Il tuo nome è Fuori, alleluia!

VI settimana di Pasqua

Portiamo ancora nel cuore l’eco delle parole del Signore Gesù che, solo qualche giorno fa, parlava di se stesso come del pastore bello e buono che conduce fuori le sue pecore ad una ad una. Oggi vediamo come quest’opera così “pastorale” viene continuata nel tempo perché tutti e ciascuno possano sperimentare la libertà e vivere pienamente. Nella prima lettura assistiamo alla conversione del carceriere, il quale diventa simbolo di tutti coloro che sono chiamati ad arrendersi alla potenza liberatrice del Vangelo di Cristo. Così, proprio colui che, obbedendo scrupolosamente agli ordini, <li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi> (At 16, 24) diventa colui che <poi li condusse fuori e disse: “Signori, che cosa devo fare per essere salvato?”> (16, 30). La risposta degli apostoli è semplice: si tratta di accogliere il mistero del <Signore Gesù> (16, 31) accettando di entrare nella logica del Vangelo che è un dinamismo di libertà che cerca di dare a ciascuno la possibilità di vivere al meglio il proprio cammino di vita senza farsi e senza fare mai del <male> (16, 28).

Il <terremoto> (16, 26) scatenato dalla preghiera di Paolo e Sila, è il segno esterno di quel lievito evangelico che la Pasqua di Cristo ha posto al cuore della storia e che la fa crescere e lievitare fino a renderla parte del Regno di Dio che viene. In realtà, nel testo della prima lettura, il carceriere reagisce alla risposta degli apostoli e all’annuncio che gli viene fatto della <parola del Signore> (16, 32) non con una professione di fede fatta con le labbra, ma con un gesto che indica la comprensione profonda di quell’annuncio di cui è stato reso partecipe: <Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi>. Non si ferma qui: <poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi> (16, 33-34). La lettura di questo passo degli Atti degli Apostoli è la prova di quanto siano vere le parole e le promesse del Signore Gesù: <Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi> (Gv 16, 7).

Il cammino della Chiesa continua nel tempo proprio come attuazione di questo spazio di sospensione e di assenza. Questo spazio, che talora ci spaventa per il suo peso di vuoto, permette la manifestazione della potenza della risurrezione nella concretezza delle realtà della nostra vita. Infatti, la liberazione e la gioia sono i segni sempre più chiari e visibili dell’opera di Dio nel nostro cuore laddove possiamo imparare – piuttosto che a farci e fare del male – a condividere sempre più ampiamente il bene che abbiamo ricevuto e che siamo chiamati a scambiarci seduti tutti insieme alla tavola imbandita della vita. Il Signore Risorto ci conduce sempre <fuori> da tutto ciò che limita e intristisce la vita e ci chiede di essere capaci di fare altrettanto per i nostri fratelli e le nostre sorelle, perché mai nessuno possa sentire la propria esistenza come fosse un <carcere> (At 16, 23) pieno di <tristezza> (Gv 16, 6).

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