Convertire… dalle viscere
IV settimana T.Q.–
Le letture di quest’oggi sembrano rincorrersi e perfezionarsi a vicenda. L’immagine con cui si conclude la prima lettura sembra completare ed integrare quella con cui il Signore Gesù comincia il suo discorso nel Vangelo. Il profeta Isaia mette sulla bocca del Signore Dio delle parole che ci raggiungono diritto al cuore: <Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?> e sente il bisogno di soggiungere: <Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai> (Is 49, 15). Nel Vangelo troviamo delle affermazioni forti, che ci fanno intravedere, senza mai poterci entrare, il mistero dell’intimità del Signore Gesù: <Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco> (Gv 5, 17). A quest’affermazione segue una reazione assai forte: <Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio> (5, 18).
Il turbamento dei Giudei non va semplicemente disapprovato, ma esige una certa accoglienza e uno sforzo reale di comprensione perché, in realtà, non ci è poi così estraneo. Ciò che turba, e soprattutto destabilizza, è l’inconcepibile farsi <uguale> di Gesù con il Signore Dio. Questa è una cosa inconcepibile per il rigoroso monoteismo ebraico continuamente minacciato dall’ambiente circostante e dalla presenza degli occupanti romani che spesso esigono di pagare, con la vita, la fedeltà all’unicità di Dio. Se ciò non bastasse, il modo di porsi in relazione a Dio e in relazione agli altri del Signore Gesù, fa emergere un tratto dello stile divino che, specialmente in tempi difficili, sembra creare più problemi di quanti ne risolva. Infatti, nella linea dei profeti, il Signore Gesù privilegia un tratto del Padre che lo rende così simile ad una madre capace, e sempre desiderosa, di <commuoversi per il figlio delle sue viscere> (Is 49, 15).
Il nome di <Padre> ricorre nel vangelo di oggi per nove volte e si intreccia continuamente con una realtà di intima relazione poiché Egli <ama il Figlio> e <gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati> (Gv 5, 20). Questo modo di intendere il rapporto con Dio fa saltare tutta una serie di comprensioni e di mediazioni e, di conseguenza, non può certo essere innocuo, come non può essere gradito a chi fonda il proprio potere e la propria sopravvivenza psicologica proprio sulla fatica di un rapporto difficile tra l’uomo e Dio del quale, i giudei, si sentono e si pretendono facilitatori. Il Signore Gesù semplifica al massimo le relazioni tra Dio e l’umanità riportandole alla semplicità assoluta che ci può e ci deve essere tra una madre e il suo <bambino>. Una relazione, potremmo dire, che riparte continuamente dalla <viscere> e che non può in nessun modo essere giudicante, sebbene sia sempre esigente. Ciò che sfugge ai notabili e forse sfugge anche a noi, è che il <Padre ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso> (5, 26) perché noi tutti possiamo diventarne pienamente partecipi del come si condivide l’amore di una madre che, per essere unico, non ha bisogno di essere esclusivo. Il nostro cammino quaresimale è un invito forte a ripartire dalle viscere materne che Dio ha per noi e che noi stessi siamo chiamati ad avere per i nostri fratelli verso cui, il nostro <giudizio> (5, 22), non può che essere quello che il Figlio ci rivela nel suo mistero pasquale: un amore immenso e invincibile come quello di una madre.





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