Piuttosto

XIII Settimana T.O.

Non possiamo nascondere un certo disappunto unito ad un profondo dispiacere di confrontarci con la reazione inaspettata e così particolare dei Gadareni davanti alla guarigione appena compiuta dal Signore Gesù: <quando lo videro, lo pregarono di allontanarsi dal loro territorio> (Mt 8, 34). Dinanzi a questo atteggiamento che, forse, ci è molto meno estraneo di quanto pensiamo, la parola del profeta Amos risuona nel nostro cuore: <Piuttosto come le acque scorra il diritto e la giustizia come un torrente perenne> (Am 5, 24). Invece è come se nel nostro cuore le acque della compassione si rinsecchissero a motivo della preoccupazione per i nostri piccoli interessi che, non raramente, fanno passare in secondo piano le necessità di guarigione e di pienezza di vita dei nostri fratelli.

In realtà ciò che i demoni, che tengono prigionieri questi due uomini, dicono al Signore Gesù, rischia di interpretare ciò che noi stessi sentiamo davanti alla minaccia che l’irruzione della vita nella nostra esistenza e nei nostri rapporti richiede come cambiamento e come novità: <Che vuoi da noi, Figlio di Dio? Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?> (Mt 8, 29). Non ci sfuggano due caratteristiche di questo brusco modo di farsi presente al Signore Gesù da parte del Maligno: da una parte, come già nel Giardino dell’Eden, prende la parola per primo senza quasi per paura che la sua presenza passi inosservata o comunque sia sgradita, e dall’altra parla al plurale aggiogando questi due uomini in una identità che schiaccia ogni possibile espressione di personalità. Inoltre, come sempre il parlare del Maligno è tendenzioso in quanto legge la presenza del Cristo come una minaccia e non come un sollievo.

L’intervento del Signore Gesù in territorio pagano segna una tappa importante e oltremodo significativa nell’indietreggiare del male che sfigura l’esistenza delle persone. Non temiamo di lasciare che il Cristo Signore visiti le nostre terre interiori e le riscatti dalle molteplici catene di schiavitù attraverso la potenza del Vangelo che libera e salva. Nondimeno non c’è da meravigliarsi a motivo delle resistenze che persino il nostro cuore così desideroso e bisognoso di salvezza e di guarigione oppone alla forza liberatrice del Vangelo. Anche noi, infatti, come i Gadareni spesso preferiamo scendere a patti con ciò che ci incatena e ci schiavizza, piuttosto che accettare di essere lanciati verso gli orizzonti di una vita nuova che esige il distacco e la disponibilità ad accogliere gli orizzonti sconosciuti di una vita nuova tenendo conto che essa non si rende possibile se non a prezzo di rinnovati distacchi. Invece di seguire la logica del Maligno che si sente tormentato dalla “minaccia di vita” rappresentata dal Signore Gesù, siamo chiamati ad assumere l’atteggiamento del Cristo che ci permette finalmente di uscire dalle nostre tombe e aiutare i nostri fratelli a ritrovare cammini di vita autentica in obbedienza alla parola del Signore che, ancora oggi attraverso la voce dei suoi profeti, ci invita a resistere ad ogni tentazione di morte: <Cercate il bene e non il male, se volete vivere, e solo così il Signore, Dio degli eserciti, sarà con voi, come voi dite> (Am 5, 14). Non dobbiamo dimenticarlo per non reagire come i Gadareni: <solo così>!

Duello

XIII Settimana T.O.

Sul mare ormai liscio come l’olio e su cui aleggia una leggerissima brezza dopo <una tempesta così violenta> (Mt 8, 24) potrebbe ben risuonare il grande canto di gioia dell’Apocalisse: <non piangere più, ha vinto il leone della tribù di Giuda, il germoglio di Davide> (Ap 5, 5). Il Signore che <dormiva> (Mt 8, 24) mentre il mare infuriava e i discepoli tremavano non è un dormiglione ma un leone di cui si può ben dire con il profeta: <Ruggisce il leone: chi mai non trema?> (Am 3, 8). L’immagine del Signore che il vangelo ci propone è quella che profetizza il vecchio Giacobbe sul letto di morte: <un giovane leone è Giuda… si è sdraiato, si è accovacciato come un leone> (Gn 49, 9). Ma un leone accovacciato è sempre un leone come pure il Signore addormentato è sempre il Signore: un vero leone sa quando tendere l’agguato ma sa pure quando riposare! Così pure il Signore Gesù, nella piena consapevolezza della sua missione e della sua identità, non si lascia prendere dalla paura ma sa anche abbandonarsi serenamente al sonno <come un bimbo svezzato in braccio a sua madre> (Sal 130). Ma, ahimé, la sua fiducia si manifesta come epifania del divino riposo proprio nel momento meno adatto secondo la paura che attanaglia i suoi compagni di traversata.

Le parole del profeta Amos ci mettono di fronte ad una sorta di naturalezza naturale e spirituale: <Ruggisce forse il leone nella foresta, se non ha qualche preda? … Il Signore Dio ha parlato: chi può non profetare?> (Am 3, 4.8). Sottilmente il profeta Amos ci insegna a non avere paura aprendo gli occhi a comprendere il reale per quello che è – in positivo e negativo – evitando in tutti i modi di immaginare quello che non c’è e affrontando in modo coraggioso e semplice ciò che invece può rendere difficile la nostra vita: <Cade forse l’uccello a terra, se non gli è stata tesa un’insidia? …Avviene forse nella città una sventura, che non sia causata dal Signore?> (Am 3, 5-6). Molte nostre paure nascono dal terrore di una realtà che contraddice profondamente – e talora tragicamente – le nostre aspettative. Il Signore Gesù ci invita ogni volta che la paura ci assale a svegliarlo dicendo: <Salvaci, Signore, siamo perduti> (Mt 8, 25). Già il fatto di andare a svegliarlo un poco indispettiti per il suo inopportuno dormire, già il fatto di manifestare tutta la nostra paura crea una piccola distanza, un piccolo varco alla nostra barchetta già mezza affondata in cui qualcosa di nuovo può accadere.

Ma non possiamo mai pretendere che <il mare e i venti> (8, 27) obbediscano al Signore per salvarci se non accettiamo ogni giorno di essere sempre più <preparati all’incontro con il tuo Dio> (Am 4, 12). In realtà, le nostre piccole o grandi paure non tradiscono forse il grande timore di questo incontro con Dio attraverso gli eventi della vita che ci possono richiedere un sempre maggiore abbandono alle leggi proprie – ma non sempre favorevoli – dell’esistenza? Non è forse questa capacità di crescente abbandono il più grande e il più permanente dei miracoli: essere pronti?! Il leone è sempre pronto anche quando dorme… o sembra dormire!

Colonne

SS. Pietro e Paolo –

Da sempre il martirio degli apostoli Pietro e Paolo è celebrato dalla liturgia congiuntamente. Dalla loro esperienza di fede, scaturisce una testimonianza rocciosa su cui la «Chiesa di Dio» (Gal 1,13) si può continuamente edificare e rinnovare. Se diverso è stato il modo con cui essi hanno incontrato, seguito e servito il Signore Gesù, abbastanza simile si rivela invece l’itinerario che entrambi hanno dovuto compiere per giungere a capire «ciò che stava succedendo» loro: una splendida «realtà» (At 12,9) suscitata da Dio e non dipendente dai loro meriti o dalla forza delle loro intenzioni. Il pescatore diventato «pietra» (Mt 16,18) della comunità cristiana e il fariseo capace di estendere «l’annuncio del Vangelo» a «tutte le genti» (2Tm 4,17) hanno scoperto di essere stati scelti «fin dal seno» (Gal 1,15) materno per una singolare missione: rivelare attraverso la loro vita e la loro «morte» (Gv 21,19) il «Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,15). Per adempiere questo mandato hanno affrontato ambienti impermeabili alla predicazione del Regno, spesso caparbiamente ostili alla logica delle beatitudini.

Simon Pietro ha sperimentato forti avversità già a Gerusalemme, dove è stato gettato «in carcere» (At 12,4) ma poi liberato grazie alla preghiera dei fratelli e all’azione di Dio. Anche per Paolo la predicazione è stata una vera e propria «battaglia» (2Tm 4,7) che ha incontrato notevoli resistenze, soprattutto da parte dei suoi connazionali. Tuttavia anch’egli è stato «liberato dalla bocca del leone» (2Tm 4,17) e ha compreso che «la parola di Dio» non può essere «incatenata» (2Tm 2,9) da niente e da nessuno. Infatti, mentre si chiudeva la porta verso i Giudei, si spalancava quella che conduceva verso i pagani. Attraverso innumerevoli prove, Pietro e Paolo hanno capito che il Signore può liberare l’uomo «da ogni male» (2Tm 4,18). Ma, ancor più radicalmente, i due apostoli sono diventati intrepidi missionari del Vangelo soprattutto dopo aver affrontato il più cocente dei fallimenti: la morte del proprio io. Pietro ha dovuto accettare di essere un rinnegatore prima di poter svolgere il ministero di pastore, Paolo di essere un feroce persecutore prima di diventare lo stupendo cantore della carità di Dio.

I santi Padri amavano paragonare Pietro e Paolo a due autentiche colonne, sulle quali si regge l’intero edificio della Chiesa. La comunità cristiana sparsa per il mondo intero, in questo giorno, è chiamata ad approfondire il proprio legame con la loro testimonianza. L’itinerario del cammino di purificazione che essi hanno percorso rammenta a ogni credente in Cristo che «né carne né sangue» (Mt 16,17) — «né argento né oro» (At 3,6) — possono portare a compimento il desiderio di fare della vita un dono d’amore. Unicamente il mistero della propria debolezza, pazientemente e continuamente accolto «nel nome di Gesù Cristo» (3,6), garantisce l’espansione del cuore fino all’amore più grande, arricchendo il tesoro della chiesa di quella luce vera che illumina ogni uomo perché capace di affrancare tutto l’uomo «da ogni paura» (Sal 33,5). Soprattutto quella di non sentirsi mai degno fino in fondo di ricevere da Dio un’offerta di comunione incondizionata: «Seguimi» (Gv 21,19).

Sulla porta!

XIII Domenica del T.O. –

Il Signore Gesù si rivolge a noi come discepoli e, al contempo, si rivolge a ciascuno di noi anche come a coloro che sono chiamati ad accogliere e riconoscere i suoi discepoli. La prima lettura ci aiuta a comprendere che siamo chiamati ad aprire il nostro cuore e la nostra vita ai segni con cui il Signore ci visita. La donna di Sunem non ha dubbi: <Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi> (2Re 4, 9). Potremmo chiederci come si fa a riconoscere <un uomo di Dio> e a sapere con certezza interiore di avere a che fare con <un santo>? La Parola di Dio ci obbliga ad un serio esame di coscienza circa la nostra attitudine a cercare e riconoscere i segni e le persone che possono aiutarci, con la loro sola presenza, <a camminare in una vita nuova> (Rm 6, 4) … ne abbiamo bisogno! Questa donna di Sunem è un’icona molto bella di ogni persona capace di non ripiegarsi su se stessa ma di rimanere attenta e aperta a nuovi possibili passaggi significativi. Il profeta Eliseo è l’uomo di Dio per antonomasia e questo perché sa accettare la cura e la benevolenza di questa donna rimanendo in una profonda discrezione che è assolutamente reciproca. Eliseo dovrà infatti imparare dal suo discepolo che <purtroppo essa non ha figli e suo marito è vecchio> (2Re 4, 14) e la donna di Sunem, pur chiamata espressamente dal profeta attraverso il suo discepolo, nondimeno <si fermò sulla porta> (2Re 4, 15): immensa attenzione nata dalla discrezione!

Il dono più grande che la donna di Sunem può fare al profeta è quello di preparare per lui <una piccola camera al piano di sopra> (2Re 4, 10 – Mc 14, 15) in cui l’accoglienza non turbi la sua solitudine e la squisita sensibilità umana non mescoli i piani ma li tenga – chiaramente e utilmente – distinti. L’invito del Signore non è forse di questo stesso tono? Egli dice infatti: <chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me> (Mt 10, 37) nel senso preciso che la più grande sventura che ci possa capitare è proprio quella di mescolare i piani e persino – talora – di invertirli dimenticando che non è il grado di sofferenza che fa la martyria bensì la <causa> (Mt 10, 39). La <croce> (Mt 10, 38) – e ciascuno ha la <sua> impossibile da cedere o caricare sulle spalle di chicchessia – non è altro che questo lavoro – talora costosissimo – di orientamento e di ordinamento dei piani della nostra vita perché ciascuno abbia il suo giusto posto e ogni aspetto abbia la considerazione la più adeguata ma anche la più chiara. Saper riconoscere e distinguere il <giusto>, il <profeta>, i <piccoli> (Mt 10, 42) e il discepolo.

Saper dare il giusto peso al padre, alla madre, al figlio, alla figlia… ordinando e proporzionando tutti questi elementi fondamentali della nostra vita affettiva attorno all’asse di orientamento che è la croce. La croce come cifra di ciò che rende la vita degna di Cristo e del suo vangelo: morire al proprio bisogno di essere amati per trasfigurarlo nel desiderio di amare attraverso la rottura instauratrice di un modo assolutamente nuovo di rapportarsi col mondo: <chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà> (Mt 10, 39). Solo questo nuovo ordine di valori e di priorità – il perdere – garantisce che <se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui> (Rm 6, 8). Solo questa morte alle nostre aspettative sull’amore potrà aprirci ad una fecondità insperata: <L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu terrai in braccio un figlio> (2Re 4, 16). Con questa parola di promessa e di speranza il profeta è in tutto simile al Signore (Gn 18, 10) perché conformato totalmente al suo cuore infinitamente attento al desiderio e al bisogno dell’altro.

Sur le seuil !

XIII Dimanche du T.O.

Le Seigneur Jésus s’adresse à nous en tant que disciples et, en même temps, il s’adresse à chacun de nous comme à ceux qui sont appelés à accueillir et à reconnaître ses disciples. La première lecture nous aide à comprendre que nous sommes appelés à ouvrir notre coeur et notre vie aux signes par lesquels le Seigneur nous visite. La femme de Sunem n’a aucun doute : «  Je sais que c’est un homme de Dieu, un saint, celui qui passe toujours chez nous » (2 R 4, 9). Nous pourrions nous demander comment l’on fait pour reconnaître un «  homme de Dieu »  et comment savoir avec certitude intérieure que l’on a à faire à un «  saint » ? La parole de Dieu nous oblige à un sérieux examen de conscience face à notre attitude  à chercher et à reconnaître les signes et les personnes qui peuvent nous aider, par leur seule présence, «  à avancer dans une vie nouvelle » (Rm 6, 4) …nous en avons besoin ! Cette femme de Sunem est une très belle icône de toute personne capable de ne pas se replier sur elle-même, mais de rester attentive à de nouveaux passages significatifs possibles. Le prophète Elisée est l’homme de Dieu par excellence et cela parce qu’il sait accepter les soins et la bonté de cette femme, restant dans une profonde discrétion qui est absolument réciproque. Elisée devra, en fait, apprendre par son disciple  que « malheureusement, elle n’a pas et fils et son mari est âgé » (2R 5, 14) et la femme de  Sunem,  pourtant expressément appelée par le prophète à travers son disciple, «  s’arrêta sur le seuil » (2R 4, 15) : immense attention née de la discrétion !

 Le plus grand don que la femme de Sunem peut faire au prophète est de préparer pour lui «  une petite chambre au premier étage » (2R 4, 10 – Mc 14, 15) où l’accueil ne dérange pas sa solitude et l’exquise sensibilité humaine ne mélange pas les étages, mais les tient, clairement et utilement  – distincts -. L’invitation du Seigneur n’est-elle pas semblable ? Il dit, en effet : «  Qui aime son père ou sa mère plus que moi, n’est pas digne de moi » (Mt 10, 37) dans le sens précis que la plus grande mésaventure qui puisse arriver est justement celle de mélanger les plans et par conséquent  – alors- de les inverser en oubliant que ce n’est pas le degré de souffrance qui fait le martyre mais bien la « cause » (Mt 10,39). La «  croix » (Mt 10, 38) – et chacun a la « sienne » – impossible de la céder ou de la charger sur les épaules de qui que ce soit – c’est alors un travail très coûteux d’orientation et de mise en ordre des étages de notre vie car chacun a sa juste place et chaque aspect a la considération la plus adaptée, mais aussi la plus claire. Savoir reconnaître et distinguer le «  juste », le «  prophète, les «  petits » (Mt 10, 42) et le disciple.

 Savoir donner le juste poids au père, à la mère, au fils, à la fille…en rangeant et proportionnant tous ces éléments fondamentaux de notre vie affective autour de l’axe d’orientation de la croix. La croix comme valeur de ce qui rend la vie digne du Christ et de son évangile : mourir au propre besoin d’être aimé pour le transfigurer en  désir d’aimer à travers la rupture instauratrice d’une façon  absolument nouvelle de rapports avec le monde : «  celui qui aura perdu sa vie à cause de moi, la trouvera » (Mt 10, 49). Seul ce nouvel ordre de valeurs et de priorité  – la perte  –  garantie que «  si nous sommes morts avec le Christ, nous croyons que nous vivrons aussi avec Lui » (Rm 6, 8). Seule cette mort à notre attente sur l’amour, pourra nous ouvrir à une fécondité inespérée : «  l’année prochaine, en cette même saison, tu tiendras un fils dans tes bras » (2R 4, 16). Avec cette parole de promesse et d’espérance, le prophète est en tout semblable au Seigneur (Gn 18, 10) car en totale conformité à son coeur infiniment attentif au désir et au besoin de l’autre.

Chi mai?

XII Settimana T.O.

La domanda del profeta nelle sue Lamentazioni trova risposta nei gesti di Gesù: <Chi potrà guarirti?> (Lam 2, 13). Dopo essersi profondamente coinvolto nel cammino di sofferenza del lebbroso, il Signore si lascia interrogare da ogni sofferenza che si gli si fa <incontro> (Mt 8, 5). Accompagnare la lettura dei gesti di guarigione del Signore Gesù con le infuocate parole delle Lamentazioni di Geremia ci aiutano e ci guidano ad entrare nel mistero della sofferenza e del dolore come un ambito di rivelazione. Le parole del profeta scavano in noi, fino a dilatarla, una coscienza sempre più chiara di quelle che sono le sofferenze – fisiche, morali e spirituali – dei nostri fratelli e sorelle in umanità e, invece, di sprofondare in una disperazione condivisa, ecco che il Vangelo ci apre ad una speranza offerta a tutti: <gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati> (Mt 8, 16).

L’evangelista Matteo non si limita a rapportare i fatti, ma ce ne dà una interpretazione alla luce delle Scritture. La scelta del versetto di Isaia è significativa: <Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie> (8, 17). Così la risposta alla domanda di Geremia sembra chiara: è il Signore Gesù che può guarire tutte le nostre malattie e ridonarci la gioia di una promessa di vita accolta e sempre più condivisa e, da parte sua, il profeta Isaia ce ne svela il modo. I gesti di guarigione del Signore Gesù non sono atti di potenza, ma segni esteriori di una estrema compassione. Continuamente il Signore Gesù cercherà di dissipare l’ambiguità di ritenerlo un taumaturgo o un mago, per aprire il cuore di quanti incontra in modo così profonda da guarirli al recupero della libertà che si esprime in un amore ricevuto e in un amore ridonato.

Per questo il Signore dice al centurione: <Va’, avvenga per te come hai creduto> (8, 13). Come spiega un teologo contemporaneo: <Di fronte al male si reagisce con la misteriosa attitudine del soggetto a lasciarsi coinvolgere dall’altro provando in sé compassione e simpatia nel momento stesso in cui si supera l’abisso che lo separa dall’altro>1. In tal modo viene sottolineato che la guarigione è il frutto di una relazione e non il risultato di una macchinazione. Così pure la suocera di Pietro appena rialzatasi dal suo <letto> e liberata dalla <febbre> dimostra di essere veramente e integralmente guarita per il fatto che lo <serviva> (8, 14-15) non tanto come gesto di gratitudine verso chi l’aveva guarita, ma più profondamente come il segno di essere veramente guarita. Nella logica del Vangelo, infatti, se c’è una malattia capace di uccidere è proprio l’egoismo e il ripiegamento su se stessi. Di contro ciò che può veramente e durevolmente guarire è proprio una rinnovata attitudine a servire che comincia sempre con il lasciarsi interpellare.


1. Ch. THEOBALD, Trasmettere un vangelo di libertà, Dehoniane, Bologna 2010, p. 32.

Liberati

XII Settimana T.O.

Dalla montagna al piano per guarire da ogni forma di lebbra: ancora e sempre la gente povera è posta a custodia della città degli uomini per evitare che le sue guglie la sommergano e la rendano tomba di se stessa. Sono i poveri, che non hanno case, ma si riparano in capanne e anfratti, a permettere alla civiltà degli uomini di ricominciare ogni volta dopo aver deviato dai cammini umanizzanti di una esistenza condivisa e profondamente solidale. Così termina il “bollettino di guerra” che ci offre la prima lettura: <Il capo delle guardie lasciò parte dei poveri della terra come vignaioli e come agricoltori> (2Re 25, 12). Con questa nota, apparentemente dispregiativa, viene riconosciuto a chi, veramente e quasi irrimediabilmente, appartiene la terra: a coloro che se ne prendono cura in prima persona e che possono attendere – operosi e sereni – tempi migliori. Coloro ai quali si può sottrarre qualcosa vengono deportati, i figli del re <furono ammazzati davanti ai suoi occhi> (25, 7) e questo terribile spettacolo fu l’ultima cosa che Sedecìa poté vedere… subito dopo, infatti, fu accecato.

Non possiamo che provare dolore per la distruzione di Gerusalemme, non possiamo che provare vergona per la profanazione del Tempio e la rovina di tanti e tante. Eppure da tutto questo siamo chiamati ad apprendere la lezione di quel lungo discorso che il Signore Gesù ha appena terminato di pronunciare sul <monte> (Mt 8, 1) delle Beatitudini e che ora si concretizza nei gesti che lo stesso Maestro compie a vantaggio di coloro che accettano di avere bisogno e di rivolgersi a lui con umiltà e verità. La parola di risposta che il Signore Gesù regala a quel <lebbroso> è un dono per tutti e per ciascuno: <Lo voglio: sii purificato!> (8, 3). Sì, il Signore vuole con tutto se stesso che ciascuno possa vivere pienamente, ma sembra che questo non sia possibile senza accompagnare il Maestro in quel suo perenne movimento di discesa <dal monte> che permette di avvicinarlo e, soprattutto, di farsi da Lui avvicinare.

Le due letture che la Liturgia ci offre quest’oggi ci invitano a lasciarci purificare ben prima che nel nostro cuore si apra <una breccia> (2Re 25, 4) da cui possa penetrare il duplice veleno della superbia che ci fa sentire troppo sicuri e che non ci fa prendere in seria considerazione la Parola di Dio, come fecero i notabili nei confronti del profeta Geremia, o quello della fuga ignominiosa che avviene <di notte> per salvarsi senza salvare e che vede protagonisti la famiglia reale e la corte unitamente ai soldati. Immobili sembrano rimanere i <poveri della terra> (25, 12) i quali non essendosi mai elevati al di sopra della loro condizione di poveri, sembra rimangano tranquilli perché la loro vita, pur mutando padrone, rimane la stessa. Potremmo quest’oggi rileggere il Discorso della Montagna con il cuore di questo <lebbroso> che chiede la guarigione capace di reintegrarlo nella relazione con gli altri: quanto ci resta ancora da scendere!

Nuda roccia

XII Settimana T.O.

Le due letture che la liturgia accosta quest’oggi possono sembrare così lontane tra loro; eppure, sono accomunate da una presa di coscienza imprescindibile, per non essere esclusi da quel dinamismo di grazia senza la quale la nostra vita, nonostante tutte le apparenze, rimarrebbe sterile e persino una solenne proclamazione di menzogna: <Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!> (Mt 7, 23) dice il Signore Gesù con una severità tutta evangelica. Al contrario, nella prima lettura si fa menzione di quella <gente povera della terra> (2Re 24, 15) che sembra infine essere privilegiata perché viene risparmiata dalla deportazione e questo per un motivo semplice: i poveri non contano nulla! La terra di Israele, la terra considerata dal popolo delle promesse come il pegno dell’amore di Dio e per questo ritenuta più santa di ogni terra in un attimo viene privata di tutti i suoi migliori abitanti e affidata alla cura di questa <gente povera> che diventa una parabola per indicare ciò che forse non ha funzionato nel modo di abitare quella porzione di mondo donato da Dio.

Forse la deportazione è conseguenza di una difficoltà a rimanere in quella condizione di semplicità e povertà che ha caratterizzato gli inizi del cammino di Israele nella vita dei Patriarchi. Il crescente bisogno di essere come gli altri popoli non fa che esporre il popolo del Signore agli stessi inganni di tutte le nazioni, fino a cadere vittima dei medesimi ingranaggi di potere e di menzogna. Contrariamente a tutte le apparenze sembra che si possa proprio dire che la <gente povera> è la speranza dell’umanità e sono i poveri ad essere posti dall’Altissimo come custodi di nuovi possibili cammini che, per ricominciare, hanno sempre bisogno di ripartire dall’essenziale lasciando che siano asportati <tutti i tesori> (24, 13). La povertà della nuda <roccia> (Mt 7, 24) cui siamo riportati dalla parola del Signore che ci chiede di rifondare continuamente su di essa la nostra vita tradisce una bellezza che è il volto di una solidità senza merletti che fruttifica sul terreno di una solidarietà tra umani austera e incrollabile… quella che si vive solo tra persone che sono serenamente povere!

A partire da tutto ciò possiamo comprendere meglio che cosa possa significare per la nostra vita concreta l’appello del Signore: <Non chiunque mi dice “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli> (Mt 7, 21). Il cammino che è richiesto a ciascuno è quello di un generoso ritorno all’essenziale che se sicuramente rende più vulnerabili, paradossalmente rende anche più stabili e sicuri: <Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia> (7, 25). La stabilità della roccia non può che essere l’assunzione della nostra radicale povertà che ci mette al riparo dalle sabbie mobili dei giochi di potere.

Nome

Natività di San Giovanni Battista

La nascita di Giovanni crea scompiglio sin dal primo momento del suo venire alla luce e ciò che avviene nella casa di Zaccaria, illuminata dalla gioia non più attesa della presenza di un bambino, è profezia di ciò che il Battista rappresenterà per il cammino della Chiesa. I parenti e i vicini sono meravigliati e un po’ contrariati: <Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome> (Lc 1, 61). Come spiega Jean Danielou: <Giovanni non porterà il patronimico che esprimerebbe semplicemente la sua appartenenza ad una famiglia. Dio gli assegna un nome personale che è l’espressione della sua vocazione unica>1. La rottura con il nome di suo padre Zaccaria rappresenta anche la rottura con la tradizione sacerdotale a favore di un riemergere del ministero profetico. Figlio di un levita, Giovanni avrebbe dovuto e potuto servire nel Tempio godendo di tutti i benefici del levirato sacerdotale e, invece, sin dal momento della sua nascita l’evangelista Luca ci ricorda che <Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele> (Lc 1, 80).

Se l’annunciazione della sua nascita, come leggiamo nella Messa della Vigilia, avviene all’interno del Tempio e nel pieno delle funzioni sacerdotali di Zaccaria, la sua nascita e la sua circoncisione, che prevede l’imposizione del nome, rompono con la tradizione levitica e già si fanno segno di quel ministero di <amico dello sposo> che farà del Battista l’anello di congiunzione tra tempi e modi diversi di sentire la presenza di Dio. In mezzo al popolo e a favore di tutta l’umanità, Giovanni sarà capace di spianare la strada alla pienezza di profezia che sarà la manifestazione in Gesù di Nazaret di un modo completamente nuovo di immaginare la relazione con Dio. Paolo lo ricorda nella sinagoga di Antiochia:<Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”> (At 13, 25).

Si compie per Giovanni la profezia di Isaia: <Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome> (Is 49, 1). Questo vale per Giovanni, ma vale per ciascuno di noi: la nostra identità e la nostra vocazione sono una cosa sola e si illuminano a vicenda. Il lungo tempo di deserto vissuto da Giovanni cui segue un tempo imprecisato di prigionia nelle segrete di Erode gli hanno permesso di maturare nella fede fino ad aprirsi – non certo senza fatica – non solo a preparare la strada all’avvento del Messia, ma pure ad essere in grado di superare lo <scandalo> (Lc 7, 23) che Gesù ha rappresentato per la sua sensibilità. Dall’inizio alla fine della sua vita Giovanni Battista accetta di essere riconosciuto come il <profeta> (7, 26) eppure superato in quella logica di misericordia e di assoluta grazia, che già presente nel suo nome, sarà donata in modo pieno dalle parole e dai gesti del Signore Gesù attraverso cui riceviamo <grazia su grazia> (Gv 1, 16).

1. J. DANIELOU, Jean Baptiste témoin de l’Agneau de Dieu, Seuil, Paris 1964, p. 163.

Porte e vie

XII Settimana T.O.

In realtà una porta ci viene aperta ed è quella del Regno di Dio, e il Signore – oltre ad aprirci la porta, o meglio le porte – ci ricorda che esse conducono al mistero di una vita piena. Segno di questa vita piena è il fatto che essa è profondamente condivisa. Il fatto che la porta possa rivelarsi stretta è segno di quanto la nostra umanità rischia di essere incurvata e ripiegata su se stessa tanto da fare molta fatica nell’aprirsi a Dio e ai fratelli. Proprio per questo il Signore ci rammenta la regola d’oro che è quella, appunto, di non mettersi mai al centro dell’attenzione di se stessi. La facilità della via del Vangelo non è la faciloneria, ma il coinvolgimento appassionato nella storia dei nostri fratelli che fa di ogni esistenza una storia sacra. Il Signore non forza la porta del nostro cuore e non ci costringe a nessun cammino, ma cerca in tutti i modi di motivarci alla libertà che ci mette in grado di fare le nostre scelte in modo saggio in cui carità e realismo si congiungono in modo inequivocabile e imprescindibile: <Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi> (Mt 7, 11).

Il gesto del re Ezechia che, con la lettera di Sennàcherib in mano, <salì al tempio del Signore, l’aprì davanti al Signore e pregò davanti al Signore> (2Re 19, 14-15) è una splendida icona di uomo e di credente che sa molto bene dov’è e chi è il tesoro del suo cuore. Invece di lamentarsi e di cercare conforto in altri e senza per nulla arrabbiarsi, il re Ezechia va alla fonte, si reca dal suo Dio per ritrovare nella preghiera la possibilità di comprendere e di agire rivolgendosi all’Altissimo con umiltà e chiarezza: <Ma ora, Signore, nostro Dio, salvaci dalla sua mano, perché sappiano tutti i regni della terra che tu solo, Signore, sei Dio> (19, 19). Ezechia sa passare per la <porta stretta> (Mt 7, 13) della preghiera pura che si fa umile invocazione creando nel cuore del credente una diponibilità ad accogliere e attraversare la prova come occasione di purificazione. Perché <larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione> attraverso il cedimento alla superficialità e all’apparenza.

Infatti, la porta stretta bisogna non solo attraversarla, ma prima ancora bisogna trovarla proprio come una perla preziosa che va cercata prima di essere trovata. Per aiutarci in questo non facile discernimento, il Signore Gesù ci offre un criterio: <Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti> (7, 12). La porta e la via attraverso cui siamo continuamente chiamati a passare e a ripassare è la strettoia della disponibilità a usare il coltello sempre contro se stessi e mai contro gli altri secondo una bellissima nota di eleganza che si ritrova tra le tribù nomadi della Mongolia. Ciò che già ci è stato insegnato dalla Legge e dai Profeti diventa, nella vita del discepolo del Signore Gesù, incandescente esigenza di mettere sempre il bisogno e il desiderio del fratello al primo posto trasformando così l’imposizione della Legge in una naturale e spontanea esigenza dell’amore.