Il tuo nome è Esortazione, alleluia!

II settimana di Pasqua

Due personaggi dominano la scena della Parola offerta quest’oggi. Continua il dialogo notturno con Nicodemo, ma viene evocato pure un discepolo che si rivela capace di entrare a piè pari nelle esigenze del Vangelo: <Giuseppe, soprannominato dagli a apostoli Barnaba, che significa “figlio dell’esortazione”> (At 4, 36). Questo discepolo era <padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli> (4, 37). La vita di quest’uomo è un’esortazione ed una consolazione viventi poiché rivela come si può entrare senza troppa fatica nella logica di una comunione che porta, in modo del tutto naturale, a mettere in comune i propri beni, le proprie energie, le proprie doti. Nella memoria della Chiesa l’apostolo Barnaba, cui verrà riservato sempre questo titolo speciale assieme al solo Paolo e a Mattia aggregato ufficialmente al gruppo di Dodici, conserva un carattere di esortazione unico. Sin dal suo primo apparire sulla scena e fino al suo ritirarsi discretamente davanti alla veemenza di Paolo, è una viva esortazione non solo a professare la fede in Cristo, ma ad assumere il suo stile fraterno e capace di cedere il passo purché il Vangelo sia predicato.

Potremmo così dire che Giuseppe-Barnaba non si accontenta di deporre ai piedi degli apostoli il ricavato dalla vendita del suo campo, ma con questo gesto dimostra di essere entrato pienamente nella via del Vangelo tralasciando di occuparsi di se stesso e mettendo la sua vita a servizio fino a sapersi rendere non solo utile, ma persino inutile. In quest’uomo divenuto credente e discepolo possiamo trovare una realizzazione esistenziale di ciò cui il Signore Gesù esorta il rabbì Nicodemo: <Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto> (Gv 3, 7). Il dialogo tra Gesù e Nicodemo continua, ma sembra arenarsi proprio davanti al mistero pasquale che esige una rinuncia totale a se stessi: <E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato, il Figlio dell’uomo>. Ma non basta, l’insegnamento e l’esortazione continuano: <perché chiunque creda in lui abbia la vita eterna> (3, 14-15).

Credere non può risolversi in una discussione accademica per quanto possa essere sincera, ma esige l’accettazione di essere a propria volta nelle mani degli altri e non perché costretti, bensì perché liberamente e consapevolmente consegnati. Così la comunità dei credenti testimonia non solo con la <grande forza> dell’annuncio, ma pure – e soprattutto – con la testimonianza di una vita completamente rigenerata dalla risurrezione del Signore che conferisce ai discepoli la semplicità e il coraggio di esporre la propria vita come il <vento> che <soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito> (3, 8). L’esempio di Nicodemo ci aiuta a non temere di interrogare e di scrutare. L’esempio luminoso di Giuseppe-Barnaba è una viva esortazione a non accontentarci della contemplazione o della glorificazione della croce, ma di trasformarla in vita.

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