Convertire… lasciarsi fare

IV Domenica T.Q. 

Un lungo cammino è necessario perché il cieco nato non solo recuperi la vista, ma sia in grado di prendere in mano la propria esistenza, tanto da rischiare persino di prendere posizione contro ciò che viene contrabbandato come volontà di Dio, ma rischia di essere contro la vita. Ancora una volta, il cammino della quaresima ci pone davanti alla sfida della conversione non come un insieme di prestazioni ascetiche straordinarie, ma come apertura sempre più ampia al mistero di una vita che, secondo il disegno e il desiderio di Dio, non può e non deve essere mortificata e mortificante, ma piena e consapevole. Tra la donna samaritana e l’amico Lazzaro, richiamato dalla morte, la Liturgia oggi ci fa sostare sulla figura di un povero, di un ferito dalla vita. Gli altri – persino i propri genitori e i discepoli di Gesù – rischiano di trattarlo con sufficienza e senza veramente essere interessati al suo dramma di vivere e, soprattutto, al suo dolore. Il Vangelo ci fa assistere non semplicemente all’elemosina di una guarigione – tanto compassionevole quanto altezzosa -, ma ad un vero coinvolgimento di Gesù nella vita di quest’uomo cieco e solo sin dalla nascita. Proprio a un uomo così cui viene fatta la più bella, la più gratuita, la più entusiasmante delle rivelazioni: <Lo hai visto: è colui che parla con te> (Gv 9, 37).

Questa parola del Signore assume tutta la sua profondità ancora più espressiva per il fatto che sembra aspettare quest’uomo, appena vedente per strapparlo definitivamente alle vessazioni dei sapienti e dai notabili: <Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?> (Gv 9, 33). Senza saperlo i Giudei sembrano dare la risposta sollecitata dai discepoli: <Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?> (Gv 9, 2). Discepoli e Giudei – forse come pure noi stessi – sono tremendamente interessati al <peccato> in un modo che oscilla tra l’ossessivo e il proiettivo. Invece, il Signore Gesù si mostra sempre interessato, prima di tutto, alla sofferenza che permette di scoprire e di accogliere il mistero di ogni persona con rispetto, delicatezza, tenerezza. La risposta di Gesù è netta: <Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio> (Gv 9, 3).

A questo punto l’esortazione dell’apostolo si rivela in tuta la sua ricchezza di esigenza e di provocazione: <Cercate di capire ciò che è gradito al Signore> (Ef 5, 10). La prima cosa che dobbiamo capire è che al Signore è gradito non il giudizio e il sospetto, ma quella fiducia e benevolenza senza le quali persino l’espressione di fede più determinata e determinante rischierebbe di partecipare, in realtà, <alle opere delle tenebre> (Ef 5, 11). A ciascuno di noi è rivolto l’invito che il Signore fa giungere al profeta Samuele: <Riempi d’olio il tuo corno e parti> (1Sam 16, 1). Come il profeta, siamo chiamati a superare ogni paura e ogni pregiudizio che ci rende troppo sensibili all’<apparenza> (1Sam 16, 9). Se non usciamo da questo vicolo cieco meriteremo a nostra volta la terribile parola del Signore: <Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi ci vediamo”, il vostro peccato rimane> (Gv 9, 41).

Sembra proprio che l’unico modo per uscire dal tunnel del pregiudizio sia quello di lasciarci vedere, guardare, incontrare dal Signore Gesù nella semplicità e nella verità di quello che siamo, senza presumere di noi, ma pure senza lasciarci umiliare dalla supponenza altrui. Il cieco si dimostra più vedente di tutti gli altri per la rara e intensa capacità di lasciarsi vedere che si esprime nella docilità a lasciarsi fare: <Va’ a lavarti nella piscina di Siloe> e si lascia fare da Colui <che vede il cuore> (1Sam 16, 9).

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