Il tuo nome è Intelligenza, alleluia!

III Domenica di Pasqua

Ci ritroviamo ancora nel Cenacolo, dove il Signore si ricongiunge ai suoi non appena i discepoli da Emmaus si sono ricongiunti al gruppo degli apostoli. È proprio in questo contesto di intimità e di assoluta ordinarietà che la Chiesa sussurra a ciascuno dei nostri cuori le parole di Pietro: <Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati> (At 3, 19). Il peccato di cui ci parla Pietro e di cui ci parla Gesù è l’ignoranza, il non aver capito e il continuare a non capire ciò che è <scritto> (Lc 24, 46) nella storia attraverso il sangue. Con quanto sangue la storia è stata scritta! Da quello di Abele a quello che in questo stesso momento viene versato forse sotto i nostri stessi occhi incapaci di vedere il dolore e la lotta di chi ci sta accanto. Tutta questa sofferenza è stata raccolta nell’offerta pasquale del Signore quale <vittima di espiazione per i nostri peccati; non solo per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo> (1Gv 2, 2). L’unico rimprovero del Risorto sembra essere contro l’ignoranza ed è un invito all’<intelligenza> (Lc 24, 45) che sa cogliere ogni cosa nella sua totalità senza accontentarsi di parzialità che talora è ben peggiore dell’ignoranza. Si tratta di imparare a contestuare ogni frammento di storia e di esperienza < nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi> (24, 44), ossia nella totalità. Saremo testimoni del Risorto se la nostra gioia e il nostro stupore si faranno carne, ossa, pane, pesce…! Se la nostra gioia si farà vita che accoglie la necessità e il bisogno non come costrizione, ma come luogo di trasfigurazione e di offerta della propria vita. Cosicché in ogni situazione il cammino dell’altro sia accolto e sia ricolmato del dono che Gesù fa ai suoi, che fa a noi e, attraverso di noi, vuole offrire a <tutto il mondo> (1Gv 2, 2). Nessuna parola e nessun gesto possono tradurre tutto ciò meglio di quanto lo possa fare la parola con cui il Risorto si rivolge ai suoi e si rivolge pure a noi: <Pace a voi> (Lc 24, 36). La fiaccola di questa fede, la fiaccola di questa pace nella tribolazione che si fa annuncio di vita nell’esperienza della morte più crudele, è ancora nelle mani della Chiesa di Cristo – morto e risorto – e forse ci attende perché anche noi possiamo dire col salmista: <In pace mi corico e subito mi addormento: tu solo Signore fiducioso mi fai riposare> (Sl 4, 9). Ma una domanda resta aperta: <Di quali <cose> (Lc 24, 36) andiamo continuamente parlando tra di noi perché il Signore vi si possa inserire senza temere di disturbarci?>. E ancora <Di cosa veramente sentiamo la necessità di parlare e di interessarci?! Di che cosa veramente sentiamo “bisogno” perché la nostra vita sia viva?>. Non c’è nulla da temere, nulla di cui vergognarsi: siamo di <carne ed ossa> (24, 39). Come spiega Agostino: <Gesù Cristo è la nostra salvezza […] e ha ritenuto utile per i suoi discepoli conservare le sue cicatrici, per guarire le ferite del loro cuore>. E si chiede interpretando le nostre domande: <Quali ferite? Quelle dell’incredulità>.

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