Il tuo nome è Oltre, alleluia!

VI settimana di Pasqua

Con una delicatezza decisa, il Signore Gesù si fa accanto all’apostolo Paolo per aprire i suoi occhi e il suo cuore oltre ciò che può vedere e sentire, ben oltre le apparenze e tutte le evidenze: <perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male> cui aggiunge <in questa città io ho un popolo numeroso> (At 18, 10). Proprio nel momento in cui Paolo comincia a fare la contabilità dei suoi “fallimenti” – e forse cede ad un comprensibile scoraggiamento – il Signore Risorto gli apre ancora una volta gli occhi del cuore. Paolo è invitato, più di sempre, a saper vedere oltre le apparenze e accogliere la realtà di un ministero – il suo – che è sempre preceduto da un passaggio di Dio nei cuori di coloro che incontra sul suo cammino. Non sapremo mai il motivo preciso che portò Paolo a fare <un voto> (18, 18), ma possiamo ben immaginare la fatica dell’apostolo nel portare il peso della preziosità di un annuncio che continuamente deve misurarsi con un certo rifiuto tanto che, ancora una volta, <i Giudei insorsero unanimi contro Paolo e lo condussero davanti al tribunale> (18, 12).

Questa resistenza dei suoi amici di un tempo deve avere turbato – e forse persino destabilizzato – il cuore e la mente di Paolo tanto che <una notte, in visione, il Signore gli disse: “Non avere paura; continua a parlare e non tacere”> (18, 9). Il Signore Gesù, nel Vangelo, evoca una delle realtà fondamentali della nostra esperienza di viventi proprio per rinverdire la nostra consapevolezza di quelli che sono i meccanismi necessari della vita, meccanismi  di cui non solo non dobbiamo meravigliarci, ma ai quali dobbiamo serenamente piegarci: <La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo> (Gv 16, 21). Un figlio non solo ripaga il travaglio del parto, ma gli offre un senso che dà al dolore un significato capace di rendere gli animi più atti a portare gli altri dolori inevitabili della vita.

A differenza di quanto afferma Gallione non si tratta semplicemente <di parole o di nomi> (At 18, 15) ma di misteri, anzi del mistero stesso della vita accolta come un vero travaglio in cui siamo chiamati a partorire continuamente – e in modo sempre nuovo – la speranza in qualcosa che supera le nostre sterilità interiori. Eppure, se la sterilità ci intristisce, la fecondità spesso ci preoccupa così tanto da chiuderci al dono della vita che esige sempre la disponibilità a morire. Vi è una <gioia> che ci viene promessa, ma che non ci viene regalata perché sia veramente nostra e non semplicemente una fruizione che non ci tocchi e trasformi profondamente. Sentire la compagnia del Signore nel nostro cammino di vita e nella nostra testimonianza di discepoli significa, in realtà, osare ogni giorno il passo necessario alla nostra speranza che è sempre un servizio per la gioia di tutti.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *