Il tuo nome è Questione, alleluia!

V settimana di Pasqua

Non saremo mai sufficientemente grati all’evangelista Luca di aver aggiunto alla sua versione particolare dell’unico Vangelo, anche il libro degli Atti degli Apostoli. Attraverso la lettura annuale di questo testo, che testimonia il cammino della Chiesa nascente, siamo confortati e incoraggiati a non temere, ma ad attraversare generosamente le sfide e le fatiche della storia. Il primo elemento che permette un salto dalla natura alla storia, dalla necessità alla libertà è, di certo, la disponibilità ad accogliere la sfida della <questione> (At 15, 2). Quest’apertura necessaria è sempre il frutto dell’accoglienza franca, e senza pregiudizi, di quelli che sono i punti interrogativi che la concretezza della vita – sia a livello personale che comunitario – continuamente mette sul campo. La prima grande <questione> della Chiesa delle origini non riguarda il Signore Gesù né tantomeno tutte quelle fatiche di comprensione e di interpretazione che faranno, per così dire, la fortuna della teologia.

La prima realtà di dissenso riguarda piuttosto noi stessi e il nostro modo di inserirci nel mistero di Cristo. I farisei non hanno alcun dubbio: <E’ necessario circonciderli e ordinare loro di osservare la legge di Mosè> (At 15, 5). Paolo che, da parte sua, non avrebbe avuto a suo tempo – prima della sua caduta da cavallo sulla strada di Damasco – alcun dubbio a riguardo… anzi! Ora, invece, si sente in dovere di difendere non la negazione, ma il superamento della necessità del farsi <circoncidere secondo l’usanza di Mosè> (15, 1). La salvezza, infatti, non passa più soltanto attraverso un segno posto nella carne, che significa l’appartenenza alla concretezza culturale di un popolo per quanto particolare e scelto come Israele, ma si radica in una relazione offerta a tutti indistintamente e passa, oramai, non più attraverso il segno posto nella carne, ma è mediata da una relazione personale con il Cristo, morto e risorto dai morti.

La <questione> sollevata così gravemente nella comunità primitiva è una magnifica opportunità per sentire il peso della parola del Signore Gesù. Il Cristo fa appello al cuore di ciascuno dei suoi discepoli: <Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore> (Gv 15, 1) da cui consegue che <Io sono la vite, voi i tralci> (15, 5). Ciò che la circoncisione indicava tagliando,  ora, la fede in Cristo, significa attraverso un potenziamento dell’appartenenza. Nel solco della Pasqua non si può immaginare nessuna separazione, pena l’interruzione del fluire della vita: <Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto> (15, 2). La circoncisione praticata dai Patriarchi diventa profezia della potatura del Vangelo che è un dono offerto a tutti i popoli ed è capace di radicarsi fino a sposare le differenze culturale e i diversi costumi dei popoli, riportando ogni cosa all’essenziale, come farà il primo Concilio di Gerusalemme. Nondimeno, se la soluzione che gli apostoli saranno in grado di trovare e di offrire con l’aiuto dello Spirito Santo è un grande dono, rimane pure come dono il fatto di non dover temere nessuna questione che la storia – e soprattutto l’incontro con le diversità – può porre alla comunità dei credenti. Vi è una solenne assicurazione del Signore: <Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto> (15, 7). Il problema non è la circoncisione o meno, del resto gli apostoli hanno imposto il Battesimo a tutti per entrare nella comunità, ma è il primato dell’appartenenza a Cristo su ogni aspetto culturale e, persino, religioso. La <questione> rimane perennemente aperta.

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