Umani

I settimana T.O.  –

La Liturgia ci rimette in cammino nel tempo dell’ordinarietà dopo le feste del Natale richiamandoci al mistero di noi stessi in un modo particolare e significativo: ci aiuta a considerarci sempre in legame e in comunione con altri. Nella prima lettura la figura di Anna acquista in profondità proprio se messa in relazione con la sua <rivale> (1Sam 1, 6). I pescatori che sono chiamati a diventare discepoli compaiono sulla scena della storia della salvezza non in modo solitario, bensì insieme: <Passando lungo il mare di Galilea vide Simone e Andrea fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare, erano infatti pescatori> (Mc 1, 16) e ancora solo <un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti> (Mc 1, 19). La nostra vita non è mai una realtà solitaria, ma è sempre vissuta in relazione ad altri sia quando questa relazione è segnata da un’intesa profonda come nel caso dei pescatori chiamati a diventare discepoli, per essere – a suo tempo – apostoli, sia quando è fonte di lacrime e di amarezza, come nel caso di Anna, tanto che questa donna, avvilita dalla sua sterilità, <si metteva a piangere e non voleva mangiare> (1Sam 1, 7).

Ma accanto ad Anna e Peninnà, accanto a Simone e Andrea – cui subito vengono associati Giacomo e Giovanni – vi sono anche Elkanà e lo stesso Gesù il quale <dopo che Giovanni fu arrestato andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio> (Mc 1, 14). La figura di Elkanà prepara quella del Signore Gesù per la sua capacità di avere occhi e cuore anche per Anna, si direbbe soprattutto per Anna: <perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?> (1Sam 1, 8). In questo modo di esprimersi, che è ben più che un semplice modo di parlare, possiamo cogliere una preparazione evangelica di quelli che saranno gli atteggiamenti propri del Signore Gesù che si fa annuncio di <vangelo> non solo e non prima di tutto con una dottrina, ma con un modo di passare accanto alla nostra umanità e di avere occhi per tutto ciò che noi siamo, ma soprattutto per le nostre lacrime.

Vi è un elemento importante che accomuna Elkanà e il Signore Gesù. Il padre di Samuele è un uomo <delle montagne> (1, 1) abituato a salire <ogni anno dalla sua città per prostrarsi e sacrificare al Signore degli eserciti a Silo> (1, 3): il Signore Gesù che non disdegna di salire al tempio secondo le consuetudini. Eppure ambedue sembrano non identificarsi con le alture del culto e della propria serenità religiosa, ma sono inclini a scendere interiormente verso l’altro, avendo occhi e cuore per ciò che aspetta di essere guardato, valorizzato e riconosciuto. Elkanà e Gesù incarnano, in un modo diverso, il loro essere uomini segnati da un’umanità che ci tocca e ci interpella. Forse ci fanno comprendere meglio il senso profondo della parola – <vangelo> – che ancora una volta siamo chiamati a scoprire attraverso i giorni per lasciarcene impregnare profondamente.

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