Oltre

III settimana T.O.

Il Signore Gesù è venuto per parlare la nostra lingua e ci parla di sé parlandoci così bene di noi! Le parabole, ben oltre il contenuto di immagini e di messaggio, sono prima di tutto il segno e la memoria di una stupenda cospirazione tra la nostra vita e quella di Dio che cerca di maturare dentro di noi e nonostante noi. Per questo il Signore Gesù parlandoci del regno di Dio che è venuto a ad inaugurare e piantare nella nostra vita, non trova di meglio che raccontare le cose alle quali siamo abituati e da cui dipende la nostra vita di ogni giorno: <un uomo che getta il seme > (Mc 4, 26) oppure <un granello di senape> (4, 31). Gesti semplici e quotidiani che pure sono capaci di portare non solo lontano, ma persino oltre quello cui siamo abituati o, peggio ancora, cui siamo rassegnati: <cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare in nido alla sua ombra> (4, 32).

Eppure nella liturgia troviamo un contrasto forte tra l’invito alla fiducia e all’abbandono del Signore Gesù e la messa in guardia della prima lettura dal rischio di abbandonare il combattimento: <Non abbandonate dunque la vostra franchezza, alla quale è riservata una grande ricompensa> (Eb 10, 35). E l’anonimo autore della lettera agli Ebrei ci tiene a sottolineare e a chiarire il fatto che <Avete solo bisogno di perseveranza, perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso> (10, 36). Queste parole ci aiutano ad accogliere con la giusta gravità, le due parabole che troviamo nel Vangelo, senza cadere nell’illusione ingenua che tutto sia semplice e, soprattutto, che sia automatico. Se, infatti, non solo è vero e bello che <il terreno produce spontaneamente> (Mc 4, 28), è anche vero che, perché questo avvenga, la terra deve aver maturato una fecondità possibile senza la quale non si potrà raccogliere nessun frutto.

Ogni giorno siamo chiamati a vivere con impegno il paradosso della realtà facendo della nostra vita una parabola vivente: “abbandono nella lotta sempre unita alla necessaria lotta nell’abbandono”. Tutti noi sappiamo, infatti, quanto possa essere difficile e duro l’imparare a consegnarsi come una terra che attende il seme e ad accettare che la nostra fatica nel crescere pianta rigogliosa possa essere gioiosamente usata da altri come accade agli alberi con gli uccelli. Alla luce della Parola di Dio racchiusa nelle Scritture possiamo oggi scandagliare la nostra vita quotidiana per riuscire a scorgervi quelle realtà semplici e quotidiane che pure sono chiamate a diventare – per noi stessi e per gli altri – delle parabole che portano oltre illuminando di una luce e di un sapore meravigliosi la nostra esistenza che è già parte del Regno di Dio. Del resto: <Ancora un poco, infatti, un poco appena, e colui che deve venire, verrà e non tarderà> (Eb 10, 37). Come il seme nella terra vorremmo anche noi poter dire con una certa fierezza: <Noi però non siamo di quelli che cedono> (10, 39).

Abbondante

Santi Timoteo e Tito

La parola con cui il Signore invia i suoi discepoli ad annunciare la presenza del Regno di Dio indica una dismisura e un paradosso che sembrano irrinunciabili per una missione che non sia semplicemente un contenuto dottrinale – per quanto elevato – ma uno stile di vita capace di farsi lievito nella realtà di un modo evangelico di vivere, di sentire, di reagire. Da una parte il Signore ricorda ai settantadue discepoli che <La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!> (Lc 10, 2) e dall’altra chiede loro di non attrezzarsi troppo, anzi di non attrezzarsi affatto: <non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada> (10, 4). Sembra che l’ampiezza del lavoro cui i discepoli sono chiamati non debba in nulla metterli in agitazione. Al contrario il Signore chiede una misura ancora più grande di fiducia non in se stessi, nei propri mezzi e persino nell’annuncio di cui sono portatori, ma negli altri verso cui i loro passi vengono indirizzati in una semplicità e libertà. Questo stile, che si fa tratto inconfondibile, è già annuncio e testimonianza di un modo nuovo di approcciare e di presentarsi: <Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa> (10, 7) e nello stesso tempo non può pretendere in alcun modo di essere ricompensato.

Alla <messe abbondante> che rischierebbe di esasperare, il Signore sembra contrapporre una fiducia interiore ancora più abbondante da essere capace di donare ai suoi discepoli persino la serenità di affrontare l’inevitabile rifiuto senza nessun vittimismo né alcuna recriminazione: <ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi> (10, 3). Sembra che la vera preoccupazione del Signore non è che i suoi discepoli siano risparmiati, ma che abbiano il coraggio di rimanere sempre e comunque dei veri <agnelli>. Ciò che nella Colletta dell’Eucaristia dei santi Timoteo e Tito viene evocata e invocata come <scuola degli apostoli>, sembra non essere altro che questa leggerezza interiore che permette di coniugare al realismo di uno sguardo disincantato e preciso sulle situazioni, una fiducia invincibile. Proprio e solo questa fiducia rende possibile continuare a seminare e a mietere senza nessun calcolo e con una gratuità che diventa un vero e proprio stile di vita e, in particolare, stile di relazione.

Lo ricorda con dolcissima forza l’apostolo Paolo scrivendo a uno dei suoi discepoli e collaboratori più stimati e amati: <Dio, infatti, non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza> (2Tm 1, 7). La <medesima fede> (Tt 1, 4) da cui Paolo sente di essere intimamente legato a Tito diventa una sorta di forza interiore che permette continuamente di comunicare il meglio di sé creando attorno a sé un <ordine> (1, 5) che è quello di un amore e di un’attenzione sempre più profonde e autentiche. 

Credere o non credere

Conversione di san Paolo

Normalmente dei santi celebriamo il giorno natalizio della loro morte che porta a compimento non solo il loro cammino di vita, ma rivela e corona il loro combattimento spirituale e la loro costanza nella lotta per essere interiormente trasformati da Cristo Signore. Della Madre di Dio e di san Giovanni Battista celebriamo pure il giorno della loro nascita che li lega in modo del tutto particolare e unico al mistero del Salvatore generato da una madre e indicato da un amico. Di Paolo celebriamo la conversione, sentendo come Chiesa che questo passaggio della sua vita non solo è stato importante per il suo cammino, ma ha significato una vera svolta per tutta la Chiesa e per l’umanità. Così commenta Fulgenzio di Ruspe: <Saulo è spinto sulla via di Damasco per diventare cieco, poiché non vedendo giunga a vedere la vera Via. Egli perde la vista degli occhi, ma il suo cuore è illuminato affinché la vera luce appaia agli occhi del cuore e a quelli del corpo. È spinto dentro se stesso, per ‘cercarsi’. Vagabondava in compagnia di se stesso, viaggiatore inconsapevole, e non si ritrovava poiché interiormente aveva perduto la via>1.

Chi di noi non potrebbe identificarsi in questo piccolo ritratto dell’apostolo che prima di diventare pastore è come una pecora perduta e incagliata tra i rovi di se stesso e delle sue convinzioni? Egli ha bisogno di essere salvato da se stesso e da tutto ciò che ne faceva un devoto zelante, tanto di ritenere di avere il dovere di perseguitare chi cercava la via della vita in modo diverso dal suo. Saulo non è un uomo che vive nel peccato o nella dimenticanza dei precetti divini, al contrario può affermare con fierezza e senza menzogna: <Io sono un Giudeo… educato… nell’osservanza scrupolosa della Legge dei Padri, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi> e aggiunge <Io perseguitai a morte questa Via, incatenando e mettendo in carcere…> (At 22, 3-4). Il cammino di Saulo non è quello di una conversione morale, ma di una conversione di fede… alla fede che esige un modo di concepire la fedeltà a Dio in modo imprescindibilmente unito al rispetto e all’amore degli altri persino quando mettessero in dubbio o in crisi la nostra devozione. Per questo al cuore della conversione di Saulo vi è una parola: <fratello> (9, 17)!

Possiamo immaginare che questa conversione se è stata intuita come una folgore mentre Saulo si stava avvicinando a Damasco, nondimeno abbia avuto bisogno di un lungo tempo di decantazione e di maturazione come ricorda egli stesso evocando il tempo vissuto in <Arabia> (Gal 1, 17). Alla vicenda interiore di Paolo si potrebbe applicare il paradosso Shakespeariano: <credere e non credere, questo è il problema>! Infatti, nel Vangelo scelto per accompagnare questa festa le parole del Risorto risuonano così: <Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato> e ancora <Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono…> (Mc 16, 16-17). I segni sono quelli di una fraternità sempre più profonda e vera. Le <lettere> (At 9, 2) che autorizzavano Saulo a incatenare i discepoli di Gesù, diventeranno le Lettere da lui scritte ai discepoli del Signore Gesù in cui il dilemma di credere o non credere diventerà sempre più chiaramente quello di amare o non amare.


1. FULGENZIO DI RUSPE, Discorso attribuito, n° 59 appendice; PL 65,929.


Fuori

III settimana T.O.

Il brevissimo testo del vangelo di oggi ci mette di fronte ad un grande dramma: il rischio di capovolgere le parti nel rapporto di discepolanza. Infatti, vediamo come, davanti al ministero del Signore Gesù che si fa tutto a tutti, <giunsero la madre di Gesù e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare… > (Mc 3, 31). In questa breve, ma intensa nota di Marco, è racchiuso tutto il mistero di un possibile – sempre possibile – fraintendimento che falsa il rapporto che ognuno di noi è chiamato a tessere con il Signore Gesù. È lui che ci chiama e ci indica il cammino per uscire sempre più profondamente da noi stessi per incontrare non solo Lui ma, attraverso di lui, per entrare nel cerchio di coloro che ascoltano la sua parola e si fanno risanare dalla sua presenza. La sottile tentazione del rimanere <fuori> (3, 32) non può che tenerci fuori dallo sguardo e dalla relazione con lo stesso Signore e Maestro della nostra vita.

Questo perché, procedere così, significa vivere in una logica inversa a quella assunta dal Verbo nel suo farsi uno di noi, logica che viene tratteggiata in modo così concreto nella Lettera agli Ebrei, da essere quasi corporea, tangibile, concreta. Il Cristo usa le parole del salmo per parlare di se stesso: <Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi ha preparato> (Eb 10, 5). Con questa immagine di un <corpo> assunto si vuole indicare la profondità e la durevolezza del coinvolgimento di Dio – in Cristo Gesù – nella nostra storia. Da parte nostra siamo chiamati ad entrare nella stessa logica dicendo a nostra volta e con Lui: <Ecco, io vengo a fare la tua volontà> (Eb 10, 9). A questa parola della Lettera agli Ebrei fa eco la stessa parola del Signore Gesù che rimette la madre e i fratelli nella giusta direzione di relazione: <Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre> (Mc 3, 35).

Solo così possiamo comprendere che compiere la volontà di Dio è accettare e desiderare di essere <fratello, sorella e madre> di ogni uomo e di ogni donna che fa parte di quel <corpo> (Eb 10, 5) che il Verbo ha assunto e di cui ognuno di noi è membro. La nostra tentazione di tenerci <fuori> fino a cercare di tirare <fuori> lo stesso Signore non farebbe che metterci fuori dal mistero della volontà di Dio che è quella di fare di tutti una cosa sola. C’è una verità che non dobbiamo mai dimenticare né tantomeno sottovalutare: <Non è possibile far conoscere Gesù se non dal di dentro, e non si può conoscere veramente una persona se non la si ama. Chi vive in intimità con il Cristo sa parlare bene di lui>.1 Non solo sa parlare bene di lui, ma è abitato da un desiderio ardente di farsi in tutto simile a lui. In caso contrario quello che si potrà sperimentare e quello che ci si illuderà di dover annunciare non sarà che una pallida, talora persino fuorviante, <ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose> (Eb 10, 1).


1. G. CHEVROT, La victoire de Paque, Bonne Presse, Paris 1951, p. 265.


Finito

III settimana T.O.

L’affermazione con cui il Signore Gesù reagisce al terribile sospetto che si fa tremenda accusa e radica in una gelosia così incontenibile da sembrare persino incontinente è, in realtà, un grande atto di speranza: <Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito> (Mc 3, 26). Infatti, Satana non può che essere diviso in se stesso non conoscendo le gioie della vera comunione, ma solo le dure tristezze della divisione e della contrapposizione. Per questo non può che continuare ad essere causa di divisione. Eppure la sua potenza è misera poiché, senza il pieno consenso della volontà, non può trascinare alcuno nel suo abisso di desolazione. A questa parola che riguarda Satana, il Signore Gesù ne aggiunge un’altra che riguarda invece anche noi.

È questa una delle parole più dure che siano mai uscite dalla bocca del Signore: <tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato in eterno, è reo di colpa eterna> ((3, 28-29). La particolare forza di questa parola riguarda situazioni e atteggiamenti assai ordinari della nostra vita. Sono tanti i momenti in cui diventiamo nemici del bene che fiorisce e fruttifica attorno a noi che, per uno strano istinto siamo portati a cogliere e amplificare piuttosto il male che pure è presente, ma non e non dovrebbe mai diventare la realtà più importante. Sarebbe un errore riferire questa parola del Signore a situazioni estreme di contrapposizione a Dio che pure esistono, ma è necessario cogliere e sradicare nella nostra realtà più quotidiana la tendenza al sospetto che ci rende inclini ad evidenziare maggiormente i segni negativi piuttosto che a farci attenti ed empatici con i più minimi segni positivi che possiamo riscontrare in noi e attorno a noi.

L’autore della Lettera agli Ebrei ci fa comprendere esattamente ciò che gli scribi non riescono o non vogliono per nulla accogliere: <in nostro favore> (Eb 9, 24). Questo è il tratto divino che il Signore Gesù è venuto a rivelarci in pienezza: Dio è in nostro favore e questo significa che il potere del male – di ogni possibile male – non può che essere <finito>. Se i farisei, di cui ci parla il vangelo, sembrano essere così presi dall’evidenziare il male, la prima lettura ci aiuta a cogliere in Cristo Gesù il superamento di esso: <così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza> (Eb 9, 28). Partendo da questa affermazione della lettera agli Ebrei potremmo ardire di affermare che il peccato imperdonabile di cui ci parla così duramente il Signore Gesù è il rischio, non così raro persino nella nostra vita di credenti, di non aspettarci più nulla di buono, di bello e di vero dalla vita. In questo modo si attua, all’interno del nostro cuore, la divisione più grave che si possa immaginare: la separazione dalla radice e dalla sorgente della nostra vita che è Dio dal quale continuamente proviene un’energia di speranza e di fiducia. 


Abitare

III Domenica del T.O.

Non è passato molto tempo dalla celebrazione del mistero del Natale e portiamo ancora nel cuore l’insistente ritornello che ha ritmato la contemplazione dell’incarnazione: <Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi>. Oggi la Liturgia ci mette di fronte ad un’immagine del Signore che ci tocca il cuore: <lasciò Nazaret è andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare> (Mt 4, 13). Matteo, come ha già fatto altre volte, sottolinea il fatto che questo avvenne <perché si compisse ciò che era stato detto dal profeta Isaia> (4, 14). La prima lettura ci fa rileggere interamente questo testo che ritroviamo ogni anno nel tempo di Natale: <Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse> (Is 9, 1). Il testo del Vangelo ci aiuta a comprendere non solo la realtà del compimento delle promesse profetiche, ma pure ci dà una luce per capire meglio il modo preciso in cui queste promesse si compiono. Se il Signore Gesù riprende le parole del profeta Giovanni che è stato appena <arrestato> (4, 12), dà all’invito alla conversione un sapore e un colore completamente nuovi: <Venite dietro a me> (4, 19).

Abitare per il Signore Gesù in realtà non significa stanziarsi, ma mettersi in cammino dando alla vita della nostra umanità un orizzonte sempre più ampio e per molti aspetti più desiderabile. Un monaco contemporaneo annota con sguardo acuto e immaginifico: <Ma i Galilei, loro, non si muovevano più, si lasciavano vivere>. E si chiede: <Il nostro torpore è forse meno grave del loro?>. La risposta è questa: <Allora apparve Gesù, l’uomo capace di sogni e increspa il lago della vita come il vento che rianima il lago agonizzante e con uno sguardo ringiovanisce il tempo>1. Quando il Signore Gesù lascia la sua Nazaret e va a vivere da solo a Cafarnao crea attorno a sé un movimento di vita che permette anche ai discepoli di lasciarsi dietro le spalle la vita di sempre per andare <oltre> se stessi, senza smettere di essere quello che sono – <pescatori> – ma con uno sguardo e un’ampiezza inimmaginate fino a quel momento di incontro che a rimesso in moto la vita. 

Quando Paolo ricorda ai Corinzi che non è stato <mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo> (1Cor 1, 17) non fa altro che sottolineare come la missione più importate e più preziosa a favore degli uomini di ogni tempo è di dare loro la speranza di abitare la vita senza esserne incarcerati, ma potendo sperare sempre di più e sempre meglio.

Nel secolo scorso è stata istituita la festa della santa Famiglia, potremmo istituire la festa del momento in cui il Signore Gesù va a vivere da solo.


1. G. de MENTHIÈRE, Magnificat (254) Gennaio 2014, pp. 352-353.

Habiter

III Dimanche du T.O.

Il s’est passé peu de temps depuis la célébration du mystère de Noël et nous conservons encore dans notre coeur le refrain insistant qui a rythmé la contemplation de l’Incarnation : ” Le Verbe s’est fait chair et il est venu habiter parmi nous “. Aujourd’hui, la liturgie nous met face à une image qui nous touche au fond du coeur : ” Il quitta Nazareth et s’en alla habité Capharnaüm, au bord de la mer “ (Mt 4, 13 ). Matthieu, comme il l’a déjà fait d’autres fois, souligne le fait que cela arriva ” pour que s’accomplisse ce qui était dit par le prophète Isaïe ” ( 4, 14 ). La première lecture nous fait relire entièrement ce texte que nous retrouvons chaque année au temps de Noël : ” Le peuple qui marchait dans la longue nuit a vu une grande lumière ; sur ceux qui habitaient les ténèbres de la terre, une lumière brilla “( Is 9, 1 ). Le texte de l’Evangile nous aide à comprendre, non seulement la réalité de l’accomplissement des promesses prophétiques, mais il nous éclaire aussi pour mieux comprendre la façon précise dont ces promesses s’accomplissent. Si le Seigneur Jésus reprend les paroles du prophète Jean, qui vient à peine d’être ” arrêté ” ( 4, 12 ) son invitation à la conversation donne une saveur et une couleur complétement nouvelles : ” Venez, suivez-moi” ( 4, 19 ).

Pour le Seigneur Jésus, habiter ne signifie pas se fixer, mais, se mettre en chemin, en donnant à la vie de notre humanité un horizon toujours plus ample et, d’une certaine manière, plus désirable. Un moine contemporain note, avec l’acuité de son regard imaginatif : ” Mais les Galiléens, eux, ne se déplacèrent plus, ils se laissaient vivre “. Et il se demande : ” notre torpeur est-elle moins grave que la leur ?” La réponse est celle-ci : ” Alors, apparut Jésus, l’homme capable de rêver et de faire onduler le lac de la vie comme le vent qui réanime un lac agonisant et par son regard, il rajeunit le temps “1. Quand le Seigneur Jésus laisse ” son ” Nazareth et va vivre seul à Capharnaüm il crée autour de lui un mouvement de vie qui permet aussi à ses disciples de laisser derrière leurs épaules la vie de toujours pour aller ” au-delà ” d’eux-mêmes, sans oublier d’être ce qu’ils sont – ” des pêcheurs ” – mais avec un regard et une amplitude imaginative jusqu’à ce moment de la rencontre qui a remis en marche la vie.

Lorsque Paul rappelle aux Corinthiens qu’il n’a pas été ” envoyé pour baptiser, mais pour annoncer l’Evangile ” ( 1 Cor 1, 17 ),  il ne dit rien d’autre que de souligner que la mission la plus importante  et la plus précieuse, en faveur des hommes de tout temps, est de leur donner l’espérance d’habiter la vie sans en être prisonniers, mais en pouvant toujours espérer plus et mieux

Au siècle dernier, a été instituée la fête de la Sainte Famille, nous pourrions instituer la fête du moment où le Seigneur Jésus va vivre seul.


1. G. de MENTHIERE, Magnificat ( 254 ), Janvier 2014, p.352-353.

50° Abbazia di Novalesa

Pazzo?

II settimana T.O.

L’evangelista Marco ci offre una scena presa dal vivo dell’esistenza quotidiana del Signore Gesù, una sorta di piccolo e interessante quadretto del suo camminare in mezzo alla sua gente. La particolarità di questo racconto unitamente alla sua incisività depone a favore della sua autenticità. Marco osa scrivere nel suo vangelo che <allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: “E’ fuori di sé”> (Mc 3, 21). Se è interessante la presa di posizione della famiglia del Signore, risulta ancora più interessante la reazione del Signore che non si difende, ma semplicemente si tiene libero dalle illazioni dei suoi parenti, non si effonde in accorate spiegazioni, ma continua decisamente per la sua strada. In questo quadretto di famiglia siamo invitati a cercare quale posto è il nostro, in che tipo di atteggiamento ci poniamo nei confronti di quella follia della croce senza la quale il vangelo non solo si impoverisce, ma rischia pure di adulterarsi perdendo la sua capacità di insaporire e rendere luminosa la vita. 

Ciò che sfugge ai parenti del Signore e che rischia di sfuggire, in realtà, a noi stessi è quanto viene spiegato per contrapposizione nella Lettera agli Ebrei: <Cristo, il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio> (Eb 9, 14). L’insistenza quasi litanica della Lettera agli Ebrei sul sacerdozio esistenziale e non cultuale che è proprio e in modo unico di Cristo Signore e che viene partecipato a tutti colore che, attraverso il battesimo, sono parte del suo Corpo che è la Chiesa, esige da ciascuno di noi una continua vigilanza per non cedere alla tentazione di voler privatizzare il vangelo e servircene al fine di maturare un privilegio di identità con cui contrapporci a quanti riteniamo non essere parte della nostra mentalità ed estranei alla nostra logica. Forse nessuno di noi ha mai pensato di dire a Gesù e di Gesù <è fuori di sé> (Mc 3, 21) eppure non possiamo e non dobbiamo dimenticare che lo facciamo tutte le volte in cui, più con la vita che con le parole, cerchiamo di addomesticare e di “ragionevolizzare” le esigenze del vangelo che, invece, comportano una certa follia.

La Chiesa russa ha sempre amato e venerato in modo del tutto particolare quei semplici e poveri cristiani che abbracciarono durante la loro vita una forma ascetica tra le più dure: la follia per Cristo. Tanto amore e tanta venerazione si spiegano col fatto che questi uomini e donne, a uno dei quali è dedicata la Chiesa di san Basilio il folle sulla piazza rossa di Mosca, furono capaci nei vari momenti della storia di questo popolo di ricordare a tutti – primi fra tutti i potenti della Chiesa e del mondo – la follia della croce chiamata a diventare per i discepoli la ragione di vita e la logica interpretativa della storia come pure il criterio delle scelte per se stessi e per gli altri.

La <tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione> (Eb 9, 11) è la follia della croce in cui si incarna la follia dell’amore. Un versetto del discorso della montagna può aiutarci a non cadere nell’errore dei parenti di Gesù: <Chi poi dice al fratello “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna> (Mt 5, 22). 


Poi…

II settimana T.O.

La parola che si pone come sigillo ad uno dei momenti più importanti – anzi il fondamentale – in quelli che sono gli inizi della Chiesa è una sorta di memoria della fragilità: <il quale poi lo tradì> (Mc 3, 19). Meditare con attenzione umile e amorosa questa parola del Vangelo può risvegliare e nutrire in noi un modo di guardare alla Chiesa che sia giusto e sereno. Secondo il Vangelo, il mistero della Chiesa non nasce perfetto e poi si deteriora, ma sin dal suo essere ancora tra le braccia di Gesù come suo Signore e Maestro è un mistero di fragilità, d’incompiutezza, persino di devianza possibile e quasi necessaria. Il contrasto tra il primo e l’ultimo versetto di oggi va rilevato e non va dimenticato poiché ci trasmette una rivelazione importantissima: <salì sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui> (3, 13) e <lo tradì> (3, 19). Verrebbe da consigliare al Signore Gesù di stare più attento e di essere più prudente nella scelta dei suoi amici e un po’ più perspicace nella elezione di quanti fregia del nome di <apostoli> (3, 14).

Forse, in realtà, non si tratta di un errore, bensì di una rivelazione: ad essere oggetto di scelta e di mandato da parte del Signore Gesù per essere garante dell’annuncio del Vangelo nella sua triplice forma dello stare con lui, predicare e guarire, non è un gruppo scelto, ma un gruppo ibrido di uomini difettosi e fragili. La Chiesa nasce povera e per questo non è posta nel mondo come un modello di perfezione a cui guardare, ma come un luogo possibile di umanizzazione in cui restare e nel quale veramente nessuno ha motivo di sentirsi inadeguato e a disagio. In questa direzione interpretativa possiamo accogliere la parola della prima lettura applicandola al mistero della Chiesa non come sostituzione migliorata del mistero di Israele, bensì come novità assoluta nel modo di concepire la relazione con Dio: <Non sarà come l’alleanza che feci con i loro padri, nel giorno in cui li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto; poiché essi non rimasero fedeli alla mia alleanza, anch’io non ebbi più cura di loro> (Eb 8, 9). Ma il fondamento è totalmente nuovo e per certi aspetti sganciato dalle nostre possibilità di riuscita spirituale: <Perché io perdonerò le loro iniquità e non mi ricorderò più dei loro peccati> (Eb 8, 12).

A fondamento della Chiesa non vi è il merito e le qualità degli apostoli né tantomeno la loro omogeneità umana e spirituale, ma una fiducia del Signore che conta non solo sulle forze ma pure sulle fragilità dei suoi apostoli per rivelare la forza e la bellezza del suo amore che, sin dall’inizio e non come incidente di percorso, mette in conto l’errore e quindi il perdono.