Accogliere… realmente
Settimana del Tempo di Natale –
Origene, con la sua consueta profondità e acribia, si lancia nella meditazione del mistero di Cristo Signore chiedendosi in cosa consista quello che potremmo definire lo scatto di rivelazione nell’esperienza di Gesù. L’esegeta alessandrino1 riconosce la differenza proprio in quel <discendere>, cui segue un < rimanere lo Spirito> (Gv 1, 33). Ciò che tocca il cuore di Giovanni Battista mentre vede venire Gesù <verso di lui> (1, 29), è sicuramente il modo di camminare nella storia di colui che il Precursore riconosce come <Figlio di Dio> (1, 34). In Lui, secondo la parola dell’apostolo, possiamo riconoscere i sentieri e i modi per essere a nostra volta non solo <chiamati figli di Dio> me di esserlo <realmente> (1Gv 3, 1). Potremmo dire che il criterio di “realtà” non sta nell’evidenza schiacciante di un’identità che si impone, ma nel modo così semplice e discreto con cui il Signore Gesù si volge <verso> di noi perché noi possiamo volgerci, nella libertà e nella verità, verso di Lui.
L’apostolo Giovanni traccia per noi l’esigente cammino della discepolanza che – in realtà – più che un impegno, è un orizzonte di desiderio capace di muovere i passi e il cuore: <noi saremo simili a lui> (3, 2). Giovanni Battista riconosce in Gesù che passa il <Figlio di Dio>, ed è posando il nostro sguardo su Gesù, lasciandoci formare dai suoi silenzi e dalle sue parole, dai suoi gesti e dalle sue pause, che possiamo sperare – a nostra volta – di diventare realmente come lui, tanto da essere riconosciuti <figli di Dio>. Da Giovanni Battista possiamo imparare a gestire l’imprevisto e a fare tesoro di quei passaggi significativi che, nella vita, richiedono attenzione affinché le occasioni che in essa si presentano, non passino senza lasciare un segno e senza riuscire ad aprire a un di più di speranza e di desiderio.
I segni che accompagnano il silenzioso comparire del Verbo fatto carne sulla scena della storia, come un discreto e luminoso passante, sono l’<agnello> e la <colomba> (Gv 1, 32). Sono questi i simboli che permettono a Giovanni Battista di riconoscere ed indicare in Gesù, il compimento pieno delle promesse. Si tratta di due animali immolativi il cui candore è sempre legato al sangue versato. Essi sono memoria del carme del Servo (Is 53, 7; At 8, 31-35) e preannuncio di quell’Ora in cui vengono immolati gli agnelli pasquali e del sangue – versato – di Abele, del sangue che segna le porte pasquali (Es 12), prefigurazione di quelle eterne (Ap 7, 17). Con l’intuizione di chi sa vedere oltre, il Battista coglie l’essenza del mistero di Gesù non facendosi cogliere impreparato dal suo passaggio lungamente atteso e desiderato. Nelle figure della colomba e dell’agnello – così miti nel porsi e così generosi nel darsi – ci è dato di intuire l’abisso di quel grande amore in cui la nostra vita è continuamente rigenerata alla <speranza> che <purifica> (1Gv 3, 3) perché rimotiva continuamente nel dono di se stessi… realmente!
1. Cfr. ORIGENE, Omelie su Isaia, 3, 1.





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