Il tuo nome è Là, alleluia!

Lunedì dell’Angelo

L’Orazione dopo la Comunione traccia il compito di questo tempo pasquale: <Diffondi nei nostri cuori, Signore, la grazia dei sacramenti pasquali, e poiché ci hai guidati nella via della salvezza, fa’ che rispondiamo pienamente al tuo dono>. Il giorno dopo Pasqua sembra, in realtà fare tutt’uno con lo stesso primo giorno della settimana. Si inaugura così una tensione difficile a tenere per cinquanta giorni, ma che pure è consegnata a ciascuno di noi come compito. Del resto, il <dono> è talmente grande ed è così profondo che abbiamo bisogno di molto tempo – di tutto il tempo – per riuscire a percepirne, fino in fondo, tutta la ricchezza e poterne, così, goderne pienamente. Potremmo dire che, all’indomani della Pasqua, la storia è segnata da questo rimettersi in moto che coincide col nostro lento e deciso cammino verso l’esperienza della Parusia, realtà che non solo attendiamo, ma che siamo chiamati anche a preparare anticipandola nell’amore. Così esordisce il Vangelo: <Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli> (Mt 28, 8).

È un’immagine che commuove quella delle donne che abbandonano, a velocità di cuore esultante, il sepolcro vuoto per raccontare quello che era successo. Il brano riportato da Matteo è dinamico, esprime cioè un’esultanza che si fa movimento. È pianto di liberazione che diviene abbraccio perché ci si ritrova nella dolcezza dell’Emmanuele, il Dio con noi, o meglio, il Dio di nuovo con noi! Corrono le donne. Si affrettano per raggiungere gli altri discepoli e spezzare la loro rassegnazione. Dietro a loro anche noi possiamo essere testimoni, non solo della vita e della crocifissione di Gesù, ma anche della sua Risurrezione. Il loro cuore, attraversato da gioia e paura, aveva intuito che era avvenuto qualcosa di meraviglioso: di fronte al sepolcro senza più il corpo di Gesù, ormai si respirava la vita trionfante sulla morte. Colui che era morto era tornato in vita. La promessa, quella che le donne e i discepoli avevano rimuginato quasi ossessivamente nelle ore delle tenebre, ancora più fitte di quelle della morte, si era forse compiuta. Il forse si fa certezza perché <Gesù venne loro incontro> (28, 9). La certezza della risurrezione diventa così la più grande responsabilità che può gravare sulle nostre spalle di umani perché non possiamo più credere che la morte sia l’ultima parola che come una pietra ci sovrasta fino a uccidere le nostre speranze.

Il primo segno di quanto la risurrezione non abbia niente in comune con la morte, è il fatto che invece di essere una semplice consolazione diventa subito una vera missione: <andate ad annunciare ai mie fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno> (28, 10). La vita non è nel “qui” delle nostre piccole o grandi tombe quotidiane, ma è sempre <là>: è nella forma del futuro. Così, la parola della Scrittura citata da Pietro per confermare la risurrezione di Cristo, diventa una parola che è posta pure sulla nostra vita e sulla vita di tutti… persino di tutto: <Tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione> (At 2, 27). Il Vangelo, se ci rallegra con la memoria di un amore così fresco da essere ardente come per le donne, ci mette pura in guardia dal rischio di cedere alla corruzione di non voler assumere la <preoccupazione> (Mt 28, 14) di fare, di questo annuncio, il centro della vita e della storia, il punto di lancio che ci sospinge sempre più in là.

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