Il tuo nome è Franchezza, alleluia!

VI settimana di Pasqua

A giudicare da ciò che avviene nella sinagoga di Efeso, possiamo dire che non basta la <franchezza> (At 18, 26), che non è neppure sufficiente conoscere ed esporre le cose con <accuratezza> (18, 25), ma è necessaria una <maggiore accuratezza> nel conoscere e nell’annunciare <la via di Dio> (18, 26). Eppure, dal punto di vista delle capacità intellettuali non c’è dubbio che <Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, esperto nelle Scritture> (18, 24), abbia una preparazione intellettuale e una capacità espositiva ben più spiccata di quanta ne potessero avere i coniugi Priscilla e Aquila che sappiamo essere dei <fabbricatori di tende> (18, 3). Eppure, vi è un livello di comprensione del Vangelo e una capacità di farsene testimoni e annunciatori, che va ben aldilà della preparazione e delle capacità intellettuali. Che queste siano utili e necessarie alla comprensione e all’annuncio del mistero di Cristo è indubbio, nondimeno bisogna essere sempre molto vigilanti nel non trasformare l’annuncio del Vangelo in una semplice dottrina per quanto elaborata e convincente.

Di Priscilla e Aquila gli Atti degli Apostoli ci fanno intuire una storia ben diversa da quella di Apollo. Questi viene da un ambiente raffinato e colto come Alessandria, ma sembra essere più un accademico che un uomo della strada, e per questo, meno adatto a parlare con l’<accuratezza> e <franchezza> intellettuali, come pure a partire da un’esperienza di vita formatasi non solo attraverso l’apprendimento di teorie, bensì forgiata alla scuola della vita che spesso è una scuola di dolore. Priscilla e Aquila, dal canto loro, sono degli artigiani e, prima di tutto, sono degli esuli che si ritrovano in Asia dopo essere stati scacciati da Roma. La loro esperienza del Vangelo è passata – sarebbe meglio dire che è stata triturata – nel crogiolo di una sofferenza che permette loro <maggiore accuratezza> sia nella comprensione del mistero di Cristo che nel suo annuncio.

Tutto ciò ci fa comprendere meglio la lunga catechesi che il Signore fa ai suoi discepoli durante la cena pasquale, alla vigilia della sua passione. In essa non vengono trasmessi dei semplici per quanto fondamentali concetti, né delle verità astratte, ma viene comunicata la duplice esperienza di intimità di Gesù con il Padre e il dramma del rifiuto da parte del mondo della sua testimonianza di amore. Una promessa ci prepara alla solennità dell’Ascensione: <Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena> (Gv 16, 24). E cosa mai possiamo chiedere se non di essere sempre più inseriti nella stessa vita di Dio che non è una sapienza, ma una vera esperienza? La nostra preghiera si fa oggi non solo insistente, ma anche concorde: chiediamo al Signore la grazia e la gioia di poter imparare sempre di più, e sempre meglio, il mistero della nostra vita alla luce del mistero pasquale. In questo lavoro di intelligenza del cuore, non bastano le conoscenze intellettuali e le convinzioni accademiche, ma è necessario saper leggere, insieme, nel libro dell’esperienza, per trovarvi la traccia del passaggio della grazia. 

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