Ai piedi

V settimana T.O.  –

Se leggiamo con attenzione amorosa il Vangelo, ci rendiamo conto che la donna <di lingua greca e di origine siro-fenicia> (Mc 7, 26) conosce bene quale sia il posto che le compete. Per questo, sin da subito, non appena si rende conto della presenza del Signore Gesù nel territorio pagano in cui vive: <si gettò si suoi piedi> (7, 25) … proprio come fa un cagnolino affettuoso e bisognoso al contempo. La reazione del Signore Gesù sembra voler radicalizzare l’attitudine di questa donna e indicare così, anche a noi, il modo più adeguato a chiedere l’aiuto di cui abbiamo bisogno per noi stessi e per le persone che amiamo e di cui ci prendiamo amorevolmente cura. Il dolore e la sofferenza non fanno maturare nessun diritto! Al contrario, dovrebbero far maturare una profonda consapevolezza, quella che rende audaci e, nello stesso tempo, non pretenziosi. Commentando il testo parallelo di Matteo, Giovanni Crisostomo mette sulla bocca di questa donna le seguenti parole: <Se sono un cagnolino in questa casa, non sono un’estranea. So che il cibo è necessario ai figli, ma non è vietato dare le briciole. Non si deve rifiutarmele, perché sono il cagnolino che non si può cacciar via>1.

Questo modo di reagire è certo un modo di insistere per essere esauditi nel bisogno, ma è, ancor prima, il modo per dichiarare – fino in fondo – la propria autocoscienza, quella che fa della relazione col Signore una necessità imprescindibile che non può non impegnarlo fino a cambiarlo. Il Vangelo ci mette di fronte alla possibilità che una donna straniera – e potenzialmente pagana – sia in grado di cambiare il programma del Signore Gesù dimostrandosi capace di una fede imprevista ma efficace. Al contrario, la prima lettura – evocando l’infedeltà di Salomone – ci ricorda che può avvenire anche il contrario ovvero… che la fede scompaia in chi l’ha ricevuta come dono e l’ha vissuta come esperienza e sia invece accolta e fatta crescere nei cuori apparentemente più lontani. La parola di questa donna: <Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli> (Mc 7, 28), sono per noi un vero monito a non presumere di noi stessi e a non disprezzare nessuno… veramente nessuno! 

Inoltre bisogna evitare di cadere nella trappola che forse ha traviato e confuso il cuore così sapiente e amabile di Salomone: essere figli primogeniti non significa essere figli unici; figli certo si nasce, ma se non lo si diventa ogni giorno di più, il rischio è quello di esserlo solo di nome, ma non di cuore: <Il Signore, perciò, si sdegnò con Salomone, perché aveva deviato il suo cuore dal Signore, Dio d’Israele, che gli era apparso due volte e gli aveva comandato di non seguire altri dèi, ma Salomone non osservò quanto gli aveva comandato il Signore> (1Re 11, 10). Siamo chiamati ogni giorno ad esaminare noi stessi, cercando di verificare il nostro cammino alla luce di due figure possibili: la Cananea e Salomone. 


1. GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sul Vangelo di Matteo, n° 52, § 2

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