Imitare

VI Domenica T.O.

L’esortazione dell’apostolo Paolo può sicuramente illuminare la strana reazione del lebbroso appena guarito dal Signore Gesù il quale <si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città> (Mc 1, 45). L’apostolo dopo aver invitato a non essere <di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio> (1Cor 10, 32) non esita ad aggiungere: <Diventate miei imitatori come io lo sono di Cristo> (11, 1). Imitare il Signore Gesù significa operare sempre per il bene più pieno dell’altro senza che questo divenga un pretesto per contrastare inutilmente: <va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro> (Mc 1, 44). La liturgia ci rammenta quanto è prescritto nella Legge riguardo a quanti sono affetti dalla lebbra: <porterà vesti strappate e il capo scoperto… se ne starà solo, abiterà fuori dall’accampamento> (Lv 13, 45-46). Non solo il Signore non sovverte superficialmente gli usi tradizionali, ma li rende sostanzialmente inutili trasformando dal profondo la condizione di quest’uomo che si rivolge al Signore con una fiducia assoluta che comporta il rispetto della libertà del Signore: <Se vuoi, puoi purificarmi> (Mc 1, 40). 

Le parole e l’atteggiamento del lebbroso muovono a <compassione> (1, 41) il cuore di Cristo, ma senza per questo voler come approfittare del bisogno di quest’uomo per legarlo a sé allargando così la cerchia dei suoi discepoli. Il Signore rimanda il lebbroso ormai guarito alla sua vita e a dare testimonianza ai sacerdoti del tempio del fatto che il Signore è capace di guarire i suoi figli mettendo nel loro cuore e sulle loro labbra rinnovate espressioni di lode: <Beato l’uomo a cui è tolta la colpa e coperto il peccato> (Sal 31, 1). Ma c’è un elemento ulteriore di questo vangelo che non può essere sottaciuto ed è ciò che F. Varillon spiega così: <Non esiste vera compassione senza passione: colui che compatisce veramente patisce personalmente> e aggiunge <la compassione è una comunione nella sofferenza>. Infatti, alla fine di questo incontro così personale da avvenire in assenza di testimoni come la folla che fino a questo momento si è assiepata attorno al Cristo, troviamo una nota sorprendente e che non riguarda il lebbroso, bensì il Signore Gesù: <non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti> (Mc 1, 45). 

Sin da subito possiamo contemplare il Cristo che prende il nostro posto e assume su di sé il peso delle nostre malattie e del nostro peccato. Cosa significa dunque per noi farci <imitatori> (1Cor 11, 1)? A questa domanda può rispondere solo la nostra vita nella misura in cui cerchiamo di vivere il Vangelo non nelle grandi occasioni, bensì nelle realtà consuete e nelle pieghe più nascoste dell’ordinarietà.

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