Pazzo?

II settimana T.O.

L’evangelista Marco ci offre una scena presa dal vivo dell’esistenza quotidiana del Signore Gesù, una sorta di piccolo e interessante quadretto del suo camminare in mezzo alla sua gente. La particolarità di questo racconto unitamente alla sua incisività depone a favore della sua autenticità. Marco osa scrivere nel suo vangelo che <allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: “E’ fuori di sé”> (Mc 3, 21). Se è interessante la presa di posizione della famiglia del Signore, risulta ancora più interessante la reazione del Signore che non si difende, ma semplicemente si tiene libero dalle illazioni dei suoi parenti, non si effonde in accorate spiegazioni, ma continua decisamente per la sua strada. In questo quadretto di famiglia siamo invitati a cercare quale posto è il nostro, in che tipo di atteggiamento ci poniamo nei confronti di quella follia della croce senza la quale il vangelo non solo si impoverisce, ma rischia pure di adulterarsi perdendo la sua capacità di insaporire e rendere luminosa la vita. 

Ciò che sfugge ai parenti del Signore e che rischia di sfuggire, in realtà, a noi stessi è quanto viene spiegato per contrapposizione nella Lettera agli Ebrei: <Cristo, il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio> (Eb 9, 14). L’insistenza quasi litanica della Lettera agli Ebrei sul sacerdozio esistenziale e non cultuale che è proprio e in modo unico di Cristo Signore e che viene partecipato a tutti colore che, attraverso il battesimo, sono parte del suo Corpo che è la Chiesa, esige da ciascuno di noi una continua vigilanza per non cedere alla tentazione di voler privatizzare il vangelo e servircene al fine di maturare un privilegio di identità con cui contrapporci a quanti riteniamo non essere parte della nostra mentalità ed estranei alla nostra logica. Forse nessuno di noi ha mai pensato di dire a Gesù e di Gesù <è fuori di sé> (Mc 3, 21) eppure non possiamo e non dobbiamo dimenticare che lo facciamo tutte le volte in cui, più con la vita che con le parole, cerchiamo di addomesticare e di “ragionevolizzare” le esigenze del vangelo che, invece, comportano una certa follia.

La Chiesa russa ha sempre amato e venerato in modo del tutto particolare quei semplici e poveri cristiani che abbracciarono durante la loro vita una forma ascetica tra le più dure: la follia per Cristo. Tanto amore e tanta venerazione si spiegano col fatto che questi uomini e donne, a uno dei quali è dedicata la Chiesa di san Basilio il folle sulla piazza rossa di Mosca, furono capaci nei vari momenti della storia di questo popolo di ricordare a tutti – primi fra tutti i potenti della Chiesa e del mondo – la follia della croce chiamata a diventare per i discepoli la ragione di vita e la logica interpretativa della storia come pure il criterio delle scelte per se stessi e per gli altri.

La <tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione> (Eb 9, 11) è la follia della croce in cui si incarna la follia dell’amore. Un versetto del discorso della montagna può aiutarci a non cadere nell’errore dei parenti di Gesù: <Chi poi dice al fratello “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna> (Mt 5, 22). 


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