la nostra vita alla stessa vita di Dio. Quando il Signore Gesù dice con chiarezza ai suoi discepoli: <Ecco viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo> e subito aggiunge <ma io non sono solo, perché il Padre è con me> (Gv 16, 32), non fa che ricordarci come il segreto della sua vita è quella relazione amorosa di cui lo Spirito Santo è il nesso personale. Il tempo pasquale è l’occasione, ogni anno, per crescere in consapevolezza circa questo legame che dalla vita intima di Dio si comunica alla nostra vita fino a ricolmarla di luce tanto da saper discernere il meglio per noi e per gli altri.

La promessa del Signore ai suoi discepoli, che pure stanno per abbandonarlo, è una sorta di assicurazione radicale: <perché abbiate pace in me> (16, 33). Non potremo mai trovare pace in noi stessi, ma la potremo continuamente ritrovare in relazione al mistero di Cristo Risorto che, con il dono del suo Spirito, accompagna noi stessi oltre noi stessi senza mai abbandonarci a noi stessi. Questo dinamismo di dono che ci viene dal Risorto vale anche quando noi lo abbandonassimo per andare dietro a ciò che ci sembra promettere gioie più sensibili e immediate. L’immagine di Paolo che nella sinagoga <poté parlare liberamente per tre mesi, discutendo e cercando di persuadere gli ascoltatori di ciò che riguarda il regno di Dio> (At 19, 8) è un ulteriore prova di ciò che lo Spirito è capace di renderci in grado di fare nonostante tutte le difficoltà e le tribolazioni. Ciò che chiediamo al momento dell’offertorio presentando il pane e il vino è ciò che chiediamo per noi stessi: <questo sacrificio senza macchia ci liberi dal peccato, e infonda nel nostro cuore il vigore della tua grazia>. Le parole del salmo allargano ulteriormente la nostra visuale: <A chi è solo, Dio fa abitare una casa, fa uscire con gioia i prigionieri> (Sal 67, 7). La solitudine evocata dal Signore Gesù non è solo l’abbandono colpevole dei suoi discepoli, ma pure l’intimità ancora più grande con il Padre suo che diventa la fonte della nostra stessa comunione che ci fa trovare casa nel cuore di Dio fino a diventare una casa gli uni per gli altri.

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