Lasciati

VI settimana T.O.  –

A chi si riferisce la conclusione della pericope evangelica che ci accompagna all’inizio di questa settimana: <Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva> (Mc 8, 13)? Nel contesto si tratta indubbiamente di quei <farisei> (8, 11) che si sono messi a discutere con il Signore Gesù e che, in tanti modi, cercano di metterlo alla <prova>. Eppure, a ben guardare si tratta di ciascuno di noi, ogni volta in cui, invece di ascoltare e di lasciarci interrogare, svicoliamo da un confronto che sia vero ed esigente. Infatti, facciamo fatica ad accettare di essere cambiati dalla presenza del Signore che cerca di dare alla nostra vita uno spessore e una profondità sempre più autentici e, per questo, cominciamo invece – per usare un’immagine popolare – a tirare l’acqua al nostro mulino…e ci sono molti modi per farlo. Davanti a questo sottile meccanismo di chiusura da parte del Signore Gesù, non ci sono sconti: <li lasciò… e partì per l’altra riva>. Una reazione che ci riguarda ogni volta in cui, comodamente, cerchiamo di trasformare la relazione discepolare in una sorta di interrogazione parlamentare. 

E’ questa una reazione che può essere imitata tutte le volte in cui la nostra testimonianza di discepoli rischia di scadere in una sorta di kermesse pubblicitaria. In ambedue i casi c’è una e una sola soluzione: lasciar perdere e aprirsi ad altre possibilità che siano più autentiche. La domanda che si pone è allora quella di chiederci come fare a discernere cosa lasciare perdere e da cosa invece lasciarsi veramente interpellare. Forse ciò che tiene prigionieri i farisei è il fatto di non avere bisogno di Gesù: né della sua parola, né dei suoi gesti di guarigione, né della sua carica di speranza! Non così quando ci troviamo nella condizione, paradossalmente positiva e vantaggiosa, evocata all’inizio della sua lettera da parte dell’apostolo Giacomo: <Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché sia perfetti ed integri senza mancare di nulla> (Gc 5, 2-3).

Il Signore Gesù non è venuto a “provare” la sua divinità, ma a essere segno di un Dio che non si prova, ma si sperimenta, come un sorso d’acqua in una giornata di eccessiva calura o un tozzo di pane alla fine di una lunga salita. Il pane è stato appena moltiplicato e donato, ora bisogna accettare di capire e non di riproporre il segno compiuto, accettando di mettersi in cammino verso l’altra riva. Se non ci mettiamo in cammino con Gesù e come Gesù, il rischio è di essere lasciati da Gesù. Spesso parliamo – giustamente – dei segni e dei modi con cui il Cristo si fa presente alla nostra vita fino a farsene compagno, ma non dobbiamo sottovalutare l’importanza, per il nostro cammino di conversione, dei momenti in cui il Signore ci abbandona, ci lascia a noi stessi per farci capire quanto siamo disposti o meno ad essere suoi discepoli. Ci viene incontro l’esortazione dell’apostolo: <Se qualcuno di voi è privo di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti con semplicità e senza condizioni, e gli sarà data> (Gc 1, 5). La cosa che più dobbiamo domandare a Dio è quella di poter seguire il Vangelo senza condizioni!

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