Salire

III settimana T.O.  –

Nella prima lettura troviamo un verbo particolarmente pregno nella tradizione biblica che segna l’inizio della gioiosa evocazione di uno dei momenti più belli e commoventi della storia di Israele: <Davide andò e fece salire l’arca di Dio dalla casa di Obed-Edom alla Città di Davide, con gioia> (2 Sam 6, 12). Il canone delle Scritture ebraiche, che segue un ordine diverso da quello a cui noi siamo abituati e che si chiude con i profeti minori, si conclude proprio con questo verbo nella forma di invito: <Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore suo Dio, sia con lui e salga!> (2Cro 36, 23). Salire è anche il senso del verbo che indica l’olocausto che continuamente viene offerto nel Tempio e il cui fumo sale fino al cospetto di Dio congiungendo così la terra con il cielo, il nostro umano vivere con il divino accompagnare i nostri passi attraverso la storia. Quando Dio sale attraverso il simbolo dell’arca – che ne rappresenta la presenza in mezzo al suo popolo – tutto sembra essere contagiato da una gioia incontenibile in cui si esprime una sorta di insopprimibile soddisfazione per la ritrovata e persino accresciuta comunione tra il Creatore e le sue creature.

Si dice, infatti, che <Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore> (36, 14). Per danzare meglio il re aveva deposto ogni veste che ne avrebbe ingombrato inutilmente i movimenti: <era cinto di un efod di lino> e <Così Davide e tutta la casa di Israele facevano salire l’arca del Signore con grida e al suono del corno> (36, 15). Far salire l’arca del Signore, corrisponde ad un’ascesa interiore che permette a tutti di elevarsi ad un livello di percezione della realtà segnata da una gioia che dice una partecipazione così intensa al mistero di Dio da essere capace di trasfigurare la vita. Questa esperienza produce, in modo del tutto naturale e spontaneo, il frutto di una generosa condivisione, perché non solo è inimmaginabile, ma persino impossibile, trattenere per sé tutto questo gaudio interiore, tanto che Davide: <distribuì a tutto il popolo, a tutta la moltitudine di Israele, uomini e donne, una focaccia di pane per ognuno, una porzione di carne arrostita e una schiacciata di uva passa. Poi tutto il popolo se ne andò, ciascuno a casa sua> (36, 19).

Questa pagina così esultante e gioiosa ci fa sentire ancora di più il gelo e la tristezza che si avverte nell’atteggiamento dei parenti del Signore che <stando fuori, mandarono a chiamarlo> (Mc 3, 31). L’emozione del cuore di Davide, che il testo delle Scritture ebraiche trasmette in modo così commovente, ci aiuta a comprendere quella ben più mesta del cuore del Signore Gesù che reagisce con queste parole di invito, certo, ma anche con un po’ di rammarico che si fa graffiante domanda: <Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?> (3, 33). La risposta a questa domanda non può essere semplicemente fatta di parole, ma va data con la vita, nella misura in cui accettiamo interiormente di salire un po’ oltre noi stessi e i nostri presunti titoli di parentela, per vivere nella e della volontà di quel Dio che, nella preghiera insegnataci dal Signore Gesù, osiamo chiamare: <Padre nostro>!

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