La nostra debolezza

V Domenica T.O.

Possiamo affidare proprio all’apostolo delle genti il compito di introdurci nella comprensione della parola che il Signore ci rivolge attraverso il suo vangelo di salvezza. Senza nessun imbarazzo, l’apostolo da una parte dichiara la <necessità che si impone> (1Cor 9, 16) alla sua vita di predicare il Vangelo e, dall’altra, si mostra serenamente a proprio agio nel suo essersi fatto <debole per i deboli, per guadagnare i deboli> (9, 22). Nella stessa lunghezza d’onda di Paolo possiamo accogliere anche la parola di Giobbe che non fa alcun mistero del <duro servizio> (Gb 7, 1) di essere uomo e non esita a tratteggiarlo in modo chiaro e assai netto: <a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate> (7, 3). Paolo e Giobbe ci permettono di comprendere al meglio il modo con cui il Signore Gesù vive la sua prima giornata di ministero e che può essere assunta come il modello di ogni lavoro pastorale come pure di ogni umana condivisione. 

Per il Signore Gesù annunciare il vangelo significa interessarsi direttamente alle situazioni reali di debolezza in cui si trova la gente che avvicina e che incrocia il suo cammino. Il primo passo di questa attenzione è un ascolto generoso e pronto: <subito gli parlarono di lei> (Mc 1, 30) e, prontamente, il Signore si fa prossimo alla suocera di Simone <e la fece alzare prendendola per mano>. Questa prontezza del Signore è frutto di quella consapevolezza profondamente assunta nell’esperienza del deserto e che lo ha reso capace di farsi <debole> con noi e per noi al fine di curare le <varie malattie> (1, 34) che intristiscono la nostra esistenza. Così la debolezza può essere il luogo in cui si manifesta una forza nuova e inimmaginata, ma può essere anche la tomba di ogni speranza di vita. Il Signore viene a sollevare in noi la nostra umanità indebolita e ci comunica la forza che egli attinge <al mattino presto> (1, 35) quando si sprofonda nel mistero della sua intima relazione con il Padre. Possiamo imparare a non vergognarci del nostro essere deboli e malati ma, soprattutto, ad apprendere la strada della forza e della guarigione.

Per guarire bisogna sapersi ritirare in un angolo <deserto> del nostro cuore per attingere dalla preghiera la luce e l’energia di cui abbiamo bisogno. In tal modo la parola di Giobbe diventa nondimeno sempre meno assoluta: <I miei giorni scorrono più veloci di una spola, svaniscono senza un filo di speranza> (Gb 7, 6). In realtà, il tempo che ci viene affidato se comincia a girare sempre meno su noi stessi e sempre più attorno alla presenza del Signore Gesù, non farà che filare sempre più la speranza che nasce dal desiderio di farsi come il Cristo e i suoi apostoli <servo di tutti> e questo <pur essendo libero da tutti> (1Cor 9, 19). Nella forza del Vangelo il nostro essere <debole> non solo può diventare il punto di forza della nostra vita ma può dare alla nostra esistenza una gioia che solo la condivisione esistenziale può donare. Un verso di G. Jacob può illuminare e fecondare la nostra domenica: <In questa terra dolce, tenera, commossa, penetri profondo il vomere del tuo aratro>.

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