Partire è morire
III Settimana T.O. –
Lasciamoci interiormente toccare dall’invito del Signore Gesù che non è solo per i suoi discepoli ma pure per ciascuno di noi: <Passiamo all’altra riva> (Mc 4, 35). Come persone umane unitamente a tutti gli animali che popolano la terra e solcano le profondità dei mari, siamo non solo degli esseri in movimento, ma degli esseri di movimento. Con le piante e le pietre e persino con gli astri che sembrano essere fissi nel cielo, abbiamo in comune in dinamismo di crescita che comporta un continuo cambiamento di cui fa parte il nascere e il morire. Di questo processo che è proprio della natura, il Signore Gesù fa la stessa legge della vita spirituale e per questo, invece, di sedentarizzarsi decide di prendere il largo: con il Signore Gesù non è assolutamente possibile installarsi, né tantomeno riposarsi. Come avviene sempre e dovunque nella natura e nella storia per entrare nella vita e non accontentarsi di una mera sopravvivenza è necessario morire – ogni giorno – alla tentazione di sedentarizzarsi e di rassegnarsi a ciò che già si è vissuto e già si conosce nel bene e nel male.
La drammatica pagina che troviamo nella prima lettura in cui Natan si contrappone senza alcun timore al suo re aiutandolo a prendere coscienza del suo crimine, ci ricorda come persino l’esperienza della colpa e del peccato possono diventare momenti preziosi per fare un ulteriore passo nel proprio cammino di miglioramento e di crescita interiore che coincide con un incremento di sensibilità e di attenzione per gli altri. Natan dapprima risveglia in Davide la sua parte migliore commuovendolo con la storia dell’uomo povero e della sua povera pecorella: <Per la vita del Signore, chi ha fatto questo è degno di morte. Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non averla evitata> (2Sam 12, 5-6). Solo dopo questo momento di auto-rivelazione, Davide sarà capace di morire a se stesso e alla sua presunzione riconoscendo di avere peccato e accettando umilmente e gravemente le conseguenze amare della sua scelta: <il bambino si ammalò gravemente> (12, 15).
Tutto questo non è indolore! Davide scomodato da Natan e i discepoli scomodati dal Signore Gesù, mentre sembra comodamente dormire sul suo <cuscino> (Mc 4, 38), devono affrontare la tempesta che si leva nel cuore ogni volta che siamo più o meno obbligati a portarci oltre le nostre inerzie e a lasciare che il vento dello Spirito riempia le vele della nostra vita imponendoci ritmi imprevisti o sgraditi alle nostre paure e alle nostre abitudini. Il contrasto si fa forte tra la calma di Natan e la furia di collera prima e di dolore poi di Davide, come pure tra la paura dei discepoli e il quietissimo sonno di Gesù. Ogni volta che le nostre ragioni e i nostri desideri entrano in conflitto con i nostri mezzi reali nell’affrontare le scelte della vita, la tempesta nel cuore si fa violenta. Tutto ciò viene permesso perché si faccia più profonda e più vera l’invocazione come esorta Agostino: <Se hai sentito un insulto, è come il vento; se sei adirato, ecco la tempesta. Se quindi soffia il vento e sorge la tempesta, corre pericolo la nave, corre pericolo il tuo cuore ed è agitato. All’udire l’insulto tu desideri vendicarti: ed ecco ti sei vendicato e, godendo del male altrui, hai fatto naufragio. E perché? Perché in te dorme Cristo. Che vuol dire: “In te dorme Cristo”? Ti sei dimenticato di Cristo. Risveglia dunque Cristo, ricordati di Cristo, sia desto in te Cristo: considera lui>1.
1. AGOSTINO, Discorsi, 63, 3.





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